Morte e materia. Contro Schopenhauer
in BÍOS THEÔRÊTIKÓS E BÍOS PRAKTIKÓS. Studi offerti a Fabio Minazzi per i suoi settant’anni
a cura di Stefania Barile, Florinda Cambria ed Elisabetta Scolozzi
Mimesis, Milano-Udine 2025
Volume II, pagine 651-658
Indice
1. Premessa: βροτοί
2. Fenomenologia del morire
3. Paure contemporanee
4. Consolazioni schopenhaueriane
5. Il morire come natura
In questo saggio ho cercato di riflettere sulla dimensione naturale ed equa del morire (oltre che sulla sua ovvia inevitabilità) come elemento intrinseco a ogni entità materica, sottoposta a molteplici leggi fisico-chimiche, prime delle quali le leggi della termodinamica.
La critica a Schopenhauer, filosofo di prima grandezza, intende essere paradigmatica del fatto che persino le filosofie più disincantate e più sagge, come appunto quella del pensatore di Danzica, cadono a volte nella trappola teoretica dell’antropocentrismo di fronte al terrore della dissoluzione individuale.
Quando si riferisce al mondo – e lo fa ovviamente spesso – Schopenhauer, come molti altri filosofi prima e dopo di lui, identifica il ‘mondo’ con il solo pianeta Terra, che ovviamente non è affatto ‘il mondo’. Sta qui il limite, certo istintivo e forse inevitabile, della gran parte delle conoscenze e delle credenze umane.
Sta qui il limite anche della più parte delle grandi metafisiche, sta in un elemento semplice e preciso: trattano i loro temi come se il cosmo non esistesse, come se il pianeta Terra – del tutto insignificante da ogni punto di vista – e gli enti che lo abitano da qualche milione di anni, compreso l’essere umano e specialmente l’essere umano, fossero il mondo, il tutto, l’intero, l’essere. Come se la Terra fosse il cosmo. Tale fantasia antropocentrica costituisce un mito metafisico invalidante. Mito dal quale si sono in gran parte affrancati filosofi quali Anassimandro, Eraclito, Platone, Spinoza, Nietzsche, Heidegger. Per essi la filosofia è infatti cosmologia o, con un altro linguaggio, è ontologia.
Il modo dunque più coerente per comprendere e accettare la sacralità del morire è agire contro il demone della nascita, contro la sciagura dell’essere venuti al mondo. È cercare di mostrare e argomentare con la maggiore forza possibile la tragicità che ci ha investito nascendo/morendo, è tentare di essere saggi nel modo indicato da questa affermazione: «Homo liber de nulla re minus quam de morte cogitat et ejus sapientia non mortis sed vitæ meditatio est; l’uomo libero a nulla pensa meno che alla morte e la sua sapienza è una meditazione sulla vita, non sul morire» (Spinoza). Si tratta di un invito non a nascondere la finitudine e il limite di ogni ente/modo ma a comprendere e accettare il fatto che morire sia un accadimento anch’esso necessario, un evento tra i tanti nel tempo infinito della materia sacra, del Deus sive Natura.
[In apertura la Silk Veil Nebula LBN331 nel Cigno, fotografia di Lino Benz, 2025]






Ho letto integralmente il tuo contributo al volume predisposto per i settant’ anni di Fabio Minazzi. Articolo splendido, il tuo, per la scelta del tema, per la trattazione, per il confronto con due autori del livello di Jankelevitch e Schopenhauer. Stimolanti, coraggiose , argomentate le tue riflessioni sulla morte e il morire. Condivido pienamente la denuncia della spietatezza per quanto è accaduto durante il Covid.