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Amare

Le relazioni pericolose
di Pierre Choderlos de Laclos
(Les Liaisons dangereuses, 1782)
Traduzione di Maria Teresa Nessi
Garzanti, 2011
Pagine XVI-400

Un libro trasparente ed enigmatico. Nel quale i due protagonisti sono votati al piacere e alla vanità. Alla vanità assai più che al piacere, poiché la vanità si spinge fino all’assurdo di negare a se stessa il piacere se quest’ultimo sembra mettere a rischio uno smisurato amor di sé.
La marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont sono due aristocratici privi di qualunque scrupolo morale ma sono anche due divinità in lotta tra di loro per il possesso del cuore dei mortali. E un dio non sarebbe precisamente questo? Un essere al di là del bene e del male, poiché fondante il bene e il male, con il potere di imporre a ogni altra entità il proprio volere. Due divinità non di pari livello, però. Il visconte vive quasi sempre di riflesso rispetto all’energia, alla determinazione, alla prudenza e al gelo della marchesa, la quale arriva esplicitamente a descriversi con i tratti del divino: «Eccomi diventata una Divinità, che riceve le opposte suppliche dei ciechi mortali e non cambia nulla dei suoi decreti immutabili» (lettera LXIII). In un libro tramato di menzogna, dove l’inganno è un supremo piacere, fra questi due potenti domina una sconfinata fiducia reciproca, tanto che non appena questa viene meno con essa finisce il romanzo.
Si costruiscono senza posa relazioni, si ordiscono intrecci e rapporti con l’obiettivo di possedere il tempo e il corpo dell’oggetto bramato, mettendo al bando ogni sentimento. L’idea stessa di innamorarsi suscita terrore coincidendo essa con il ridicolo, suprema offesa alla vanità. Quando la passione compare, nella presidentessa di Tourvel, non può che assumere i tratti dell’idolatria, della rinuncia totale al sé in favore di un dio: «Io l’amo fino all’idolatria e non l’amo ancora quanto merita» (lettera CXXXII). Questa donna innamorata morirà d’amore e sembra il più naturale degli epiloghi, giusta punizione alla colpa non d’essersi concessa ma d’averlo fatto con affetto.
Romanzo leggero, erotico, immorale. Intessuto però di una psicologia penetrante e capace di smascherare la genealogia dei sentimenti morali, à la Nietzsche. Quando, ad esempio, Valmont benefica una famiglia contadina allo scopo di apparire in una luce migliore davanti alla signora di Tourvel, osserva di essersi stupito del «piacere che si prova a fare il bene; e sarei tentato di credere che quelle che noi chiamiamo persone virtuose non hanno poi tutto quel merito che tutti si compiacciono di metterci davanti agli occhi» (lettera XXI). La gratificazione del sé, inevitabile in ogni azione virtuosa, mette quindi in discussione la virtuosità dell’agire. Allo stesso modo, la bontà viene fatta scaturire dalla debolezza: chi non ha artigli si vanta d’essere mite, mentre la vera magnanimità implica la capacità di colpire e l’astenersi dal farlo. Una frase come «la gente felice è difficilmente accessibile» conferma la capacità che Laclos ha avuto di leggere nelle azioni e nelle parole degli uomini andando al di là delle apparenze (Valmont, lettera LXXIX).
L’amore che c’è, l’amore che manca, l’amore irriso, l’amore idolatrato, l’amore cercato, l’amore temuto. Che cos’è per Laclos questo sentimento? Esattamente quello che è per Proust, il riflesso della nostra tenerezza: «L’incanto che crediamo di trovar negli altri esiste solo in noi; e soltanto l’amore fa apparire così bello l’oggetto amato».  A dirlo è, naturalmente, la marchesa di Merteuil (lettera CXXXIV).
Se è così, qual è il reale sentimento di Valmont? Nella versione cinematografica di Stephen Frears (Dangerous Liaisons, 1988) viene ben evidenziata la volontà del visconte di giustificare davanti a se stesso, prima che alla signora di Tourvel, la decisione di lasciarla, e lo fa ripetendo ossessivamente «trascende ogni mia volontà» (lettera CXLI). Un voluto determinismo che porta entrambi a morire.
A metà fra il carnefice e la vittima, né solo carnefice come la marchesa né solo vittima come Tourvel, Valmont non scioglie il suo enigma neppure con la morte. Non sapremo mai fino a che punto egli amasse se stesso e fino a che punto invece la signora di Tourvel. È qui che questo romanzo trasparente, che non a caso sceglie un’epigrafe roussoviana, mostra per intero la propria inestricabile ambiguità. In ogni caso, infatti, «se non c’è illogicità non c’è sentimento» (Valmont, lettera LXX).

«Viva le femmine! Viva il buon vino!»

da Don Giovanni
di Da Ponte – Mozart

(1787)

Atto II – Scena XVIII
Orchestra e coro dell’Opera di Parigi
Direttore: Lorin Maazel
Don Giovanni: Ruggero Raimondi
Donna Elvira: Kiri Te Kanawa
Leporello: José van Dam

Donna Elvira ancora si illude di poter essere amata da Don Giovanni, si illude soprattutto di ‘redimerlo’, «che vita cangi». Di fronte a una richiesta così insensata -la cristiana metanoia, la conversione- l’uomo la invita a condividere il suo pranzo: «Lascia ch’io mangi, / E se ti piace, / mangia con me». Alla patetica preghiera di diventare altro da ciò che è, Dom Juan oppone la necessità del corpo, del cibo. Leporello -il doppio che mai prevale- vedendo quanto accorato sia l’amore della donna, dice tra sé e sé che «se non si muove / al suo dolore, / Di sasso ha il core, / o cor non ha». Ma Don Giovanni potrebbe rispondere con le stesse parole del Visconte di Valmont delle Liaisons Dangereuses: «Trascende ogni mia volontà». Rispetto alla tragedia di Choderlos de Laclos, tuttavia e per fortuna, Da Ponte e Mozart elevano un inno alla gioia: «Vivan le femmine, / Viva il buon vino! / Sostegno e gloria / d’umanità!».
Subito dopo questo grido di piacere e di potenza appare sulla scena il primo segno del moralista, del Commendatore, che viene a prendersi il reietto per portarselo all’inferno. Ma Don Giovanni non rinuncerà mai alla sua vitalità disperata e diretta, replicando «No!» al «Pentiti!» che più volte dal Commendatore gli viene intimato. «Incredibilmente sprovvista di etica, la sua opera non può aver contratto un debito nei confronti dell’ebraismo, religione dell’etica che si fonda sull’osservanza della Legge». Questa accusa indirizzata da François Rastier a Heidegger è in realtà un grande apprezzamento, che potrebbe essere rivolto anche a Mozart-Da Ponte.
Le femmine e il vino, per sempre.

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Le relazioni pericolose

Teatro Litta – Milano
Le relazioni pericolose
da Pierre Choderlos De Laclos (Les Liaisons dangereuses, 1782)
Adattamento e regia di Silvia Giulia Mendola
Con: Paolo Andreoni, Andrea Dezi, Lorenza Pisano, Cinzia Spanò, Greta Zamparini
Coproduzione Litta – Compagnia PianoinBilico
Sino al 31 dicembre 2008

La vanità conta più del piacere, poiché essa si spinge fino all’assurdo di negare a se stessa il piacere se quest’ultimo sembra mettere a rischio uno smisurato amor di sé. La marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont sono due divinità in lotta fra di loro per il possesso del cuore dei mortali. Due divinità non di pari livello, però. Il visconte vive quasi sempre di riflesso rispetto all’energia, alla determinazione, alla prudenza e al gelo della marchesa, la quale arriva esplicitamente a descriversi coi tratti del divino: «eccomi diventata una Divinità, che riceve le opposte suppliche dei ciechi mortali e non cambia nulla dei suoi decreti immutabili» (lettera LXIII).
Si costruiscono senza posa relazioni, si ordiscono intrecci e rapporti con l’obiettivo di possedere il tempo e il corpo dell’oggetto bramato ma tutto ciò si realizza a danno del sentimento. L’idea stessa di innamorarsi suscita terrore coincidendo essa con il ridicolo, suprema offesa alla vanità. Quando la passione compare, nella Signora di Tourvel, non può che assumere i tratti dell’idolatria, della rinuncia totale al sé in favore di un dio: «io l’amo fino all’idolatria e non l’amo ancora quanto merita» (let.CXXXII).
Il romanzo di Choderlos De Laclos è intessuto di una psicologia penetrante e capace di smascherare la genealogia dei sentimenti morali, à la Nietzsche. Quando, ad esempio, Valmont benefica una famiglia contadina allo scopo di apparire in una luce migliore davanti a Madame di Tourvel, osserva di essere stato stupito dal «piacere che si prova a fare il bene; e sarei tentato di credere che quelle che noi chiamiamo persone virtuose non hanno poi tutto quel merito che tutti si compiacciono di metterci davanti agli occhi» (let. XXI). La gratificazione del sé, inevitabile in ogni azione virtuosa, mette quindi in discussione la virtuosità dell’agire. Allo stesso modo, la bontà viene fatta scaturire dalla debolezza; chi non ha artigli si vanta d’essere mite quando la vera magnanimità implica la capacità di colpire e l’astenersi dal farlo: «Ecco gli uomini: tutti uguali, nella scelleratezza dei loro piani, chiamano probità la debolezza nel portarli all’attuazione» (let. LXVI).

L’amore che c’è, l’amore che manca, l’amore irriso, l’amore idolatrato, l’amore cercato, l’amore temuto…ma cos’è per Laclos questo sentimento? Esattamente quello che è per Proust, il riflesso della nostra tenerezza: «l’incanto che crediamo di trovar negli altri esiste solo in noi; e soltanto l’amore fa apparire così bello l’oggetto amato»; a dirlo è, naturalmente, la marchesa di Merteuil (let. CXXXIV).
Di questo tessuto di passioni e di gelo, la messinscena del Litta coglie le geometrie inevitabili, a partire dalla scacchiera nella quale i personaggi si muovono con meccanicità da burattini: davvero, come ripete Valmont nel suo tragico mantra, «trascende ogni mio controllo» (let. CXLI). Impressione rafforzata dai balli. I cinque personaggi, infatti, danzano i tanghi di Astor Piazzolla, movimenti che più di ogni altro coniugano ardore e geometria.
Efficace anche l’idea di far diventare parte della scena brani delle lettere, a sottolineare come questi uomini e queste donne siano fatti di parole e dunque quanto potente la parola sia.
Siamo naturalmente su un livello molto diverso dal magnifico Quartett di Heiner Müller messo in scena da Wilson qualche anno fa ma lo spettacolo di Silvia Mendola ha tutta la freschezza del desiderio.

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