Appiani
Il Neoclassicismo a Milano
Palazzo Reale – Milano
A cura di Fernando Mazzocca, Francesco Leone, Domenico Piraina
Sino all’11 gennaio 2026
Opportunamente collocata nelle sale e negli spazi neoclassici di Palazzo Reale, la mostra dedicata ad Andrea Appiani (1754-1817) è una vera gioia degli occhi e della memoria.
Gli occhi assistono alla vita quotidiana degli dèi come se fossero umani e alla glorificazione degli umani come se fossero dèi. Tutti con nomi rigorosamente latini. Giove, Plutone, Proserpina, Venere, Adone, Marte, Diana ritornano ad abitare la memoria, a vivere i racconti che li hanno resi famosi, i μῦθοι con i quali e nei quali la continuità tra l’umano e il divino ha raggiunto uno dei suoi vertici e la sua perennità. E questo anche e specialmente per l’appartenenza allo stesso κόσμος, al medesimo ordine della materia e del desiderio, alla φύσις dalla quale umani e divini scaturiscono nella comune appartenenza alla terra e al cielo, come Heidegger argomentò in alcune delle sue pagine più memorabili.
Vediamo ad esempio Marte e Venere in secondo piano rispetto all’ampiezza del paesaggio che li ospita, alle acque che scorrono, ai dirupi, ai boschi. Anche gli dèi diventano minuscoli nella gloria della natura. E così in quattro grandi dipinti che raccontano il rapimento di Europa a opera di Giove in forma di toro, la bellezza dell’animale è anche la sua tranquillità, si direbbe il suo sorriso, mentre trasporta la ragazza nel mare, per farla presto sua.
Il tratto dei dipinti di Appiani è lieve, quasi arcadico. E però si vede bene, in particolare nei cartoni preparatori, la sua capacità di rinnovare la forza di Michelangelo, l’armonia di Raffaello, i vortici di Tiepolo.
Due tratti in comune tra l’umano e il divino sono la nudità e la potenza.
Vestite di trasparenze, le nobildonne ritratte da Appiani fanno intravedere i seni, i glutei, la carne delle dee. E questo nonostante il pittore non abbellisca affatto i suoi soggetti. I ritratti sono realistici: se una donna è bella diventa bello il suo ritratto, se non lo è i visi non sono trasformati dal pittore ma fedelmente riportati, anche se arricchiti dalla grazia dell’arte.
Ma è la potenza che fa di alcuni umani delle divinità. Un dio della parola fu Parini e la fama lo ricompensa nel trionfo del suo nome nel tempo, nella sconfitta della morte.
Pensieri, parole, versi, bellezza per filosofi e poeti. Una gloria ancora più grande sembra quella direttamente politica, per la quale è il potere a trasformare alcuni umani in eroi e in semidei. L’esempio massimo di tale dinamica è naturalmente Napoleone Bonaparte,
Appiani lo ritrasse per primo dopo la vittoria a Lodi; lo raffigurò come liberatore ancora rivoluzionario in quanto Presidente della Repubblica Italiana e lo portò poi all’apoteosi nelle vesti imperiali, dipingendo le imprese di Bonaparte dalla prima campagna d’Italia nel 1796 sino al 1807. Era questo il contenuto del grande fregio che percorreva le pareti della Sala delle cariatidi di Palazzo Reale con il titolo I Fasti di Napoleone. L’opera venne incenerita dai bombardamenti degli angloamericani ma è stata ricostruita sulla base delle fotografie che sono rimaste. Pur se in misura ridotta si può quindi percorrere nella grande sala l’intera epopea napoleonica in 35 dipinti a tempera su tela, un fregio scandito in 20 nuclei tematici e lungo 100 metri. All’ingresso della sala domina l’Apoteosi di Bonaparte (1806-1808, immagine di apertura), diventato ormai una figura sacra, una divinità che guida la storia, ieratico e imperturbabile. Ma la storia non si fa guidare a lungo da nessuno e anche il generale corso precipitò nel nulla di un potere perduto per sempre.
Una sala inserita nel percorso della mostra ospita in modo permanente il grande centrotavola voluto da Francesco Melzi d’Eril per celebrare l’incoronazione di Napoleone Bonaparte a Re d’Italia nel 1805. L’opera fu realizzata da Giacomo Raffaelli e consiste in una grande tavola coperta dai simboli neoclassici del potere. Una sua sezione è vuota di umani e colma invece di statue, di templi, di oggetti sacri. Ecco, gli umani passano per fortuna. Le loro opere invece permangono ancora un poco. Una durata che può consistere in anni, secoli, millenni, sino a quando l’immaginazione umana esisterà ancora e sarà intrisa di «pianto, ed inni, e delle Parche il canto», come scrisse Ugo Foscolo (Dei Sepolcri, v. 212), del quale Andrea Appiani sembra essere il gemello in arte.
La mostra di Palazzo Reale conferma quanto Milano e la sua storia debbano al Neoclassicismo. Anche questo è uno dei segreti della sua bellezza.










La lettura del tuo commento alla mostra su Appiani in corso al Palazzo Reale di Milano è una occasione imperdibile per avviare un confronto con una interpretazione critica dell’evento espositivo ricca di stratificazioni culturali, storiche, artistiche. Al centro del commento tu poni la dirompente vicenda napoleonica che ha portato alla costituzione della Repubblica Cisalpina in cui si è manifestato il geniale contributo dell’ arte neoclassica dell’ Appiani. Ho apprezzato il vigore con cui hai rievocato la straordinaria vicenda della Milano napoleonica e illuminista e la precisa e fondata interpretazione del neoclassicismo dell’ Appiani e del suo eccezionale contributo realizzato a Palazzo Reale. Giustamente hai richiamato l’influenza sul pittore milanese di Leonardo e di Raffaello e hai ricordato la vivacità culturale di quella stagione in una città che si avvaleva anche dei contributi di letterati come il Parini, Foscolo e Monti. Il tuo commento è stato, per me, una lettura ricca di suggestioni, di spunti critici, di richiami, di riferimenti non solo alla personalità artistica di Andrea Appiani ma anche alle singole opere su cui ti sei soffermato e per il pertinente rimando, che in te non manca mai, al contesto filosofico.