K-Pax
di Iain Softley
USA, 2001
Con: Kevin Spacey (Prot), Jeff Bridges (Mark Powell)
Trailer del film
Un film che dice molto dei meriti e dei limiti non soltanto del cinema hollywoodiano ma del modo nel quale gli Stati Uniti d’America pensano se stessi, si giudicano, si compiacciono.
Nella grande stazione centrale di New York viene fermato un uomo che si chiama Prot, che non ha documenti, è assolutamente tranquillo e afferma di venire da un altro pianeta dal nome K-Pax. Prot viene affidato alle cure di uno psichiatra molto attento ai pazienti, che scorge nelle parole e nell’atteggiamento di quest’uomo qualcosa di singolare, come se venisse effettivamente da un altrove.
Preparatissimo su questioni astrofisiche, Prot sembra una sorta di sociologo che studia la specie umana e che confida al medico come la stranezza e la violenza dei comportamenti della nostra specie inducano a chiedersi come abbia fatto Homo sapiens a non essersi ancora estinto. Sempre più perplesso, il Dott. Powell presenta il paziente a un gruppo selezionassimo di astrofisici, i quali rimangono sbalorditi dal modo nel quale Prot conosce e spiega i movimenti del suo pianeta e delle due stelle intorno alle quali ruota, nella costellazione della Lira. Pianeti la cui esistenza era a conoscenza soltanto di tre astronomi.
Prot afferma che tornerà su K-Pax in una data e in orario ben precisi, portando con sé un umano, scelto tra gli altri pazienti, per i quali diventa una vera e propria guida, un po’ al modo del Randy McMurphy di Qualcuno volò sul nido del cuculo ma in forme assai più lievi. Powell cerca dunque di capire, anche con l’ipnosi, chi sia effettivamente questa persona. Scopre molto sino a che, nonostante tutte le consistenti misure di controllo, Prot sparisce davvero alla data stabilita, e con lui una delle altre persone del reparto di malati di mente. Anche se non tutto in questa partenza è chiaro…
Il merito di Hollywood consiste dunque nell’inventare storie coinvolgenti, il limite consiste nel raccontarle poi con una melassa indigeribile di sentimentalismo, moralismo e menzogna. K-Pax si mantiene infatti su un livello alto e oggettivo per un terzo della storia, poi precipita nella psicologia e nei buoni sentimenti, rendendo tutto assai banale e soprattutto finto. Il paradosso, che paradosso non è, è che il film risulta plausibile solo nella dimensione fantascientifica. Una significativa testimonianza, questa, di come gli USA siano davvero una cultura finta, un’umanità fasulla.
Senza l’interpretazione ancora una volta eccellente di Kevin Spacey il film, nel suo complesso, non reggerebbe.







Presentazione molto chiara e coinvolgente fino a quando la trama del film lo consente ossia per quella parte minore che precede la solita melassa di tanta cinematografia targata USA.