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Follie sotto la pelle

Crooked House
di Gilles Paquet-Brenner
Gran Bretagna, 2017
Con: Max Irons (Charles Hayward), Stefanie Martini (Sophia de Haviland), Glenn Close (Edith), Terence Stamp (L’ispettore capo Taverner), Julian Sands (Philip Leonides), Christina Hendricks (Brenda), Gillian Anderson (Magda), Honor Kneafsey (Josephine)
Trailer del film

Muore il patriarca. Un greco emigrato in Inghilterra, arrivato senza un soldo e diventato ricchissimo mediante affari non del tutto legali, come è ovvio. Il suo patrimonio è conteso tra figli, nuore, nipoti che Aristides Leonides ha costretto a vivere tutti insieme in una grande dimora un po’ kitsch, sotto il suo occhiuto controllo. Persone che tra loro si sbranano e ognuna delle quali avrebbe avuto qualche ragione per uccidere il vecchio. Prima che arrivi Scotland Yard, Sophia -nipote prediletta- chiede allo squattrinato detective Charles di scoprire l’assassino. Porte si aprono e si chiudono, parole affilate feriscono e disvelano, scritture imprudenti ed esatte conducono dritto dritto alla soluzione e a nuove morti.
Tratto da un romanzo di Agatha Christie, Crooked House rispetta in modo persino pedante tutte le regole del giallo tinto di un aplombico noir, sorpresa finale compresa. Un film che si guarda al modo in cui si può ascoltare una storia che ha un inizio, un retroterra, uno svolgimento e una conclusione. Letteratura tradizionale, insomma. Come tradizionale è l’umana follia che pervade questa casa storta e contorta. 

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Under the Skin
di Jonhatan Glazer
USA-Gran Bretagna, 2013
Con: Scarlett Johansson (Laura)
Trailer del film

Una desolata e piovosa metafora della donna, della sua alterità, dei sentimenti che è meglio non nutrire, della solitudine. Come se la donna e i sentimenti fossero degli alieni piovuti in mezzo alla materia, ad assumere sembianze gentili che però non riescono a nascondere sino in fondo la struttura gelida, levigata e moribonda delle cose vive che sanno di esserlo. Peccato che tutto questo stia dentro un film troppo allusivo, insieme fantascientifico e patetico, ecologico e macchinico, finto e che di tale finzione si compiace. Un film brutto.

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[Ho scelto come immagine per questo testo uno dei capolavori dell’architettura di ogni tempo, la Fallingwater o Casa sulla cascata (1935) di Frank Lloyd Wright. I due film parlano infatti di una casa il primo e dell’acqua il secondo. Ma l’opera dell’architetto volge in armonia e splendore ciò che nei film è follia e dissoluzione]

 

Meurtre chez Tante Léonie

Delitto in casa Proust
di Estelle Monbrun
(Meurtre chez Tante Léonie, Éditions Viviane Hamy,1994)
Traduzione di Emilia Gut
Robin Edizioni, Roma 2007
Pagine 240

Illiers-Combray è uno dei luoghi dell’immaginario più famosi e più amati. Certo, è anche un luogo fisico che esiste  davvero ma i lettori di Proust che visitano questo villaggio a pochi chilometri da Chartres colgono quello che non c’è più, se forse mai è esistito: i due côtés di Swann e di Guermantes che nella vita del Narratore bambino segnano i confini del mondo. Un universo al cui centro sta la casa di zia Léonie, là dove il piccolo Marcel trascorreva le vacanze e nella quale gustò per la prima volta quel biscotto il cui sapore, molti anni dopo a Parigi, avrebbe fatto resuscitare il Tempo.
Ed è in questa casa-museo-tempio, esattamente nella stanza del Narratore bambino, che viene uccisa Madame Adeline Bertrand-Verdon, presidentessa della Proust Association, una donna il cui nome somiglia a quello di Madame Verdurin e che siamo ben felici di aver trovata morta sin dal principio, tanto è falsa, arrivista, ricattatrice, malvagia. I possibili responsabili del suo assassinio sono dunque numerosi: dal cattedratico parigino che sta curando una nuova edizione di tutte le opere di Proust al direttore della casa editrice che la pubblicherà, dall’anziano visconte che si accingeva a sposarla al professore statunitense al quale la signora Bertrand-Verdon impone la propria chiamata presso l’Università dove insegna. Tra i sospettati c’è anche la colta e timida segretaria, angariata da lei in tutti i modi. Quest’ultima –Gisèle Dambert- si è trovata in possesso dei leggendari e mai ritrovati quaderni del 1905 che segnano il passaggio dall’incompiuto Jean Santeuil alla Recherche; è intorno a questi preziosissimi manoscritti che ruota tutta la vicenda, il cui svelamento è affidato al raffinato e inquieto commissario Foucheroux e all’esotica ispettrice Leila Djemani …
L’arte di Proust è capace anche di questo, di riverberarsi come un’eco feconda in un giallo letterario che trasporta il lettore nel mondo di Combray e lo fa senza pedanteria, senza noia e anche senza celebrazione ma con il divertimento di un’intelligenza che –si sente- è stata nutrita da una lettura attenta e partecipe dell’opera proustiana. Tanti segni lessicali e concettuali lo dimostrano: la centralità dei corpi -«Fatto di cui era responsabile. Che non si perdonava. E che il suo corpo non avrebbe mai dimenticato» (pag. 39); il disincanto sui sentimenti -«Gisèle condusse la doppia vita delle amanti che aspettano invano che, per loro, si lascino le legittime spose» (50), «capiva perché lui si fosse lasciato umiliare così spesso: in amore, quello che ama è colui che perde e questo individuo, sull’orlo della vecchiaia, aveva amato Adeline fino a sacrificarle il rispetto di sé. “Siamo tutti degli Swann”, pensò» (209); l’abisso delle memorie -«e prima di avere il tempo d’innalzare le barriere interiori, il ricordo dell’ultima notte si sostituì senza preavviso a quello della prima» (121); la profonda ironia sugli umani in genere, sui proustofili in particolare e sullo stesso Proust: «…avanzando lungo la scala, senza sapere che strazio era stato per il narratore proustiano e per il lettore avveduto, perché aveva saltato il passaggio dell’andata a letto di Marcel, all’inizio di “Combray”» (140), «al colmo del professorale, si pulì a lungo gli occhiali e indicò a Gisèle, con un gesto che non ammetteva repliche, la sedia dove si sarebbe dovuta sedere» (150); l’amore assoluto per la parola -«affascinato dalla metamorfosi della timida ragazza in donna innamorata delle parole, e dall’intelligenza profonda del testo svelato dalla sua interpretazione…» (197).
Questo libro delizioso, acuto, leggero, permette dunque di guardare l’universo proustiano da un punto di osservazione inconsueto, svelando alcuni degli angoli più oscuri della Recherche, sfolgorante labirinto di parole.

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