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Mente & Cervello 55 – Luglio 2009

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La decostruzione schopenahueriana e nietzscheana dell’etica dimostra che se per azioni morali si intendono azioni compiute solo per altruismo, allora non esistono azioni morali. Constatazione che ci apparirebbe ovvia se non fossimo permeati di richieste impossibili e innaturali come quelle di alcuni precetti cristiani. Un articolo di D.Ovadia dedicato al “piacere di donare” offre la conferma sperimentale (se ce ne fosse bisogno) di tale banalità: «È evidente che chi dona trae un certo beneficio dal proprio gesto» (pag. 36), non foss’altro la gratificazione per averlo compiuto.

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L’anima dell’acqua

Milano – Palazzo Reale
L’ANIMA DELL’ACQUA
Da Talete a Caravaggio, da Segantini a Bill Viola

Sino al 29 marzo 2009

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La placenta, l’arsura, il divenire, i liquidi di cui siamo composti. L’acqua è davvero l’altro nome della vita, l’acqua è la civiltà umana. Ed è per questo che la mostra può raccogliere testimonianze archeologiche, figurative e letterarie delle mitologie più diverse e più lontane -Mesopotamia, Egitto, Grecia, Cristianesimo- tutte accomunate dalla sacralità dell’acqua. Si comincia con una installazione di Fabrizio Plessi, subito seguita dai busti di Omero, Socrate, Platone, Aristotele e di un filosofo anonimo che naturalmente qui immaginiamo sia Talete.

Poi l’acqua diventa Madre, con le veneri neolitiche, con Iside, con le tante madonne che allattano; diventa Bellezza, pioggia che dà vita e ringiovanisce; diventa Viaggio e dunque anche rischio, naufragio, scoperta, con i versi dell’Ulisse dantesco che si accompagnano alle tante raffigurazioni dell’episodio omerico, la più significativa delle quali mi è sembrata l‘Ulisse e le sirene di Herbert Draper (1909), con le bellissime donne-pesce che si accostano alla nave e  lo sguardo di Odisseo stravolto dal desiderio; l’acqua diventa Morte, grembo a cui tornare come fa Ofelia, come Narciso, immagine del soggetto che più guarda dentro di sé e più affonda nella totalità dell’essere; diventa Catarsi, rito e sacralità del gesto che trasforma l’elemento in salvezza. Chiude la mostra un bozzetto di Adolfo Wildt dal titolo Il santo, il giovane e il vecchio, tre personaggi che si accostano con voluttà a una fonte.

Perché l’acqua è soprattutto bisogno e finitudine, è Limite che intesse ogni istante dell’umano. Davvero, «Water, is taught by thirst» (Emily Dickinson), l’acqua è insegnata dalla sete.

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Caravaggio ospita Caravaggio

Milano – Pinacoteca di Brera
Sino al 29 marzo 2009

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Quattro dipinti ospitati nella sala XV di Brera. La Cena di Emmaus del 1606 è esposta sempre nella Pinacoteca. Per alcuni mesi viene affiancata dal quadro con lo stesso titolo dipinto nel 1601 e di proprietà dalla National Gallery di Londra. L’opera londinese rivela tutto il fulgore misterioso e inquietante del riconoscimento da parte dei due pellegrini, quella di Milano -con un Cristo molto più sofferente- ha la calma del momento successivo, nel quale una sorta di inquieta distanza separa il Redentore dagli altri personaggi.

Il Ragazzo con canestro di frutta (Galleria Borghese di Roma) e il Concerto (Metropolitan Museum di New York) sono le due opere giovanili esposte insieme alle Cene. La sensualità del primo passa attraverso il corpo e lo sguardo del modello come anche attraverso l’evidenza quasi tangibile della natura morta. Il secondo è una fusione di corpi, abiti, strumenti. Le letture che sono state date di quest’opera apparentemente semplice ma enigmatica sono le più varie: Amore e Musica inseparabili; un elogio dei legami omosessuali; l’armonia trinitaria.

Ciò che rimane è la sensazione di una potenza nascosta, di una energia che diventa Forma, Luce.

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Gregory Crewdson – Dream House

Gregory Crewdson
Milano – Galleria Photology
Sino al 22 novembre 2008

La casa è abitata dall’inquietudine e dall’immobilità. Come se le esistenze si fossero fermate su un interrogativo, in un istante di dolore, di meraviglia, di svelamento. Gli umani sono circondati da oggetti, mobili, vegetali. Le scene sono accuratissime. Il crepuscolo o la notte avvolge l’aria e la rende densa di un accadere che sappiamo sarà ma non sapremo come sarà. Il sogno sembra virare a ogni istante verso l’incubo senza però mai toccarlo. È dunque un asintotico sognare, quello di Gregory Crewdson.

Non avevo mai visto la fotografia avvicinarsi sino a questo punto alla pittura. Al di là della presenza nelle scene di noti attori hollywoodiani, al di là dei riferimenti all’arte documentaristica o anche alle solitudini e ai silenzi di Hopper, mi sembra che uno dei segreti di queste immagini così difficili e così potenti sia la luce caravaggesca che si sprigiona dai protagonisti umani e lambisce di sé le cose trasformandosi in tenebra.

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