Hypnotic
di Robert Rodriguez
USA, 2023
Con: Ben Affleck (Daniel Rourke), Alice Braga (Diana Cruz), J.D. Pardo (Nicks), William Fichtner (Dellrayne)
Sceneggiatura di Max Borenstein
Trailer del film
Un tipico prodotto hollywoodiano, con banali effetti digitali, con il mescolamento e rimescolamento di sentimenti e tecnologie, di memorie e di violenza, di polizia e di progetti di dominio sul mondo. In questo caso si tratta del progetto di sfruttare la potenza di alcune menti capaci di controllarne altre sino al punto da indurle con poche parole o anche con un semplice sguardo a compiere le azioni più feroci, sino anche a uccidersi.
Il racconto di questo potere emerge con molta fatica dalla vicenda di un poliziotto al quale è stata rapita la figlia, che viene incaricato di indagare su alcuni colpi in banca assai strani, tanto da trovare in una cassetta di sicurezza proprio la foto della sua bambina. Con una serie di svolte labirintiche e gratuite si arriva a una conclusione ovviamente inverosimile. Ma non è questo il punto: la inverosimiglianza è uno dei motori dell’arte letteraria (compresa quella cinematografica, soprattutto di quella cinematografica), il punto è che l’inverosimile riesce quando appare naturale, inevitabile e credibile. Qui invece esso è del tutto artificioso, arbitrario ed esagerato.
Perché dunque occuparsi di un film come tanti altri, di una copia banale di alcune opere di Nolan, soprattutto di Memento e Inception?
La ragione è molto precisa e filosoficamente utilissima. Hypnotic è infatti un film cartesiano. Lo è in modo assai meno riuscito dell’opera cartesiana per eccellenza – vale a dire Matrix – ma lo è. Questi film si basano infatti sul principio che la realtà stia di fatto tutta nella mente umana (chissà perché non nella mente di un cervo o di una balena); che cogito ergo sum; che lo spazio e il tempo siano soprattutto e quasi soltanto «forme a priori del senso esterno e interno» (Kant, Critica della ragion pura, §§ 2 e 6 ), che «lo spirito è la verità esistente della materia: è questa verità per l’appunto, che la materia medesima non ha verità alcuna» (Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 389).
‘La materia non ha verità alcuna’; a questo è pervenuto il soggettivismo moderno, a contrapporre la materia a un ente fatto di materia, un ente che si dissolve appena la sua materia non è più in equilibrio, smette di funzionare, muore; un ente che dall’alto del battito di ciglia della sua storia – da lui pomposamente ribattezzata ‘storia del mondo’ – proclama che la materia non ha verità alcuna.
Ci sarebbe da avere compassione se non si fosse messa in mezzo anche la volgarizzazione ‘spirituale’ della fisica dei quanti, per la quale molti che non sanno risolvere neppure un’equazione di primo grado discettano sui ‘quanti’ che dimostrerebbero ‘scientificamente’ (of course) il dominio dell’anima, della trascendenza spirituale, persino di un qualche dio.
Non c’è niente da fare: il delirio idealistico di credere la realtà frutto della mente umana è troppo allettante per l’arroganza di Homo sapiens, soprattutto nella sua versione ‘avanzata’, contemporanea. Merito di film ambiziosi e sconclusionati come questo Hypnotic è di mostrare in modo plastico la sostanza di tale delirio che si dice convinto che il lavoro dei neuroni nella scatola cranica della nostra specie produca e generi le galassie, la realtà, l’essere. Sono proprio bizzarri questi umani.

Si, siamo proprio “bizzarri”. Ma anche creativi, al punto di travalicare il confine e la divaricazione -non sempre nettamente tracciati e raramente visibili alla mente “moderna” e iperdigitale- tra la dimensione del reale e quella del mentale, tra esistente ed immaginario, tra fantasioso e concreto. La tua folgorante recensione di Hypnotic è godibilissima sia nel commento cinematografico che in quello propriamente filosofico dove sei oramai allenatissimo, capace di atterrare l’avversario con un paio di colpi rapidi e ben assestati.
Grazie, Michele, per questo apprezzamento atletico 🙂
Mi fa particolarmente piacere perché la filosofia è sin dall’inizio una palestra del corpomente. Il suo simbolo stesso, Platone, fu prima di tutto un fortissimo atleta, tanto da vincere gare di lotta nei giochi istmici (e forse olimpici), e fu anche proprietario di una palestra frequentata da giovani, ragazze, schiavi. Non a caso molti dei suoi dialoghi sono appunto ambientati in una palestra (ne ho parlato qui: Platone, il pugile).