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«Altri abissi di luce»

Paolo Conte
Diavolo Rosso
Da Appunti di viaggio (1982)

Diavolo rosso  (mp3)

Link al brano su Spotify

Qualcosa di glorioso e di struggente percorre la musica di Paolo Conte, i suoi versi, le note jazz, boogie, rock, blues, da lui continuamente reinventate. Questa malinconica felicità arriva al suo culmine in Diavolo Rosso, brano nel quale la poesia ermetica e rammemorante diventa una sola cosa con il ritmo musicale ripetuto, dionisiaco, veloce, come se il pedale di Giovanni Gerbi – il diavolo rosso che staccava gli altri corridori di incredibili distanze – corresse ancora nello spazio della musica, nelle pianure del canto.
Tutto passa, le «bambine bionde» e gli «uomini grossi come alberi», i «valzer di vento e di paglia» e i «bisbigli d’albergo», il fieno e le lucciole, la notte e gli «altri abissi di luce». Tutti, tutti infine abbracciati dalla «morte contadina / che risale le risaie». E tuttavia anche la poesia di Paolo Conte, anche la sua armonia, «vince di mille secoli il silenzio» (Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 234-235).
Invito caldamente a immergersi nei dodici minuti di esecuzione live di questo brano al Montreux Jazz Festival del 2013.
L’orchestra è composta Luca Enipeo, Nunzio Barbieri, Daniele Dall’Omo (chitarra classica), Piergiorgio Rosso (violino), Luca Velotti (clarinetto) Lucio Caliendo (Oboe), Jino Touche (contrabasso), Daniele Di gregorio (Batteria),  Massimo Pitziani (fisarmonica).
Conte dirige con la sua tipica e discreta ironia; gli assoli costruiscono arabeschi e virtuosismi, in particolare la fisarmonica è una totalità, una potenza; Dall’Omo sembra un tarantato con accanto invece il tranquillo contrabbassista. Ma colui che mai si ferma è il batterista che per tutto il tempo ripete lo stesso gesto – davvero il pedale del diavolo rosso – con una concentrazione e un’indifferenza sovrumane. Si capisce bene perché la musica, questa musica, sia nata con Dioniso. Una canzone visionaria.

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Quelle bambine bionde
con quegli anellini alle orecchie
tutte spose che partoriranno
uomini grossi come alberi
che quando cercherai di convincerli
allora lo vedi che sono proprio di legno.

Diavolo Rosso dimentica la strada
vieni qui con noi a bere un’aranciata
controluce tutto il tempo se ne va.

Guarda le notti più alte
di questo Nord-Ovest bardato di stelle
e le piste dei carri gelate
come gli sguardi dei francesi,
un valzer di vento e di paglia
la morte contadina
che risale le risaie
e fa il verso delle rane
e puntuale
arriva sulle aie bianche
come le falciatrici a cottimo.

Voci dal Sole e altre voci
da questa campagna altri abissi di luce
e di terra e di anima niente
più che il cavallo e il chinino
e voci e bisbigli d’albergo
amanti di pianura
regine di corriere e paracarri
la loro, la loro discrezione antica
è acqua e miele.

Diavolo Rosso dimentica la strada
vieni qui con noi a bere un’aranciata
controluce tutto il tempo se ne va.

Girano le lucciole
nei cerchi della notte
questo buio sa di fieno e di lontano
e la canzone forse sa di Ratafià.

Ça va?

Hemingway
di Paolo Conte
Appunti di viaggio (1982)

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Et alors, Monsieur Hemingway, ça va?
Era persona dura e anche per questo alla lunga le donne non lo tolleravano. Ma non molto gliene importava. E ripeteva impettito e imperterrito a se stesso «conduco le persone a un’altezza tale da far venir loro le vertigini, più non reggono e tornano là da dove le ho tratte». Superbo e sciocco come il secolo. Così si ritrovava solo, poveretto. Ma ora no, ora sentiva tutta la felicità del liberarsi, del librarsi la vita ad altri istanti, del porre una distanza irrimediabile tra sé e i lati di lei che non amava. Che da nulli, all’inizio, o solo in germe, si erano moltiplicati come i pani, cresciuti come alberi fronzuti, come bestie da preda alla riscossa. E avevano divorato il loro amore. Sempre così, sempre così funziona, non lo sai? Bisogna possedere almeno un poco di nobiltà per continuare a rispettare una persona che ti ama molto e che si prostra ai tuoi piedi, al tuo cuore. Lei così nobile non era. E più non rispettava i suoi silenzi. Non rispettava la vigile attenzione, il sorriso l’affetto il desiderio. Ora diceva a se stesso -sempre così sempre così la va-, si diceva che lei neppure era esistita, che l’aveva plasmata dal suo cuore, dal desiderio infinito dell’amore. E quando la statua l’illusione e il triste inganno s’erano dispersi come vento, nulla era rimasto tra le mani ma soltanto la nostalgia di una che mai era stata. E di lui che quel nulla aveva amato. Si ama sempre questo nulla, infine.
Et alors, Monsieur Hemingway, ça va mieux?


[Foto di Cartier-Bresson, La Lune au Bois de Boulogne, particolare]

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