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Nietzsche musicista

Das ‘Fragment an sich’
di Friedrich Nietzsche (1871)
Pianoforte: Jeroen van Veen
Minimal Piano Collection, Vol. IV Disc 1

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«Ohne Musik wäre das Leben ein Irrtum», ‘Senza la musica la vita sarebbe un errore’ è un aforisma assai noto. Nietzsche lo inserì nella II parte del Crepuscolo degli idoli («Sentenze e frecce», af. 33). Il titolo completo della prima edizione di uno dei suoi libri più importanti è La nascita della tragedia dallo spirito della musica (1872),  dedicato anche a un confronto con l’arte di Richard Wagner.
E tuttavia non molti sanno che il filosofo attribuiva un particolare significato anche teoretico alle proprie opere musicali. Nietzsche si dedicò infatti per tutta la vita alla composizione di musica in note oltre che di armonia in parole. Un catalogo (incompleto) di opere su wikipedia elenca 50 sue composizioni musicali. Alcune di esse sono ascoltabili e scaricabili da un vecchio sito: Nietzsche’s Music.
Segnalo anche un video che documenta l’esecuzione del brano per coro e orchestra Hymnus an das Leben (‘Inno alla vita’).
Qui propongo l’ascolto di una composizione per pianoforte dal titolo Das ‘Fragment an sich’, forse ironico nei confronti della kantiana ‘cosa in sé’ (Ding an sich). Un brano significativo dell’insieme di sentimento e distanza che caratterizza la musica di Friedrich Nietzsche. 

L’ inquisitore

Teatro Elfo Puccini – Milano
La leggenda del grande inquisitore
da I Fratelli Karamazov di Fëdor Michajlovič Dostoevskij
drammaturgia Pietro Babina, Leonardo Capuano, Umberto Orsini
regia Pietro Babina
con Umberto Orsini, Leonardo Capuano e Silvia Maino
Produzione Compagnia Umberto Orsini
2-7 dicembre 2014

Leggenda_inquisitoreNel V capitolo del V libro della seconda parte del romanzo, Ivan Karamazov inventa una storia e la racconta al fratello Alëša. È la leggenda del Grande Inquisitore che imprigiona, giudica e condanna il Cristo tornato tra gli umani. Nell’imponente e fluviale romanzo sono soltanto quindici pagine ma sono pagine famose e decisive. Umberto Orsini le racconta nella parte finale dello spettacolo, dando ancora una volta voce al lucido paradosso di Dostoevskij. Prima, per due terzi della rappresentazione, il protagonista è un Ivan diventato vecchio che combatte con il suo racconto giovanile, combatte con un alter ego che è suo figlio, che è Mefistofele o il rimpianto o la malignità o il dubbio. Lo fa con una declinazione troppo psicoanalitica e in un ambiente del tutto claustrofobico, come la coscienza del protagonista. E la differenza tra la drammaturgia contemporanea e il testo dello scrittore emerge in modo impietoso.
Di Dostoevskij Nietzsche scrisse che è «l’unico psicologo da cui avrei qualcosa da imparare: egli rientra nei più bei casi fortunati della mia vita» (Crepuscolo degli idoli, trad. di F. Masini, in «Opere» vol. VI, tomo III, Adelphi 1975, § 45, p. 146). Per uno scrittore di questa grandezza non c’è bisogno di nessuna psicologia. Basta la sua scrittura, tanto radicale quanto oggettiva: «Perché dunque sei venuto a darci impaccio? […] Ma domani stesso, io ti condannerò e ti brucerò sul rogo come il peggiore degli eretici. […] Tu ci hai sanzionato colla tua parola, Tu ci hai concesso il diritto di legare e di sciogliere, e, certamente, non puoi neppur pensare di venire a toglierci questo diritto ora. Perché dunque sei venuto a darci impaccio? […] Ci sono tre forze, soltanto tre forze sulla terra, capaci di vincere e di catturare per sempre la coscienze di questi impotenti ribelli, per la loro stessa felicità: e queste forze sono il miracolo, il mistero e l’autorità. Tu hai rifiutato la prima e la seconda e la terza. […] Tu hai giudicato troppo altamente degli uomini, giacché, in fin dei conti, costoro son degli schiavi, seppure con la costituzione del ribelle» (I fratelli Karamazov, trad. di  A. Villa, Einaudi 1981, vol. I, pp. 334-341).
Schiavi con la costituzione del ribelle, sì è questo che siamo. Ed è ciò che dà forza ai tiranni, agli inquisitori di ogni chiesa, ai malvagi.

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