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Risultati della ricerca per: Regno animale

Regno umano

Jean-Baptiste Del Amo
Regno animale
(Règne animal, Gallimard 2016)
Trad. di Margherita Botto
Neri Pozza Editore, 2017
Pagine 411

Due intervalli temporali, due epoche che si intrecciano e convergono «scontrandosi all’infinito con le tenebre» (p. 321). 

Dal 1898 al 1917 si svolge la fatica quotidiana, dura, impassibile di una coppia di contadini in un piccolo paese della Francia, «nella ripetizione dei gesti da epoche immemorabili» (29). La genitrice secca come un ramo, bigotta, sprezzante verso i paesani. Il padre silente, già malato, minerale. Éléonore nata da un amplesso veloce e spento, senza amore, e tuttavia «avida di esistere» (28). Un mondo di campi e di animali che non ha nulla di nostalgico, idilliaco, sentimentale, e mostra invece «i corpi di tutti loro, i contadini, l’odore della loro razza spregevole, delle loro carni misere e stremate, e all’improvviso le sembrano tremendamente fragili, vecchi già a quarant’anni con la morte che gli incombe sul capo, gozzuti, amputati da lame, calcinati dal sole» (118), contigui alle loro bestie e tuttavia di tali bestie insieme padri, giudici, boia. In questo tempo e in questo luogo «uomini e animali nascono, vivacchiano e scompaiono; il padre sopravvive, per miracolo o per disgrazia, fino a metà marzo, poi finalmente muore» (68) e a prendere il suo posto nei campi e nelle stalle è il cugino Marcel, del quale la piccola Éléonore naturalmente si innamora. Sino al punto da accettarlo anche quando la tremenda cesura della guerra restituisce del volto di Marcel una maschera tranciata, non umana.
La guerra. La Prima guerra mondiale che pone fine al regno arcaico dell’Europa agricola e patriarcale, trasformando i contadini in assassini. «Hanno affondato lame nel collo dei maiali e nell’orbita dei conigli. Hanno sparato alla cerbiatta, al cinghiale. Hanno annegato i gattini e sgozzato la pecora. Hanno messo trappole per la volpe, avvelenato i topi, hanno decapitato l’oca, l’anatra, la gallina. Hanno visto uccidere da quando sono nati. Hanno guardato i padri e le madri togliere la vita agli animali. Hanno imparato i gesti, li hanno riprodotti. Anche loro hanno ucciso la lepre, il gallo, la vacca, il porcellino, il piccione. Hanno fatto scorrere il sangue, a volte lo hanno bevuto. Ne conoscono il gusto, l’odore. Ma un crucco? Come si ammazza un crucco?» (125).
La Prima guerra mondiale che sta all’origine dell’immensa sofferenza contemporanea. La guerra in cui i soldati vengono «polverizzati e sparsi tutto intorno, mentre le loro ossa si conficcavano come proiettili di shrapnel nel corpo degli altri uomini» (181-182). La guerra che requisisce ogni possibile risorsa togliendo dalle stalle le giovenche, i cavalli, i maiali necessari alla logistica e all’alimentazione. La guerra che trasforma le retrovie in immensi macelli, degni di quelli di Chicago ai quali i nazionalsocialisti si ispirarono per progettare e implementare i loro Lager: «Bisogna impastoiare l’animale che si dibatte in un ultimo tentativo di sopravvivenza, poi colpirlo con una mazza, più volte, fino a rompergli le ossa del cranio, spappolargli il cervello che sprizza dall’orecchio quando la bestia cade su un fianco e muore sussultando su un letto di visceri ancora caldi. Le lame delle mannaie hanno perso il filo a furia di tranciare ossa e tendini. I coltelli non tagliano più le gole; allora i macellai le segano. Alcuni agnelli urlano giorno e notte  mentre le loro madri vengono legate per le zampe, appese e sventrate da vive» (155). Azioni come queste si moltiplicano allo scopo di nutrire la carne umana che i cannoni e le granate di una guerra abietta trasformeranno in fango.

1981. Éléonore è la matriarca della fattoria che è diventata ora un allevamento industriale di maiali. Il figlio avuto da Marcel, Henri, ha generato Serge e Joël. Serge ha generato Julie-Marie e Jérôme. Catherine, moglie di Serge, rifiuta quel luogo di puzza e di sterminio, respinge i familiari che «hanno acquisito, di generazione in generazione, questa capacità di produrre e trasudare l’odore dei maiali, di puzzare spontaneamente di maiale» (216) e si chiude in se stessa, si spranga dentro il sogno spezzato della vita.
Vita che muore è infatti quella che trionfa nella estesa porcilaia dentro la quale Henri, Serge e Joël divengono una cosa sola con gli animali, diventano i loro tiranni e insieme le loro vittime. Un mondo di verri, di scrofe, di suinetti, di maiali e di fattrici, nel quale «lo sperma stilla, sgocciola, cola» (25) insieme alle deiezioni e agli escrementi che vanamente i tre uomini cercano di contenere: «I maiali pisciano e cacano tutto il giorno nell’esiguo spazio dei recinti che a malapena permette loro di muoversi, li costringe a evacuare sotto di sé, a calpestare i loro escrementi, sdraiarvisi sopra, rotolarvisi, finché l’urina sprizzata rumorosamente dalla vulva e dal pene non scioglie le feci agglutinate, gli stronzi che esplodono, formando un fango nel quale scalpicciano e affondano automaticamente il grugno sbigottito e inutile. Quella diarrea straripa, esonda da ogni minimo interstizio, da ogni minima fenditura, cola su ogni minima pendenza del terreno, ristagna in pozze spesse e nere negli avvallamenti e nelle aree piatte» (245).
Tutto questo diventa cibo, mortadella, prosciutto, costolette. Gli allevamenti industriali di maiali e di altri animali producono «un’immensa infezione pazientemente contenuta e controllata dagli uomini, fino alle carcasse che il mattatoio rigurgita nei supermercati per quanto vengano lavate con la candeggina e tagliate a fette rosa e poi imballate nel cellophane su vassoietti di polistirolo di un bianco immacolato, si portano dietro l’invisibile lerciume della porcilaia, infime tracce di merda, i germi e i batteri contro i quali loro combattono una battaglia che pure sanno persa in partenza […], tutto questo per rimediare alle carenze e alle deficienze deliberatamente create dalla mano dell’uomo» (285), generando «un circolo virtuoso o infernale in cui la merda e la carne non sono più dissociabili» (304), emblema di un regno assai più vasto, l’intera materia vivente e come tale destinata alla decomposizione, «la porcilaia come culla della loro barbarie e di quella del mondo» (289).

Un mondo di sangue, di indifferenza e di sterco, di creature «meschine, subdole, calcolatrici, come sanno esserlo i bambini» (222), di gatti che sembrano e sono «piccole divinità atarassiche» (255). Un mondo fuori dalla fattoria che si mostra degno -nella sua ottusa violenza- della stessa porcilaia. Un mondo di suinetti fracassati contro i muri, di veleni che gli umani spargono e ingeriscono, dei quali si nutrono perché «ciò che spargono e polverizzano sulle terre da tanto tempo -il DDT, il clordano, i PCB- sono schifezze. […] L’incremento della resa è esponenziale, tutto li incoraggia all’uso dei pesticidi: l’Europa, le associazioni agricole, persino il buon senso. Hanno fede nel progresso, nella tecnologia e nella scienza» (322). In questo mondo funebre e demente, due entità accennano ad altre ontologie, ad altre luci.
La prima è un’antica quercia che «regna, indifferente al divenire degli uomini, alle loro vite e alle loro morti risibili. Amanti le hanno versato ai piedi il loro seme, uomini ubriachi e sprezzanti le hanno pisciato sul tronco, labbra hanno mormorato segreti e giuramenti negli incavi della sua corteccia. Capanne sono state costruite alla biforcazione dei rami per poi cadere a pezzi, abbandonate dai giochi dei bambini. Chiodi sono stati piantati e poi si sono arrugginiti e sono scomparsi. I vecchi passeggiano ancora dal paese al praticello, sul sentiero creato dagli andirivieni, per ripararsi alla sua ombra. Se conoscono l’albero da sempre, l’albero li conosce da sempre, loro e quelli fra i loro avi che hanno appoggiato una mano nello stesso punto, con la stessa carezza che accenna sul tronco la loro mano contorta, una mano di bimbo diventata mano di vecchio, e poi mano di bimbo nuovamente» (87).
La seconda entità è un maiale che Henri, Serge e Joël chiamano la Bestia. Un formidabile maschio frutto di incroci che lo hanno reso una creatura che «pesa quattrocentosettanta chili, è alta un metro e quaranta al garrese per quattro metri di lunghezza» (257). La Bestia riesce a fuggire dalla porcilaia e nella sua libertà «sente l’odore degli uomini lontano e come dissolto attraverso gli anni, stranamente rassicurante. Sgombera un angolo e si sdraia contro un muro. Tiene l’occhio aperto e scruta la notte» (408).
Il regno umano -naturale e mostruoso- trova un riscatto nell’altro da sé, nella differenza, in una quercia immobile, in un maiale in fuga. Il regno umano narrato in modo esatto, interiore e distante.

Alimentazione e ambiente

Fabbriche di carne: gli allevamenti intensivi in Europa
(byoblu, 8.3.2019, durata 6.40)

Ho poco da aggiungere a questo breve video, chiaro e pacato. Esso mostra con efficacia che la prima forma di rispetto dell’ambiente passa attraverso l’alimentazione. E questo non per motivazioni sentimentali o psicologiche ma per ben più corpose ragioni politiche, economiche, “ecologiche” nel senso strutturale e non da sospiro etico o da semplice fenomeno mediatico.

Segnalo anche una mia sintesi di qualche anno fa -pubblicata su Girodivite.it, 14.2.2008- nella quale ho indicato undici motivi per essere vegetariani, «non solo per gli altri animali» ma anche per l’animale umano: Essere vegetariani: le ragioni

Consiglio infine la lettura di uno dei migliori romanzi contemporanei: Regno animale, di Jean-Baptiste Del Amo.

 

Mente & Cervello 50 – Febbraio 2009

mc_50_febbraio_2009

 

Che fatica per la “civiltà cristiana” accettare le persone e le loro differenze, tutta presa com’è a salvare l’intera umanità. E dunque si può solo sperare che quanto ad alcuni di noi appare evidente lo diventi col tempo anche per papisti, protestanti e simili gruppi…Ad esempio, L.Torno ricorda che la questione odierna dell’omosessualità è analoga a quella «del mancinismo (anche in questo caso, a volte completo e altre solo per alcune attività) per secoli condannato come possessione diabolica» (p. 7). C’è da sorridere (amaramente) quando Sommi Pontefici e teologi parlano di “morale naturale”, come qualcosa di tetragono, unico e assoluto. La Natura, quella reale e non quella antropomorfica sulla quale già Senofane scagliava la sua ironia, è infatti e per fortuna un mondo di differenze, di molteplicità, di straordinarie bizzarrie

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Archivio del libro del mese

Archivio 2019 del Libro del mese

1. Martin Heidegger, Parmenide, Adelphi

2. Carl Schmitt, Amleto o Ecuba. L’irrompere del tempo nel gioco del dramma, il Mulino

3. Alain de Benoist, Le sfide della postmodernità. Sguardi sul terzo millennio, Arianna Editrice

4. Martin Heidegger, Il principio di ragione, Adelphi

 

Archivio 2018 del Libro del mese

1. Philip Roth L’animale morente, Einaudi

2. Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi

3. Ernesto De Cristofaro, Il senso storico della verità. Un percorso attraverso Foucault, il melangolo

4. Franco Volpi, La selvaggia chiarezza. Scritti su Heidegger, Adelphi

5. Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Garzanti

6. Maurice Merleau-Ponty

7. Edmund Husserl, Per la fenomenologia della coscienza interna del tempo, Franco Angeli

8. Nicola Chiaromonte, La rivolta conformista. Scritti sui giovani e il ’68, Una città – Fondazione Alfred Lewin

9. Dino Battaglia, Lovercraft e altre storie, Edizioni NPE

10. William Golding, Il Signore delle Mosche, Bibliotex

11. Friedrich-Wilhelm von Herrmann / Francesco Alfieri, Martin Heidegger. La vérité sur ses Cahiers noirs, Gallimard

12. Louis-Ferdinand Céline, La Chiesa, Irradiazioni

13. Martin Heidegger, Contributi alla filosofia (Dall’evento), Adelphi

14. Jean-Baptiste Del Amo, Regno animale, Neri Pozza Editore

15. Emil Cioran

 

Archivio 2017 del Libro del mese

1. Friedrich Dürrenmatt, La morte della Pizia, Adelphi

2. Rocco De Biasi, Che cos’è la Sociologia della cultura, Carocci

3. Alexei Chernyakov, The Ontology of Time. Being and Time in the Philosophies of Aristotle, Husserl and Heidegger, Kluwer

4. Günter Wohlfart, Der Augenblick. Zeit und ästhetische Erfahrung bei Kant, Hegel, Nietzsche und Heidegger mit einem Exkurs zu Proust, Verlag Karl Alber

5. Martin Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi

6. Giorgio Colli, Apollineo e Dionisiaco, Adelphi

7. Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà , Feltrinelli

8. Henri Bergson, Storia della memoria e storia della metafisica, ETS

9. Hans Blumenberg, Tempo della vita e tempo del mondo, Il Mulino

10. Carl Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi

11. Louis-Ferdinand Céline, Morte a credito, Corbaccio

 

Archivio 2016 del Libro del mese

1. Emil Cioran, Il funesto demiurgo, Adelphi

2. Giuseppe O. Longo, L’acrobata, Einaudi

3. Patrick Süskind, Il Profumo, Longanesi

4. Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio

5. Luca Grecchi, Discorsi sulla morte, Petite Plaisance

6. Friedrich Dürrenmatt, Racconti, Feltrinelli

7. Anatole France, Il procuratore della Giudea, Sellerio

8. Estelle Monbrun, Delitto in casa Proust, Robin Edizioni

9. Vincenzo Crapio, Al guinzaglio del Tempo, Carthago

10. Konrad Lorenz, Natura e destino, Mondadori

11. Pierre Choderlos de Laclos, Le relazioni pericolose, Garzanti

12. Aa. VV., La logica del tempo, Boringhieri

13. Tito Schabert – Matthias Riedl (a cura di), Das Ordnen der Zeit – Eranos, 10 / 2003, Königshausen & Neumann

14. Aa. Vv. Enciclopedia Einaudi, Volume 15 – SistematicaEinaudi

 

Archivio 2015 del Libro del mese

1. Marcel Proust, La fuggitiva, Einaudi

2. Edmund Husserl, Meditazioni cartesiane, Bompiani

3. Javier Marías, Domani nella battaglia pensa a me, Einaudi

4. Irwin Chester Lieb, Past, Present, and Future, University of Illinois Press

5. Giordano Bruno, De gli eroici furori, Sansoni

6. Carlo Emilio Gadda, Le bizze del capitano in congedo, Adelphi

7. Lev Nikolajevic Tolstòj, Guerra e pace, Einaudi

8. Giovanni Macchia, Tra Don Giovanni e Don Rodrigo, Adelphi

9. Fausta Squatriti (a cura di), Pollice verso. Storia di un arazzo. Arte e industria nella Milano di fine Ottocento, Nardini Editore

10. Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli

11. Fernand Braudel (a cura di), Problemi di metodo storico. Antologia delle Annales, Laterza

 


Archivio 2014 del Libro del mese

1. Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, Einaudi

2. Louis-Ferdinand Céline, Tre balletti senza musica, senza gente, senza niente, Archinto

3. Vincenzo Costa, Husserl, Carocci

4. Filippo Scuderi, Novantacentodieci, Giuseppe Maimone Editore

5. Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, Garzanti

7. Marcel Proust, La prigioniera, Einaudi

8. Edwin. A. Abbott, Flatlandia. Racconto fantastico a più dimensioni, Adelphi

9. Johan Huizinga, Homo ludens, Il Saggiatore

10. Carlo Emilio Gadda, Verso la Certosa, Adelphi

11. Stephen Jay Gould, Terra e Tempo, Feltrinelli

12. Louis-Ferdinand Céline, Rigodon, Einaudi

13. Steven Nadler, Baruch Spinoza e l’Olanda del Seicento, Einaudi

 


Archivio 2013 del Libro del mese

1. Marcel Proust, La strada di Swann, Einaudi

2. Elsa Morante, Aracoeli, Einaudi

3. Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore, Einaudi

4. Edmund Husserl, Ricerche logiche I, Net

5. Martin Heidegger, Identità e Differenza, Adelphi

6. Marcel Proust, I Guermantes, Einaudi

7. Louis-Ferdinand Céline, Nord, Einaudi

8. Ernesto De Martino,  La terra del rimorso, Il Saggiatore

9. Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi

10. Russel Foster – Leon Kreitzman,  I ritmi della vita, Bollati Boringheri

11. Irvin D. Yalom,  Il problema Spinoza, Neri Pozza

 


Archivio 2012 del Libro del mese

1. Elias Canetti, Auto da fé, Adelphi

2. Jacob Burckhardt, Sullo studio della storia, Boringhieri

3. Thomas Mann, La montagna incantata, Dall’Oglio

4. Giornale di Metafisica. Pluralità e interpretazione, Tilgher

5. Paul Davies, I misteri del tempo. L’universo dopo Einstein, Mondadori

6. Maurice Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito, SE

7. Fëdor Dostoevskij, L’idiota, Einaudi

8. Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita, Einaudi

9. René Girard, Desiderio e risentimento, Raffaello Cortina Editore

10. Louis-Ferdinand Céline, Da un castello all’altro, Einaudi

11. Charles Baudelaire, I Fiori del male, Garzanti

12. Friedrich Dürrenmatt, Greco cerca greca, Einaudi

13. Luciano Lanza, Bombe e segreti. Piazza fontana: una strage senza colpevoli, con un’intervista a guido salvini, elèuthera

 


Archivio 2011 del Libro del mese

1. Jacques Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale, Einaudi

2. François de La Rochefoucauld, Massime. Riflessioni varie e autoritratto, Rizzoli

3. Arthur Schopenhauer, La libertà del volere umano, Laterza

4. Guy Debord, La Société du Spectacle – Commentaires sur la société du spectacle, Gallimard

5. Isaiah Berlin, Il legno storto dell’umanità, Adelphi

6. Martin Heidegger, Conferenze di Brema e Friburgo, Adelphi

7. Joseph LeDoux, Il Sé sinaptico. Come il nostro cervello ci fa diventare quello che siamo, Raffaello Cortina Editore

8. José Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, Il Mulino

9. Edward O. Wilson,  L’armonia meravigliosa. Dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza, Mondadori

10. Alexius Meinong, Teoria dell’oggetto, Quodlibet

11. Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Come mutano le idee della scienza, Einaudi

12. Albert Camus, L’étranger, Gallimard

 


Archivio 2010 del Libro del mese

1. David Abulafia, Federico II. Un imperatore medioevale, Einaudi

2. Carlo Maria Cipolla, Allegro ma non troppo, Il Mulino

3. Marco de Paoli, Furor logicus. L’eternità nel pensiero di Emanuele Severino, Franco Angeli

4. Aa. Vv., Lire Proust

5. Vladimir Jankélévitch, La morte, Einaudi

6. Eugène Minkowski, Il tempo vissuto, Einaudi

7. Umberto Eco, Segno, Isedi

8. George Orwell, 1984, Mondadori

9. Giorgio Colli, Scritti su Nietzsche, Adelphi

10.  Breviario dei politici, secondo il Cardinale Mazzarino, Rizzoli

11. Aristotele,  La “melanconia” dell’uomo di genio (Problemata 30,1), il Melangolo

12. Robert Hughes, La cultura del piagnisteo, Adelphi

13. Barrington Moore jr, Le origini sociali della dittatura e della democrazia, Einaudi

14. Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Einaudi

15. Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Einaudi

 


Archivio 2009 del Libro del mese

1. Aa. Vv., La mente. Tradizioni filosofiche, prospettive scientifiche, paradigmi contemporanei (a cura di Gensini e Rainone), Carocci

2. Elias Canetti Massa e potere Adelphi

3. Eric. R. Dodds, I Greci e l’Irrazionale La Nuova Italia

4. Roberta De Monticelli – Carlo Conni  Ontologia del nuovo Bruno Mondadori

5. Anonimo, Trattato dei tre impostori. La vita e lo spirito del Signor Benedetto de Spinoza Einaudi

6. Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet, Einaudi

7. Aa. Vv., Metafisica. Classici contemporanei, (a cura di Achille C. Varzi), Laterza

8. Carlo Emilio Gadda, Accoppiamenti giudiziosi, Garzanti

9. Sandro Nannini, La nottola di Minerva. Storie e dialoghi fantastici sulla filosofia della mente, Mimesis

10. Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi

11. Giuseppe O. Longo, Di alcune orme sopra la neve, Mobydick

12. Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi

13. Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, audiolibro

14. David Hume, Sul suicidio (e altri saggi scelti), Villaggio Maori Edizioni

15. Anonimo Anonymous, L’Expo di Justin Durban, Tbook

16. Alda Merini, La carne degli angeli, Frassinelli

17. Celso, Il discorso vero, Adelphi

18. Aa. Vv., Stanley Kubrick, Giunti

19. Arnold Gehlen, Einblicke, Vittorio Klostermann

 


Archivio 2008 del Libro del mese

1. Brian Greene, La trama del cosmo. Spazio, tempo, realtà, Einaudi

2. Roberto Marchesini – Sabrina Tonutti, Manuale di zooantropologia, Meltemi

3. Autori Vari, Biancoghiaccio, Villaggio Maori Edizioni

4. Ilya Prigogine – Isabelle Stengers, La Nuova Alleanza. Metamorfosi della scienza, Einaudi

5. Carlo Emilio Gadda, L’Adalgisa. Disegni milanesi, Garzanti

6. Giuseppe O. Longo, Il senso e la narrazione, Springer Verlag Italia

7. Marcel Proust, Il Tempo ritrovato, Einaudi

8. Lavr Divomlikoff, Rakie (L’enfant posthume), Ege. Edizioni generali europee

9. Marco Aurelio Antonino, Ricordi – A se stesso, Rizzoli

10. Irenäus Eibl-Eibesfeldt, Etologia umana. Le basi biologiche e culturali del comportamento, Bollati Boringhieri

 


Archivio di Mente & cervello

 

2016

Mente & cervello 134 – Febbraio 2016

 

2015

Mente & cervello 121 – Gennaio 2015

Mente & cervello 122  – Febbraio 2015

Mente & cervello 123  – Marzo 2015

Mente & cervello 124 – Aprile 2015

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Mente & cervello 126 – Giugno 2015

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Mente & cervello 130- Ottobre 2015 

Mente & cervello 132 – Dicembre 2015

 

 

2014

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Mente & cervello 110 – Febbraio 2014

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Mente & cervello 114- Giugno 2014

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2013

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2012

Mente & cervello 85 – Gennaio 2012

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Mente & cervello 87 – Marzo 2012

Mente & cervello 88 – Aprile 2012

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Mente & cervello 93- Settembre 2012

Mente & cervello 94 – Ottobre 2012

Mente & cervello 95 – Novembre 2012

Mente & cervello 96 – Dicembre 2012

 

2011

Mente & cervello 73 – Gennaio 2011

Mente & cervello 74 – Febbraio 2011

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2010

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Mente & cervello 71 – Novembre 2010

Mente & cervello 72 – Dicembre 2010

 

2009

Mente & cervello 49 – Gennaio 2009

Mente & Cervello 50 – Febbraio 2009

Mente & Cervello 51 – Marzo 2009

Mente & Cervello 52 – Aprile 2009

Mente & Cervello 53 – Maggio 2009

Mente & Cervello 54 – Giugno 2009

Mente & Cervello 55 – Luglio 2009

Mente & Cervello 56 – Agosto 2009

Mente & Cervello 57 – Settembre 2009

Mente & Cervello 58 – Ottobre 2009

Mente & cervello 59 – Novembre 2009

Mente & cervello 60 – Dicembre 2009

 

2008

Mente & cervello 47 – Novembre 2008

Mente & cervello 48 – Dicembre 2008

 

Archivio 2007 del Libro del mese

1. Aa. Vv., Aut Aut 230. Corpi senz’anima, Il Saggiatore

2. D.A.F. De Sade, La filosofia nel boudoir, Garzanti

3. James Hillman, Saggio su Pan, Adelphi

4. Andrea Iacona, L’argomentazione, Einaudi

5. Emile Cioran, Squartamento, Adelphi

6. Philip K. Dick, Ubik, Fanucci

7. Giovanni Semerano, L’infinito: un equivoco millenario, Bruno Mondadori

8. James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi

9. Aa. Vv., Ivan Theimer, Federico Motta Editore

10. Aa. Vv., Filosofia analitica. Temi e problemi, Carocci

11. Thomas Bernhard, Il nipote di Wittgenstein. Un’amicizia, Adelphi

12. James Hillman, La vana fuga dagli Dèi, Adelphi

13. Aa. Vv., Trasgressioni – 45, La Roccia di Erec


Archivio 2006 del Libro del mese

1. Monica Colpi Buchi neri evanescenti Nottetempo

2. Davide Sparti Identità e coscienza Il Mulino

3. Stéphane Mallarmé Poesie e prose Garzanti

4. Marco Salucci (a cura di) La teoria dell’identità. Alle origini della filosofia della mente Le Monnier

5. Martin Heidegger Essere e tempo Mondadori

6. Robert Graves Jesus Rex Bompiani

7. Felice Cimatti Il senso della mente. Per una critica del cognitivismo Bollati Boringhieri

8. Erwin Rohde Psiche. Culto delle anime e fede nell’immortalità presso i Greci Laterza

9. Konrad Lorenz L’anello di Re Salomone Adelphi

1o. Dan Lloyd, Radiant Cool. Lo strano caso della mente umana Sironi Editore

11. Luciano Floridi (a cura di), The Blackwell Guide to the Philosophy of Computing and Information Blackwell Publishing

12. Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Mondadori


Archivio 2005 del Libro del mese

1. Julian Jaynes Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza Adelphi

2. Alessandro Manzoni Storia della colonna infame Rizzoli

3. Sam Williams Storia dell’Intelligenza Artificiale Garzanti

4. Fernand Braudel Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II Einaudi

5. Giuseppe O. Longo Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura Laterza

6. Martin Heidegger I problemi fondamentali della fenomenologia Il Melangolo

7. Blaise Pascal Le Provinciali Einaudi

8. Giuseppe O. Longo Il fuoco completo Mobydick

9. Vilayanur S. Ramachandran Che cosa sappiamo della mente Mondadori

10. Douglas R. Hofstadter – Daniel C. Dennet L’Io della mente. Fantasie e riflessioni sul Sé e sull’anima Adelphi

11. Friedrich Nietzsche Epistolario. Vol. IV, 1880-1884 Adelphi

12. Autori vari (a cura di M.L. Cappuccio). Dentro la Matrice. Filosofia scienza e spiritualità in Matrix Alboversorio

13. Eugen Drewermann Sulla immortalità degli animali. Una speranza per la creatura che soffre Neri Pozza Editore

14. Naief Yehya Homo cyborg. Il corpo postumano tra realtà e fantascienza Eléuthera

15. Gabriel Garcìa Màrquez Memoria delle mie puttane tristi Mondadori

16. Giorgio De Santillana – Hertha von Dechend Il Mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo Adelphi

17. Ottavia Spisni Dalla fisica alla mistica Tracce

18. Michel Houellebecq La possibilità di un’isola Bompiani

19. N. Katherine Hayles How We Became Posthuman. Virtual Bodies in Cybernetics, Literature, and Informatics
The University of Chicago Press


Archivio 2004 del Libro del mese

1. Luigi Ruggiu (a cura di) Filosofia del Tempo Bruno Mondadori

2. Giulietto Chiesa La guerra come menzogna Nottetempo Editore

3. Jean-Yves Tadié – Marc Tadié Il senso della memoria Edizioni Dedalo

4. Timothy O’Connor – David Robb (a cura di), Philosophy of Mind. Contemporary readings Routledge

5. Eugenio Mazzarella Opera media (Poesie) Il Melangolo

6. Philip K. Dick Mutazioni Feltrinelli

7. Salvatore La Porta Il 17 Villaggio Maori Edizioni

8. E.Fiorani e J.Ceresoli (a cura di) Ibridazioni Apèiron

9. Walter F. Otto Dioniso. Mito e culto Il Melangolo

10. Autori Vari Visioni da Matrix. Tracce di un presente Cyber Sperling & Kupfer

11. Roberto Casati – Achille Varzi Semplicità insormontabili. 39 storie filosofiche Laterza

12. Philip K. Dick Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Fanucci editore

13. Vincenzo Di Spazio Il Meridiano del Tempo Aquarius

14. John L. Casti I cinque di Cambridge Raffaello Cortina

15. Jorge Luis Borges Tutte le opere, I Mondadori

16. Eugenio Mazzarella Vie d’uscita. L’identità umana come programma stazionario metafisico Il Melangolo

17. Federica Facchin Mente/Corpo. Bibliografia ragionata Unicopli


Archivio 2003 del Libro del mese

1. Riccardo Manzotti – Vincenzo Tagliasco Coscienza e realtà. Una teoria della coscienza per costruttori e studiosi di menti e cervelli Il Mulino

2. Franco Cardini (a cura di) La paura e l’arroganza Laterza

3. Luciano Floridi Philosophy and Computing. An introduction Routledge

4. Autori Vari Cultura tedesca / Deutsche Kultur, numero 20 – ottobre 2002, NIETZSCHE Donzelli

5. Roberto Marchesini Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza Bollati Boringhieri

6. Giuseppe Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo Feltrinelli

7. Antonio Damasio Looking for Spinoza. Joy, Sorrow, and the Feeling Brain Harcourt

8. Alda Merini La carne degli angeli Frassinelli

9. Autori Vari Preghiere pagane Stampa Alternativa

10. Yurij Castelfranchi – Oliviero Stock Macchine come noi. La scommessa dell’Intelligenza Artificiale Laterza

11. Bruno Snell La cultura greca e le origini del pensiero europeo Einaudi

12. Martin Davis Il calcolatore universale. Da Leibniz a Turing Adelphi

 


Archivio 2002 del Libro del mese

1. D.Massaro – A.Grotti Il Filo di Sofia. Etica, comunicazione e strategie conoscitive nell’epoca di Internet Bollati Boringhieri

2. F. Andrietti – D.Generali Storia e storiografia della scienza. Il caso della sistematica FrancoAngeli

3. Carlo Formenti Incantati dalla rete. Immaginari, utopie e conflitti nell’epoca di Internet Raffaello Cortina

4. James Bailey Il postpensiero. La sfida dei computer all’intelligenza umana Garzanti

5. Martin Heidegger Sentieri interrotti La Nuova Italia

6. Autori Vari Antichità Classica Garzanti

7. Douglas R. Hofstadter Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante Adelphi

8. Inni omerici Rizzoli

9. Hubert L. Dreyfus Che cosa i computer non possono fare. I limiti dell’Intelligenza Artificiale Armando Editore

10. Autori Vari Sicilia. Guide Verdi Touring Touring Club Italiano

11. Eugenio Mazzarella Ermeneutica dell’effettività Guida

12. Tomás Maldonado Critica della ragione informatica Feltrinelli

13. Eddy Carli (a cura di) Cervelli che parlano. Il dibattito su menti, cervelli e intelligenza artificiale Bruno Mondadori

 


Archivio 2001 del Libro del mese

1. Daniela Maddalena Il cretino cognitivo Carabà Edizioni

2. René Girard La violenza e il sacro Adelphi

3. Karl Kerényi Dioniso. Archetipo della vita indistruttibile Adelphi

4. Giovanni Stelli – David Lanari Modelli di insegnamento della filosofia Armando Editore

5. Calvo-Ciotti-Roncaglia-Zela Frontiere di Rete. Internet 2001: cosa c’è di nuovo Laterza

6. Friedrich Nietzsche Intorno a Leopardi Il Melangolo

7. Ernst Cassirer Saggio sull’uomo Armando Editore

8. T.W.Bynum-J.H.Moor La Fenice digitale. Come i computer stanno cambiando la filosofia Apogeo


Archivio 2000 del Libro del mese

1. Karl Loewith Spinoza. Deus sive Natura Donzelli

2. Federico De Roberto I Viceré Garzanti

3. Mazzino Montinari Che cosa ha detto Nietzsche Adelphi

4. Leonardo da Vinci Scritti letterari – L’uomo e la natura Rizzoli – Feltrinelli

5. Norbert Elias La civiltà delle buone maniere Il Mulino

6. Eugenio Mazzarella Nietzsche e la storia Guida

7. Gustave Le Bon Psicologia delle folle Longanesi

8. Jacob L. Talmon Le origini della democrazia totalitaria Il Mulino

9. Autori vari Stanley Kubrick Paravia

10. Vincenzo Consolo Il sorriso dell’ignoto marinaio Einaudi

11. Baruch Spinoza Epistolario Einaudi

12. Gustave Flaubert Dizionario dei luoghi comuni Adelphi

13. Klibansky – Panofsky – Saxl Saturno e la melanconia Einaudi

14. Fabrizio Polacco La cultura a picco. Il nuovo e l’antico nella scuola Marsilio

15. Aldous Huxley Il mondo nuovo – Ritorno al mondo nuovo Mondadori

16. Autori vari Sicilia. Antologia letteraria (da Goethe a Bufalino) Touring Club Italiano

17. Alain de Benoist Comunismo e nazismo. 25 riflessioni sul totalitarismo nel XX secolo (1917-1989) Arianna Editrice

18. Paolo D’Iorio HyperNietzsche P.U.F.

19. Giuliano Imperatore Alla Madre degli Dèi e altri discorsi Valla – Mondadori

20. Dario Sacchi L’ateismo impossibile. Ritratto di Nietzsche in trasparenza Guida


Archivio del Libro del mese

1. AA. VV. Internet ’97 Laterza

2. François Furet Il passato di un’illusione Mondadori

3. Pier Paolo Pasolini Lettere luterane Einaudi

4. E.M.Cioran Storia e utopia Adelphi

5. Konrad Lorenz L’aggressività (Il cosiddetto male) Mondadori

6. Hannah Arendt Le origini del totalitarismo Edizioni di Comunità

7. AA. VV. Noi e i Greci Einaudi

8. Giuseppe Ungaretti Sentimento del tempo Mondadori

9. Corrado Stajano Un eroe borghese Einaudi

10. Lucio Russo Segmenti e bastoncini Feltrinelli

11. Jared Diamond Il terzo scimpanzé Bollati Boringhieri

12. Voltaire Dizionario filosofico Garzanti

13. Eugenio Mazzarella Sacralità e vita. Quale etica per la bioetica? Guida

14. Epicuro Lettera sulla felicità Edizioni Millelire

15. Karl Popper, Cattiva maestra televisione, Reset

16. Konrad Lorenz Gli otto peccati capitali della nostra civiltà Adelphi

17. Arnold Gehlen Antropologia filosofica e teoria dell’azione Guida

18. Marguerite Yourcenar Memorie di Adriano Einaudi

19. Vincenzo Consolo Lo spasimo di Palermo Mondadori

20. Stephen Hawking Dal Big Bang ai Buchi Neri Rizzoli

21. Luciano Pellicani La società dei giusti Etaslibri

22. Giacomo Debenedetti Il romanzo del Novecento Garzanti

23. George L. Mosse La nazionalizzazione delle masse Il Mulino

24. John Stuart Mill Saggio sulla libertà Il Saggiatore

25. I. Eibl-Eibesfeldt Etologia della guerra Bollati Boringhieri

26. Wolfgang Sofsky Saggio sulla violenza Einaudi

27. Vamba Il Giornalino di Gian Burrasca Rizzoli

28. Desmond Morris La scimmia nuda Bompiani

20. Giorgio Celli Konrad Lorenz. Scienziato e guru della natura Le Scienze

30. Eugenio Mazzarella Un mondo ordinato (Poesie) Palomar

Simbiosi

Steve McCurry – “Animals” 
Milano – Museo delle Culture
A cura di Biba Giacchetti
Sino al 14 aprile 2019

La simbiosi con l’altro animale è l’identità dell’umano. Una simbiosi fatta di archetipi -il bambino/toro; di paure -lo sguardo della scimmia-; di strumentalità e condivisione –la bella ragazza etiope con il suo gallo-; di ferocia -il cormorano morente nel petrolio e i cammelli in fuga dall’apocalisse petrolifera nella guerra scatenata dagli USA in Kuwait.
Durante la presentazione della mostra al Museo delle Culture, Steve McCurry ha riferito di aver visto crudeli combattimenti tra cani e altre specie di animali in Afghanistan, di aver assistito al rogo di animali vivi da parte di soldati negli zoo durante la guerra del Golfo. Ma di quei combattimenti nelle sue foto non c’è traccia. Non c’è traccia di animali diventati torce, non c’è traccia dei lager -allevamenti, macelli, stabulari e laboratori di vivisezione– dove gli altri animali subiscono torture senza fine da parte degli umani. Su questi luoghi vige un tabù fortissimo, domina un’invisibilità che soltanto pochi sono disposti a rendere manifesta (lo hanno fatto di recente Stefano Belacchi e Benedetta Piazzesi lavorando sul fotoreportage animalista).
Ma Steve McCurry rende ugualmente testimonianza all’animale con la sua magnifica arte fotografica. Da queste immagini infatti il silenzio dell’animale emerge come una parola potente, enigmatica, ancestrale, cosmica. Lo sguardo animale descrive il mondo, il limite del quale è intriso, il sempre che diviene e che va, sino alla fine, sino a «quelle profondità spumose dove più niente esiste…», come scrisse Céline a conclusione del suo ultimo romanzo, la cui dedica suona: «Agli animali».
Le immagini di McCurry disegnano i colori splendenti della materia, dello sguardo, della vita che diviene, della vita che va.

Testi

 

Videorecensione di Diego Bruschi a Nomadismo e benedizione –  luglio 2011

Recensione di Giusy Randazzo a La mente temporale, su Giornale di Metafisica 32 (3/2010), pp. 693-697 – Giugno 2011

Videorecensione di Diego Bruschi a La mente temporale – Dicembre 2010

Modesta Di Paola: una nota su Nomadismo e benedizione in Nomadismo e interdisciplinariedad

Alessio Calabresi: recensione a La mente temporale

Marina Guerrisi sul festival di Filosofia 2009

Anna: risposta a Il corpo delle donne

Denis Collin: recensione a Dispositivi semantici

Augusto Cavadi: recensione a Dispositivi semantici

Davide Dell’Ombra: presentazione di Neurofenomenologia

Salvatore Stefanelli su Neurofenomenologia

Franco Toscani su Nomadismo e benedizione

Davide Dell’Ombra su Nuova Civiltà delle Macchine 2/2006

Ottavia Spisni su Neurofenomenologia

Giovanni Polimeni su Nomadismo e benedizione

Carlo Forin sui nomi degli dèi

Cateno Tempio su Contro il Sessantotto

Marina Guerrisi sul festival di Filosofia 2006

Davide Dell’Ombra su Cyborgsofia

Massimiliano Lorenzo Cappuccio su Cyborgsofia

Elena Piazza su Cyborgsofia

Vincenzo Di Spazio sul Tempo somatizzato

Eugenio Mazzarella su Cyborgsofia

Su Stanley Kubrick


Festival di Filosofia 2009
Comunità

NESSUNO E’ IMMUNE

di Marina Guerrisi

 

Credo che quando la filosofia apre le porte alla comunità per discutere sulla comunità stessa, il dualismo teoresi-prassi si trasformi in prassi teoretica: la possibilità di applicare all’attualità storica concetti umanamente condivisibili. Giacomo Marramao conferma: “il presente non coincide con l’attuale. Presente è scorgere la piega inattuale che consiste nel ricostruire la memoria per migliorare il futuro.” Essere-in-comunità non è da intendersi dunque come identità culturale autarchica ma principalmente come interazione di processi, giunture, nodi. Modalità dell’essere non dell’avere – in comune.

Il Festival Filosofia acquista quest’anno il pieno senso letterale dell’essere insieme per il linguaggio, a favore di quel riferirsi per cui il dialogo può continuare: E poi cosa potremmo fare di meglio fino al tramonto? – gorgheggia il Fedone. La filosofia in piazza per la piazza. L’evento della comunità scomunica il fatto in sé, la cronaca dell’esserci, per fare spazio (fisico e razionale) al pensiero sul proprio tempo: la domanda non è mai un fatto, non si compie ma si pone sulla soglia del “con” (il termine “comunità” deriva dal latino cum-mùnus, dovere o dono di tutti) che implica per sua natura la responsabilità di una risposta. In soccorso, Bernhard Waldenfels, fenomenologo presso la Ruhr-Universität di Bochum, chiarisce il concetto di etica responsiva. Quest’ultima si differenzia dall’etica comunicativa generica poiché non si fonda su di una morale della ragione ma su una risposta ad una richiesta estranea in carne e ossa. “Il logos si origina dalla nostra indisposizione. Questa richiede un’ etero-prassi, la responsabilità dell’improvvisare una risposta senza affidarsi al repertorio normativo”. Può esistere un’etica senza norme? La risposta di Waldenfels non è prescrittiva. Essa, postulata la “molestia dell’estraneo”, comincia dove il soggetto non è, a cui tuttavia ha l’obbligo di rispondere. Entrare in scena significa giocare ed essere giocati allo stesso tempo da una dialettica senza sintesi per cui lo stra-ordinario accede senza archiviazione: rispondere di ciò che sfugge alla responsabilità chiama in causa la congiunzione (con) non il soggetto (io-tu). E’ necessario “inventare” una risposta che tenga conto in qualche misura dell’insistenza dell’altro. Intendersi significa volgersi verso un termine neutro (-si), comune, concepito secondo la non categoria della comunanza, anziché quella dell’utile. Il filosofo cita il sublime Ungaretti:

Fra un fiore colto

e uno donato

l’inesprimibile Nulla.

Il nulla è il luogo in cui si crea l’evento responsivo senza sintesi, il continuo declinarsi del soggetto.

In largo senso, globalizzare non è unificare, come annuncia Marc Augè, ma tutelare la “frontiera”, la distanza minima che rende gli individui liberi perché appartenenti. Un’estetica della distanza che educhi lo sguardo è il nucleo della ricerca di Augè, già noto per i saggi Un etnologo nel metrò o Non luoghi. Introduzione ad un’antropologia della surmodernità in cui l’idea di velocità, virtualità, altezza diventano esasperazioni dello spazio e del tempo per cui il rischio è perdere la persona dell’altro a favore del simbolo dell’altro. Falsa assimilazione. Lo straniero nel suo vero senso concettuale non si limita a non limitare la distanza, fagocitandola, ma è colui per cui io provo reale repulsione, sottolinea la lezione di Massimo Cacciari non a caso intitolata “Prossimo tuo”. Colui che è prossimo non lo è per nascita o per costumi. Prossimo è colui a cui mi faccio prossimo, colui per cui ho terrore, l’inconoscibile. La svolta evangelica di Cacciari disarciona il sentore di un’etica cristiana tutta da depurare e riabilitare nel suo senso più laico. L’attesissimo Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose, portavoce di un ascetismo contemporaneo dalla cattolica laicità o dalla laicità cattolica (le grandi contraddizioni dei puristi) ne costituisce il diretto collegamento empirico. Volersi per l’altro è averne custodia, rivolgere lo “sguardo” ed estinguere un debito di presenza, un debito quasi visuale e rivolto a dare, non a dire. Utopico e profetico, Enzo Bianchi strappa un applauso ad ogni punto, ritagliandosi la ridente immagine di chi vive il monastero ma non la metropoli, il vero sconquasso delle membra. Il rivoluzionario alla finestra, uno strumento cattolico Per un’etica condivisa, sua ultima pubblicazione.

Se è vero che “la religione decade nell’etica e l’etica è la rovina della religione”(1) è perché oggi utilizziamo il termine religione in modo improprio. La lezione magistrale di Giovanni Filoramo, professore di Storia del Cristianesimo all’Università di Torino, chiarisce a tal scopo il termine religio. Esso non è altro che un adattamento cristiano di un termine pagano. Nel mondo romano, religio indica l’attenzione scrupolosa di coloro che difendono tutto ciò che riguarda gli dèi, una disposizione nei confronti del culto pubblico (secondo la lettura della definizione data da Cicerone). La religione dei romani, continua il professore, non è mai stata un fatto di scelta ma stabiliva la partecipazione di alcuni cittadini alla vita politica: i cittadini (esclusi gli schiavi, gli stranieri e le donne) rispettano il culto tradizionale e in cambio gli dèi aiutano Roma. Non esiste dunque un problema di verità della religione perché la fede comune romana corrispondeva alla potenza di Roma. Quest’ultima diventa centrale nel Cristianesimo al momento in cui diviene fatto di fede, credo privato. Il teologo nasce sulla necessità di convalidare delle verità di fede, non di conservare i costumi sociali. Agostino rappresenta uno degli esempi più immediati della fede come fatto interiore di tipo occidentale. Oggi condividere un’etica (dal gr. “ethikè”, relativa al costume) non è sinonimo di condividere una religione. Se lo fosse avremmo uno stato teocratico, totalmente fuori dall’esigenza del nostro tempo e soprattutto del nostro essere uomini.

“Il Dio si conforma a ciò che è straniero”, afferma Cacciari. Questa è una questione pienamente fenomenologica, un atteggiamento della natura umana nei confronti dell’inconoscibile. Il problema di oggi non è una questione di teogonia ma una necessità pratica per cui la polis dovrebbe tornare a rappresentare “l’espressione più genuina della natura dell’uomo”, come ricorda Enrico Berti, professore di Storia della Filosofia, in cui la concordia è quel tipo di amicizia politica per cui seguire gli stessi fini è partecipare al bene comune. L’amicizia come virtù politica (il titolo dell’intervento) non è una conversione immediata, né un concetto filosofico o romantico. Essa è prima di tutto, secondo la lezione di Aristotele, un “abito”, una disposizione permanente che si acquisisce con una serie di atti virtuosi. La virtù è educazione alla virtù.

Educare al bene comune significa acquisire strumenti critici, aprirsi all’altro in quanto non-me (la fenomenologia francese contemporanea ha battuto molto su questo) e in definitiva “inventare” nuove risposte ormai bio-etiche che tengano conto non solo del cittadino-uomo ma del corpo-uomo. “Reicantare la politica”, direbbe Marramao. Produrre quell’orizzonte di senso non solo scenografico, lo spazio di un’inquadratura ma coreografico, andare e portare il corpo a(l) tempo.

 

Thomas Mann – Citazione da G. Raciti in http://www.giusepperaciti.eu/ratzinger.htm

 


[Autorizzato dall’autrice, trascrivo qui una mail che ho ricevuto a proposito di una delle Brachilogie del sito; mi è sembrata una risposta davvero molto puntuale. agb]

Il corpo delle donne
di Anna

“Perché le donne accettano un grado simile di umiliazione iconica e reale?…”

 

E’ una domanda interessante, caro Alberto. Riguarda probabilmente il nostro presente quanto l’arcaico passato che ci ha generati. Riguarda forse una sorta di senso di colpa radicato in una parte recondita della mente femminile.

In ogni donna? Questo non lo so, ma non lo escluderei. Nella tradizione di matrice giudaico-cristiana la donna è il volto del male, tentatrice e generatrice di peccato. E passando attraverso la figura di Maddalena si redime soltanto quando arriva ad essere vergine e martire. Vergine. E martire. Depauperata del diritto di essere felice e del diritto alla sessualità, la donna resta in attesa del prossimo ordine da eseguire.

 

L’uomo resta il padrone. E se è lui che si vuol sedurre, non è solo per immediatezza sensuale, ma è perché è lui il padrone. E’ lui che decide cosa fare di me, donna. Ha accettato di avere un esemplare femminile in ufficio, in Parlamento, nell’esercito, ma solo se sa squittir bene. Un po’ nuda. Magari ritoccata un pochino. Ad esempio. Sennò, sarà preda di infinite prese in giro (nessun uomo politico poco affascinante è mai stato schernito per la sua mancanza di avvenenza quanto lo è stata invece la Rosi Bindi da sempre, non credi?).

 

E’ un vero peccato, perché le risorse delle donne sono naturalmente differenti da quelle degli uomini. Le donne sono portatrici di una energia altra che è un peccato appiattire sul modello maschile. La forza delle donne non è quella di saper assomigliare agli uomini, la donna ha una sua forza specifica. Ma. Credo che le donne manchiamo di quella che Marx avrebbe definito “coscienza di classe”. Aggravante. Se ci sono le donne splendidamente in nude-look negli spot, non è solo perché gli uomini possano guardarle, ma anche affinché le donne possano vederle; perché, orribile ma vero, anche le donne si guardano l’un l’altra con occhi maschili. Gli occhi indugiano, il seno, le cosce, gli occhi cercano. Si verifica l’appetibilità sensuale dell’altra? Forse. Anche io? Persino noi? Forse dovrei usare la seconda persona verbale, e quindi dire “guardiamo”? Non so, crederei di no, ma in fondo perché non anch’io? Dall’interno del sé molte cose non sono visibili.

Sono le donne, il vero aggressore dell’identità femminile. E stiamo parlando di questioni di genere, quindi stiamo parlando di sesso. Vien da chiedersi “ma perché sempre il sesso?”. Bè…perché forse è il linguaggio più comprensibile, soprattutto per il padrone. Schopenhauer ha scritto: “il rapporto sessuale è sempre al centro di ogni fare e di ogni agire degli uomini, al punto che non v’è alcun bisogno di spiegare le faccende connesse, perché sono del tutto ovvie.”

 

Nonostante l’ovvietà, resta un grande sgomento di cui potrebbe essere sano parlare. Sai…negli spogliatoi delle palestre, sulle riviste, nelle sale d’attesa dei ginecologi, con le amiche…mi capita di ascoltare donne sessualmente stanche e infelici. La gioia della carnalità non se la sono mai concessa, per meglio aderire al modello verginemartire. Se soffrono, dunque, per l’indelicatezza di lui per le responsabilità per i soprusi a lavoro o per le pulizie di primavera…tanto meglio. Martirevergine.

 

Certo, il canale comunicativo cui stiamo facendo riferimento è ben caratterizzato: il linguaggio compreso dal padrone è quello del sesso, ma del sesso alluso e squallido, del sesso come utilizzo e presa di possesso di ciò che l’altro è più di qualunque altra cosa: il suo corpo. E quando noi donne vogliamo parlare agli uomini, se usiamo quel canale comunicativo sappiamo di avere maggiore probabilità di comprensione. Persino le farsose e tremende vicende di Al Tappone -per usare l’epiteto coniato da Travaglio- dimostrano come questo linguaggio sia uno dei pochi che il padrone riesca ad afferrare. Vale la pena di ricordare, a questo proposito, che il caso mediatico italiano ovviamente non riassume le fattezze di tutti i paesi. Per fortuna le televisioni inglesi, svedesi, danesi…non sono così. L’umanità è miserabile, ma berlusconi è un’altra cosa.

 

Come sai, neanche io ho la televisione, e ad un certo tipo di violenza ho scelto di sottrarmi.

Nonostante questo, viviamo nello stesso mondo in cui abita e regna la tivvù.

 

Si è parlato molto, negli ultimi anni, della figura dell’uomo-maschio sempre più impaurito dalla New Woman, il nuovo modello aggressivo di esemplare femmina. La storia delle donne manager e degli uomini alle prese con i passi incerti della propria identità virile. Io, per parte mia, resto convinta del fatto che il problema resta delle donne. Le donne possono oggi ricoprire dei ruoli professionali che prima non erano raggiungibili, questo è vero. Ma osservando il modo in cui lo fanno ed in cui declinano al maschile le proprie qualità, mi chiedo cosa è cambiato veramente nelle menti, nelle coscienze. Nelle menti degli uomini, e soprattutto nelle menti delle donne. E’ nelle menti che è necessario si attui la rivoluzione, non nelle forme esteriori. Oggi una donna può portare i pantaloni, ma se crede che le servano solo ad ondeggiare per accattivare l’orango-man non parlerei certo di evoluzione.

 

Mi perdonerai la crudezza, ma è proprio di questo che stiamo parlando. A causa di qualche piccolo episodio personale particolarmente significativo, da qualche tempo rifletto su questo tema con intensità rinnovata.

Grazie per aver sollecitato un’ulteriore riflessione; come vedi, anche se ti rispondo con ritardo, i tuoi suggerimenti al pensiero e all’indagine sono sempre molto ben accolti.

 

Lo stupore innanzitutto mi anima – sì, lo stupore. Osservo dove può condurre la femminile paura di non essere accettate, e la femminile ignoranza di chi realmente si è. L’ignoranza di cosa sia veramente la forza e cosa la fragilità. Le rughe si formano sul volto ricalcando le nostre espressioni più tipiche. Dunque niente racconta qualcosa di noi più bellamente di una ruga. Il nostro sorriso, ce lo stampa sul viso per sempre. Perdere una ruga per assumere un’espressione facciale non-nostra (e più precisamente di nessuno) non sancisce forse la perdita di una parte di identità fondante?

E’ interessante come l’autrice del video si chieda a un certo punto dove reperire le ragioni della pietas. Ho trovato molto bella questa sua riflessione. Sì, lo stupore innanzitutto, perché se di pietas siamo ancora capaci, è ancora una prova che dal letame possono e devono nascere i fiori.



Recensione a Dispositivi semantici

di Denis Collin


Recensione a Dispositivi semantici

di Augusto Cavadi

la Repubblica / Edizione di Palermo
11 gennaio 2009
Pag. XIX

Come spiega il sottotitolo del libro Dispositivi semantici di Alberto G. Biuso (Introduzione fenomenologica alla filosofia della mente), edito da una giovane casa editrice catanese, si tratta di uno strumento per chi voglia iniziare a curiosare nell’arcipelago delle attuali ricerche sulla mente umana. Ricerche che ruotano intorno ad una domanda cruciale (che rapporto c’è fra la nostra mente e la nostra corporeità?) e che si snodano lungo tre direttive principali: «l’eliminazione di una delle due dimensioni, il sostenere la loro reciproca e completa autonomia, il cercare elementi di raccordo che le colleghino». L’autore propende verso una quarta direzione: mente e corpo non hanno bisogno di essere unificati, ma di non essere separati. Infatti, a suo avviso, si tratta di «due aspetti della stessa realtà” (diveniente) e l’unità, più che “un risultato da conseguire”, è piuttosto “il semplice fatto da cui partire” ». Gli uomini siamo infatti corpi pensanti o -se si preferisce- macchine che fabbricano significati: come dice appunto il titolo un po’ enigmatico, dispositivi semantici.


Presentazione di Neurofenomenologia

(Relazione tenuta in occasione di un Caffè filosofico a Catania – formato pdf)

di Davide Dell’Ombra
Maggio 2008


Recensione a Neurofenomenologia: le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente

di Salvatore Stefanelli

2R Rivista di Recensioni Filosofiche
Novembre 2007


Il riso di Zarathustra

Prospettivismo e benedizione nel Nietzsche di Alberto Giovanni Biuso

di Franco Toscani
Koiné
Anno XIV – NN. 1-4, Gennaio/Dicembre 2007: Filosofia ed estetica
Pagine 193-200
( On line su Intellettuali/Storia )


Recensione a Nuova Civiltà delle Macchine 2/2006

di Davide Dell’Ombra

Sitosophia
Agosto 2007


Recensione a Neurofenomenologia: le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente

di Ottavia Spisni

Recensioni filosofiche
Luglio 2007


Recensione a Nomadismo e benedizione

di Giovanni Polimeni

Sitosophia
Marzo 2007


 

I NOMI DEGLI DÈI

di Carlo Forin

«…Muovendosi fra Grecità ed etologia, fra i classici del pensiero filosofico e le molte questioni aperte dalle scienze biologiche e sociali, Antropologia e Filosofia rappresenta un invito a pensare, a comprendere chi siamo, a conoscere meglio l’apparente evidenza del quotidiano»

Accettiamo l’invito a pensare di Alberto Biuso.
Pensiamo ad una sociologia della protostoria che non è ancora stata scritta.
La sociologia non riempie le vetrine delle librerie qui in Italia, diversamente da quel che succede a Parigi.
Come mai? Che cosa sarà accaduto nel ’68?

Trento Sociologia si è mescolata col movimento ribelle del ’68 e la società italiana deve aver sviluppato degli anticorpi verso i sociologi. Eppure, la sociologia dovrebbe esser utile…
Oggi, a malattia finita dopo 38 anni, potremmo riparlarne.

E’ possibile che una sociologia della protostoria aiuti «a conoscere meglio l’apparente evidenza del quotidiano» perché il pensiero umano è unico, antico e moderno, benché multiforme, multilingue, multietnico e multireligioso.
Una questione aperta per la sociologia della conoscenza è la lettura del pensiero antico fatta oltre l’evidenza apparente. La sociologia ha pescato molto nelle letture degli antichi, ma sempre orientata a descrivere la società moderna, non l’antica, credendo probabilmente di non aver fonti di prima mano per osservarla.
-Se devo basarmi sul racconto di altri, come farò a non liberarmi del loro punto di vista?- deve esser stato l’orientamento dei classici della sociologia, pressati anche dalla sensazione d’urgenza di dover esser medici della società attuale.

E dei reperti antichi ci sono, abbondanti: i nomi degli dèi! Sono microsocietà.

I nomi degli dèi, osservati e confrontati per se stessi, possono orientare come fari nella nebbia dell’ideologia (ideologia è rappresentazione del mondo falsa, secondo Karl Mannehim). Sono stati costruiti consapevolmente in origine, nella convinzione animistica che il dio parla al sacerdote perché dia il nome alla cosa, pianta, animale, essere umano o parte di esso.

Pensate a Iris, la dea, l’arcobaleno, l’iride dell’occhio. E’ anche pietra cristallo, genere di piante erbacee, farfalla bellissima e rara il cui maschio ha ali nere dai vivacissimi riflessi (Apatura iris), e nel cinema è un mascherino circolare usato per isolare l’inquadratura.

Era IR IS, ‘andare della vita’, in sumero.

Questo spiega il nostro nome-microsocietà.

Un altro nome-microsocietà? SAG US, ‘inizio-fine’, Saturnus, Sater -in etrusco- Sator -in latino-, il Seminatore – con la valenza demoniaca SAT AN, leggibile in AN TAS UB BA, il portatore delle malattie-.

A che cosa serve occuparci di vecchi ‘arnesi’, orfani anche della più piccola attenzione, cioè i ‘nomi degli dèi’?
Serve a chi ha interessi per lo studio delle origini e cura del significato odierno delle parole perché sono reperti invarianti.

Così come il geologo estrae e studia una carota geologica dai ghiacci dell’Antartide per avere la stratigrafia del terreno che mostri gli accadimenti passati della Terra allo stesso modo si possono studiare i significati analizzando i sedimenti di senso avuti in passato da una parola.

Ne parliamo su

www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=2998&cat=Studi%20e%20Ricerche

Saturno, il dio di Virgilio, raccontato a scuola per cento generazioni come poeta romano, ci fa vedere in Virgilio il suo sacerdote etrusco, che ha enunciato nel suo cognomen Maro < MA RU, sacerdote etrusco. Ne parliamo su

www.tellusfolio.it/index.php?color=darkorange&lev=93&pag=2

Questo pone un problema di pensiero: se per duemila anni Virgilio, Proteico –conforme a Proteo, il dio che a fine Georgiche manifesta il suo pensiero solo incatenato- cioè letterato geniale da mascherare la sua fede religiosa fino al punto da venir descritto come vagamente agnostico da un latinista che oggi va per la maggiore (Luca Canali Ognuno soffre la sua ombra, da Catullo a Giovenale: i grandi nevrotici della poesia latina, Milano Bompiani 2003) non è stato identificato come sacerdote etrusco, il pensiero umano quanto può venir stravolto normalmente dall’ideologia?

Proviamo a riconoscere il saluto all’Italia del genio etrusco mantovano in mezzo alla nostra nebbia ideologica:

Salve, grande genitrice di messi, terra Saturnia,
grande madre di eroi: per te incedo fra antichi
fasti di gloria e d’arte, osando dischiudere le sacre fonti,
e canto il carme di Ascra per le città romane.

Georgiche II, 173-176

(Novembre 2006)


Recensione a Contro il Sessantotto

di Cateno Tempio

Sitosophia
Novembre 2006


Un articolo di Carlo Forin commenta il logo di
Filosofia & altro

TI ME vita del ME

(Settembre 2006)


 

Festival di Filosofia 2006
Sull’umanità

E L’INTERO NON FU POI COSÌ VERO

di Marina Guerrisi

Perì l’inganno estremo che eterno io mi credei
Leopardi

Un tempo, quando la filosofia odorava di pura contemplazione mistico-estetica verso una natura tanto madre quanto figlia e l’aderenza dell’uomo a se stesso era il presupposto fondamentale per interpretare la sfericità del rapporto individuo-mondo, il candore del concetto di Umanità forniva alla ragione kantiana la dimensione migliore in cui legittimarsi attraverso un “al di qua” carnoso e complessivamente armonico. Il totale, riecheggiante un’autocoscienza hegelianamente sintetica, contribuì alla realizzazione di un percorso filosofico umanamente sostenibile, benché “notturno”.

Cosa vuol dire umanamente sostenibile? Appuntare una filosofia universale all’occhiello di ognuno? E cosa vuol dire festeggiare la filosofia nel 2006 quando una tecnologia sempre più precisa e razionale corrode quell’approssimazione dell’umano tanto vertiginosa quanto necessaria al discorso filosofico, fondato per sua natura sull’intervallo ineffabile uomo-mondo? Umberto Galimberti sentenzia: «Bene e male oggi non sono più polarità morali ma eventi tecnici. Oggi se un’idea cresce o cade non è perché sia giusta o sbagliata ma perché è tecnicamente sostenibile o meno. Se il denaro è la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno,secondo un cambiamento quantitativo del fenomeno, il denaro non è più un mezzo ma diventa un fine, il primo fra tutti».

È l’era della semplificazione, come spiega Alfonso Iacono, professore di Storia della Filosofia a Pisa, in cui sfoltire vale più del riconoscere. Il binomio irriducibile io-l’altro si gonfia di rigidità, piuttosto che di dialettica. Ciò che conta è divorare, colonizzare, fagocitare il restante, all’interno di un progresso sempre più impersonale, cieco, ridotto ad un Occidentalismo universalizzante e missionario, travestito da sano evoluzionismo. Una corsa sfrenata verso una meta che neanche conosciamo (o si?) come palline poste su di un piano inclinato. Discesa libera o trappola dorata?

«C’è stato un momento in cui gli uomini non erano così emancipati ma avevano un destino. Adesso nessuno ha un destino perché nessuno appartiene a niente». Sono le robuste parole di Salvatore Natoli, docente di Filosofia Teoretica presso l’Università di Milano, marchiato da un energico bisogno di moralità e dalla necessità di un confronto con qualcosa, una briglia per dominare il caso, un valore da mettere sotto la lingua per imparare a gustare, invece che godere nell’estemporaneo e nell’eventuale. Natoli monta il suo filtro all’interno di questa sindrome da conoscenza feticista, di questa bulimia di volere tutto e anoressia di non volere niente, così come egli afferma, al fine di determinarsi in quanto essere morale, intrecciando tra le dita il frammento eracliteo: il carattere è il destino dell’uomo. Ma che destino può attendere l’uomo in un tempo in cui la sua essenza è la tecnica stessa? Lo strumento s’impossessa del soggetto, l’oggetto diventa dimensione incestuosa e blasfema, la scienza progredisce per competenze e raramente per scopi e la filosofia sembra una donna stanca di andar dietro i suoi figli indisciplinati.

Cos’è dunque questa umanità pensante? Che statuto possiede oggi questa massa di coscienze instabili libere da tutto e da niente, sole come chi sta per morire di troppa realtà, di troppa conoscenza? «Tra vivente e non vivente. Un posto per l’umano», in tal modo Henri Atlan, professore di Biofisica presso le Università di Parigi e Gerusalemme, intitola la sua conferenza. Si può ancora parlare di Umanesimo in un momento in cui, scomparsa ogni tipo di barriera biologica, ciò che non è uomo può diventare uomo, attraverso la più avanzata biotecnologia? Atlan risponde distinguendo argutamente tra ciò che può essere considerato “inumano“, alterazione riguardante solo il genere umano, e ciò che possiamo definire “disumano“, allargando la prospettiva al confronto con altri esseri viventi. L’intelligenza artificiale non potrà mai contenere, sostiene Atlan, concetti quali significato, riflessione, intenzionalità, simbolismo. Tuttavia, se la memoria potrebbe essere riprodotta e simulata a livello addizionale, secondo uno strizzato meccanicismo della coscienza, dove si delinea il confine tra vivente e non vivente? La chiave di risposta si manifesta all’interno del concetto di “dignità”. L’inumanità può essere un’offesa alla dignità umana. Umano e dignità non sono identità tautologiche ma complementari. La dignità è quel minimo di gloria senza il quale un individuo sarebbe escluso dall’umano. In poche parole, è la cerniera tra l’umano non umano e l’umano inumano. Tuttavia, come poter riempire quel vuoto che si è creato con lo strappo delle coscienze e con la trasformazione del rapporto uomo-natura da discente-docente in tecnico dell’essere-cavia da laboratorio, tra una dimensione puramente laica ed una umanamente etica? Niente può esistere diversamente da come esiste, ricorda Spinoza. Ciò non vuol dire che non possa esistere un aumento della perfezione. L’acquisizione di una realtà più allargata convive con il naturale e legittimo desiderio di conoscenza dell’uomo, allo stesso modo la constatazione di essere vicini ad una soglia in cui l’artificiale e il naturale si scambiano le ossa alimenta quell’amara inquietudine che segna la caducità della condizione umana : il senso della fine.

Alla luce di tutto questo, mentre una Roberta De Monticelli, professoressa di Filosofia della persona, annaspa bonariamente nel desiderio di assentire razionalmente ad una teologia positiva, così come fa il credente riscaldato dalla fede, all’interno di una filosofia di mezzo di matrice neo-platonica, tediata da un’Eva pensante tra cielo e terra; alla domanda di Remo Bodei, se oltre la cultura occorra un nuovo tipo di Umanesimo, più biotecnologico, più biopolitico o più bioetico, rispondo che ad una difesa della vita nuda va unita una difesa della vita relazionale nel senso più letterale del termine.

Guarire dalla patologia dell’alterità è l’unico orizzonte che sento disponibile nel momento in cui la filosofia scivola sul quel “ben dire” che esalta le masse per un attimo e poi ingiallisce nel dimenticatoio. Sul davanzale di un tempo apparentemente senza ritorno, riscopro il piacere di togliere dall’imbarazzo un filosofare incerto, molle, lunatico tra secca erudizione e fumose retoriche, inciampando sullo “stupore” che l’altro da me conferma il mio esserci nel momento in cui umanamente decido di considerare la sua esistenza, e viceversa. Il meravigliarsi di un’interazione, l’importanza che ne scaturisce, la ricchezza di un significato di cui solo l’arte può produrre le forme simboliche, il senso del sacro che lenisce le ferite del reale, inumidendo di trascendenza l’aridità di un’era stordita da un relativismo sanguigno, credo sia ciò che rimanga di quell’antico limite tendente all’infinito che è l’Uomo. Filosofare oggi significa SALVARE tutto questo.

(Settembre 2006)


Recensione a Cyborgsofia

di Davide Dell’Ombra

Sitosophia
Luglio 2006



Recensione a Cyborgsofia

di Massimiliano Lorenzo Cappuccio

Chora. Laboratorio di attualità, scrittura e cultura filosofica
(Università di Milano)
Anno 4, numero 10 – Gennaio 2005, pag. 61

«Il libro di Alberto Giovanni Biuso, docente di “Filosofia della mente” presso l’Università di Catania, affronta gli interrogativi filosofici più caratteristici dell’epoca della Terza rivoluzione industriale, legati all’introduzione dell’informatica, allo sviluppo delle intelligenze artificiali, al consolidamento delle pratiche di pensiero connettivo e condiviso, ai nuovi orizzonti di ibridazione cibernetica tra l’uomo e la macchina e, più in generale, alle specifiche modalità con cui i media digitali chiamano uomo e tecnica ad una reciproca ridefinizione dei propri ruoli. Conciso ma denso, agile e panoramico, redatto con uno stile chiaro e accessibile e intessuto di immagini ed esempi stimolanti, il testo arriva al cuore di un novero di tematiche molto ampio, operando un’elegante sintesi che segue un percorso innovativo e proficuo, che risulta sempre più attuale nella produzione filosofica odierna: si tratta della scelta, cioè, di mettere in relazione le scienze informatiche, il cognitivismo e specifici problemi di filosofia della mente con elementi della tradizione filosofica ermeneutica e fenomenologica di marca continentale. Tra le idee che guidano la struttura del saggio ve ne sono almeno tre particolarmente significative: la prima è che i concetti di intelligenza artificiale e realtà virtuale non possono essere sradicati da quel fondo di corporeità costitutiva dal quale emergono e nel quale si trovano organicamente incarnati (da qui la rilevanza di una attenta riflessione sulla dimensione concreta, e non solo formale, della temporalità all’interno di ogni considerazione dei processi computazionali effettivi). La seconda idea è che l’attuale confronto tra l’uomo e la macchina, tra il naturale e l’artificiale, tra il logos e il nomos, deve necessariamente proporsi come una tra svalutazione del reame dell’umano e promuovere una radicale estensione dei suoi significati nella direzione del postumanesimo, dirigendosi verso una trasfigurazione in senso nicciano dei valori della cultura positivistica della tecnica, di modo che la cultura digitale possa assumere dentro di sé nuove istanze e nuovi fini che, in realtà, provengono da un’antica tradizione, trovandosi già da sempre sedimentati in un coacervo di pratiche e abitudini culturali condivise (da qui la necessità di operare un’indagine genealogica, fenomenologica, decostruzionistica sugli oggetti scientifici costruiti dalla prassi informatica); la terza è che il supporto informatico e tecnologico è da intendersi in senso olistico come protesi/prolungamento che solo apparentemente è artificiale rispetto alla presunta “naturalità” del Leib: e infatti proprio grazie alle nuove frontiere di ibridazione cibernetica tra l’uomo e la macchina risulta sempre più evidente che l’essenza stessa della condizione antropologica fondamentale è -nella sua più intima natura- artificiale, nel senso della naturale artificialità umana di cui parla Plessner, e che quindi non può darsi, se non in apparenza, una discontinuità ontologica tra le due dimensioni»


Il computer e la mente.

Biuso domani a Bolzano per raccontare l’Infosfera

di Mauro Fattor

L’Alto Adige – 12 dicembre 2004, pag. 56


Biuso e la Cyborgsofia

di Elena Piazza
(file in formato pdf)

Centonove – Anno XII, numero 45 del 26 Novembre 2004, pag. XIII


Recensione a Cyborgsofia

Informatica & Scuola
(redazionale – file in formato pdf)

Anno XII, numero 3 – Ottobre 2004, pag. 64


Recensione di Elena Piazza a Cyborgsofia

La Repubblica (edizione di Palermo) – 24 agosto 2004, pag. XIII

LA FILOSOFIA DEL COMPUTER

Spiegare il senso del bizzarro accostamento fra filosofia e cibernetica è lo scopo di Alberto G. Biuso, docente di Filosofia della mente all’Università di Catania, che nel libro Cyborgsofia, con linguaggio semplice ma puntuale, guida il lettore alla scoperta della «filosofia del computer».
Perché filosofia? Perché per riuscire a riprodurre la mente umana trasferendola a un computer, l’uomo deve prima analizzarla. Grazie al continuo confronto tra mente umana e intelligenza artificiale se ne ricavano le differenze e, soprattutto, i rispettivi limiti. E a mezzo secolo di distanza dalla fondazione dell’I.A., il limite fondamentale di queste macchine non è ancora stato superato: sono capaci di calcolo, non di pensiero.
La differenza strutturale tra le capacità di calcolo e le capacità di pensiero della mente umana deriva dal radicarsi di quest’ultima nella struttura del corpo. E’ grazie a questa struttura che la mente può «calarsi» nella dimensione spazio-temporale. Il saggio suggerisce molteplici riflessioni sugli effetti delle interazioni tra uomo e macchina.


CRONOBIOCIBERNETICA O DEL TEMPO SOMATIZZATO

di
Vincenzo Di Spazio

(luglio 2004)

Dedicato al ritorno verso
la Luce di Arianna F.

“…dire uomo e dire tempo
è pronunciare l’identico…”
Alberto G. Biuso

Riassunto: la cronobiocibernetica, neologismo di recente introduzione, rappresenta un particolare modello biologico, nel quale i meccanismi regolatori intimi nella generazione degli stati patologici sono mediati da mappe neurali a matrice temporale. Le esperienze cliniche sui punti di Hua Tuo portano ad ipotizzare la presenza di mappe neurali legate alle memorie autobiografiche di esperienze stressanti, localizzate in corrispondenza delle strutture spinomidollari.
Parole chiave: cronobiocibernetica, tempo somatizzato, eventi traumatici, polarizzazione polimnestica.
Abstract: to investigate the neurological response after time-oriented stimulation of the Hua Tuo points, we have observed a new class of extrametameric reflexes. These findings suggest the existence of a medullary network, called reptilian brain from MacLean, which contains engrams in relationship with traumatic experiences.
Key words: chronobiocybernetics, embodied time, shocks, polymnestic polarization.

Cronobiocibernetica è un neologismo introdotto di recente (Di Spazio, 2004), nato per esplicitare sul piano biologico i meccanismi intimi di “governo” del Tempo sulla generazione degli stati patologici.
Il termine cibernetica deriva dall’antico sanscrito, dove “kubara” significa timone, mentre successivamente è stata assimilato dalla lingua greca nel verbo “kibernao” (pilotare, dirigere, governare).
A questo proposito mi è utile riportare una citazione tratta da un saggio di Alberto G. Biuso, filosofo della mente, sulla precisa interazione fra mente, corpo, tempo e memoria.

“…La memoria è memoria del passato, memoria del presente, memoria del futuro (è la memoria, quindi, il vero tema delle analisi agostiniane del tempo) e per questa sua capacità di costruire, scandire e unificare la temporalità della coscienza, la memoria diventa il luogo dell’identità del soggetto che, senza di essa, sarebbe -letteralmente- perduto. Dalle tante e legittime definizioni che si possono dare dell’essere umano, una delle più caratterizzanti è dunque <<l’animale che ricorda>>. La memoria si stratifica nel corpo, nelle sue sensazioni, umiliazioni, difficoltà, piaceri, estasi. La memoria intesse la mente sino a costituirla come forza, identità, facoltà di azione, presa sul mondo e dominio della sua complessità. Anche e proprio perché la mente è memoria, capire la mente diventa davvero possibile solo se si comprende il suo strettissimo legame con il tempo…”

In precedenti articoli pubblicati su “La Mandorla” ho riportato l’esito di 8 anni di ricerche sulla interpretazione in chiave temporale dei cosiddetti punti Huatuojiaji, dove si dimostra l’esistenza di precisi circuiti temporo-spaziali collegati alle nostre memorie autobiografiche, in particolare alla registrazione di eventi a connotazione stressante.
Il paesaggio corporeo, espresso nella sua identità più estesa, è il teatro temporale delle nostre memorie. Ad esso confluiscono in competizione continua le più diversificate correnti mnestiche (emozionali, cognitive, neurofisiologiche, viscerali, muscoloscheletriche, genetiche, etc.).
Per nostra fortuna una quota marginale di questo flusso ridondante di informazioni oltrepassa la soglia di coscienza. La nostra mente soccomberebbe in tempi rapidi sotto il peso schiacciante di questi flussi mnestici. Il corpo memorizza comunque quanto avviene nel corso della nostra esistenza in misura sideralmente più imponente rispetto alle limitate disposizioni mentali, essendo queste ultime l’esito recente degli aggiustamenti biologici imposti dalla storia evolutiva del genere umano.
Queste premesse rinforzano il concetto, per cui sintomi e malattie rappresentino per una certa quota la specularità somatica (o psichica) di eventi registrati nelle configurazioni neurali dedicate.
Le ricerche hanno evidenziato uno strettissimo collegamento fra esposizione (acuta o cronica) ad un evento stressante e generazione di stati patologici non confinati alla sfera neuropsichica, ma estesi a quella somatica.
Il dr Hamer, oncologo tedesco, ha sviluppato una teoria rivoluzionaria sulla genesi delle malattie neoplastiche e di quelle correlate (da lui denominate oncoequivalenti), che prevede la contemporanea manifestazione del conflitto sui piani psichico, cerebrale e somatico. Ha individuato attraverso neuroimmagini TAC la comparsa di aree di flogosi nel tessuto cerebrale (immagini a “bersaglio”, cioè a cerchi concentrici), denominate focolai di Hamer (FH), che documentano le modificazioni neurologiche, determinate dal conflitto vissuto. Le conferme ottenute attraverso la verifica dei diversi punti spinali conferma esattamente le geniali intuizioni di questo scienziato tedesco.

La stimolazione dei punti di Hua Tuo secondo il modello cronologico ha permesso inoltre di evidenziare una nuovissima categoria di riflessi neurologici, denominati cronospaziali, a matrice extrametamerica. In altre parole l’eccitazione neurologica di un’apofisi spinosa può determinare la comparsa di riflessi percepibili in aree somatiche non innervate dal segmento metamerico corrispondente. Inoltre la polistimolazione di questi punti spinali associati ad esperienze stressanti, tende a produrre nella fase REM del sonno il fenomeno della “polarizzazione onirica”, cioè la generazione di contenuti onirici non casuali, ma legati in modo diretto o sequenziale alla rievocazione autobiografica dell’evento stressante. Questo particolare fenomeno suggerisce quindi che almeno nella fase del sonno REM, il movimento apparentemente caotico dei globi oculari, sia invece il possibile esito dell’orientamento temporo-spaziale effettuato dai sistemi neuropsichici della memoria.
La cinetica oculare viene utilizzata per “visionare” i ricordi, per rivedere e quindi rivivere una determinata esperienza. La focalizzazione di punti diversi del campo visivo viene determinato dal concorso coerente dei muscoli estrinseci dell’occhio, dal mirabile e armonico interagire di tensione e rilassamento dei diversi gruppi muscolari. Il “campo visivo” dei ricordi si accende di notte, regno incontrastato della acetilcolina, e consente così il passaggio repentino da un intervallo temporale all’altro, dal presente al passato.
Stimolare neurologicamente i punti spinali (per esempio con l’utilizzo del martelletto) secondo il modello temporale, consente un primo accesso alle mappe neurali mnestiche di matrice neurovegetativa. In molti casi infatti l’eccitazione neurologica dei punti di Hua Tuo genera negli esaminati la comparsa di riflessi e sensazioni come parestesie ai polpastrelli, senso di appesantimento agli arti, riverberazioni viscerali (“…sento lo stomaco, avverto un peso toracico, mi si chiude la gola, etc.), termoestesie (sensazioni di caldo o freddo), orripilazione, iperidrosi, tachicardia, deglutizione forzata come riportanto in tabella. I punti cutanei stimolati devono corrispondere a zone di dolore alla prova di digitopressione oppure corrispondere ad un evento a genesi stressante.

Tabella I

ELENCO RISPOSTE NEUROLOGICHE DA STIMOLAZIONE DEI PUNTI SPINALI SECONDO IL MODELLO TEMPORALE

Parestesie cutanee (polpastrelli, arti, etc.)
Appesantimento progressivo agli arti
Riverberazioni viscerali (stomaco, intestino, faringe, polmoni, etc)
Termoestesie (sensazioni di caldo o freddo localizzate o generali)
Iperidrosi (locale o generalizzata)
Orripilazione
Tachicardia (o senso di oppressione toracica)
Deglutizione forzata

In una quota molto più ridotta di individui possono manifestarsi eretismo nervoso, sgradevole sensazione di confusione mentale, paura oppure al contrario uno stato di inspiegabile benessere.
Queste verifiche sperimentali inducono a credere che l’onda vibratoria prodotta dalla percussione del martelletto sull’emergenza ossea dell’apofisi spinosa, si trasferisca attraverso il liquido cerebro-spinale alla corrispondente porzione spinomidollare, attivando in questo modo particolari circuiti neurali, generanti a loro volta la risposta neurovegetativa a distanza. Ma la possibile esistenza di questi particolari circuiti neurali a livello spinomidollare allungherebbe la lista delle aree dedicate ai processi di memoria, che non sarebbero più confinate all’interno della scatola cranica, ma estese a tutto il nevrasse.
Se fosse plausibile la diretta concertazione delle strutture spinomidollari nel determinare queste risposte disestesiche sulla base di una precisa datazione anamnestica di eventi stressanti, questo spiegherebbe la comparsa del riflesso “cronospaziale” a prescindere dalla distanza temporale del trauma e dalle intrinseche condizioni cognitive del soggetto.
In altre parole la lunghissima storia evolutiva dell’apparato spinomidollare, denominato “cervello rettile” da MacLean e valutabile in almeno 250 milioni di anni, consentirebbe una più stabile e fidata conservazione di dati mnestici (in particolare quelli a matrice stressante per le loro possibili ripercussioni sulla conservazione dell’individuo e della specie), rispetto alle molto più recenti strutture corticali.

La sgradevole sensazione di bruciore interno avvertita da F.S., 86 anni, dopo percussione della decima dorsale, è generata dal “Caso” (come normalmente si risponde in medicina alla comparsa di disturbi soggettivi non interpretabili) oppure rappresenta una precisa traccia di ricordo, cioè a quando F.S., giovane ufficiale dell’aeronautica militare di 22 anni si è gettato nelle fiamme dell’aereo colpito per salvare la vita di un suo commilitone? E’ pure un caso che la terapia (polistimolazione della decima dorsale) abbia fatto rientrare in questo anziano paziente una gravissima fase depressiva, accompagnata da ideazione autosoppressiva? A mio avviso rimane comunque sconvolgente il fatto che la semplice percussione di questa vertebra abbia scatenato nel volgere di qualche secondo la comparsa del bruciore interno, la “fotografia” neurovegetativa di un grave trauma psichico, al quale F.S. era stato esposto ben 64 anni prima!
Il fenomeno della “polarizzazione onirica” suggerisce inoltre un secondario interessamento del tronco encefalico e delle sue proiezioni nervose ascendenti ( aree talamiche e corticali associate).
Alla polarizzazione onirica si accompagna molto spesso una “polarizzazione polimnestica” spontanea e automatica come nel caso clinico qui riportato, dove la paziente, K.C., è stata sottoposta a stimolazione della D2 (46° anno di vita), corrispondente alla morte del padre per arresto cardiaco. K.C. ha registrato sogni e percezioni fisiche in ordine cronologico di comparsa.

…18-6 pizzicava il capezzolo destro spesso nella giornata. Al mattino al risveglio forte formicolio braccio e mano sin. Nel sogno ho bevuto tanti bicchieri d’acqua e sambuco, disagio tutto il giorno, respiro difficoltoso, sfinimento psico-fisico, dolore forte zona reni, al basso ventre, centro vertebra zona ombelico, irradiava attraverso fino all’ombelico, pensieri angosciosi (ricomparsa indotta dalla polistimolazione spinale di pregressi sintomi, N.d.A.), spaccare la testa con l’accetta, gallina senza testa che correva per il cortile (ricordo spontaneo di quando il padre macellava le galline, N.d.A.), pugno nel seno (colpo inferto da una compagna di classe per rabbia in 12° anno di età, N.d.A.), rabbia per dover reprimere e morire a me stessa tutta la vita, cercare di dare una ragione ai comportamenti di mia madre e giustificare, perdonare con la ragione, conflitto con me stessa perché nessun male fatto a chiunque è giustificabile, portare avanti questa catena per generazioni, sesso sì-comunicazione dialogo no (il riferimento è verso il marito), vivere in modo consapevole…19-6 davo da bere al bambino di mia figlia, il buco del ciuccio era troppo grande, paura che si soffoca. Ricordo di aver dovuto rianimare mia figlia a 2 anni tante volte, trauma terribile ogni volta (valium Star of Bethlehem) trauma anche assisterla al parto tutto il giorno bloccata e confusa, al mattino male alla scapola e spalla sin, ricordo tagliata a pezzettini nascosta sotto la panca lei faceva finta di niente, arrabbiata e agitata contro di lei (verso la figlia), fitte all’utero e nella chiappa destra, male zona reni, dolore pungente al basso ventre che sale sul fianco sin fino al colon, dolore pungente al seno sin, utero, schiena, zona reni come fossi ferita dentro, muscoli, gambe, sedere, pancia contratti, bloccati, anche blocco psichico, disagio in luoghi sporchi, stracci da cucina, toelette sporche, odore, stanza, madre, sedie macchiate, male alle gambe, muscoli…Lo stress interiore, rifiuto e non potersi difendere con le proprie ragioni, medicine inganni per difesa, quando scopri perché crolli, specialisti e preoccupazioni continue per niente…“.

Questo resoconto molto dettagliato contiene riferimenti diretti alla figura paterna (trauma da lutto, obiettivo della polistimolazione spinale), ma contemporaneamente anche riferimenti ad altre figure come la compagna di classe alle medie, la madre, il marito, il nipotino, la figlia.
La generazione a cascata di reminescenze non segue una modalità caotica o casuale, ma una modalità ad impianto associativo e analogico, dove le correlazioni emozionali svolgono un ruolo basilare. La sequenza di ricordi fra loro collegati indica come la memoria di un evento stressante, la perdita del padre, riattivata artificialmente dalla terapia, sia in relazione imprescindibile con altri eventi, che rendono ragione della estrema plasticità delle reti mnestiche nell’uomo.
Come nella fase onirica, la “polarizzazione polimnestica”, è in grado di accendere punti diversi della memoria autobiografica, così come punti diversi del Tempo, sulla base di una sequenza spontanea e automatica.
Così come il Corpo memorizza, possiamo affermare parimenti che il Tempo somatizza. Viene da pensare che le informazioni affettive (emozioni e sentimenti in riferimento a persone ed esperienze a connotazione stressante) contenute nella cosiddetta “polarizzazione polimnestica” e per questo motivo generate durante la fase di veglia, possano essere correttamente e coerentemente sequenziate, grazie alla presenza stabilizzante di un sotto-ordine a matrice temporale. Una delle possibili mappe neurali, che codificano per la dimensione temporale, potrebbe essere contenuta negli spazi spinomidollari e divenire accessibile attraverso la sua corrispondente neuroproiezione cutanea in prossimità delle apofisi spinose della colonna vertebrale (punti di Hua Tuo).

Indirizzo dell’Autore:

Vincenzo Di Spazio
Vicolo Erbe 8/4
39100-Bolzano
Tel/Fax: 0471 975010
E-Mail: cristina.cisotto@katamail.com

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MacLean PD. The limbic system and its hippocampal formation. J Neurosurg 1954; 11: 29-41.

Massaro C. Basi neurologiche della cronotopia vertebrale (Tesi). Univ. di Urbino, 2001.

Mollard Y. Il Rachide. Quaderni di Medicina Cinese 1982; 2: 15-18.

Rohen JW. Anatomie des Menschen. Schattauer, Stuttgard, 1994.

Sembianti G. Trattato di agopuntura reflessoterapia. Piccin, Padova, 1980.

Tadié JY, Tadié M. Il senso della memoria. Dedalo, Bari, 2000.


Recensione di Eugenio Mazzarella a Cyborgsofia

Il Mattino – 9 luglio 2004, pag. 18

UN’ANALISI DI BIUSO SULLE PROSPETTIVE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Orizzonte cyborg, via dalla finitezza nel segno della contaminazione

In un racconto di Asimov – Io, robot – è un robot a disegnare lo scenario morale di un’intelligenza disincarnata, finalmente sottratta alla corruzione della sua incarnazione umana. È un robot a disprezzare i corpi: Wetware, «materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile», tanto da rivolgersi agli umani che lo hanno costruito con espressioni quali «siete solo prodotti di ripiego. Io invece sono un prodotto finito».
Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer (Il Pozzo di Giacobbe, pagg. 113, euro 11,00) è il lavoro che con grande lucidità e chiarezza Alberto Giovanni Biuso dedica alle prospettive dell’Intelligenza Artificiale a cinquant’anni dalla conferenza di Dartmouth (1956), con la quale questa disciplina cominciava la sua avventura ufficiale di ricerca, dichiarando obiettivi e disegnando scenari futuri. L’Autore intende mostrare come, nonostante tutto, sia proprio quel materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile, il corpo, a sostenere ancora ogni progetto possibile per un’intelligenza che abbia i caratteri dell’umano: coscienza e autocoscienza.

A terza rivoluzione industriale conclamata, quella informatica, con i suoi servizi e le sue minacce, le sue speranze e le sue delusioni, lo scenario teorico è sufficientemente chiaro da poterci far prendere posizione sugli orizzonti effettivi possibili dell’infosfera, come oggi si suole chiamare l’ambiente nel quale respiriamo, comunichiamo ed operiamo. Delle due principali strade che l’Intelligenza Artificiale ha imboccato dalla conferenza di Dartmouth in poi: la versione «debole» (che vede nelle macchine calcolatrici essenzialmente degli strumenti operativi) e la versione «forte» (che insegue il progetto di menti artificiali dotate, in qualche modo, di una propria coscienza), l’autore ci conduce a vedere che solo la versione debole tiene sia sul piano dei principi teorici, che dei risultati di laboratorio.

Da un’intelligenza artificiale non può evolvere una coscienza umana, perché ad essa manca il contesto emozionale e il suo medio, il corpo, che integra calcolo e vita e «fa» una coscienza. Non saranno pertanto le macchine a diventare intelligenti, ma sarà il nostro corpo ad assumere al proprio interno la potenza percettiva e computazionale delle macchine. In questo si raffinerà un processo che per altro è in corso da millenni, l’ibridazione della specie umana con gli artefatti da essa prodotti. Il cyborg è da sempre intrinseco alla corporeità come modo umano di stare al mondo, come intrinseca tecnicità che l’homo sapiens da sempre applica non solo al suo ambiente, ma a se stesso.
Da questo punto di vista l’orizzonte della contaminazione, dell’alterità, dello scambio continuo con ciò che non siamo continuerà ad essere parte essenziale dell’esistenza umana, come da sempre. All’accelerazione di questa contaminazione nell’infosfera ciò che è necessario non sono sogni gnostici di poter far a meno del corpo, ennesima variante di una fuga dalla nostra finitezza, ma un’etica all’altezza dei problemi e delle speranze che essa pone.


Su Stanley Kubrick

[Questo testo prende spunto dal bel libro che Enrico Ghezzi ha dedicato a Kubrick, pubblicato dal “Castoro Cinema” nel 1995]

Come Leonardo da Vinci: un’intelligenza onnivora ma anche unitaria, che trasforma ciò che tocca in pensiero, invenzione, apertura di possibilità. Questo è Kubrick con la sua opera. Sulla quale il regista esercita un controllo totale, dalla scelta del soggetto alla stampa delle copie.

La lettura di quest’autore offerta da Enrico Ghezzi è straordinaria nella sua mescolanza di competenza tecnica e filosofica, nella sgargiante erudizione attraverso la quale si solcano le immagini. Da Aristotele a Hegel, da Cartesio e Nietzsche a Wittgenstein e Adorno emerge la sostanza filosofica del cinema realizzato nella sua assolutezza di specchio non del mondo ma della mente.Shining mostra così tutto “il suo aspetto di impresa folle e meravigliosa, impossibile. Di sfida perduta forse con la possibilità di lettura, ma vinta per il solo fatto di essere stata osata. Di film spettacolare e di genere che è anche virtualmente illegibile tanto compatto e inesauribile è il suo spessore filosofico” (pag. 147). Shining è anch’esso “il rarefatto e allucinato remake” di 2001: Odissea nello spazio (134), il film-enigma, la chiave di volta, il capolavoro intorno al quale ruota la sconfinata ambizione estetica ed ermeneutica di Kubrick. Il monolito che attraversa 2001 è stato letto nei modi più diversi e anche questo è segno della natura filosofica del cinema di Kubrick. La pietra levigata e perfetta, “significante senza significato” (22), è in ogni caso il simbolo più denso e più chiaro dell’opera complessiva di Kubrick e del cinema in quanto sostanza nera e lucida sulla quale si formano le immagini-movimento. Il film avrebbe anche potuto aprirsi da dentro il monolite, sgorgare -fiat lux!- dal nero di quella pietra sulla quale, di fatto, si chiude. Il nulla da cui si proviene, il niente al quale si va. Il cerchio scandisce anch’esso l’opera: l’occhio di HAL; l’Alex di Arancia meccanica, “immobilità circolare (…) del male e del piacere assoluto, di una vita bruta ma soddisfatta del suo essere” (100); il labirinto di Shining al centro del quale alla fine lo spettatore ha l’illusione che sia conficcato il cadavere ghiacciato e ghignante di Jack Nicholson.

In quel labirinto di gelo l’ossessione e la morte si uniscono in una sola incredibile immagine, dopo aver riempito di sé ogni film kubrickiano. Il bellissimo, struggente, cerebrale Barry Lindon trasforma la stessa luce in morte e la bellezza in ossessione. Nel suo Settecento Kubrick esplora la storia e la decostruisce destituendola di qualunque senso assoluto; “il suo Illuminismo spietato parte da un centro immaginario e si prolunga infatti sempre verso entrambi i termini opposti del problema” (126) tanto che Kubrick può apparire ed è di volta in volta romantico e classico, ottimista e pessimista, cinico e utopico, razionalista e irrazionalista, metafisico e prospettivistico, hegeliano e nietzscheano.

HAL è l’espressione e il frutto più raffinato della ragione umana ma è anche il Ciclope dall’unico occhio che scruta ogni spazio/tempo e uccide dentro l’astronave/caverna. La duplicità costitutiva della tecnica e della cultura, della cultura come tecnica di sopravvivenza e di morte, germina da una antropologia negativa perché fin troppo illuminata. Il male che è Alex non può essere fermato che artificialmente e quindi non può essere fermato: ogni educazione è impossibile. Kubrick dichiara: “non ci sarà nessuno a piangere una razza che usò il potere che avrebbe potuto mandare un segnale di luce verso le stelle per illuminare la sua pira di morte” (cit. a p. 12). La storia è tutta racchiusa in quella sterminata eppure brevissima parentesi fra l’osso lanciato in aria dalla scimmia e l’astronave che solca il nero dello spazio/tempo. Da esso esplodono non solo le luci del viaggio verso Giove e oltre l’infinito ma anche le stanze dell’Overlook Hotel abitate da uomini di tempi diversi perché nell’albergo/ astronave il tempo si è dissolto, moltiplicato, piegato dalla più potente contrazione, quella di un’intelligenza visionaria.

Il cinema senza parole di Kubrick restituisce ai pensieri tutta la loro forza di indagine, disincanto, di penetrazione nel male e nell’uomo. Esso ci comunica, magnifico ossimoro, “un entusiasmo freddo” (132).

Filmografia di Stanley Kubrick (1928-1999)

Day of the Fight – 1950
Flying Padre – 1951
Fear and Desire – 1953
Killer’s Kiss – 1955
The Killing – 1956
Paths of Glory – 1957
Spartacus – 1960
Lolita – 1962
Dr. Strangelove – 1964
2001 A Space Odyssey – 1968
A Clockwork Orange – 1971
Barry Lyndon – 1975
The Shining – 1980
Full Metal Jacket – 1987
Eyes Wide Shut – 1999

Su Kubrick nella Rete:

Kubrick Multimedia Film Guide

2001 A SpaceOdyssey

2001 Odissea nello spazio – Home Page

A clockwork orange

Stanley Kubrick Direct

Stanley Kubrick: The Master Filmmaker

Christiane Kubrick’s Website

Stanley Kubrick on-line

2001. Una interpretazione

Massa e potere

di Elias Canetti
(Masse und Macht, Classen Verlag, Hamburg 1960)
Trad. di Furio Jesi
Adelphi, Milano 1981
Pagine 615

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Questo libro restituisce del tutto, senza risolverlo ma addirittura ampliandolo, l’enigma della massa. Non si tratta di un affresco storico né di una tipologia sociologica ma di una serie di frammenti per pensare. Canetti tenta (in un senso molto diverso da Foucault) una fisica e, di più, una biologia del potere. La massa e il comando vengono pensati a partire dalle loro scaturigini nel mondo vegetale e animale. Psicologia, etnologia, storia, antropologia, etologia confluiscono nel magma di un tentativo lucidissimo di comprendere ciò che accade.
La dinamica individuo-massa viene imperniata sul contrasto fra due forze opposte. Quella centrifuga spinge a conservare l’identità del singolo tramite l’isolamento nel quale ognuno sta come un mulino a vento in una pianura sconfinata. Questa situazione, tuttavia, comporta un tale peso d’angoscia -il sentimento alla lunga inaccettabile dell’esser soli- da spingere a immettersi nella forza opposta, quella che unisce gli sparsi individui e tramite la quale «l’uomo può essere liberato dal timore di essere toccato. Essa [la massa] è l’unica situazione in cui tale timore si capovolge nel suo opposto (…) D’improvviso, poi, sembra che tutto accada all’interno di un unico corpo» (pag. 18). Nascono così gli insiemi fisici, gli aggregati centripeti, la semplice vastità del numero. Ma il momento decisivo nel quale da una raccolta più o meno vasta di individui si passa alla vera e propria massa è la «scarica» nella quale tutti decidono di fare e di essere la stessa cosa, diventano uguali e provano con ciò un enorme sollievo, di carattere appunto fisico, biologico. Alcuni esempi: la paura improvvisa di fronte a un pericolo (un predatore, un’inondazione, l’esercito avversario, le forze dell’ordine) crea la massa in fuga; il rifiuto di un’azione dovuta fa nascere la massa del divieto (lo sciopero); la volontà di uscire a tutti i costi da una situazione giudicata insostenibile forma quella del rovesciamento (rivoluzioni e jacqueries); un gruppo che si autocelebra proiettando se stesso nella natura, in un eroe o in un dio, produce la massa festiva.

Cos’è, oltre la scarica, a unificare tali e altre forme di massa? In primo luogo la necessità di crescere indefinitamente, di penetrare ovunque senza lasciare nulla fuori di sé, di coincidere -alla fine- con tutto ciò che esiste. Poi, una eguaglianza «assoluta e indiscutibile» (35), che pervade la massa dando unità alla molteplicità di sensazioni, esperienze, volontà. Ancora: una concentrazione fisica di cui la massa sente comunque sempre l’insufficienza dato che essa vorrebbe annullare lo spazio fra un elemento e l’altro dei suoi componenti. Infine, la direzione, il muoversi tutti insieme verso qualcosa, unica garanzia contro il pericolo sempre incombente del disgregamento. E quindi la forma-massa davvero originaria, modello e insieme simbolo di ogni altra, sta nella natura e nelle diverse sue manifestazioni: grano, foreste, pioggia, vento, sabbia, mare, fuoco.

Di fronte alla massa -suo prodotto? suo nemico? Canetti non sembra chiarirlo del tutto- sta il potere, la cui natura è in primo luogo biologica e consiste nell’afferrare ciò che sta davanti e a disposizione, mangiarlo, incorporarlo e annientare così ogni diversità rispetto a colui che divora. In ogni luogo e ovunque appaia, che cosa è il potere? «L’istante del sopravvivere è l’istante della potenza» (273). Il potente è in primo luogo il sopravvissuto, l’unico superstite di fronte alla distruzione dei suoi simili; il suo trono poggia su mucchi sterminati di cadaveri: «Il più antico ordine -impartito già in epoca estremamente remota, se si tratta di uomini- è una sentenza di morte, la quale costringe la vittima a fuggire. Sarà bene pensarci quando si parla dell’ordine fra gli uomini» (366).  Lo strumento e la tonalità del potere è la dissimulazione, il silenzio sulle proprie reali intenzioni, il segreto indicibile, il moltiplicarsi delle maschere, la finzione. Solo così la parola detta, quando sarà detta, avrà il peso di un’autorità senza limiti, di una sentenza senza appello. Ogni ordine è parte di questa morte che viene dall’alto, una spina che si conficca in chi la riceve, che non si potrà dimenticare e da cui ci si potrà liberare solo trasmettendo a un altro lo stesso identico comando. Ma anche il potente vive la sua angoscia: essa è il contraccolpo della sorte, il poter perdere l’autorità e dover subire la vendetta di coloro a cui si è comandato: «sapere che tutti coloro cui si sono impartiti comandi, tutti coloro che si sono minacciati di morte vivono e si ricordano (…), questa sensazione profondamente radicata e tuttavia indeterminata, poiché non si sa mai quando i minacciati passeranno dal ricordo all’azione, questa tormentosa, invincibile e indefinita sensazione di pericolo è appunto l’angoscia del comando» (373). È questa per Canetti la spirale paranoica del potere.

L’unica forma di liberazione dall’impulso a sopravvivere distruggendo ciò che è diverso da noi «è per propria natura una soluzione riservata solo a pochi» e consiste in «un isolamento creativo che faccia acquistare l’immortalità» (570): l‘arte, il sapere, la cultura come sopravvivenza che non si nutre della morte altrui, anzi moltiplica e ricrea la vita: «Così i morti si offrono come il più nobile nutrimento ai vivi. La loro immortalità torna a vantaggio dei vivi: grazie a questo capovolgimento del sacrificio del morti, tutto prospera. La sopravvivenza ha perduto il suo aculeo e il regno dell’inimicizia è alla fine» (336).

Canetti non giudica la massa, la descrive come qualcosa che costituisce il mondo, sia umano sia animale e vegetale. Valuta invece il potere, svelandone la vera e propria natura patologica. Ma in questa modalità del giudizio sembra permanere l’idea roussoviana delle masse che autolegittimano il loro potere nella volontà generale, masse che si autocelebrano come Volk e come fonte di una giustizia inappellabile. Masse che esprimono anch’esse quel desiderio di morte che «si trova davvero ovunque, e non è necessario scavare molto nell’uomo per trarla alla luce» (87).
Il libro coinvolge a fondo. Un maestro della scrittura -Premio Nobel per la letteratura nel 1981- in delle pagine splendenti offre una comprensione radicale del potere, guarda il volto della Medusa e sopravvive.

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