Piccolo Teatro Strehler – Milano
Riccardo III
di William Shakespeare
regia Antonio Latella
traduzione Federico Bellini
adattamento Antonio Latella e Federico Bellini
con Vinicio Marchioni, Silvia Ajelli, Anna Coppola, Flavio Capuzzo Dolcetta, Sebastian Luque Herrera, Luca Ingravalle, Giulia Mazzarino, Candida Nieri, Stefano Patti, Annibale Pavone, Andrea Sorrentino
scene Annelisa Zaccheria
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, LAC Lugano Arte e Cultura
Sino al 30 novembre 2025

Trailer dello spettacolo

Tra le rose il male. Le rose degli York e dei Lancaster che si fecero guerra per il dominio sull’Inghilterra. Quasi un rovesciamento del principio luterano della rosa della redenzione che fiorisce sulla corona di spine, che riscatta il male del mondo. E invece c’è una spina potente, appuntita, mortale che annienta tutto ciò che tocca. Riccardo III è questa spina, è questa morte. La quale gli sarà restituita dalle tante vittime della sua ossessione.
I loro fantasmi gli appaiono nella terrificante notte che precede lo scontro decisivo (la battaglia di Bosworth Field del 1485, ultima della Guerra delle Due Rose) che gli eserciti nemici muovono contro questo «cinghiale usurpatore» della corona, al quale si rivolgono con parole che non ammettono pietà, allo stesso modo della nulla pietà che Riccardo ha avuto verso chi era da lui giudicato un ostacolo tra sé e la corona: «Tomorrow in the battle think on me / And fall thy edgeless sword. Despair, and die!»; Domani nella battaglia pensa a me e cadi con la tua spada non più acuminata. Dispera, e muori! (Richard III, atto V, scena III). Così parla la giustizia dei morti.

Un trionfo della morte è il Riccardo III. Non solo e non tanto della morte biologica quanto specialmente della morte dell’esserci, di un’esistenza ridotta all’ossessione di un obiettivo, conseguito il quale la dolcezza dell’ottenuto scopo dura poco. Bisogna infatti agire subito e premunirsi per mantenere quanto si è conquistato. L’obiettivo da raggiungere diventa un’ossessione per la quale si muore già da vivi. Quest’ossessione è il potere, è l’emblema del comando, è il poter dire ‘voi farete ciò che io vi dico’ e, ancor di più, ‘il tuo corpo e la tua esistenza sono miei’.
Quando tale struttura dello stare al mondo diventa l’unica, l’ultima e la prima, il risultato è la dissoluzione. Il potere ricercato e ottenuto come un assoluto implica infatti l’estensione del dominio dell’identità a detrimento e danno della differenza. Un’identità che ruota ed esiste sempre e solo a partire da un sé ipertrofico e soprattutto carente della bellezza che la molteplicità costituisce dentro le cose dando loro linfa, spazio, limite. Un’identità dimentica della misura che ogni conseguimento deve mantenere se non vuole dissolversi.
Riccardo Duca di Gloucester è questa identità senza apertura. La ‘corona’, il sogno della corona, lo guida sin dall’inizio del suo respiro e di quel respiro segnerà la fine. Antonio Latella coglie e trasmette di questa figura la dimensione greca, il dominio su di lui della ὕβρις, l’inesorabilità dell’ἀνάγκη. E infatti in un dio si trasforma alla fine il ‘custode’ della torre di Londra che in tutta la vicenda è il fedele sicario al quale Riccardo affida ogni assassinio, compreso quello dei suoi due giovani nipoti. L’effetto è accentuato dalla splendida scenografia, che immerge l’intera vicenda in un paradiso di rose, in un giardino di antica armonia che fa da luogo e sfondo di ogni orrore.

Chi è Riccardo III? È il migliore dei personaggi, è senza dubbio il più intelligente, il più capace di trasformare la parola in verità, è un maestro della finzione ma è anche il più autentico. Se infatti riesce a manipolare così bene le sue vittime è perché esse sono come lui, sono uomini e donne che vogliono il dominio ma lo perseguono con meno franchezza del deforme Riccardo. Questa assenza di coraggio e di verità li perde.
«Forse perché siamo stati creati per essere stonatura all’interno della perfezione armonica della prima nota», scrive il regista nel Programma di sala (p. 78). Riccardo III è l’umano nella sua verità teologica, biologica e folle. 

Un pensiero su “Riccardo, le rose”
  1. Mi è difficile aggiungere un mio commento ad una esposizione del dramma shakespeariano così profonda, intensa, capace di restituire la immane potenza letteraria e drammaturgica di uno dei più importanti capolavori della letteratura europea. Voglio soltanto sottolineare la forte consonanza della tragedia messa in opera al Piccolo di Milano con le tematiche filosofiche afferenti il pensiero di Alberto Biuso. In particolare la questione del potere, dei suoi grovigli inestricabili e delle sue follie che nel suo commento al Riccardo III hanno la giusta evidenza.

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