E dunque la seconda presidenza Trump sta cancellando le finzioni con le quali la colonia Europa ha giustificato a se stessa la propria servitù agli Stati Uniti d’America.
Ora il dominio del padrone americano appare per come realmente è: brutale, colonialistico, violento. Merito di questo miliardario è aver sollevato il velo – «sfrondato gli allori», direbbe Ugo Foscolo – e posto davanti agli occhi degli europei la verità del dominio e della servitù.
I ciechi non vedono, sennò non sarebbero ciechi, e tuttavia è talmente palese il disprezzo degli USA verso i colonizzati europei da gettare nello sconcerto i ceti dirigenti delle nazioni prone e il corrotto governo dell’Unione Europea guidato da Ursula von der Leyen. Non si aspettavano proprio di essere ricambiati con il soldo dell’umiliazione, dopo aver fatto in tutto e per tutto gli interessi degli USA, distruggendo l’Europa in una guerra per procura contro la Federazione Russa e persino accettando il sabotaggio del gasdotto NordStream2 che riforniva di gas russo Germania ed Europa a costi molto vantaggiosi.
La psicologia collettiva e la filosofia della storia ci insegnano da sempre che un padrone può ben avvalersi dell’opera dei servi ma naturalmente non li rispetterà mai, proprio perché sono servi.
Tra i Paesi europei l’Italia è particolarmente disprezzata. Nel maggio del 2022 ponevo infatti «una semplice domanda: che cosa ha fatto la Federazione Russa all’Italia? In quali circostanze, modi, azioni ha aggredito il territorio italiano o le sue rappresentanze, ha tradito gli accordi commerciali o politici, ha leso i diritti dei cittadini italiani?»
La risposta è: niente, la Russia non ha fatto niente all’Italia nella sua storia recente. E tuttavia, pur senza aver subìto dalla Russia il minimo affronto o pericolo, l’Italia ha contribuito e sta contribuendo in modo massiccio – militarmente, finanziariamente, politicamente – alla guerra degli USA e della NATO contro la Russia. E questo anche a costo di sottrarre risorse finanziarie (soldi) alla sanità, alla scuola, all’università, ai trasporti. Lo fa il governo Meloni e lo fanno con altrettanto zelo le cosiddette ‘opposizioni’ guidate da quella entità penosa che è il Partito Democratico.
Perché accade? Perché, come spesso nella sua storia, l’Italia e i suoi governi sia di ‘destra’ sia di ‘sinistra’ sono senza onore, il che vuol dire che non fanno gli interessi degli italiani ma quelli dei padroni che guidano tali governi, ridotti a colonie.
«Wer sich aber zum Wurm macht, kann nachher nicht klagen, daß er mit Füßen getreten wird.
Ma chi si fa verme, non può poi lamentarsi d’essere calpestato»
(Immanuel Kant, Die Metaphysik der Sitten – La Metafisica dei costumi [1797], trad. e note di G. Vidari, Laterza, Bari 1973, parte II, I sezione, II capitolo, p. 297).
A proposito di metafore e similitudini etologiche, ha ragione Alberto Capece quando scrive che «la povera Europa strilla e corre senza meta come un gallina senza testa»…
Dolorosa e sostanziale testimonianza di tutto questo è infatti che la stessa struttura politica – l’Unione Europea e le sue articolazioni finanziarie – la quale con Draghi e con von der Leyen aveva per anni escluso categoricamente che si potesse deviare dal cosiddetto «patto di stabilità» per fornire ai cittadini europei i servizi sanitari, scolastico-universitari, pensionistici, dichiara ora che tale ‘patto’ può e deve essere sospeso per riempire l’Europa di armi. Ciò che non si poteva fare per salvare la sanità, i bambini, gli anziani, la formazione scolastica e universitaria, i trasporti, il lavoro (in Grecia e in tutta Europa) è ora richiesto e voluto per continuare una guerra e incrementare il militarismo, per dissipare in questo modo le risorse e le vite dei cittadini europei.
Qui si mostra la reale natura del liberismo e del capitalismo, una natura che è sempre guerrafondaia, sempre distruttiva, sempre antisociale.
E ancora una volta trova conferma la tesi che soltanto dalla dissoluzione dell’Unione Europea potrà forse rinascere la civiltà europea, ora in mano a un ceto dirigente globalista e delirante, un’Europa che mai era stata così politicamente umiliata.

Perversioni
«Quasi sempre i detentori del potere sono folli, ignoranti e affetti da ogni genere di vizi» Pietro Pomponazzi, Trattato sull’immortalità dell’anima (1516), Olschki 1999,





Essere cittadini di una colonia dominata da una nazione barbarica è assai triste.
Ma è ancora più triste esserlo e non capirlo, o addirittura non averne idea.
Questa è la ragione per la quale in questo sito comunico notizie e dati a proposito di tale nostra infame e assai rischiosa condizione di coloni al servizio degli Stati Uniti d’America.
Nostra, di noi italiani, di noi europei.
L’Europa si incammina velocemente verso una condizione coloniale.
Riporto alcune notizie.
=========================
UE, TAFAZZILAND
La presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, ha di sicuro una passione per la commedia e le sue maschere.
Uno pensa: per forza, guardatela in faccia, somiglia a uno di quei personaggi femminili recitati in alcuni film da Totò.
Eppure, non è al Principe De Curtis che Metsola si ispira. Basta leggere questo suo gongolante comunicato:
“Abbiamo appena firmato il divieto sul gas russo, trasformandolo in legge.
L’Europa sta mettendo in sicurezza il controllo del proprio approvvigionamento energetico e rafforzando la propria autonomia.”
Non di Totò si tratta, dunque, ma di Tafazzi in una versione turbo della sua maschera autolesionista.
Ci siamo finalmente “liberati” da una dipendenza che non c’era, per consegnarci come ostaggi inetti ai petrolieri americani, impazienti di portare sui nostri letti tante teste di cavallo per dare sostanza ai loro prezzi e alle loro offerte, comprese loro intermediazioni sugli idrocarburi russi che continueranno ancora ad arrivare, ma con la tangente che ci svuota le tasche.
Ecco, questa lugubre commediante non mi fa tanto ridere.
IL SENSO DI PRODI PER L’ECONOMIA
L’otto Agosto 2007 Romano Prodi propose la vendita dell’oro della Banca d’Italia per “diminuire il debito pubblico”. Una proposta tecnicamente folle visto che l’oro della Banca Centrale ha una precisa funzione a difesa del valore della moneta e dunque del potere d’acquisto di tutti gli italiani. All’epoca il valore dell’oro all’oncia era di 670 dollari (fixing del 9 Agosto 2007).
In questo momento il valore dell’oro è di 5310 dollari l’oncia. La Banca d’Italia ha circa 79 milioni di once d’oro in riserva.
Lascio a voi valutare il senso dell’economia di Prodi. Ipercompetente nell’interesse di qualcuno o cretino patentato a danno degli italiani? O forse entrambe le cose?
Gasati
L’UE ha appena annunciato con orgoglio il divieto totale del gas russo. Immediatamente il prezzo del gas naturale americano da cui siamo ormai totalmente dipendenti è salito del 40%.
L’Europa sembra ormai determinata a incamminarsi sulla via del sottosviluppo e della dipendenza, come nei più classici esempi del neocolonialismo.
Da: Sussurri e grida nel vicolo cieco
il Simplicissimus, 14.12.2025
.
«Quel conglomerato dell’Europa che sta in effetti prendendo il posto di un’America latina sempre meno controllabile: un territorio da sfruttare appieno vendendo gas di pessima qualità a prezzi quattro volte superiori a quello russo, risucchiandone le industrie e i cervelli sempre più rari in patria e terrorizzando i governi dei singoli Paesi con i dazi e soprattutto la possibile fine della Nato. Ciò che è accaduto nella vicenda ucraina dove prima prima l’Ue si è piegata a tappetino nei confronti degli Usa e oggi, fingendo di voler recuperare un’autonomia che non è mai esistita nel mondo reale, sta creando tensioni che finiranno per disgregare sia l’Unione – che dopo la Cee è sempre stata poco più di un’agenzia bancaria – sia la stessa Alleanza atlantica che non ha più senso di esistere.
[…]
L’ appello a un patriottismo europeo, incongruo da ogni punto di vista, è solo un espediente di sopravvivenza di ceti politici fallimentari e del tutto incompetenti che facevano finta di guidare un autobus che aveva invece il pilota automatico della finanza. Nessuno li rimpiangerà. Guardateli nella foto in apertura, sembrano vivi, ma sono già morti».
.
Washington si adatta, l’Europa si suicida: il C5 e la fine dell’illusione atlantista
Pino Cabras, 13.12.2025
.
Mesi fa buttavo lì – neppure troppo per scherzo – l’idea che una soluzione razionale per la ‘governance’ globale sarebbe stata l’ingresso degli Stati Uniti nei BRICS. Non per amore del multipolarismo, ma per mero interesse: stare dentro un tavolo dove siedono tutti i giganti è il modo più efficace per gestire conflitti strutturali senza farli esplodere. I BRICS sono paesi che fra loro non si amano, ma non si sognano di farsi guerra e anzi cooperano e risolvono problemi di enorme portata. Oggi quella traiettoria prende forma in modo diverso: c’è stata una fuga di notizie pilotata da qualche manina alla Casa Bianca che ha fatto emergere la proposta C5, un capitolo di una versione più estesa e non pubblicata della Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense, che includerebbe l’idea di creare un forum “Core Five” (il “nucleo dei cinque”) formato da USA, Cina, Russia, India e Giappone per discutere questioni globali chiave. Laddove il G7 è una vecchia muffa geopolitica che esclude e non capisce gran parte del pianeta, laddove il G20 è troppo paralizzato e pletorico, e infine laddove il Consiglio di Sicurezza dell’ONU riflette un mondo di 80 anni fa che non c’è più, il C5 diventerebbe invece, mutatis mutandis, un passo verso il modello e la logica BRICS.
Se la cosa va avanti, significa che gli USA hanno scelto di adattarsi a un mondo multipolare, di contrattare spazi, regole e compromessi, al netto di passaggi assertivi e niente affatto pacifici come una ripresa delle pretese esclusive sul “cortile di casa” delle Americhe. Saranno comunque anni turbolenti, quelli a venire.
.
L’Europa, invece, si auto-esclude, si radicalizza, si illude di poter sostituire la politica con sanzioni, sequestri e scorciatoie giuridiche. Il caso degli asset russi congelati è emblematico: una bomba sotto il diritto internazionale e sotto la fiducia globale, destinata ad accelerare processi che la taglieranno fuori. Senza materie prime e con un’impressionante deindustrializzazione in corso, senza tecnologie guida, l’Europa appare come il grande malato.
Il passaggio è epocale e tragico: l’Europa ha un know-how micidiale nel trasformare crisi politiche in guerre mondiali. E non sembra aver imparato nulla.
In Bulgaria – come in Slovacchia e in Ungheria – resistono alla trasformazione in vermi dell’UE e sono stati capaci di far cadere il governo europeista, rinviando – questo è l’auspicio – la masochistica adesione all’Euro. Quali ‘organi di informazione’ hanno dato in Italia tale notizia?
.
=========
Dissenso bulgaro: la piazza caccia il governo
il Simplicissimus, 12.12.2025
.
La Bulgaria, improvvisamente, è esplosa come un candelotto di dinamite, mentre tutti pensavano che si trattasse di un cero votivo in onore dell’Ue. La miccia rende inequivocabile il senso di manifestazioni enormi in tutto il Paese che hanno costretto il governo alle dimissioni: il fatto dal primo gennaio del 2026 questo Paese sarebbe entrato nell’area euro, prefigurandosi già da subito come una seconda Grecia, ma forse ancora più grave, visto che c’è stato un aumento stellare dei prezzi che ha spinto la gente in piazza per disperazione. La legge di bilancio che si doveva approvare, rifletteva appunto la preparazione alla nuova moneta, che come sa molto bene chi non guarda ostentatamente dall’altra parte, forse per non vedere quanto è stupido, è una sentenza di lenta agonia economica. Altro che proteste contro la corruzione, come dicono, con evidente disprezzo di qualsiasi verità o anche plausibilità, i giornaloni e le televisioni del mainstream, impossibilitati questa a nascondere cosa sta succedendo. Tra l’altro dimenticano che proprio l’Ue vive fenomeni corruttivi serpeggianti in ogni settore, a partire dalla sua capa in testa, protagonista di una trattativa sui vaccini che grida vendetta, ma che è stata soffocata da quella specie di parlamento di pelouche che pronuncia una sola parola: “sissignore”, anzi sissignora, perché mica vogliamo sottovalutare il merito di queste eccelse figure femminili. Del resto badano solo ad aumentarsi stipendi d’oro che sono cresciuti del 22 per cento negli ultimi tre anni: commissari e alti funzionari ora percepiscono una remunerazione pari o più altra del presidente degli Usa.
.
Il titolo del post va spiegato ai più giovani che non sono vissuti nel tempo in cui l’espressione consenso o maggioranza bulgara era usata per indicare una massiccia adesione. La Bulgaria era infatti il Paese del mondo comunista dove alle elezioni c’era un consenso di oltre il 90 per cento per i candidati espressione del politburo di Sofia. Ops… sì, in Unione Sovietica e nei Paesi ad essa collegati si votava regolarmente, fatto questo che dimostra come il ricorso alle urne è un fatto necessario, ma non sufficiente alla democrazia o alla rappresentanza. Ad ogni modo questa è la prima volta che nel beato giardino europeo un governo è costretto a dimettersi di fronte alla pressione delle piazze. e sono piazze dove sono confluite in tutte le città principali della Bulgaria decine di migliaia di persone, centinaia di migliaia nella capitale Sofia. Ecco perché parlo di un dissenso bulgaro nei confronti del governo europeista e dunque verso l’Ue. Basta guardare questo breve video, salvatosi dalla censura che stanno attuando i maggiori media, impedendo la riproduzione in rete, per rendersi conto della realtà, soprattutto tenendo conto che il Paese conta appena 6 milioni e mezzo di abitanti scarsi.
.
Tale dissenso era peraltro già informazione in tutto l’Est del continente, soprattutto a causa del parossismo bellico che ha preso l’Ue e che certamente impaurisce i Paesi confinanti con la Russia che sarebbero facilmente sacrificabili dalle oligarchie europee pur di continuare la loro guerra. Ma c’è anche un altro motivo di cui avevo parlato il 25 novembre scorso e riguarda anche la possibile fine del conflitto con la conseguente necessità di ricostruzione dell’Ucraina e di ciò che ne rimarrà. E spudoratamente mi cito: “bisognerà dirottare enormi cifre di denaro verso Kiev e questo significherebbe sottrarle agli altri Paesi dell’Est che finora ne hanno goduto. Romania, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria e vari stati balcanici sono molto allarmati e tentati di sottrarsi a Bruxelles nel momento in cui non potrebbero più trarne vantaggi, ma anzi sarebbero chiamati a pagare il conto, Insomma una situazione esplosiva che si ha tutto l’interesse a rinviare il più possibile, anche se il collasso economico è sempre più vicino, con tutto quello che ne consegue”.
.
Non è certo un caso se l’Ungheria da tempo è in rotta di collisione con Bruxelles e anche la Slovacchia fa sentire il suo no ai piani della von der Pfizer: il premier Fico proprio ieri ha detto che non voterà più finanziamenti al regime di Kiev e non concederà più armi. La stessa Romania è sull’orlo di uno tsunami: sono riusciti a tamponare la situazione, facendo invalidare dalla Corte costituzionale il risultato delle elezioni che aveva in precedenza ratificato e poi ricorrendo a palesi brogli e corruzione che, secondo alcuni notisti, sono costati alla Ue poco meno di due miliardi. Ma il Paese è spaccato, inquieto, pronto di nuovo ad esplodere. Ormai è davvero inutile che ad ogni contestazione i domestici che scrivono sui giornali ormai di immi8nente proprietà di armatori greci, che in Bulgaria e Romania agisce l’estrema destra. L’unica estrema destra ravvisabile sono proprio loro.
Non più Ursula, ma mai più Ursula: l’ombra di un’Europa sotto sorveglianza

Marcello Foa, 11 Novembre 2025 – 18.06
.
Non più Ursula, ma mai più Ursula: l’ombra di un’Europa sotto sorveglianza
Marcello Foa denuncia l’idea di creare un’agenzia d’intelligence europea sotto il controllo di von der Leyen, un passo verso un’oligarchia senza regole. Quante violazioni di trasparenza nei contratti Pfizer, quanta opacità con le lobby. UE verso l’autoritarismo
Davvero dopo quel che ha rivelato Frédéric Balda nel saggio “Ursula Gates” (Guerini edizioni, 2025) l’Unione Europea pensa di creare un’agenzia di intelligence europea e di metterla sotto il comando della von der Leyen?
La mia è una domanda retorica, perché la risposta è sì è perché ad aver avuto questa brillante idea è addirittura la stessa Ursula. Naturalmente, tutto ciò viene proposto, come sempre, per il nostro bene per proteggerci dalla minaccia russa. Secondo il Financial Times il piano fa parte del più generale sforzo riorganizzativo in tema di sicurezza, e non solo militare, in elaborazione a Bruxelles.
Il punto è: come è possibile solo immaginare di affidare auna struttura di questo genere a un presidente della Commissione che:
.
▶️ha violato tutte le norme di tutela previste dalla stessa UE nell’acquisto dei vaccini Pfizer,
.
▶️è stata condannata dalla corte Ue per mancanza di trasparenza
.
▶️ trasgredisce disinvoltamente le norme sulle lobby.
.
▶️ di fatto controlla la procura europea che dovrebbe indagare sul suo operato.
.
In ultima analisi Ursula von der Leyen sta trasformando la Commissione europea in una oligarchia al di sopra di qualunque regola e controllo. A un presidente del genere, non bisogna dare più potere, bisogna toglierne, fino ad azzerarlo.
Non più Ursula, ma mai più Ursula.
.
L’Europa come miniera

Pino Cabras, 31.10.2025
.
.
Ci raccontarono in mille modi che l’allargamento a Est avrebbe reso l’Europa più grande, più unita, più forte.
Un continente finalmente riunificato dopo il Novecento delle frontiere e dei muri.
Sembrava l’alba di un nuovo equilibrio, e invece fu l’inizio del suicidio geopolitico dell’Europa.
Dietro i brindisi di Bruxelles c’era un disegno più antico: inglobare Stati che ragionavano in chiave russofoba, per saldare definitivamente il destino europeo agli Stati Uniti.
Un’integrazione apparente che in realtà consolidava la subordinazione.
Le élites economiche europee accettarono quel compromesso con entusiasmo.
Avevano intravisto un vantaggio immediato: la forza lavoro a basso costo dell’Est come cavallo di Troia per comprimere i salari interni e raffreddare l’inflazione.
Per qualche anno l’ingranaggio parve perfetto. Le imprese producevano, le statistiche sorridevano, e a Bruxelles si cantava il successo del “mercato unico”, mentre i Paesi nordici umiliavano i Paesi “sudici”, convertendo il dominio economico in dominio morale.
Chiaramente, non era progresso: era dumping sociale travestito da integrazione.
Era l’avvio di un processo che disgregava le basi materiali della cittadinanza in tutta la UE.
Eppure, Prodi ancora gongola.
Alla fine, il meccanismo si è fracassato.
.
La rottura con la Russia, la fine del flusso di materie prime a basso costo e l’aumento dei costi energetici hanno svelato la verità: il capitalismo europeo non produce più ricchezza reale.
Vive di rendite, di capital gain finanziari, di scommesse sui derivati che durano solo finché regge il dollaro.
Il capitale produttivo si è liquefatto nella finanza, e la politica è diventata la sua maschera.
Stellantis ne è l’emblema: il capitale produttivo si è disfatto della produzione, ma non del potere, sempre più apolide.
Nelle porte girevoli delle funzioni apicali delle istituzioni europee e delle cancellerie degli Stati vediamo transitare gente che sta con BlackRock, con i Rothschild, con Goldman Sachs, con gli avvocati della City.
Ecco perché le élite europee oggi non fuggono la guerra: la inseguono.
Si dirà: è follia. No, è istinto di sopravvivenza.
Il riarmo e la cultura della guerra servono a legare gli Stati Uniti al continente, a impedire qualunque disimpegno concordato con Mosca che sancirebbe la marginalità definitiva dell’Europa.
È l’ultima colla per tenere insieme un edificio che altrimenti crollerebbe di botto.
.
Così l’Europa, da presunto progetto di civiltà, è diventata una miniera a cielo aperto.
Le sue classi medie, i risparmi, la conoscenza, il lavoro, perfino il patrimonio culturale sono trattati come giacimenti da sfruttare finché c’è qualcosa da estrarre.
Le élite europeiste trattano i popoli come miniere da svuotare in fretta: il valore accumulato in generazioni durerà una sola generazione.
Rappresentanza? Zero.
Il loro mestiere è manipolare e stroncare il dissenso.
Non è una teoria: basta misurare l’astensionismo e la popolarità finta dei leader. Basta vedere quante misure liberticide e quanti attacchi contro le forze politiche scomode al sistema stanno architettando.
Votano ormai soprattutto i clienti del sistema.
L’importante è restare nel punto della catena alimentare dove arriva ancora un frammento di ricchezza. Dicono di essere nati dalla rimozione del muro di Berlino, ma ora si proteggono con il muro di Kiev.
Dopo di loro, le macerie.
E sopra quelle macerie tenteranno di raccontarci ancora – come un Mattarella o un Draghi qualsiasi –che “la sovranità europea è il nostro destino”.
Da: La flottiglia e gli imbianchini del globalismo
il Simplicissimus, 5.10.2025
.
«Non ricordo più dove ho letto che l’avventura della flottiglia è stata una scintilla, sì una miccia che è riuscita in qualche modo a spezzare la feroce macchina del consenso che lavora incessantemente, non solo per creare una realtà che non esiste, ma per tenere tranquille le coscienze. Una miccia accesa non volendo aggiungo io. E non potendo nemmeno farlo da un punto di vista pratico visto che se anche la flottiglia riuscisse ad arrivare sulla riva di Gaza, il suo apporto sarebbe quello di una goccia in un mare. Ma questa avventura ha avuto un potente e probabilmente inatteso significato simbolico che sta mobilitando le piazze, sia pure tardivamente. Da noi questo ha spiazzato la destra bottegaia impegnata a cianciare di sovranismo, mentre è tutta pappa e ciccia con i poteri finanziari e dunque anche con il sionismo che del resto è cresciuto nel secolo scorso in analogia con i fascismi europei. Dall’altra parte la sinistra inesistente ha colto l’occasione per fare ciò che vuole il potere globalista, ossia normalizzare la situazione, buttando la questione in caciara, come si diceva un tempo, ossia sfruttando l’occasione per cercare di demolire l’attuale governo. Ma mi chiedo perché sindacati, Pd e campo largo compreso se la prendono solo con la Meloni – che conta come il due di coppe quando briscola è a bastoni – e non, per esempio, con i loro adorati poteri europei, che nulla hanno fatto per Gaza se non ribadire la vicinanza con Tel Aviv e con il genocidio? Perché non chiedono le dimissioni di una commissione guerrafondaia e della baronessina von der Leyen che nei due anni scorsi è stata attivissima a sedare qualunque anche pallido sostegno alla lotta dei palestinesi? E che di certo non è precisamente una fan della flottiglia?»
Dalle piazza un grido, dai palazzi silenzio: sudditi digitali del Sionismo reale
Pino Cabras, 3.10.2025
.
Un anno fa, la vicenda dei cercapersone esplosivi in Libano aveva segnato un punto di svolta: il Sionismo Reale non domina solo con le armi, ma con il controllo delle reti digitali. Nei suoi software passano i dati più sensibili di governi, procure, forze armate e servizi europei. Chi possiede quelle chiavi ha il potere di spiare, ricattare, imporre silenzi. Bibi il Boia e i suoi danti causa adesso vogliono estendere la loro morsa anche sul nucleo dei principali social network. Ma sono informazioni ancora più profonde e sensibili degli Stati occidentali a essere dentro la pancia dei maggiori perturbatori della pace mondiale.
Ecco perché, di fronte a crimini evidenti — Gaza rasa al suolo, missioni umanitarie colpite, civili massacrati a centinaia di migliaia (le cifre vere) — i governi occidentali balbettano, temporeggiano, abbassano lo sguardo. Non è diplomazia: è sudditanza tecnologica. Ieri il Tajani che provava a giustificare l’ingiustificabile aveva lo sguardo terrorizzato di uno che cammina in un campo minato ad altissima densità di ordigni.
.
Così, mentre le piazze d’Europa si riempiono di manifestazioni popolari a sostegno del popolo palestinese martoriato, dai Palazzi non arrivano parole di giustizia, ma solo imbarazzo, rabbia sorda, servile silenzio. In compenso Mattarella oggi a Pavia è stato cintura nera di parliamo d’altro.
Una verità lampante: abbiamo consegnato a Tel Aviv non solo la nostra sicurezza, ma anche un pezzo decisivo della nostra sovranità. Non sarà facile riappropriarsene.
.
Aggiungo una cosa sulle manifestazioni di oggi. È vero che vi si sono aggiunti soggetti che le vorrebbero strumentalizzare e disinnescare, ma il centro non sono loro. La reazione popolare al genocidio è genuina perché agli occhi di milioni di persone è fallito per sempre il tentativo meschino di nasconderlo. Molti dovranno maturare la consapevolezza che c’è una guerra ancora più grande da impedire. Sarà il nostro modo di essere in questo movimento di massa.
L’Italia del governo Meloni e dell’opposizione PD.

Entrambe al servizio della globalizzazione finanziaria dell’Unione Europea.
.
Eurozombi.

.
Pino Cabras, 23.8.2025
.
Uno dei principali paradossi è che l’europeismo ci aveva promesso la promozione della pace e autonomia dagli Usa, invece oggi la Commissione si può guadagnare la medaglietta dell’organo più catastroficamente prono a Washington.
La guerra in Ucraina ha avuto almeno un merito: mostrare in mondovisione i limiti strutturali di questa integrazione europea.
La politica economica, monetaria e commerciale dell’Ue degli ultimi trent’anni ha contribuito al tramonto del continente e alla perdita di centralità dei suoi Paesi principali: non solo l’Italia, ma ormai anche Germania e Francia i cui leader ormai vanno a Washington come alici colate e vengono trattati da inutili comparse dall’Imperatore.
30 anni di bugie e manipolazioni stanno venendo spazzate via ogni giorno che passa, e solo la mancanza di un vero dissenso organizzato tiene in vita questi morti che camminano che continuano a fare i nostri governanti.
Se mai ci sarà un “rilancio europeo” potrà nascere solo su basi radicalmente diverse, e questa catastrofe deve essere la tragica premessa per nascita di qualcosa di nuovo.
Verso il fallimento delle ‘trattative di pace’ in Ucraina?
Rivista Indipendenza, 21.8.2025
.
Quanto prospettato in Alaska tra Putin e Trump rischia di svanire per la postura bellicista in primis di Francia, Germania, Gran Bretagna. Trump vuole sganciare gli USA, attori principali nella costruzione del conflitto in Ucraina (2014), scaricando gli oneri sugli europei, obbligati a finanziare la macchina amministrativa di Kiev e ad acquistare armi negli States per centinaia e centinaia di miliardi, ora addirittura con l’annunciato (da Trump) ricarico sul prezzo del 10%: una sfacciata riaffermazione padronale sui vassalli europei.
Trump non è un amante della pace. Si veda il sostegno finanziario-militare al sionismo genocida che oggi, con Netanyahu, avvia l’operazione “Carri di Gedeone 2” per «ripulire» Gaza City dalla Resistenza che non riesce a domare e per «deportare» altrove i palestinesi, in nome della Grande Israele. O l’invio di navi da guerra davanti alle coste del Venezuela con migliaia di marines pronti a sbarcare per combattere il narcotraffico, dice Washington, in realtà per provare a rovesciare il non allineato presidente Maduro, sul quale Washington, in stile far west, ha alzato la taglia a 50 milioni di dollari. Trump e le forze che lo hanno portato alla Casa Bianca, vogliono riaffermare il dominio della declinata potenza USA e quindi riattrezzarla industrialmente, tecnologicamente, militarmente.
.
Che la Russia continui ad essere nel mirino di una guerra anche di bassa intensità e che gli europei –tramite il tritacarne ucraino– mostrino i muscoli, è apprezzato perché funzionale al suo indebolimento come perno dei BRICS. Il direttorio franco-tedesco, con quasi tutta la UE, e il Regno Unito non solo non vogliono la pace, ma mirano ad un intervento di tutto l’Occidente nella guerra. Finora questa per loro ha significato contrazione della produzione, esborsi finanziari, armamenti perduti (e attrattiva in calo sui mercati per le scadenti prestazioni), aggravi dei costi dei prodotti energetici per lo più di provenienza USA rispetto alle più economiche forniture russe di un tempo, rischi di tenuta sociale interna, ridimensionamento del proprio status internazionale. Insomma, nessun sostanziale ritorno economico o geopolitico.
Parigi, Berlino, Londra sono convinti che ci sia ancora tanta carne ucraina da immolare, che un peggioramento del conflitto obbligherebbe la Casa Bianca ad intervenire e che sia possibile vincere. Come da cartine geografiche che circolano, aspirano a ricavare porzioni di territorio russo con giacimenti da sfruttare e a risollevare la propria credibilità agli occhi sia dell’alleato-padrone sia di quei Paesi che hanno voltato o stanno voltando loro le spalle. La Francia, ad esempio, sempre più cacciata dall’Africa, confida che una Russia indebolita allenti il sostegno a governi che si stanno emancipando dal suo colonialismo.
Per questo i Paesi UE-NATO sedicenti «volenterosi» contrabbandano le garanzie di sicurezza all’Ucraina con una loro presenza militare sul terreno (inaccettabile per la Russia) altrimenti la guerra continuerebbe. Per il Cremlino, il logoramento del regime di Kiev e dei suoi sponsor potrebbe far implodere, con il fronte militare, anche quello politico (UE e governi di diversi Stati europei). Agli occhi del proprio popolo e della popolazione russofona (senza diritti linguistici, culturali, sociali, politici sotto il regime di Kiev) la disponibilità vanificata del Cremlino alle trattative chiarirebbe la posta in gioco, rafforzandone il consenso.
.
C’è un ‘nodo’ però, a ben vedere, per Trump: i vassalli sono stremati finanziariamente e hanno esaurito o quasi le scorte militari. Serve tempo per rimpinguarle e dar seguito alla loro postura bellicista. Gli europei pensano, facendo fallire la trattativa, di obbligare gli USA alla guerra e di poter vincere, essendo come UE e NATO una trentina di Paesi. Ma Trump sarà disposto a farsi tirare per la cravatta, a far deragliare gli interessi strategici USA per le velleità di ex potenze attempate in cerca di un bullo sceriffo che li tuteli?
https://t.me/rivistaindipendenza
Euroburattini.

.
Paolo Desogus, 14.7.2025
Negli ultimi tre anni gli USA ci hanno portato la guerra in Europa con le manie espansioniste della NATO. Ci hanno dunque tagliati fuori dai rapporti commerciali con la Russia da cui compravamo il gas a prezzi convenienti. Ora, siamo obbligati a comprare invece il loro gas, ottenuto tra l’altro attraverso tecniche molto inquinanti e costose, che hanno portato a una significativa lievitazione dei prezzi.
Ottenuto questo risultato e non sapendo come togliersi di mezzo dalla guerra in Ucraina, per loro diventerà inutile e costosa, stanno ora facendo di tutto per aumentare il nostro impegno militare. Anche qui i danni sono enormi. Il governo italiano, ad esempio, senza chiedere alcuna autorizzazione al parlamento (nel nostro ordinamento costituzionale – lo ricordo – l’unico organo realmentente sovrano), ha dovuto cedere parte dei costosissimi sistemi difensivi in nostra dotazione. Dei 5 sistemi samp/t (700miono di euro l’uno) ne abbiamo ceduti 2 e un terzo sta per essere inviato. Però dalla propaganda americana passa l’idea che dobbiamo temere un attacco missilistico nucleare.
Non solo dobbiamo cedere i nostri gioielli difensivi, ma ora il governo americano ci impone anche un costosissimo riarmo forzato, con un aggravio in 10 anni di circa 400 miliardi di euro, e questo secondo le stime più generose.
Ora arriva la ciliegina sulla torta: i dazi. Trump ha sparato cifre a casaccio per settimane. Pareva che i dazi si sarebbero attestati intorno al 10%. Considerata questa generosità (!) abbiamo accettato l’accordo per il riarmo. Ma adesso, firmate e controfirmate le carte, – bidibibum! – i dazi sono passati dal 10% al 30%.
Sembra uno scherzo, una presa in giro. Giorgia Meloni straparla di dialogo per un “accordo equo” e si vanta in giro di essere la più stretta interlocutrice di Trump, il quale mi pare che se ne fotta altamente dell’equità e misura tutto con il metro dei nudi rapporti di forza. È evidente che la nostra Giorgia nazionale confonde il ruolo del politico con quello della governante: è un difetto che avevano anche i repubblichini. Strano, eh?
Ma in generale tutta l’Europa è precipitata nel gorgo del servilismo e dell’ipocrisia strisciante e miserabile. Mentre Trump e gli USA fanno il bello e il cattivo tempo e si comportano in Europa come se fosse il proprio giardino di casa, i nostri governi e l’Unione europea stanno dando prova di un’inconsistenza terribile. Non sono all’altezza dei compiti storici che si ritrovano. In Europa cala il buio tetro dell’ignavia, dell’idiozia, dell’improntitudine. I valori di democrazia sono carta pesta che va a fuoco.
Sempre più servi degli USA di Donald Trump.
Vermi anche nei confronti della Germania e non soltanto degli Stati Uniti d’America.
Certo. E invece di armarsi contro gli USA la Danimarca vuole armarsi contro la Russia. Una vera nave dei folli.
E dopo la Groenlandia serviranno – per ‘ragioni di sicurezza’ – anche l’Islanda e il Portogallo.
E poi perché non chiedere la Sicilia? (Forse perché quest’ultima è già da decenni una portaerei delle guerre statunitensi…).
Il vicepresidente e il ministro della Difesa degli Stati Uniti d’America parlano di noi come del «parassita europeo».
Un verme, appunto.
Patetici, sì. Ma anche grotteschi.
La migliore analisi che abbia letto sul bellicismo dell’Unione Europea. Analisi che attinge alla filosofia della storia e del diritto.
Alain de Benoist: Trump, il declino dell’Europa e l’accelerazione della storia
Giubbe Rosse, 15.3.2025 (pdf)
Articolo sul sito di Giubbe Rosse
La versione originale (in francese) dell’intervista.
È chiaro che l’Unione Europa è una struttura pensata e gestita a favore della Germania e a danno di tutti gli altri popoli europei.
Sopra la guerra Ursula campa
il Simplicissimus, 7.3.2025
Finalmente l’allarme si sta diffondendo: il piano della von der Leyen per gettare l’intera Europa in un guerra infinita contro quella Russia che per almeno cinquant’anni è stata la ragione della crescita economica del continente e del mercantilismo tedesco, mette molti di fronte alla realtà di un potere che di fatto è incontrollabile dai cittadini ed è pervaso da logiche che non appartengono alla gente, ma ai poteri finanziari. Meglio tardi che mai e tuttavia ci troviamo in una situazione di reale impotenza. Alcuni propongono strade istituzionali per sfiduciare Ursula, perché in fondo basterebbe poco, che il 10 per cento dei parlamentari presentassero una mozione di sfiducia e che 361 di questi, la metà più uno, votassero a favore. Ma si tratta con tutta evidenza di fantascienza. È pur vero che la von der Leyen vorrebbe evitare di presentare il suo piano di riarmo da 800 miliardi di euro al Parlamento di Strasburgo per non rischiare, più che una bocciatura, la presenza di una consistente spaccatura nella Ue. Ma da qui a pensare che la truppaglia parlamentare europea si ribelli, ci passa un oceano. È la stessa che ha rieletto questo personaggio nonostante i pesanti scheletri nell’armadio su una contrattazione privata e segreta per l’acquisto dei vaccini: si tratta di un’assemblea che si compra facilmente e che ha perso qualsiasi credibilità. Del resto basta vedere chi sono i commissari passati al vaglio dell’assemblea per accorgersi che ci vuole proprio una corte dei miracoli per affidarsi a costoro.
Davvero possiamo pensare che la von der Leyen possa essere allontanata quando Macron in un discorso assolutamente delirante, dice che la Russia è diventata un pericolo per la Francia e chiede ai cittadini sacrifici per il riarmo, senza che l’Assemblea nazionale abbia nulla da dire? No la Ue è irriformabile dal suo interno, attraverso i sistemi istituzionali: è un costrutto nato proprio per questo, per fare la volontà di chi comanda davvero e che vuole continuare la guerra ad ogni costo, ma che soprattutto vuole speculare senza ritegno e continuare a trasferire soldi verso i vertici del potere reale. Che sia il Net Zero o che sia la guerra si cerca in ogni modo di saccheggiare i bilanci perché i soldi scorrano dalla gente verso i ricchi. E badate che entrambe le cose sono delle totali assurdità: in particolare una guerra contro Mosca portata dalla sola Europa non è nemmeno concepibile allo stato delle cose, né certamente interessa ai russi che di territorio e di risorse ne hanno fin troppo. In realtà lo sfondo sul quale questo psicodramma si svolge è di carattere essenzialmente speculativo: si tratta di trasformare l’economia europea ormai in affanno in economia di guerra nella quale è molto più facile chiedere ai poveracci sacrifici che poi andranno a beneficio di pochi. Tra l’altro, come ho già avuto modo di dire 800 miliardi sono in fondo pochi per poter davvero riarmarsi al livello della Russia e in ogni caso ci vorranno molti anni prima che una sufficiente produzione europea possa essere sviluppata: comunque troppo tardi per l’Ucraina e tardissimo per Zelensky che ha ormai il destino segnato.
L’obiettivo vero, oltre a fingere una rilevanza per l’Europa la cui obsolescenza come protagonista planetario è sotto gli occhi di tutti e strappa persino pietosi sorrisi, è quella di aumentare l’incertezza, la paura, la necessità e la mancanza di qualsiasi scudo in vista di un incerto futuro: si tratta della strada maestra per ammansire ancora di più il gregge. Tuttavia parrebbe che non ce ne sia poi tanto bisogno: nessuno vuole la guerra e tanto meno rischiare di andare al fronte, ma le manifestazioni in programma per questo mese di marzo che si chiama così da Marte il dio della guerra, sono prevalentemente in appoggio a un intervento europeo e a più Ue, organizzato da cespugli e ramoscelli di olivo che continuano imperterriti nella farsa di essere di sinistra. Tutto questo meriterebbe invece la nascita di una disobbedienza civile per mostrare come proprio dall’opposizione alla guerra possa nascere di nuovo la politica e la capacità di determinare il nostro destino. Ma anche questo è fantascienza, non quella che Jack London descrisse nel Tallone di ferro, ovvero una rivolta contro le oligarchie economiche, ma un adeguarsi a ogni cosa e condizione.
Aldous ha ripreso, nel numero del 1 marzo 2025, la breve riflessione sull’Unione Europea come verme kantiano.
Qui il pdf del testo: «Chi si fa verme»
Il nodo
Enrico Tomaselli, Giubbe Rosse, 4.3.2025
C’è del paradossale, in questa levata di scudi delle leadership europee – pressoché al completo – contro l’amministrazione Trump, che tra l’altro conferma come queste siano largamente composte di incapaci, affetti da un infantilismo politico spaventoso pari soltanto alla loro arroganza.
E paradosso consiste nel fatto che, nella convinzione di fare un dispetto a Trump, si apprestano a fare esattamente ciò che Trump chiede, ovvero farsi carico in prima persona della difesa europea, poiché gli Stati Uniti non considerano più così rilevante questo teatro e vogliono indirizzare altrove le proprie risorse militari. Peraltro, a chi non fosse ottenebrato dalla propria incapacità cognitiva, era chiaro da tempo che questo fosse l’orientamento verso cui si stavano volgendo gli USA già quando Biden sedeva ancora alla Casa Bianca. Cosa questa più volte sottolineata, scrivendo del conflitto ucraino. Il che rende evidente che non si tratta di un capriccio del nuovo presidente, ma di un’evoluzione strategica americana alla quale Trump in questo ha apportato, se mai, soltanto il suo stile ruvido e spiccio.
Ciò che è lungamente sfuggito ai leader europei – e che evidentemente continua a sfuggire – è che la crisi nazionale ed imperiale degli Stati Uniti è profonda e significativa e che, pertanto, in un modo o nell’altro, questa richiede misure straordinarie per essere affrontata. Fondamentalmente, quindi, non è poi così sorprendente che la postura statunitense sia mutata: sono tempi difficili, nei quali non c’è più spazio per i formalismi – evidentemente ritenuti una perdita di tempo – e sono invece i rapporti di forza a venire brutalmente in primo piano. Ciò che sta facendo Trump è togliere all’America il guanto di velluto per agitare platealmente il pugno di ferro. Ma che dentro il primo vi fosse il secondo solo gli sciocchi potevano ignorarlo.
Abbiamo così una pletora di leader e leaderini che – a fronte di una amministrazione statunitense che ci dice di provvedere da soli alla difesa del continente – corrono di qua e di là in preda alla confusione, concordi soltanto sul fatto che… l’Europa debba difendersi da sola! Convinti però che, così facendo, faranno un dispetto all’insopportabile inquilino della Casa Bianca. Tutta la prosopopea sulla difesa “fino alla fine” dell’Ucraina, infatti, alla fine si riduce al puro nulla. Persino degli incapaci come loro sono consapevoli che allo stato attuale l’Europa non ha alcuna possibilità seria di intervenire in favore di Kiev, in un modo e/o in una misura anche solo vagamente significativa.
Quello che però – mi sembra – nessuno abbia rilevato, e che, invece, è a mio avviso il vero nodo di tutta la questione sta altrove. E risiede nel fatto che tra Europa e Stati Uniti c’è una differenza profondissima, che sta a monte di tutte quelle politiche, economiche, sociali e militari ben note. Gli Stati Uniti, infatti, si sono sempre mossi sulla base del proprio interesse nazionale, anche quando l’hanno ammantato di nobili ideali validi erga omnes, mentre i paesi europei – quantomeno a partire dal 1945, quando hanno deciso di accettare il ruolo di vassalli – questa ambizione e questa capacità l’hanno perduta. E, se le prime classi dirigenti post-guerra avevano se non altro il ricordo di cosa significasse difesa dell’interesse nazionale (e quando possibile cercavano di farlo valere, pur nell’ambito del vassallaggio), il progressivo decadimento di quelle successive, non solo sotto il profilo politico, ma letteralmente sotto quello cognitivo, ha prodotto la più assoluta incapacità persino di concepirla. Ragion per cui, tra l’altro, tutto questo loro agitarsi appare ad un tempo triste e ridicolo.
Il punto di svolta definitivo, sotto un certo profilo, si è avuto quando – con la caduta dell’URSS – è caduta anche la divisione ideologica e la ‘sinistra’ è stata arruolata nel campo liberista (la terza via di Clinton e Blair). Mentre gli USA sono sempre stati pragmatici, l’Europa novecentesca è stata fortemente ideologizzata; ma, quando è venuto meno il confronto in questi termini, non è però venuto meno l’impianto culturale su cui si fondava e le società europee post guerra fredda sono state caratterizzate da una postura internazionale in cui lo storico complesso di superiorità (forgiatosi durante cinque secoli di colonialismo) e approdato ad una nuova dimensione, in cui il posto delle ideologie è stato assunto dai valori. L’esportazione della democrazia, le guerre umanitarie, che per Washington sono sempre state mere cortine fumogene a pallida copertura dei propri interessi, per gli europei sono invece divenute manifestazioni di una nobile missione valoriale, in cui – ancora una volta – spettava a loro portare al mondo la civiltà (stavolta appunto nella forma della democrazia parlamentare, del libero mercato ecc.). In buona sostanza gli europei, negli ultimi decenni, hanno davvero creduto alle panzane raccontate dalla propaganda americana, cosicché mentre gli USA avevano le proprie strategie geopolitiche, e le portavano avanti sulla base dei propri interessi, qui ci si convinceva di essere i difensori-portatori di valori universali, che i nostri interessi fossero automaticamente garantiti da ciò, e che in ogni caso i valori dovessero prevalere sugli interessi.
È esattamente questo che spiega come sia stato possibile che i paesi europei, con una inversione a 180° istantanea, siano dall’oggi al domani passati a difendere un regime corrotto, anti-democratico e filo-nazista, scagliandosi ferocemente contro quello che sino al giorno prima era considerato un utile vicino, e per di più con un fervore di gran lunga superiore a quello statunitense. È questo che spiega perché a ciò abbiano sacrificato di tutto (accettando in silenzio la distruzione di un’arteria energetica vitale per la propria economia, inviando globalmente più aiuti di quanti ne abbiano mandati gli USA, svuotando completamente i propri arsenali), e perché oggi non riescano neanche a concepire che si possa recedere da questa battaglia per i valori democratici – anche se non sono affatto in discussione nel conflitto, ed anche a costo di negarli in casa propria.
È qui il nodo di tutta la faccenda. L’Europa ha perso ogni cognizione di ciò che significa riconoscere e difendere i propri interessi ed a ciò ha sostituito una illusoria missione di difesa di un impianto valoriale ritenuto universale, ma al tempo stesso di indiscutibile primogenitura occidentale. Ed è per questo che odiano Trump: perché ha stracciato il velo dell’ipocrisia, mettendo in crisi l’intera architettura immaginifica su cui si fondava l’illusione di vivere nel giardino dell’Eden democratico.
Manifestare per il disastro
il Simplicissimus, 3.3.2025
Secondo le cronache, ieri sarebbero scese in piazza circa 10 mila persone, sparse in diverse città per protestare contro la demolizione di Zelensky avvenuta in mondovisione nella Sala Ovale e dunque per protestare contro la fine della guerra. Alla manifestazione, organizzata da Azione, il partito di Carlo Calenda, montiano di ferro, ex manager vicino a Montezemolo, fanatico di Draghi e alleato di Renzi (tanto per capire di chi si tratta), ha partecipato anche il Pd, cosa che rende anche più magro il bottino di presenze, mentre restituisce la certezza che i numeri siano stati gonfiati. Insomma quattro gatti insensati che prendono spunto dal totale disastro della Ue per chiedere bizzarramente ancora più Europa, il che partecipa della natura della follia o della stupidità che consiste nel cercare soluzioni riproponendo ciò che ha causato il problema. Hanno però avuto spazio in Tv e giornali che al tempo stesso tacciono sulle manifestazioni in Romania, ben più massicce, diciamo almeno 30 a uno, per tenersi bassi, contro il tentativo attuato dalla stessa Unione di evitare l’elezione di Georgescu, mettendolo ai domiciliari.
Queste mini kermesse italiane, pagate a piè di lista e che nel caso in questione oscillavano tra la scampagnata e il gay pride, dimostrano che a volte le manifestazioni sostituiscono le argomentazioni: nel caso specifico sono la palese incarnazione di un globalismo che non vuole arrendersi alla sua sconfitta e che vede nella continuazione della guerra e dei massacri la sua ultima speranza di schiacciare chi si oppone alla sua delirante visione del mondo. Ma in generale l’élite europea, ben lontana da esprimere nuove idee, sta raccontando alla gente l’esatto contrario della realtà, ovvero che fare la pace con la Russia significherebbe indurre la stessa ad occupare i Paesi baltici e chissà cos’altro, mentre incoraggerebbe la Cina ad invadere Taiwan, cosa che in ogni caso avverrà nel prossimo decennio, perché fondamentalmente l’isola è parte della Cina, come persino la dottrina occidentale riconosce. Si tratta di fantasie, costruite arrampicandosi sugli specchi, mere suggestioni da dare in pasto alla gente come se fosse uno spot pubblicitario: “compra la guerra, stringi la cinghia e vivrai felice” con tanto di mulino bianco diroccato sullo sfondo. In realtà proprio la prosecuzione del conflitto non farà che rafforzare l’alleanza tra Mosca e Pechino, troppo forti insieme per l’Occidente oltre che far prosperare i Brics. Ma la continuazione della guerra serve anche a nascondere i veri problemi, ovvero la subordinazione totale agli Usa che dura dalla fine del secondo conflitto mondiale e che si è fatta ancor più asfissiante dopo la caduta del muro di Berlino, oltre all’obbedienza totale della Ue alla cabala globalista nordamericana e ai suoi affari che in qualche modo si saldano in una doppia servitù che adesso è diventata inaspettatamente strabica. La pace con la Russia direttamente contrattata da Washington che non può più proseguirla a causa del suo enorme debito, significa semplicemente e brutalmente scaricare le colonie e svelare il gioco di un’Europa che non è stata altro che l’altra faccia della Nato, uno strumento di guerra che si è nascosto tra la la retorica della pace. Speranze e sogni buttati nel cestino.
Poiché una trattativa non può andare buon fine con Zelensky, presidente scaduto e dunque inabile a firmare qualsiasi trattato credibile , è evidente che inneggiare al duce di Kiev, significa inneggiare alla guerra. Del resto è evidente che non può sedersi al tavolo della pace chi invece tutti i giorni inneggia alla prosecuzione del conflitto e dunque l’Europa non è stata messa da parte solo da Trump, ma anche da sé stessa o meglio dalle sue élite che dopo aver sbagliato qualsiasi mossa, ora temono di dover abbandonare il trono del potere, il che è un problema per i burattinai che tirano i fili. Perciò proporrei che tutti quelli che vogliono la guerra e che in nome di essa vogliono spostare enormi quantità di soldi dal welfare all’industria bellica, invece di andare a manifestare, si arruolino come volontari nel famoso esercito europeo e si tolgano dalle scatole.
Bollette di guerra: ora la pace è nemica del “modello” europeo
il Simplicissimus, 28.2.2025
È straordinario come il grande capitale che ormai da 40 anni agisce senza ostacoli apparenti in Occidente riesca a conciliare le sue esigenze geopolitiche di espansione a tutto il pianeta, con quelle politiche di distruzione delle resistenze sociali e di massimizzazione del profitto economico. Almeno fino a che l’astratto non diventa palesemente concreto: non abbiamo bisogno di testi, ma delle semplici bollette per vedere come il combinato disposto di pandemia, culto climatico fasullo e guerra ci stiano impoverendo. Mentre si cerca di evitare ad ogni costo che le reazioni popolari abbiano un seguito politico, come abbiamo visto in Georgia, come vediamo in Romania, come potremmo vedere in Germania in cui, ancora sottopelle, corre la voce di brogli, non massicci, ma tali comunque da alterare la composizione del Parlamento. Questo senza parlare dell’atmosfera di censura e di minaccia che ormai percorre tutta questa Europa, così sfigurata dal globalismo da parere irriconoscibile.
Basta fare un breve elenco della torsione sociale che la continuazione della guerra a tutti i costi sta provocando, trasferendo sempre più risorse dei cittadini nelle mani di speculatori di ogni tipo. L’elenco è infinito, ma potremmo cominciare dai micro Paesi baltici, i più guerrafondai: il 9 febbraio si sono scollegati dalla rete elettrica Brell, che li collegava con Russia e Bielorussia, e si sono attaccati alla rete elettrica europea. Quel giorno i prezzi dell’elettricità nei Paesi baltici sono pressocché raddoppiati: mentre a gennaio l’elettricità costava in media circa 90 euro al megawattora, a febbraio il prezzo è stato già di 150 euro. Ed è solo l’inizio dell’ascesa dei prezzi, ma il presidente estone Alar Karis ha dichiarato con gioia che “La dipendenza energetica dalla Russia è completamente terminata. La Russia non potrà mai più usare l’energia come arma contro di noi”. Siamo alla metafisica di un nazionalismo delirante che peraltro non sa portare prove di un qualunque uso da parte della Russia delle esportazioni elettriche.
Ma questo è solo un piccolo particolare perché la guerra deve essere portata avanti a tutti i costi, l’obiettivo principale è combattere contro la Russia, aumentare al massimo la spesa militare e andare a tutta velocità verso la rovina. In Francia, per esempio si stanno mettendo in discussione tutte le lotte di questi anni per mantenere un livello decente di stato sociale. Il ministro degli esteri, Jean-Noël Barrot, ha dichiarato due giorni fa: “Gli sforzi che dobbiamo compiere e che richiederanno diverse percentuali del Pil, non possono essere finanziati con il debito. Dovremo risparmiare, dovremo lavorare di più.” Ma non è rimasto nel vago, ha suggerito che si dovrebbe avviare una “discussione nazionale” “che consenta ai francesi di comprendere tutti questi problemi e di scegliere i sacrifici che sono disposti a fare per risolverli”. Barrot ha citato la Danimarca come esempio, dove “c’è un dibattito sulla spesa militare e sulla necessità di lavorare di più, cioè di aumentare l’età minima pensionabile a 70 anni.” Insomma tutta la lotta sociale combattuta per evitare l’innalzamento dell’ età pensionabile si avvia ad essere gettata nel cestino in nome della guerra.
Arricchire ancora di più gli azionisti delle imprese belliche è un imperativo: ecco da dove nasce l’idea di mandare una sorta di contingente europeo da interporre alle forze dei due contendenti: esiste solo un problema che la Russia dovrebbe accettare un cessate il fuoco che a questo punto del conflitto sarebbe di fatto unilaterale e che oltretutto significherebbe la rinuncia agli obietti fondamentali della sua discesa in campo, ossia quella di un Ucraina neutrale e fuori dalla Nato. Non lo farà mai. Per questo il milieu politico europeo è andato nei matti quando Trump ha deciso di trattare la pace direttamente con Putin nell’ambito di un riassetto globale del potere mondiale, ben sapendo che gli europei di pace non vogliono nemmeno sentir parlare, ma solo di un cessate il fuoco che consentirebbe di chiedere ulteriori sacrifici alla gente e ulteriori cessioni di diritti. Non si tratta solo di nascondere l’irrilevanza europea, ma anche di non mettere in crisi un modello economico e sociale che il Wef ha delineato nei suoi tratti essenziali e che di fatto è diventata la piattaforma di riferimento della Ue. La fine della guerra significherebbe in sostanza anche la fine del paradigma dell’Unione e dell’unione stessa.
Monaco: le 9 sconfitte del morente blocco occidentale che sono già realtà
di Clara Statello, l’Antidiplomatico, 15.2.2025
Gli sconfitti piangono sul latte versato. Dopo aver trascinato a capofitto le nazioni ed i popoli europei in una proxy war suicida in cui l’Europa aveva tutto da perdere, dalla rilevanza geopolitica alle importazioni di risorse strategiche, dal commercio estero alle più basilari conquiste democratiche e illusioni liberali, i leader europei sono esterrefatti: hanno perso su tutta la linea.
La partita in Ucraina non è ancora chiusa, ma alcuni obiettivi strategici del morente blocco occidentale sono clamorosamente falliti:
la Russia non è stata né sconfitta, né smembrata, né distrutta dalle “democrazie” (cioè i “buoni”);
la Russia non è stata isolata, anzi ha stretto solide alleanze e partnership con potenze nucleari asiatiche e paesi emergenti, aumentando la sua influenza in Africa e in altre regioni del mondo;
Putin è vivo e vegeto sia biologicamente ma soprattutto politicamente – lo stesso non si può dire per Boris Johnson, Sanna Marin, etc – esattamente come i suoi alleati Ramzan Kadyrov e Aleksandr Lukashenko;
Non c’è stata nessuna sollevazione in Russia per opporsi alla guerra in Ucraina o chiedere più democrazia. Tutt’altro, l’unica insurrezione che avrebbe potuto mettere dividere la società russa è stata quella degli ultramilitaristi-nazionalisti di Prigozhin;
I territori ucraini “liberati” o (se preferite) “occupati” ormai sono russi e questo è irreversibile;
L’Ucraina non entrerà nella NATO;
La Russia non pagherà alcuna riparazione di guerra;
Difficilmente vedremo un tribunale internazionale giudicare Putin o presunti criminali di guerra, come più volte annunciato da Ukrinform e dalla stampa USAID occidentale;
Nessun’arma segreta o poderosa è riuscita a dare una svolta alla guerra.
E del resto, come avrebbe potuto? Non è possibile sconfiggere una potenza nucleare in una guerra convenzionale ed è proprio per questo che l’amministrazione Biden ha utilizzato l’esercito ucraino (non il suo) per combattere contro la Russia. Nonostante gli anatemi iniziali dell’ex presidente contro l’omologo russo, non ha mai preso seriamente l’idea di mettere gli stivali sul terreno. La guerra sarebbe stata combattuta fino all’ultimo ucraino o, al limite, sino all’ultimo europeo.
C’è di più. Non solo le previsioni dell’Occidente erano tutte sbagliate, ma le sanzioni contro la Russia hanno avuto una conseguenza imprevista: il consolidamento del dialogo Mosca-Pechino, da cui un’accelerazione verso il mondo multipolare.
E così una guerra che era iniziata come conflitto regionale (l’operazione militare speciale), è stata trasformata dall’Occidente in una guerra per l’ordine globale. L’esito è il funerale del cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole, ovvero l’ordine internazionale liberale.
Il nuovo capitano del Titanic Occidente, dopo l’impatto con l’iceberg siberiano, fugge dalla nave che affonda. Trump chiede un accordo per evitare la vittoria strategica della Russia, nel caso di un crollo del fronte, e l’affermazione di un nuovo ordine multipolare dominato dai BRICS a guida sino-russa, che oscuri in maniera irreversibile il primato “Americano”. Salire sul carro del vincitore è facile: basta trovare un capro espiatorio (l’”incompetente” Biden) e scaricare gli alleati.
Da qui lo sbigottimento dei clientes (per utilizzare un termine gentile). Non riescono a farsene una ragione e non si capisce se piangono più per la sconfitta o per aver perso il loro dominus.
Come i giapponesi che restavano nelle loro postazioni aspettando ordini che non sarebbero mai arrivati, dopo la fine della seconda guerra mondiale, i più ligi servitori di Washington non smettono di mostrarsi fedeli alla linea anche quando la linea non c’è. Kaja Kallas, l’unica premier che ha avuto il coraggio di dimettersi per coprire un ruolo puramente di facciata come quello di capo della diplomazia europea, promettere che resteremo a fianco di Kiev anche se Kiev non accetterà le condizioni poste dal presidente Trump (cioè faremo la guerra agli Stati Uniti?).
Ursula von der Leyen, come altri leader, ha ripetuto quella che sembra essere la formula magica del momento, ovvero ottenere “la pace attraverso la forza”. Per chi non crede alla magia vuol dire semplicemente che l’UE deve comprare più armi dagli Stati Uniti per darle a Kiev. Cioè le richieste del dominus, presentate agli alleati martedì dal capo del Pentagono Hegset alla riunione del gruppo Ramstein: aumentare al 5% le spese per la difesa comune e prepararsi a inviare truppe di peacekeeping, al di fuori di una missione NATO e senza la protezione dell’articolo 5.
Immediatamente la presidente della Commissione europea ha risposto con un “obbedisco” (mi perdonino i garibaldini che si sentono offesi dall’accostamento), annunciando la “clausola di emergenza” che consentirà di aumentare la spesa militare senza far scattare le procedure di infrazione europea.
Nella disputa tra Bruxelles e Washington è intervenuta anche la nostra presidente del Consiglio, secondo un comunicato pubblicato ieri dal presidente ucraino Zelensky, per allinearsi con i paesi europei. In gioco c’è la partecipazione al tavolo dei negoziati e, naturalmente, al banchetto della spartizione del bottino di guerra. In base a quanto detto da Trump, si parla di 500miliardi di dollari in terre rare che vuole (ci mancherebbe) tutti per gli Stati Uniti. I leader europei sperano ancora di ricevere delle briciole, qualche concessione.
Il nuovo inquilino della Casa Bianca, però, non sembra intenda fare concessioni. La linea è chiara: agli Stati Uniti tutti i guadagni, ai clientes tutti gli oneri. Come risultato aumenterà la dipendenza energetica e militare dell’UE da Washington. Inoltre il nostro ormai ex amico imporrà tariffe alle nostre esportazioni, oltre a attirare le nostre aziende ed industrie sul suo territorio.
Come ha detto Macron, per l’Europa è stato un elettrochoc. Washington e Mosca si sono messi d’accordo fra di loro, in silenzio, senza coinvolgere altri attori. E perché mai avrebbero dovuto? Perché alle trattative di pace fra due potenze che combattono una proxy war dovrebbero partecipare anche le proxy? Da quanto in qua i vassalli contano qualcosa?
Sembra improbabile che la delegazione statunitense porrà al tavolo delle trattative questioni come la restituzione di Mariupol o le riparazioni di guerra (è tanto se non dovremo pagarle noi). Più plausibile che si cerchi un disaccoppiamento da Pechino, un allentamento del supporto a Teheran o l’abbandono dei partner latino-americani, in cambio di ninnoli e specchietti. Ovvero la promessa di guidare assieme il nuovo ordine internazionale che scaturirà da Yalta 2, di cooperare sulle rotte artiche e qualche copertina di Vogue o Times per la Nabiullina o qualche oligarca filo-occidentale. A Washington sperano in una nuova fila chilometrica alla riapertura del McDonald di Piazza Rossa, dopo la storica riappacificazione. E non è detto che non ci riescano.
In questo nuovo mondo che Trump vuole costruire, trasformando Gaza in un mega resort della riviera mediorientale e saccheggiando le risorse ucraine, gli europei non avranno altro ruolo che eseguire gli ordini. Il giardino fiorito di Borrell si trasformerà nel patio trasero dell’Imperium.
La carica dei guerrafondai
il Simplicissimus, 25.2.2025
«Per decenni, anzi per oltre settant’anni gli europei hanno fatto tutte le guerre che l’egemone ha imposto, pur farfugliando di pace. E per una volta che gli Usa ne vogliono terminare una, anche per nascondere la sconfitta che hanno subito, ecco che essi si ribellano a una possibile fine del conflitto
[…]
Quelli che vogliono la guerra non hanno i mezzi per farlo, né quelli militari, né quelli economici a meno di non voler far collassare qualunque resto di stato sociale e si lamentano del fatto che il padrone voglia ritirarsi dal conflitto. Ci sono persino quelli che con straordinario grottesco dicono che un dialogo tra Russia e Usa sia destabilizzante a livello planetario. In realtà vorrebbero dire, ma non possono, che questo destabilizza solo la Ue e la porta direttamente verso la discarica della storia come reperto di un mondo che si va chiudendo».
L’ossessione dell’Unione Europea per la guerra contro se stessa, contro l’Europa.
Il senso del non senso, ovvero il grottesco europeo
il Simplicissimus, 24.2.2025
La tragedia lascia il posto alla farsa. E badate Zelensky che accetta di ritirarsi a patto che l’Ucraina entri nella Nato, non è certo l’episodio più clamoroso e più assurdo della vita europea. Proprio ieri dalle urne tedesche è uscito vincitore il leader della Cdu, Friedrich Merz, che quasi certamente sarà il nuovo cancelliere: è un uomo della finanza, ex avvocato di Blackrock e della Commerzbank, milionario, adoratore del Mercato, fautore di più capitalismo, come ha scritto in un libro, globalista e dunque ovviamente guerrafondaio senza mezzi termini. Il conflitto contro la Russia è proprio la sua battaglia, ovvero quella del grande capitale contro uno dei bastioni che si oppongono al suo disegno neo medievale gettato n campo da 5 anni a questa parte. Così proprio mentre si comincia a parlare di tavoli di pace, la Germania, pur spaccata politicamente e anche territorialmente come si vede nell’immagine a fianco dove la marea azzurra dell’Afd si trova tutta a Est, nel territorio della ex Ddr, elegge uno che vuole mandare i missili in Ucraina per colpire direttamente la Russia, come ha più volte affermato.
Ma potremmo anche parlare del bellicismo del Pd, divenuto chiaro e cristallino proprio nei giorni in cui si comincia a parlare di accordi: è buono e giusto sacrificare scuole, sanità, pensioni per mandare armi a Kiev, anche se queste sono ormai inutili. Ma così si incentiva l’industria bellica e che è tra le grandi donatrici del sistema politico nella sua interezza. Si potrebbe anche rilevare che qui ci troviamo di fronte a un’entità partitica, il Pd appunto, la quale si appoggia a un’organizzazione economico – finanziaria che detiene un notevole potere attraverso le cooperative (divenute ormai in tutto e per tutto aziende padronali) e il gruppo Hera che gestisce energia e acqua in maniera speculativa. E che forse scorge nella prosecuzione del conflitto un interesse di questo tipo. Siamo lontani le mille miglia da ciò che era il partito fondato da Gramsci, siamo al suo esatto contrario.
Del resto troppi sono gli equivoci della società italiana e troppi sono disposti a chiudere gli occhi in nome di appartenenze fittizie, per cui ora ci troviamo con una Meloni che in nome della solidarietà europea deve scegliere la guerra, mentre il suo referente sarebbe Trump: Amleto è sceso al mercato rionale. Tutto questo però da Flensburg a Pantelleria, dal Manzanarre al Reno è solo frutto di una cecità assoluta: questo milieu politico di burattini che si sono fatti trascinare in una guerra deleteria per loro stessi, hanno finalmente scoperto di essere tali e ora ostentano il loro imbelle bellicismo, lasciatemi passare il gioco di parole, per passare come umani allungando un naso già troppo lungo. Sperano di salvare quanto meno l’immagine di sé e la finzione di un ruolo per l’Europa al prezzo di qualche squillo di tromba guerresca e di tagli al welfare: tanto alla fine, se i grandi arrivassero a mettersi d’accordo, la Russia ritornerebbe a vendere loro gas e petrolio e riaprirebbe il proprio mercato.
Inutile dire che stanno commettendo un errore clamoroso, non hanno capito che con la presidenza Trump gli stati Uniti hanno smesso di opporsi a un nuovo ordine mondale, non avendo più la forza di farlo e ora cercano di guidarlo. Detto in altre parole l’amministrazione di Washington non si aggrappa più al fatiscente ordine unipolare post guerra fredda, ma al contrario, sta rimodellando la propria politica estera per tentare di conseguire il primato dell’America in un mondo multipolare. Invece le élite europee sono rimaste dentro il vecchio schema di cui fa parte anche l’ideologismo globalista che alla fine è un ballon d’essai destinato a propiziare un nuovo trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi. Di qui la totale e orwelliana confusione tra pace e guerra che sta dipingendo il continente con una una pesante mano di grottesco. In aggiunta a questo c’è da dire che la strenua resistenza alla pace, anche di fronte alla sconfitta, rende la Ue e i Paesi che la compongono molto sospetti alla Russia: chi ingenuamente pensa che Mosca non veda l’ora di tornare a fare affari con l”Europa come se nulla fosse, si sbaglia di grosso e dunque l’ottimismo con cui si parla del gas russo di nuovo nei condotti, almeno di quelli rimasti, di riapertura di rapporti commerciali e di ritorno nella Federazione di aziende che se ne erano andate è solo una pia illusione. Che diventa sempre più tale mentre il sinedrio di imbecilli del milieu politico continentale gioca il suo due di coppe per la guerra.
In questa nuova dimensione l’Europa è un problema anche per gli Usa proprio perché vuole continuare la guerra preparata da Obama – Biden, che Washington non vuole più fare essendo contraria alla nuova strategia. E possibile che si arrivi anche a una spartizione di influenze nel continente tra Russia e America: in questo quadro anche l’alleanza atlantica diventa un oggetto da toccare con le pinze e che certamente dovrà cambiare i propri connotati. Eppure ho sentito gente che diceva “via la Nato”, amareggiarsi per la possibilità che questa alleanza venga ridimensionata. Insomma adesso diventa più chiaro qual è il senso del non senso.