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Studiare

Studiare

Martin Eden
di Pietro Marcello
Con: Luca Marinelli (Martin Eden), Jessica Cressy (Elena Orsini), Kathy Bates (Bobi Jewell), Carmen Pommella (Maria), Carlo Cecchi (Brissenden), Chiara Francini (Nora), Maurizio Donadoni (Renato), Gaetano Bruno (Giudice Mattei)
Italia, 2019
Trailer del film

«Studiare, studiare, studiare», ripete per tre volte Elena rivolgendosi a Martin Eden, perdutamente innamorato ma così lontano nella scala sociale -lei erede di un’antica e ricca famiglia, lui marinaio senza un soldo-, così abissalmente ignorante.
La passione di Martin per Elena è talmente grande da indurlo a colmare la distanza del sapere, a leggere tutto, in modo frenetico ma profondo, ad apprendere la scrittura sino a diventare un romanziere, un poeta, un saggista che le case editrici e i circoli culturali si contendono, dopo averne per anni rifiutato i testi e lasciato che Eden facesse la fame. Il riscatto di Martin si intreccia alle lotte socialiste ed operaie, alle quali Eden viene accomunato ma dalle quali è lontanissimo. Il successo editoriale e mondano viene da lui vissuto nel segno della decadenza e dell’angoscia, sino all’allucinazione, sino al nichilismo.
La vicenda in parte autobiografica del romanzo di Jack London (uscito nel 1909) viene da Pietro Marcello trasposta dalla California a Napoli ma nulla cambia della tensione, del sogno, del raggiungimento, del vuoto. Alla finzione cinematografica si affiancano autentici filmati d’epoca i quali -ed è un merito– invece di trasformare il film in un un’opera neorealistica ne accentuano i tratti onirici e interiori. In questo modo la prima parte disegna un personaggio e una vicenda forti e struggenti, la seconda invece cede ai labirinti della psiche diventando confusa e in alcuni passaggi immotivata, forse anche per restituire i contorti cammini del protagonista.
Ed è infatti soprattutto nella prima parte del film che diventa di una chiarezza lancinante la verità per la quale un uomo senza cultura, incapace di decifrare i segni scritti, privo di parole, non è un uomo ma uno schiavo della sorte, della miseria e del nulla. «Un operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo lui è il padrone», la frase attribuita a Lorenzo Milani (dico attribuita perché non riesco a trovarne la fonte; forse Esperienze pastorali) riassume con icasticità la dimensione soteriologica del sapere, il suo costituire la più intima e profonda forma di salvezza.
Senza conoscenza si può essere contenti, certo, come gli ebeti che sorridono al mondo senza sapere perché lo fanno. Soltanto sapendo molte cose, leggendo molti libri, possedendo molte nozioni, coltivando molti pensieri, elaborando molte interpretazioni, conoscendo molte parole, si può trasformare quel sorriso in un canto di vittoria, in un’espressione di luce.
Che questo non accada a Martin Eden è segno che il sapere non è sufficiente e tuttavia la conoscenza rimane necessaria per accostarsi alla vita da signori e non da miserabili.

3 commenti

  • Pasquale

    Marzo 15, 2020

    Ma figurati se teorizzo il capolavoro a tutti i costi caro Alberto; lamento il fatto e forse non sono stato capace di dirlo, o sono stanco da giorni di scrittura, che quest’epoca, che vanta il nuddu ammiccatu cu nnenti, esalta, è successo a Venezia, operette da quattro soldi come gesubambini appena scesi giù dal cielo. Per quel che mi riguarda figurati io ho visto anche Cetto c’è e mi ha divertito: infattamente. Visti tutti i filmati di Ficarra e PIcone e anche Checco Zalone; se c’è una cosa che mi dispiace è che dovrò aspettare, sempre che non muoia nel frattempo, di vedere un altro, credo decisamente brutto film di Verdone. Ma la differenza è che nessuno crede a Verdone come rivelazione. ( (Anche se da piccolo lo fu). Infine inseguo con piacere film di bassa lega come Rambo 5, capolavoro, quello sì, 500 morti circa. Epica. Abbi cura di te.

  • Pasquale

    Marzo 15, 2020

    e tuttavia la conoscenza rimane necessaria per accostarsi alla vita da signori e non da miserabili.
    Di là da questo assunto incontestabile, per noi ovviamente, mi pare che il film sia un pasticciaccio che nemmeno un pochino la sfiora, anzi della ruvida forza del romanzo e della forma aggressiva di London fa un giochetto d’incastri scazonte che si pretende chissà Sorrentino e non intende che per tal risultato occorrerebbe saper domare la forma; così mi pare, risulti di gran lunga sempre più bravo London; perché ingenuo e lontano. La forma si sa che va dominata. E il Marcello si fa al contrario dominare da essa, sì che la dissipa e frantuma. Siamo molto, ma molto lontani mi pare dalla studiata approssimazione di Godard, piaccia o non piaccia, anche se annoia. In sintesi se dovessi dare un compito sul tema darei, non certo Malanni da leggere, non certo questo film-déco da vedere, ma appunto Martin Eden. E, Il tallone di ferro, per concludere. Infine semplicemente le fiabe di Andersen.

    p.s. Elena mi parve una larva scaturita dall’ascolto di Contessa, la canzoncina ribelle. Ma finta. Studiata sulla chitarra da uno che né conosceva contesse, né conosceva operai. La forza di Visconti fu anche nel fatto che conosceva i suoi polli, il gestus e le pose, l’ambiente in cui nacque e la sua trasfigurazione letteraria nel ricordo. Ciò nonostante restituì ai pescatori di Aci la forma che avevano, nella lingua. Ma Visconti, piaccia o non piaccia era un genio. Mi pare che per dire ne occorra. E lo affermo tremando. Tremando davvero di vergogna. Oggi mi pare che qualunque filmetto passi sotto un arco di gloria. Ma sai tempo fa si diceva con l’amico Taschera, dopo aver ascoltato e vissuto Furtwängler, Walter e chi altri, lui, gli antichi, e io di persona, Abbado, Böhm, Von Matacic, ti riesce difficile ascoltare dei giovanotti che della musica sanno solo l’eco, un riflesso. E di riflesso, intenzione ne fanno. Non un corpo che vive, oserei dire che scopa. E questa è l’impressione che ho di quel che adesso si fa.

    • agbiuso

      Marzo 15, 2020

      Caro Pasquale, il film ha dei limiti evidenti -di struttura, di tenuta e di durata- ma non credo che il regista pretenda di avvicinarsi a Visconti e neppure a Sorrentino, la cui tonalità barocca è lontanissima da quella di Marcello. Il cinema è fatto di opere di medio o anche basso livello, non soltanto di capolavori.
      Tu sai che io sono molto curioso e mi piace vedere e ascoltare di tutto (tranne la televisione, quella mai!), purché prometta di non essere proprio volgare. I Maestri splendono, gli altri operano. E in ogni caso cerco di evitare la nostalgia, dato che i classici sono vivi sempre, per definizione.

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