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Amleto

Amleto

Piccolo Teatro Strehler – Milano
Concerto per Amleto
da The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark (1600-1601)
di William Shakespeare
Drammaturgia Fabrizio Gifuni, con la consulenza musicale di Rino Marrone
Voce Fabrizio Gifuni
Direttore dell’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano: Rino Marrone
Musiche di Dmitrij Šostakovič: da Op. 32,  musiche di scena per l’Amleto di Nikolai Akimov e Op. 116, musiche per il film Hamlet di Grigori Kozintsev

La voce di Fabrizio Gifuni si fa anch’essa strumento, diventa solista che si staglia dentro le note ilari e tragiche di Šostakovič. Una voce capace di essere i personaggi della tragedia paradigma, dell’Orestiade rivisitata da Shakespeare con tutta l’interiorità e l’autocoscienza che i Greci per loro fortuna non avevano.
Il nichilismo che pervade Amleto non è infatti soltanto la sapienza che ben sa come «ogni cosa vivente è dovuta alla morte» (trad. di Luigi Squarzina, atto I scena II) ma è anche l’incertezza su cosa sia meglio, se l’esserci o il suo contrario, è il bisogno di una «felicità» capace di affrancarsi dal doloroso respiro «di questo mondo acre» (V, II).
Acre è infatti la vita. E non l’addolciscono né la vendetta né il perdono. La consola, alla fine, soltanto il silenzio sul quale Amleto si chiude senza potersi chiudere, rimanendo aperto al tempo fuori dai cardini, all’imprevedibile che sempre scompagina i piani degli umani, li ferma, li capovolge, li nega e li compie.
Ma c’è una potenza che tutta attraversa la vita, anche per Shakespeare, la potenza «capace di annientare se stessa e di condurre la volontà ad atti disperati, come nessun’altra passione umana» (II, I); la potenza che è la stessa in Medea come in Proust, al di là dell’abisso dei secoli; la potenza dell’amore e del desiderio dell’Altro che appare come promessa di luce e però come ombra svanisce nei sentieri del divenire.
Il concerto di Gifuni comincia premettendo qualcosa che nel testo shakespeariano non c’è ma che ben contribuisce a spiegarlo. Comincia con le parole di Eraclito sul tempo come αἰὼν παῖς ἐστι παίζων πεσσεύων· παιδὸς ἡ βασιληίη (detto 52), sull’umano come un giocattolo in mano al tempo/bambino, il quale si trastulla sulla scacchiera del mondo, dandogli ordine, senso, divenire e disfatta.
L’umano, «questa quintessenza di polvere», non piace al Principe di Danimarca (II, II). Se a ciascuno si desse secondo il suo valore, le frustate sarebbero secondo Amleto la ricompensa da ognuno meritata. Soltanto chi è in grado di porsi l’enigma e di non cercare illusioni, soltanto questi -forse- merita qualche luce. Il «dolce principe» (V, II), sin dall’inizio morente, ci ricorda ciò che siamo, ci canta la musica disumana del mondo.

3 commenti

  • Pasquale

    15 Gennaio, 2019

    Sono contento davvero, mi rallegra in questa cupa giornata. Peraltro condividiamo anche questo rimpianto. Sapere suonare è difficile da spiegare. Io so leggere, per forza, una partitura. Ma, non so se due o tre anni di pianofrote, non mi portarono a niente. Stante che frazioni erano per me un mistero non riuscivo a fare il solfeggio che un tempo era il totem dell’l’insegnaamento musicale. Non è un dramma un 3/4. In fondo è come tagliare una torta in quattro portandosene tre fette. Ma 7/8 un incubo. Dunque tenere un tempo esatto un calvario. Leggevo le note ma per dare una forma mi affidavo solo alle orecchie con grave disappunto del maestro. Quel poco che avevo imparato fu una scoperta sensazionale. Ripetevo non per fare bene ma con il gusto che l’ascolatre la stessa fiaba e quindi ripetersela, dava ai bambini. Altra grande invidia provo per chi sa disegnare. Quando osservo il tratto di un pittore, nemmeno tanto grande provo brividi. Io negato. Il lavoro di Desideria mi pare miracoloso. Una volta vidi disegnare Zeffirelli all’impronto, su un quaderno, durante una prova, da urlare per lo sgomento. Eppure presi lezioni e mio padre mi avviò anche alla prospettiva. Poi però facevo pasticci inqualificabili con i numeri delle gabbie. Da ridere, in passato se un calcolo mi riusciva era perché sbagliavo o tutto o qualcosa. Io mi davo il risultato che mi sembrava più bello. Solo scrivere, da sempre. Unica cosa che mi riusciva. L’altro spettacolo.

  • Pasquale

    15 Gennaio, 2019

    Rendi Alberto del tutto inutile andare a vedere e sentire. Le tue parole credo siano quello che non c’è nello spettacolo, ma appunto più dense. Sei un poliziotto estetico che ogni briciola di indizio cattura e magnifica sotto le lenti di un micromacroscopio. Non voglio togliere nulla alla buona volontà dell’attore, in fondo è un risultato, ma questo letto non sento il bisogno di vedere. È chiaro che porsi la questione se tu abbia ragione o torto o che cosa è priva di senso. Il tuo dire ha una ragione intrinseca, è un altro spettacolo. Non mi par poco.

    • agbiuso

      15 Gennaio, 2019

      Scolpisco queste tue parole, Pasquale, sulla pietra del mio tempo.
      Uno dei pochi rimpianti che ho (davvero pochi, sono fortunato) è non saper suonare uno strumento. Forse anche per questo cerco di fare del mio linguaggio “un altro spettacolo”, un’altra musica. Che tu me ne dia conferma mi spinge a dirti solo grazie.

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