Max Planck
Causalità e libero arbitrio
(Kausalgesetz und Willensfreiheit, in Vorträge und Erinnerung, S. Hirzel Verlag, Stuttgart 1949)
Trad. di Enrico Persico e Augusto Gamba
Bollati Boringhieri, Torino 2025
Pagine 80
Tratto da un’opera più ampia dedicata all’epistemologia (La conoscenza del mondo fisico, Bollati Boringhieri 2022), questo breve scritto di Max Planck è interessante poiché è significativo delle difficoltà e dei limiti più o meno grandi che uno scienziato puro, in questo caso un fisico, incontra quando sente la necessità di ampliare la propria riflessione alla filosofia e persino alla metafisica. In queste pagine si alternano infatti elementi di notevole ingenuità ad alcune espressioni dogmatiche ma anche a delle riflessioni teoreticamente del tutto corrette per quanto prive di originalità.
Tra le ingenuità e i limiti compaiono ad esempio alcuni giudizi che risulta eufemistico definire superficiali, come la definizione di «ingenue concezioni razionaliste» rivolta alle filosofie di Descartes, Spinoza, Leibniz (p. 20). Più grave è una prospettiva epistemologica decisamente scientista, così espressa: «Il carattere distintivo della vera scienza è infatti questo, che le sue acquisizioni sono generali, obbiettive, impegnative per tutti i tempi e per tutti i popoli; i suoi risultati esigono quindi un riconoscimento illimitato che alla fine riescono sempre a imporre. I progressi della scienza sono definitivi e non possono venire durevolmente ignorati» (39). Una formulazione alla quale l’epistemologia contemporanea ha tolto ogni fondamento e che poteva essere evitata, o almeno attenuata, anche al tempo di Planck, se il fisico fosse stato più attento alla semplice storia della scienza, con le sue moltissime ‘certezze’ e pratiche diventate successivamente superstizioni, come il geocentrismo o l’utilizzo sistematico dei salassi nella pratica medica (sono soltanto due esempi dei molti che potrebbero essere ricordati).
Un ulteriore elemento di debolezza filosofica appare alla fine del volumetto, nel tentativo di conciliare il rigido determinismo precedentemente argomentato con la difesa della ‘dignità’ umana e consiste nella centralità dell’etica quale «frutto più maturo e più prezioso» della filosofia (79), anche nelle sue declinazioni religiose. La filosofia, però, non è etica. La filosofia è uno sguardo oggettivo sul mondo e sull’essere, al di là di ogni presenza ed esigenza umane.
La descrizione e la difesa di tale sguardo costituisce appunto la ricchezza di questo testo di Planck. Il fisico comincia con il «definire la causalità, in generale, come il nesso obbligato degli eventi e della loro successione nel tempo» (18). Dopo una sintesi della storia filosofico-scientifica da tale concetto attraversata, Planck afferma con nettezza che «l’ipotesi rigidamente deterministica di una causalità senza eccezioni forma il presupposto e la condizione preliminare della conoscenza scientifica» (61); che il principio causale ha una struttura «trascendentale, è assolutamente indipendente dalla natura della mente indagatrice» (62) e che dunque «il pensiero scientifico aspira alla causalità, è anzi la stessa cosa che il pensiero causale» (64), come Aristotele ha argomentato in molti modi.
Da ciò consegue logicamente ed empiricamente che il libero arbitrio umano o di qualunque altro animale è un’illusione data dall’ignoranza della complessità, della ramificazione e della numerosità dei motivi che determinano ogni animale a compiere l’azione che ha compiuto: «Il ruolo che in natura ha la forza, causa di movimento, è assunto nel mondo dello spirito dal motivo, causa di azioni […] così le azioni dell’uomo originano con pari necessità dal gioco dei motivi, che si rinforzano e si contrastano vicendevolmente, che sono in parte coscienti e in parte agiscono rimanendo incoscienti» (58).
Il primato ontologico ed etico della nostra specie ne viene ovviamente e correttamente ridimensionato. E infatti l’autore si pronuncia con altrettanta chiarezza contro l’antropocentrismo e l’antropomorfismo, affermando che «ogni vera scienza comincia col cosciente abbandono di ogni considerazione egocentrica o antropomorfa» (41).
In questo oscillare tra ingenuità epistemologiche e verità teoretiche, Planck ha il merito di riconoscere la necessità della metafisica nel lavoro del pensiero. Una necessità gnoseologico-etica, dato che «non si può far completamente a meno della metafisica senza finire per cadere nel solipsismo e non salvarsene più» (33), e soprattutto una necessità scientifica poiché senza il presupposto metafisico «dell’esistenza di un mondo esterno, a sé, completamente indipendente da noi» (42) non sarebbe possibile neppure l’inizio di ciò che chiamiamo scienza.
Queste pagine scritte da uno dei massimi fisici del Novecento che fu anche un appassionato cultore di filosofia confermano quindi la centralità della teoresi per ogni feconda comprensione della natura.





