Blog Johan Otto von Spreckelsen

Johan Otto von Spreckelsen

L’Inconnu de la Grande Arche
(Lo sconosciuto del Grande Arco)
di Stéphane Demoustier
Francia, 2025
Con: Claes Bang (Johan Otto von Spreckelsen), Sidse Babett Knudsen (Liv von Spreckelsen), Swann Arlaud (Paul Andreu), Xavier Dolan (Jean-Louis Subilon), Michel Fau (François Mitterrand), Jean des Forêts (Alain Juppé)
Trailer del film

Il quartiere parigino della Défense è chiuso da un edificio assai particolare: un cubo alto 110 metri, largo 112, profondo 108. Venne costruito durante la presidenza di François Mitterrand e inaugurato in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese, il 14 luglio 1989.
A idearlo fu nel 1982 un inconnu architetto danese, Johan Otto von Spreckelsen, che sino ad allora aveva costruito casa sua e quattro (assai belli) edifici di culto in Danimarca. Questo artista sconosciuto aveva inviato la sua proposta a un concorso denominato Tête Défense al quale avevano partecipato in forma anonima altri 896 progetti. Von Spreckelsen lo fece da architetto singolo, non da membro di agenzie o gruppi di lavoro, anche assai famosi, come invece la gran parte delle altre proposte. Un fatto questo che mostra la correttezza delle procedure con le quali si arrivò alla decisione di accogliere la sua idea.
Quale idea? Il progetto di un arco che non è un arco, di uno spazio vuoto ricavato dallo svuotamento di un grande Cubo dalla struttura asimmetrica che chiudesse l’Axe Historique che dal Louvre attraversa Place de la Concorde, gli Champs Elysées, la Senna. Dall’alto della Grande Arche, come si nota da questa mia foto scattata dalla sua terrazza, si vede infatti l’Arc de Triomphe.

L’edificio/monumento di von Spreckelsen si inserisce dunque nella grandiosità della capitale parigina ma lo fa in forme talmente pure, per sottrazione e non per aggiunta, da mutare di nota e di tono l’intero quartiere – del quale rappresenta il sigillo – e tutto l’Asse storico parigino. Questo vale soprattutto per l’idea originaria dell’architetto danese, molto più limpida della realizzazione finale. Spreckelsen aveva infatti immaginato un edificio ancora più vuoto, solcato da nuvole, costruito tutto in vetro e in marmo di Carrara, lo stesso marmo utilizzato da Michelangelo e che da purissimo bianco si trasforma in acceso rosa al tramonto.
Ma le leggi sulla sicurezza assai più restrittive in Francia che altrove (sin dagli anni Ottanta del secolo scorso…), la gelosia/invidia di altri architetti, le pastoie burocratiche e una sconfitta elettorale di Mitterand nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento francese, ebbero come effetto delle modifiche al progetto che il suo autore non accettò, dimettendosi dalla fase di costruzione e morendo proprio di fronte al suo Cubo due anni prima che esso venisse inaugurato, nel 1987.
Sembra una storia degna di Victor Hugo o di Zola e invece il suo protagonista è un nordico professionista che però era anche un artista e che nell’idea di un Grande Cubo «che non è né di destra né di sinistra ma appartiene all’umanità» aveva voluto riassumere ed esprimere la purezza di forme dell’architettura contemporanea nei suoi esiti migliori.

Il film di Stéphane Demoustier ha il merito di narrare con esattezza e insieme con partecipazione la vicenda di quest’uomo e della sua opera nella Francia di fine Novecento. La scena forse più significativa del forte aspetto politico di questa storia è quella nella quale il nuovo ministro del Bilancio francese (poi diventato anche Primo Ministro), Alain Juppé, comunica con brutalità a Spreckelsen che la Grande Arche dovrà da ora in poi (1986) trovarsi i propri finanziatori, vendere i suoi spazi privati – gli uffici – e la terrazza panoramica. In caso contrario non sarà portata a termine, in ogni modo non lo sarà con le finanze pubbliche.
Tali finanze infatti, lo stiamo vedendo, devono essere destinate alle armi e alle guerre, non alle opere d’arte o a quelle sociali. La storia contemporanea si mostra in questo modo assai più rozza di quella dei mecenati romani, dei Papi rinascimentali, dei sovrani assoluti come Luigi XIV, i quali utilizzavano parte del denaro da tutti loro succhiato ai propri popoli per delle opere nelle quali tali popoli potessero riconoscere un senso e un’appartenenza nel nome della bellezza.
Il capitalismo, in particolare quello finanziario del presente, è invece soltanto miseria, sfruttamento, guerra, brutalità, morte.

 

[Chiudo con un’annotazione personale: se avessi avuto tre vite, avrei voluto essere un astronomo, un architetto, un filosofo. Avendone soltanto una credo di aver compiuto in ogni caso la scelta migliore, quella che riassume anche le altre due]

 

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Parto dalla tua annotazione finale che condivido pienamente al punto che buona parte della mia formazione culturale è avvenuta sotto il segno della filosofia e della architettura. Tu aggiungi una terza aspirazione: astronomo. Ma cosa hanno in comune questi tre profili di esistenze possibili ? Certamente filosofia e architettura condividono alcune qualità. Ad esempio l’ambizione tettonica che si realizza con modalità diverse; poi ci metterei l’incantesimo inarrestabile che da ambedue promana; infine la ferrea volontà di ordine, di chiarezza e di profezia. E l’astronomia? Con l’architettura ha in comune la spazialità e quindi la forma e quel tanto di eternità che promana anche da alcune forme innalzate dall’uomo. Con la filosofia poi il legame è palese.
Il commento al film di Demoustier ci presenta una vicenda interessante di cui non era a conoscenza, vicenda rubricabile sotto la voce architettura e potere. Una rubrica sotto cui si può (ri)scrivere l’intera storia della architettura europea a cominciare dall’Acropoli di Atene. Ho visto il “Grande Arco” di Parigi negli anni in cui era diventato un simbolo delle novità offerte dalla capitale francese. Nulla sapevo della storia del suo architetto danese, storia che ho letto con interesse e che mi ha ricordato il destino amaro di tanti artisti.

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