Skip to content


Terra e Tempo

Stephen Jay Gould
LA FRECCIA DEL TEMPO, IL CICLO DEL TEMPO
Mito e metafora nella scoperta del tempo geologico
(1987)
Traduzione di Libero Sosio
Feltrinelli, 1989
Pagine 232

Questo libro è la prova che si può scrivere un testo che sia insieme una storia della geologia e un saggio di epistemologia appassionante come un romanzo. La vicenda che racconta con coinvolgente stile narrativo è quella delle origini della scienza geologica. Una storia che diventa paradigmatica dell’intreccio tra filosofia ed empiria in cui la scienza consiste e dei rischi di ogni dogmatismo scientista.
Contrariamente a quanto la pigrizia dei  libri di testo tramanda, infatti, le opere e le ipotesi di Thomas Burnet (1635-1715), James Hutton (1726-1797), Charles Lyell (1797-1875) non rappresentano momenti separati e opposti di una storia che va dalle tenebre delle favole teologiche alla luce del metodo empirico. Burnet, che elaborò una teoria sacra della Terra nella quale cercava di giustificare con dati empirici il racconto biblico, fu in realtà più attento del suo ottimo amico Isaac Newton «al regno della legge naturale e più di lui desideroso di abbracciare spiegazioni storiche» (pag. 52). I due “eroi illuminati” Hutton e Lyell non sono, a loro volta, riducibili alla leggenda che li vuole fondatori della geologia scientifica intesa come attività svolta sul campo, dalla quale scaturirebbe poi per induzione la scoperta delle leggi generali che governano la Terra. Hutton, infatti, fu un aperto e convinto sostenitore del finalismo aristotelico e negò costantemente il divenire storico del pianeta; Lyell, oltre a rimanere all’interno di un paradigma antropocentrico, propose il suo metodo di datazione degli strati della crosta terrestre come applicazione di un’ipotesi generale sulla Terra -l’uniformitarismo o attualismo- di carattere in parte teoretico e negante anch’essa la radicale variabilità e direzionalità dei fenomeni geologici nel tempo. Gould trova «una squisita ironia nel fatto che la storia convenzionale presenti la vittoria di Lyell come il trionfo delle ricerche sul campo, mentre in realtà i veri campioni di una lettura letterale della documentazione geologica furono i catastrofisti» (145). La visione moderna della geologia non è dunque certamente quella teologico/biblica di Burnet ma neppure quella astorica di Hutton o attualista di Lyell «ma piuttosto è un miscuglio inestricabile ed equilibrato di uniformismo e di catastrofismo» (189). Più in generale, «Hutton e Lyell condivisero, soprattutto, la visione di controllo del ciclo del tempo, l’uniformità di stato» (163).
Sta qui il significato filosofico del libro. Attraverso la geologia e la sua storia, infatti, Gould sostiene che il contributo delle scienze della Terra alla comprensione del mondo è duplice e consiste in primo luogo nella

leggi di più

Roma

Sacro GRA
di Gianfranco Rosi
Italia, 2013
Trailer del film

Gli spazi che abitano gli umani, i luoghi che essi attraversano e che li attraversano, diventano parte e somma della loro sostanza temporale. Lo spazio è infatti il fotogramma del presente che sembra fermarsi nell’istante. È anche per questo che i medesimi luoghi possono apparire assai diversi a diversi corpimente e che lo stesso luogo cambia profondamente se una distanza temporale ci separa a lungo da esso.
Roma, quindi. Che cos’è Roma? È lo spazio clamoroso e affascinante de La grande bellezza o è il luogo gorgogliante di silenzi di Sacro Gra? È la sede per eccellenza di un potere millenario che dalla ieratica ferocia degli imperatori è giunto alla volgarità degli onorevoli analfabeti? È l’epifania di un cattolicesimo immortale o è la malinconica tomba di Dio della quale parla “l’uomo folle” della Gaia Scienza? Roma è tutto questo. Ed è altro. Sempre.
È tale alterità che descrive il film di Rosi. Che non è una storia ma non è nemmeno un “documentario”. I suoi dialoghi non sono finti ma nemmeno sono veri. È teatro. Il teatro della miseria e della dignità, dei finti nobili che abitano dimore pacchiane e dei veri nobili ridotti e ricondotti alle case popolari. Il teatro del sesso per i soldi e della passione per le palme. Il teatro delle anguille e dei fotoromanzi. Il teatro del sangue, della demenza e dell’andare infinito lungo una strada, il Grande Raccordo Anulare, che è un cerchio. 64 chilometri che tornano sempre su se stessi a circondare «come anelli di Saturno» la capitale del cattolicesimo e dell’Italia.
Questo luogo e teatro della mente è raccontato da Gianfranco Rosi con la splendida fotografia che rende limpidi i nembi, surreale la neve, abbacinati i fedeli in visita al santuario del Divino Amore. E su tutto si dà il montaggio, in cui il cinema consiste e nel quale si risolve. Montaggio che trasforma le esistenze affaticate e vuote degli umani nella creazione sempre altra dell’occhio che li guarda.

Vai alla barra degli strumenti