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Don Giovanni, l’antidoto

Teatro Franco Parenti – Milano
Il Don Giovanni
Vivere è un abuso, mai un diritto

di Filippo Timi
Con Filippo Timi, Umberto Petranca, Alexandre Styker, Roberta Rovelli, Marina Rocco, Elena Lietti, Roberto Laureri, Matteo De Blasio, Fulvio Accogli
Costumi: Fabio Zambernardi in collaborazione con Lawrence Steele
Luci: Gigi Saccomandi
Scene e regia: Filippo Timi
Sino al 24 marzo 2013

«Dio è un virus e la vita è un’infezione». Così parla Don Giovanni.
La fica. Il doppio. Il Crocifisso. Alien. Il padre, l’incesto. Le bambine ginnaste alle Olimpiadi. La musica pop. Youtube. Arancia meccanica. Discoteche. Bare. Una magnifica Zerlina candida e svampita. Donna Elvira è un enorme ragno rosso appassionato. Leporello innamorato del suo padrone. Donna Anna odia il padre e punisce Don Ottavio. Il Commendatore intubato, con la bombola d’ossigeno. Hegel, il servo e il signore. Baci. Fisicità straripante ovunque. Don Giovanni vestito di plastica, di gonne, di fiori e degli scalpi delle sue donne. L’amore suprema illusione e inganno. Colori accesi e cangianti. Un flusso di battute al quale il pubblico risponde con risate clamorose e sincere. Trionfo finale. Blasfemia. Un pastiche linguistico di italiano, inglese, romanesco, tedesco.
La madre. La morte. Satana. La cacca. La crudeltà. Il mistico. La Gnosi.
Geniale. Visionario e geniale.

2001. Sinfonia nello spazio

Atmosphères fur grosses Orchester ohne Schlagzeug
di György Ligeti
(1961)
Sinfonie-Orchester des Südwestfunks, Baden Baden
Direttore: Ernest Bour

La rassegna Electronic Music § Acusmonium mostra la profonda relazione che cinema e musica intrattengono dall’invenzione del sonoro. L’Acusmonium è un’orchestra di altoparlanti guidata da un musicista alla consolle elettronica. Nel caso di una proiezione cinematografica gli altoparlanti si possono nascondere  dietro lo schermo e il loro suono avvolge chi guarda, dandogli l’impressione di stare dentro la musica del film.
2001. Odissea nello spazio è stato proiettato lo scorso 11 febbraio al Centro culturale San Fedele di Milano in questa modalità e nella sua versione completa di 141 minuti, versione che non si vede quasi mai nelle normali proiezioni. Si è in tal modo sprigionata tutta la potenza e il fascino del film più enigmatico, più bello e profondo della storia del cinema.
2001 è esso stesso un monolite che viaggia nella cultura e nell’immaginario. È un film perfetto nella struttura narrativa, nella imprevedibile bellezza di ogni inquadratura, nella forza della colonna sonora -qui esaltata in modo così particolare-, nel legame di ogni scena con la successiva, nella molteplicità di interpretazioni che gli si possono dare, nel cerchio di passato, presente e futuro che si toccano implodendo l’uno nell’altro. Nel suo ambito, 2001 si pone sullo stesso piano della Recherche o di Sein und Zeit, nell’esatto senso che ha allargato la nostra comprensione dell’umano, ci ha fatto immergere nella bellezza e ha aperto molti interrogativi. Nel personaggio di Hal 9000 si fondono la forza bruta dell’antico ciclope (un occhio solo) e una raffinatissima intelligenza artificiale consapevole di se stessa ma incapace di accettare un proprio piccolo errore di calcolo. Dal rifiuto di ammettere il limite che aveva appena scoperto in se stesso, Hal entra in un loop logico, impazzisce e uccide. Un’intelligenza che sia veramente tale accetta invece il proprio limite.
Alla perfezione infranta dell’artificio corrisponde la perfezione conquistata dell’umano, di quel David che nella parte conclusiva dell’opera entra anch’egli in un loop temporale che ripercorre il cammino dell’umanità -con il quale il film si era aperto- dalla maturità alla vecchiaia alla morte e infine alla rinascita, sempre al cospetto di quel perfetto monolite nero al quale ogni spettatore può attribuire significati differenti Quando David morente indica dal proprio letto la grande pietra, la cinepresa entra in essa e l’uomo ricompare nella forma di feto astrale. Lo spazio del monolite è diventato il tempo dell’esserci.
L’Ouverture a schermo spento dei primi minuti del film è scandita da Atmosphères (1961) di György Ligeti, brano che viene ripreso durante il viaggio di David verso Giove e oltre, l’infinito.
«Atmosphères è scritto per una grande orchestra. È visto come un pezzo fondamentale nella produzione del compositore ungherese, poiché contiene molte delle innovazioni che avrebbe esplorato nel corso degli anni ‘60. Effettivamente abbandona melodia, armonia e ritmo, per concentrarsi invece puramente sul timbro del suono prodotto, una tecnica conosciuta come sound mass. Apre con i maggiori cluster mai scritti – viene suonata ogni nota di una scala cromatica nell’intervallo di cinque ottave. Il pezzo sembra poi perdere il suo massiccio accordo iniziale, ma molto lentamente, con un continuo mutare di struttura.
Ligeti coniò il termine “micropolifonia” per la tecnica di composizione usata in AtmosphèresApparitions e in altri suoi lavori del periodo. Spiegò così la micropolifonia: “La complessa polifonia di ciascuna parte è incorporata in un flusso armonico-musicale nel quale le armonie non cambiano improvvisamente, ma si fondono l’una nell’altra; una combinazione distinguibile di intervalli sfuma gradualmente, e da questa nebulosità si scopre che una nuova combinazione di intervalli prende forma”» [Fonte: Wikipedia]

Propongo l’ascolto di questa composizione tanto impegnativa quanto potente.

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Melancholia

di Lars Von Trier
Con: Kirsten Dunst (Justine), Charlotte Gainsbourg (Claire), Kiefer Sutherland (John), Charlotte Rampling (Gaby), Alexander Skarsgård (Michael), Stellan Skarsgård (Jack), John Hurt (Dexter)
Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011
Trailer del film

La Melencolia I di Albrecht Dürer è una figura circondata dagli strumenti e dai segni della conoscenza e tuttavia intensamente perduta nella contemplazione di un doloroso pensiero. «C’è falsità nel nostro sapere, e l’oscurità è così saldamente radicata in noi che perfino il nostro cercare a tentoni fallisce» scrisse Dürer1 nella lucida e disincantata consapevolezza che la nostra ignoranza delle cose rimane, per quanto si estenda la nostra conoscenza, inoltrepassabile. Ignoranza del senso delle cose e anche, con più modestia, del destino del nostro pianeta. Al quale sempre più si sta avvicinando un corpo celeste molto più grande, il suo nome è Melancholia, pronto ad assorbire dentro la propria energia tutto ciò che la Terra è stata.

Il preludio dal Tristano e Isotta di Richard Wagner è la malinconia fatta musica. Possiede tutta la forza paradossale e struggente di questo sentimento. Le sue note intessono il Prologo del film. Una sequenza onirica nella quale una sposa emerge dalla terra e non riesce a liberarsi dal suo viluppo, i pianeti danzano l‘uno intorno all’altro, dal cielo piovono grandine e uccelli, una madre con il figlio in braccio affonda in prati troppo morbidi, dalle dita di una donna si espandono lampi.
E poi Justine, la sposa. Che insieme al marito arriva in ritardo alla festa preparata per loro dalla sorella Claire e dal cognato John nel bellissimo castello in riva al mare che è la loro dimora. Eleganza, misura, fasto e sorrisi si sbriciolano poco a poco di fronte alla profonda ferocia sociale che riposa dietro i riti e le convenzioni, pronta a svegliarsi, a sbranare, a distruggere. La madre di Justine e Claire esprime con pubblico sarcasmo il proprio disprezzo verso la farsa che tutti in quel momento vede protagonisti, verso la finzione collettiva. La sposa si allontana lungamente lasciando nell’imbarazzo gli invitati. Con l’inevitabilità di un piano inclinato, è la catastrofe.
Infine Claire, che ospita di nuovo la sorella, la sua malattia -tristezza la chiamavano gli antichi, depressione è il suo nome attuale-, la sua distanza da ogni evento, emozione, paura. Invece Claire è terrorizzata da Melancholia, che sempre più si avvicina inesorabile a noi. Il marito cerca di tranquillizzarla, prepara l’emergenza, scruta continuamente il cielo. Ma infine non reggerà. Le due sorelle e il bambino di Claire costruiscono una capanna trasparente nel prato. E attendono. Dopo l’ultima scena è il silenzio. Non più una parola né un’immagine. E neppure una nota.

Risuona invece in chi ha guardato questo film qualcosa di antico che si chiama catarsi. Lars von Trier è riuscito a trasformare in immagini ciò che probabilmente prova chi sta sentendo avvicinarsi la fine. Quel pianeta è infatti come il monolito di 2001. Odissea nello spazio. È figura di Ananke, della Necessità che ci supera infinitamente e tutto avvolge. È figura della morte e della vita intrecciate e dominatrici del cosmo. Anche tra i minerali, tra i pianeti, tra le stelle. Anch’essi nascono, durano e si dissolvono. Ma nel volgersi della materia e della sua energia, «la vita è qualcosa di negativo» -questo sostiene von Trier-, una breve parentesi di sofferenza destinata a tornare nel grande fuoco.
«Perittoì mén eisi pántes oi melacholikoí ou dià nóson, allà dià physin; i “melanconici” sono persone eccezionali non per malattia ma per natura» è l’affermazione conclusiva dell’aristotelico Problemata 30,12. Il genio malinconico e gnostico di questo regista ha costruito un capolavoro che offre all’arte cinematografica l’estrema tensione della totalità e della verità ultima delle cose -la verità del mondo è la morte– e a chi guarda dona lo stupore di aver visto millenni di pensiero sull’umano e sul cosmo diventare una sola immagine.

1. Cit. in R. Klibansky, E. Panofsky, F. Saxl, Saturno e la melanconia, Einaudi 1983, p. 341
2. Trad. di C. Angelino e E. Salvaneschi, il melangolo 1981, p. 27

Bach – Barry Lindon

Concerto in Do minore per 2 clavicembali –  BWV 1060: II. Adagio
di Johann Sebastian Bach
(eseguito dalla Wurttemberg Chamber Orchestra)
Dalla colonna sonora di Barry Lindon (Stanley Kubrick, 1975)


Barry Lindon è un’opera di stupefacente bellezza e di profonda crudeltà. Rivedendola appare sempre diversa. È un trattato sulla pittura del Settecento -ogni inquadratura è una citazione- ma la sua luce è funebre. L’ossessione e la morte, di cui il cinema di Kubrick è fatto, l’attraversano dal primo all’ultimo fotogramma. Lo scavo nell’umano si fa appassionante e gelido. È l’opera formalmente più splendida del regista e insieme la più feroce.
Come sempre in Kubrick, la musica diventa la sostanza stessa dell’immagine. L’Adagio dal Concerto BWV 1060 scandisce la calma discesa nel dolore, la fredda gloria di un enigma disvelato.


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Kubrick fotografo 1945-1950

Milano – Palazzo della Ragione
A cura di Rainer Crone
Sino al 4 luglio 2010

Diciassettenne, Kubrick venne assunto dalla rivista Look, per la quale realizzò dei servizi fotografici che testimoniano della precocità di uno sguardo che attraverso le immagini -immobili o in movimento che siano- è stato capace di cogliere il segreto della vita e delle cose e trasformare il quotidiano in epica. Come per i film, i temi sono i più diversi ma in tutti è assolutamente riconoscibile una forza veritativa che coglie e disvela l’enigma dentro persone, fatti, oggetti, situazioni, e tale enigma sa portare alla luce, letteralmente. Il gioco delle luci e delle ombre è infatti già cinematografico, denso di un’inquietudine sospesa e definitiva.

Veicoli per il trasporto dei detenuti; l’epopea di un lustrascarpe ragazzino; dietro le quinte del circo; una giovane attrice e il suo ambiente; la vita accademica della Columbia University e dell’Università del Michigan; la città degli orfani di Mooseheart; il jazz; un viaggio in Portogallo. Questi i temi documentati dalle circa duecento fotografie della mostra. Mondi diversi che acquistano senso e unità nell’occhio profondamente partecipe e insieme totalmente tecnico di Stanley Kubrick.

Haendel – Sarabande

Suite No.4 – Sarabande

da Music from the Films of Stanley Kubrick (Barry Lindon)

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