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Respect

Respect

Triangle of Sadness
di Ruben Östlund
Svezia, 2022
Con: Harris Dickinson (Carl), Charlbi Dean Kriek (Yaya), Vicki Berlin (Paula), Zlatko Buric (Dimitri), Woody Harrelson (il Capitano)
Trailer del film

Un elenco di elementi inquietanti e insieme del tutto quotidiani nel presente della correttezza, del linguaggio purificato da ogni benché minima possibilità di offesa, del dovere di essere tutti propositivi, sorridenti, accoglienti, inclusivi. E dunque fasulli. Falsi non da un punto di vista morale ma al modo in cui si parla di oro vero e oro falso. Il politicamente corretto è questo falso, che pretende di trasformare il ferro in legno, lo sciocco in intelligente, la merda in valore.
Ogni elemento centrale e periferico del film ha una dimensione dirompente perché totalmente metaforica. Li elenco alla rinfusa e nell’ordine di apparizione: un casting di modelli per sfilate e servizi di moda, che vengono pagati un terzo delle modelle e subiscono continui tentativi di seduzione omosessuale. Una coppia formata da un’influencer, che si chiama Yaya, e dal suo compagno Carl, coppia che litiga in modo furibondo su chi debba pagare il conto al ristorante; lui protesta perché vittima dello stereotipo di genere e costretto quindi a essere sempre il solo a pagare la cena alla signora. La stessa coppia ha ottenuto in regalo/remunerazione la crociera in uno yacht di ultralusso abitato da uomini d’affari russi ferocemente anticomunisti la cui attività è «vendere merda», vale a dire fertilizzanti; da un capitano statunitense marxista e perennemente ubriaco; da due integerrimi e anziani sposi inglesi che parlano continuamente di amore e di onestà e che si lamentano delle regole poste dall’ONU alla fabbricazione e diffusione delle mine antiuomo, «norma che ci ha costretti a perdere il 25% dei nostri introiti»; da ricchissimi e timidi imprenditori a caccia di femmine; dal personale di bordo che sorride sempre e dice sempre «Sissignore» anche alle richieste più strampalate; dal personale di pulizia proveniente dall’Asia. A bordo Carl passa il tempo anche leggendo l’Ulysses di Joyce.
Tutte queste e altre persone partecipano a una «Cena del Capitano» dove si servono le più rare prelibatezze ma durante la quale, anche a causa del mare mosso, il nutrimento finisce tutto in vomito, cacca e morte.
Quella stessa sera la nave viene attaccata dai pirati e i pochi sopravvissuti si ritrovano su un’isola. Tra loro la donna che si occupava di pulire i bagni dello yacht e che ora diventa invece la matriarca, la padrona e capitana, poiché – come ha ben detto Hegel – il servo può fare a meno del padrone ma il padrone non può fare a meno del suo servo. I naufraghi si contendono le pochissime risorse disponibili, rubano dei crackers, sottostanno ai desideri sessuali della ex pulitrice di cessi per ottenere da lei cibo e favori. Ma basta andare dall’altra parte dell’isola per scoprire una realtà diversa dalla struttura roussoviana e insieme hobbesiana nella quale gli ex ricchi e gli ex poveri sono entrati, una realtà normale, nel senso che è la norma del presente.
«Siamo messi male, siamo messi molto male» dice la nuova padrona asiatica. Fino a sfiorare forse l’assassinio ma lasciando il finale intelligentemente aperto alla interpretazione dello spettatore.
L’intero film è una metafora ordinata, caotica, analitica, amara e divertente del naufragio dell’Europa negli spazi del proprio male. Un Triangolo della tristezza nel quale, come nel precedente The Square, l’umanità e la civiltà europea sprofondano, convinti che «there is no alternative» alla suscettibilità individualistica, all’omologazione ideologica, alla dissoluzione della biologia nel Gender, all’informazione diventata oracolo della verità, all’ingiustizia travestita da equità, all’ignoranza in apparenza di respect.

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