Blog Escher: geometria e infinito

Escher: geometria e infinito

M.C. Escher. Tra arte e scienza
Mudec / Museo delle Culture – Milano
A cura di Claudio Bartocci, Paolo Branca, Claudio Salsi / In collaborazione con Kunstmuseum Den Haag
Sino all’8 febbraio 2026

Come spesso accade, il meglio di un pittore si coglie nei paesaggi; questo vale anche per Escher. Il quale venne folgorato dalla bellezza dell’Italia, dove visse a lungo. I borghi, il mare, le coste, le montagne diventano le forme geometriche così peculiari a questo artista ma sono anche eredi di una tradizione ben precisa della pittura moderna che da Hyeronimus Bosch arriva a Giambattista Piranesi, le cui visionarie rovine furono per Escher una chiara fonte di ispirazione. Tra le numerose incisioni ‘paesaggistiche’ di questa prima fase del suo percorso ce ne sono due particolarmente affascinanti. La prima raffigura il paese di Corte, in Corsica;

 

la seconda è una veduta dell’Etna dal borgo di Cesarò, una veduta a me molto nota, dato che Cesarò dista soltanto 15 chilometri da Bronte,  paese che si vede a destra in basso in questa xilografia.

Il primato della geometria nell’opera di Escher ha come fonte anche i suoi viaggi in Andalusia, dove visita, ammira e copia i motivi geometrici degli edifici islamici; non soltanto quelli della tradizione moresca in Spagna, in particolare la Alhambra di Granada, ma anche numerosi oggetti provenienti dall’Iran, come piastrelle, armi, piatti, tappeti. Nella foto di apertura si vedono in primo piano un elmo e uno scudo iranici e sullo sfondo due acquarelli di Escher.

L’ultima fase del percorso è forse la più conosciuta; qui la matematica e la geometria diventano la sostanza stessa della figura, dell’invenzione, dello spazio. I moduli, i paradigmi e gli strumenti sono in particolare due: la ripetizione e la moltiplicazione. Di esse Escher disse che «tutto il mondo che si può percepire con i sensi diventerebbe un caos privo di significato se non si facesse riferimento a questi due concetti» (citazione dai pannelli presenti in mostra).

Due esempi della capacità di trasformare in immagini la ripetizione e la moltiplicazione sono Divisione regolare del piano con cavaliere n. 67 (del 1946) e Disegno schematico relativo alla xilografia sempre più piccolo (s.d.).
Il trionfo avviene con e sul concetto di infinito, a partire dalle geometrie non euclidee che gli permettono di replicare gli stessi motivi sino a dimensioni piccolissime che diventano il confine stesso dello spazio. L’infinito è un concetto paradossale nella sua stessa definizione, dato che il significato della parola lo mette immediatamente in relazione con il finito, dal quale però lo separa un vero e proprio salto ontologico. L’infinito infatti non è la misura ‘massima’ di qualcosa, ponendosi invece in una dimensione logica e ontologica qualitativamente diversa dal finito, con il quale dunque non può essere confrontato. 

Consapevoli della stranezza, della paradossalità, dei rischi di questo concetto e viventi dentro la misura, i Greci accettarono soltanto un infinito potenziale, una quantità data alla quale è sempre possibile aggiungere ulteriori unità senza che però questo significhi che l’infinito di queste unità possa davvero esistere e accadere in atto. La manifestazione più chiara dell’infinito potenziale sono i numeri; un’espressione fisica è la divisibilità, la quale se condotta all’infinito sfocerebbe nel contrario dell’essere, nel nulla. Una divisione infinita è quindi assurda, un infinito reale è impossibile e contraddittorio.
L’infinito è un dispositivo logico e geometrico intriso di asintoticità, è un avvicinarsi che non raggiunge mai la sua meta anche se a essa rimane sempre aperto o è un modificarsi quantitativo che non si ferma mai se non per sfociare in qualcosa di diverso da ciò che in partenza era. Esempio di quest’ultimo processo è la quadratura del cerchio, ottenuta mediante il moltiplicarsi asintotico dei lati di un poligono o l’immagine proposta da Nicolò Cusano di un’infinità di accrescimenti o diminuzioni che conduce a una figura nella quale non è più possibile alcuna modifica. Esempio è una curva che sul piano perde progressivamente la propria curvatura sino a diventare la curvatura di grado zero che chiamiamo retta. Che l’infinito sia misura del finito si può dire soltanto al modo in cui la retta è misura di ogni curvatura, come allontanamento più o meno grande dalla retta di partenza.

Maurits Cornelis Escher ha avuto la capacità di trasformare tutto questo in visione, immagine e forma. Il significato e il valore della mostra milanese sta proprio nell’indagare il rapporto costitutivo che in Escher si dà tra la pittura (nelle diverse sue espressioni) e la geometria e farlo con un allestimento rispettoso, essenziale e funzionale, il quale si chiude con uno spazio costituito da caleidoscopi iperbolici, dove il visitatore può immergersi nella tridimensionalità dell’opera, come spero che questi due brevi video possano testimoniare.

Escher. Caleidoscopio 1

Escher. Caleidoscopio 2

 

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Letto con interesse resoconto tua visita al Mudec. Escher è un autore suggestivo e stimola riflessioni che, come nel tuo caso consentono lo sviluppo di riflessioni interessanti. Sotto il profilo artistico devo ammettere, invece, che Escher non mi “prende”. Quella caratteristica che lo rende interessante sotto il profilo speculativo lo rende “freddo” sotto profilo artistico. E’ vero che c’è in lui qualcosa di Piranesi ma l’incisore delle “Carceri” e delle “Vedute di Roma” aveva una potenza espressiva che probabilmente Escher ignora.

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