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L’amore / La morte

Love
di Gaspar Noé
Francia, 2015
Con: Karl Glusman (Murphy), Aomi Muyock (Electra), Klara Kristin (Omi)
Trailer del film

Murphy studia regia cinematografica e dichiara di voler girare un film erotico e sentimentale, una vera storia d’amore che riveli ciò che quel genere di racconto di solito non mostra: i corpi: «Voglio girare un film fatto di sangue, sperma e lacrime, come la vita». Questo film è, appunto, Love. In molti modi si può vivere e descrivere l’amore. Quello scelto da Gaspar Noé coniuga erotismo ironia dramma distanza.
Un esplicito erotismo non diventa pornografia perché la differenza sta nella forma/stile ma l’accoppiamento degli organi genitali, delle bocche, delle mani, è reale.
L’ironia di un neonato che viene chiamato Gaspar e di uno degli amanti occasionali che si chiama Noé; ma soprattutto l’ironia di fondo che mostra la profondità e nello stesso tempo l’inconsistenza delle passioni umane.
Il dramma di una coppia che si propone di essere «la migliore del mondo», che si promette di proteggersi reciprocamente da tutto e da ogni altro, che sembra cogliere l’acme della condivisione totale e che però -come tutte le storie interessanti- è intrisa di abbandono, fallimenti, silenzi.
La distanza data da un registro colto che si esprime nelle citazioni esplicite o indirette -Kubrick, Bach, Sofocle- e soprattutto nella scelta di seguire i due protagonisti, Murphy ed Electra, spesso di spalle o mentre camminano immersi nel mondo e insieme dal mondo isolati. Distanza che è sempre spaziale e temporale. La narrazione parte dal presente, costruisce la vicenda come un evento di memoria, aspira a un impossibile «voglio tornare indietro» che mai si dà nelle scelte degli umani, nelle loro passioni, nei loro errori.
Il primo di tali errori, inevitabile e principiale, è l’amare in quanto tale: «Se ti innamori davvero, sei il perdente». Esatto. E tuttavia parziale. Chi ama davvero, chi ama di passione, attinge infatti una dimensione dell’esistere sconosciuta ai freddi e ai razionali, attinge la sapienza del dolore, l’impossibilità di sentirsi amati.
Il dolore non dipende soltanto dall’Altro, neppure dal più folle ed egocentrico. No, è dall’innamorato che dipende. Dipende dalla pienezza del proprio desiderio e del sentimento che nutre, che fa dell’Altro un dio. Dipende dal bisogno di essere “Cesare o nessuno”. Dipende dalla necessità di stare sempre, sempre, con l’oggetto amato. Dipende dalla nostalgia, dalla paura di perderlo, dal volere e dovere specchiarsi ogni istante nei suoi occhi.
Per questo amare non riamati -e alla fine non si è mai riamati- significa precipitare in una sofferenza inemendabile. La verità della vita, se ce n’è una, è questa (l’altra è il morire).

Technotod

Climax
di Gaspar Noé
Francia, 2018
Con: Sofia Boutella (Selva), Kiddy Smile (Daddy), Romain Guillermic (David), Souheila Yacoub (Lou), Taylor Kastle (Taylor), Claude Gajan Maude (Emmanuelle), Giselle Palmer (Gazelle)
Trailer del film

Una donna ripresa dall’alto. Striscia in mezzo alla neve bianca, lascia tracce di sangue.
Un televisore sul quale scorrono delle interviste ad alcuni ballerini; dietro di loro un muro scrostato; alla sinistra del monitor si vedono accatastate delle videocassette di film come Un chien andalou, Harakiri, Suspiria, Possession, Zombie, Schizophrenia, Le droit du plus fort.
La telecamera si allontana da una grande bandiera francese in primo piano, dalla quale si apre una sala dove venti ballerini si muovono in una danza armoniosa, estatica, estrema. Cinque minuti di godimento dello sguardo e dei corpi.
«Dio è con noi».
Pausa. Ragazzi e ragazze mangiano qualcosa, bevono della sangria.
Una dopo l’altra brevi scene nelle quali a due a due i personaggi dialogano manifestando intenzioni, gioia, ossessioni, aggressività, preoccupazione.
Tutto comincia a oscillare sino a capovolgersi, i corpi si abbrancano e respingono, i dialoghi diventano feroci, le azioni imprevedibili. Urla, pianti, sussulti, l’ancestrale e infinita ricerca di capri espiatori, l’espulsione, la reclusione, il desiderio.
Lentamente e in modo del tutto naturale lo spazio si restringe ai particolari più vicini, a frammenti di materia; il divenire scivola nella luce rovinosa e inquietante di un rosso sempre più pervasivo, sino al bianco di occhi estatici che dissolvono la loro identità nel nulla.
In tutto questo la musica techno e disco continua, inesorabile, a battere il tempo. Sullo schermo compaiono affermazioni come: «La vita è un’impossibilità collettiva»; «Morire è un’esperienza straordinaria».
Un sabba.
«Fu il vecchio direttore dello ‘Hibbert Journal’, L.P. Jacks, a proporre di sostituire la definizione linneana Homo sapiens con questa denominazione [Neo-anthropus insipiens damnatus], più appropriata, per i folli che ora si preparano a distruggersi a vicenda e a mandare in rovina tutte le proprie opere, fino alla completa estinzione»1.

Nota
1. Robert Eisler, Uomo diventa lupo, Un’interpretazione antropologica di sadismo, masochismo e licantropia (Man into Wolf. An Anthropological Interpretation of Sadism, Masochism and Lycanthropy [a lecture delivered at a meeting of the Royal Society of Medicine], 1951), trad. di R. Montanari, Adelphi 2019, p. 103.

Havana

7 Days in Havana
(7 Días En la Habana)
di Laurent Cantet, Benicio Del Toro, Julio Medem, Josh Hutcherson, Daniel Brühl, Gaspar Noé, Ana de Armas, Elia Suleiman
Francia-Spagna, 2012
Trailer del film

L’oceano sempre vicino, la musica sempre intorno e dentro, Fidel che parla sempre, le ragazze sempre belle. A volte i luoghi comuni sono anche i più veri. Di questi spazi ed eventi narrano i sette registi -uno per ogni giorno della settimana- che hanno cercato di cogliere l’Havana poliedrica del malecon -il lungomare-, dei turisti, della politica, del sesso, dei culti religiosi sincretistici e ben radicati tra i suoi abitanti. È la complessità di Cuba che passa attraverso i silenzi e gli occhi di un palestinese che aspetta di essere ricevuto alla sua ambasciata (Elia Suleiman); passa attraverso il culto mediterraneo per la Madonna che appare a una sua devota ordinandole di costruire un altare-fontana in casa e celebrando una festa per lei (Laurent Cantet); passa soprattutto attraverso il bellissimo episodio dal titolo Ritual (Gaspar Noé), dove non viene pronunciata una sola parola; prima è un puro ballo orgiastico che afferra degli adolescenti e porta due ragazze ad amarsi e poi è lo scandalo dei parenti di una di loro, i quali chiedono a uno stregone di purificare la donna. Le luci notturne, i corpi tesi, i chiaroscuri, le ombre del desiderio e della sua negazione, le acque, le note ossessive di un ritmo ancestrale. Nei gesti d’amore e nella loro negazione si sente di nuovo, ancora, sempre, il ritmo senza posa dell’oceano che lambisce, seduce, bagna l’Havana.

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