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«Animali siamo tutti, tutti»

Volevo nascondermi
di Giorgio Diritti
Italia, 2020
Con: Elio Germano (Antonio Ligabue), Pietro Traldi (Renato Marino Mazzacurati), Orietta Notari (Madre Mazzacurati), Francesca Manfredini (Cesarina), Paola Lavini (Pina)
Trailer del film

Dentro un sacco, nel gelo dei campi, nelle stalle svizzere e sulle rive del Po. Un dialetto svizzero-tedesco assai duro e un altrettanto stretto dialetto della bassa reggiana, a Gualtieri. Città della quale era originario l’uomo che gli diede un cognome odiato, che Antonio cambiò in Ligabue. Due madri, una biologica e l’altra adottiva, amate e, in modi diversi, assenti. E sopratutto la potenza creativa che sgorga anche dai corpimente più martoriati, dalla psiche più contorta, solitaria, dispersa.
E poi esplode nei colori sfavillanti, nelle forme espressionistiche, negli animali amati imitati abbracciati, quegli «animali che siamo, tutti, tutti» come Antonio dice a un amico. Dell’animalità è parte anche il desiderio erotico che neppure diventato ricco e famoso dà a Ligabue l’amore, perché le donne sono da lui tanto volute quanto temute. «Follia» è parola che tutto spiega e nulla spiega di una vita così dolente e appassionata, ascetica e ctonia, orgogliosa «sono un artista io, un grande artista!» e umilissima. La vita di uno dei pittori più profondi e radicali del Novecento, le cui tele sono terra, foreste, simboli, morte che divora, forma che rinasce.
Alla persona di Ligabue Elio Germano regala un personaggio estremo e forte, mai patetico, a volte insopportabile a se stesso e agli altri.
Sullo sfondo crepuscolare e abbacinante dei campi e del fiume, del magnifico delta del Po, la vita di Ligabue viene narrata da Giorgio Diritti in modo anche rigoroso, poetico, allusivo, delicato. E molto terrestre.
«Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all’ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore», questa la frase che sta sulla sua tomba.

Interiore / Sociale

Un giorno devi andare
di Giorgio Diritti
Con: Jasmine Trinca (Augusta), Anne Alvaro (madre di Augusta), Pia Engleberth (Suor Franca), Amanda Fonseca Galvao (Janaina), Manuela Mendonça Marinho (Janete)
Italia-Francia 2013
Trailer del film

Augusta lascia l’Italia e la sua città, Trento, dopo essere stata abbandonata dal compagno perché sterile. Va in Amazzonia, prima per collaborare con una suora e poi -delusa dai modi sbrigativi e dogmatici dei missionari cattolici- per tentare di penetrare davvero nella vita di quella Terra e degli umani che la popolano. Il suo attivismo non sortisce però gli effetti che sperava e Augusta decide di vivere da sola in una delle tante anse dell’immenso fiume. L’incontro finale con un bambino, i giochi con lui, gli abbracci, sembrano regalarle qualche frammento della maternità perduta.
Dal bianco della neve di Trento al bianco delle spiagge brasiliane, lo spazio e il tempo si incrociano, si mescolano, si confondono. Così gli umani: la madre, con la quale Augusta ha un rapporto evidentemente irrisolto; la suora, a cui pone interrogativi che lei respinge; i ragazzi e le ragazze delle favelas, dai quali rimane troppo diversa.
Uno degli elementi del film è dunque la profonda interazione tra la dimensione interiore e quella sociale. La descrizione del mondo emotivo di Augusta è infatti sempre unita al racconto della vita concreta e quotidiana lungo il fiume e nelle città brasiliane. Alcuni passaggi della sceneggiatura sono francamente insostenibili nella loro banalità -«Sono qui per scoprire altri valori»; «Se vuoi cambiare le cose devi andare dove le cose bisogna cambiarle»- ma è soprattutto attraverso i silenzi, le azioni, i paesaggi che questo film esprime un’antropologia della sobrietà individuale e collettiva. Emerge il tema costante del cinema di Giorgio Diritti: il rapporto con l’alterità, la continuità tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, il conflitto del singolo con la comunità.