Skip to content


Islam

Islam

Traduco quasi integralmente l’intelligente analisi critica che il filosofo marxista Denis Collin ha dedicato alle relazioni tra l’islam e la cultura libertaria del razionalismo europeo. È stata pubblicata ieri su La Social e la condivido per intero. Un filosofo è anche, come afferma Orwell, qualcuno che dice alle persone quello che altri tacciono o nascondono.
Questo il link al testo originale: Appeler les choses par leur nom

==================

Chiamare le cose con il loro nome

In tutta una una parte dei media, dei partiti politici e degli opinionisti di varie tendenze, ci si sforza di non chiamare le cose con il loro nome. A ogni nuovo attentato compiuto da uno o più militanti armati della causa islamista, si evita accuratamente di pronunciare la parola «islamista» poiché si teme l’equazione «islamismo=islam», paura che sembra ancor più forte del timore di attentati! Piuttosto che nominare [désigner] la causa che questi militanti islamisti intendono promuovere, si parla di «criminali», di «vigliacchi», qualifiche morali alle quali si fanno seguire caratterizzazioni psichiatriche (folli, psicopatici…). Si tenta di farci credere che non ci sia alcuna relazione tra questi folli che guidano auto impazzite e la causa politico-teologica che sostengono. «Nessuna equazione» e «tutto questo non ha niente a vedere con l’islam», ecco quanto bisogna dire all’esplodere di una bomba, all’apparire di coltelli, di fronte a camion che si schiantano su una folla. Tutt’al più si arriva a condannare questo «terrorismo vile».

La prima cosa da fare è dunque chiarire l’utilizzo delle parole. Anzitutto, le condanne morali sono perfettamente inutili e quasi un poco grottesche quando provengono da responsabili politici. Non c’è alcun dubbio che nessun esponente politico approvi l’utilizzo di kalashnikov in un teatro e che si tratti di una cosa orribile, ingiustificabile, ripugnante, ecc. Ma poi? Non sono stati dei pazzi isolati, degli psicopatici fuggiti da un manicomio ad aver massacrato centinaia di persone negli ultimi due anni. Sono soggetti che stanno conducendo una guerra, e che fanno quindi politica -dato che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Bisogna dunque rimanere sobri sull’utilizzo di un lessico morale e cogliere l’essenziale dimensione politica di ciò che accade [en venir à l’essentiel qui est la politique].
Il termine «terrorista» è molto vago. Se si cerca una definizione del terrorismo, se ne troveranno miriadi. In generale, ci si può accordare sull’idea che il terrorismo consista nell’uso della violenza contro le popolazioni civili per scopi politici e militari. Esiste dunque un terrorismo di Stato (i nazionalsocialisti e gli stalinisti hanno governato tramite il terrore), degli atti di terrorismo compiuti durante una guerra, atti che a volte finiscono per essere condannati come crimini di guerra. Alcuni episodi della Seconda guerra mondiale come i bombardamenti di Dresda e di Amburgo o le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki hanno una chiara dimensione terroristica: non si trattava di raggiungere degli obiettivi militari ma di diffondere il terrore nella popolazione allo scopo di dissuaderla dal continuare a sostenere i governi in carica.
[…]
In breve, gli attentati jihadisti sono incontestabilmente terroristici. Ma bisogna evitare di confonderli, ad esempio, con il terrorismo dell’ETA o dell’IRA o di annacquare [dissoudre] questi atti nel vocabolario confuso e generale della «radicalizzazione». Limitarsi dunque a «terrorista» significa ancora una volta evitare il problema. Si parla di jihadisti, ma bisogna porre maggiore attenzione al significato delle parole poiché la jihad è la «guerra santa».
Bisogna dunque parlare della causa politica sostenuta dagli assassini di Charlie Hebdo, del Bataclan, di Nizza o di Barcellona (senza dimenticare Londra, Berlino ecc.). Ciò che vogliono queste persone, che siano affiliate o no al Daesh/Isis, è far trionfare l’islam e imporre a tutte le società i principi dell’islam. I loro metodi sono evidentemente abietti ma è il progetto in se stesso, indipendentemente dai metodi che usa, a dover essere risolutamente combattuto, poiché si tratta di un progetto totalitario, fondato sul completo dominio dei corpi e delle menti e sulla reclusione delle donne.
Ma è qui che le cose si complicano. Il progetto dei jihadisti del Daesh e dei gruppi loro vicini non si distingue infatti che per sottigliezze retoriche dal Wahhabismo che governa i Paesi del Golfo o dai discorsi dei Fratelli Musulmani, esperti della dissimulazione che mostrano il loro vero aspetto oggi in Turchia. I quali d’alta parte differiscono assai poco da ciò che sostengono i «moderati» ufficiali in Francia o altrove. Costoro sono tutti favorevoli al velo delle donne, anche di cinque o sei anni. Essi sostengono la Shariʿah, la quale stabilisce che in materia di eredità una donna vale la metà di un uomo. Costoro ritengono ogni neonato un musulmano se il padre è musulmano, che l’apostasia costituisca un crimine (teoricamente punibile con la morte) e che una ragazza musulmana non possa sposarsi con un «kufr» cristiano o ateo, se non disonorando la sua famiglia.

Certo questi bravi moderati detestano i jihadisti che, con le loro azioni omicide, possono suscitare nella popolazione sentimenti di ostilità verso l’islam. […] Vi è inoltre un problema di fondo. In una prospettiva teologica, l’islam non aggiunge nulla all’ebraismo o al cristianesimo (dal punto di vista dei dibattiti cristologici dei primi secoli sarebbe una specie di cristianesimo ariano). Ciò che fa la specificità dell’islam è proprio la sua strategia di conquista e il suo progetto politico. Un islam riformato dovrebbe diventare «tollerante» e sarebbe assai simile al protestantesimo liberale.
Dietro i jihadisti ci sono dunque tutta la strategia teologico-politica caratteristica dell’islam e le forze del capitalismo islamico. Questa è la realtà che bisogna guardare in faccia e che, sfortunatamente, la maggior parte dei nostri politici non vuole vedere. È noto che gli USA hanno sostenuto il progetto strategico dell’islam conquistatore. Lo hanno sostenuto contro il «comunismo», contro tutti i movimenti di liberazione nazionale, vagamente laici e vagamente socialisteggianti. I capitalisti pensano che il santo Mercato e il santo Corano siano una sola e identica divinità. E certi imprenditori non sono insensibili allo spirito di sottomissione che l’islam potrebbe diffondere nelle aziende.
[…]
A tutte queste anime belle della sinistra, intenerite [attendries] dal primo imam che incontrano nel quale vedono un rappresentante degli oppressi, poniamo alcune domande. Immaginiamo che un partito francese affermi che i Neri valgono la metà di un Bianco e che essi debbano andare in giro coperti e ben incappucciati in modo che il colore della loro pelle non offenda il senso del pudore. Immaginiamo che un partito nazionale francese si opponga ai matrimoni misti per non permettere di diluire la purezza della razza francese. Immaginiamo che lo stesso partito esiga che gli insegnamenti dell’orribile Darwin siano abbandonati e che la scienza sia interamente contenuta, diciamo, nei vangeli. Un tale partito, più o meno, esiste in Francia, tra gli indentitari e gli integralisti cattolici della peggiore specie. Ma qui non c’è alcun problema, la vigilanza antifascista entra in azione! Se però si sostituisce Nero con donna, cristiano con musulmano e vangelo con Corano, si ottiene semplicemente la vasta galassia delle associazioni islamiche, e qui i nostri solerti antifascisti trovano mille e una virtù! Quanti disegnano dei baffi hitleriani sui manifesti di Marine Le Pen (cosa che non ha veramente alcun senso) sono pronti a fare delle pubbliche riunioni in compagnia di M. Ramadan il quale solleva la questione della necessità di una moratoria sulla lapidazione delle donne «adultere». Le assurde femministe che tentano di imporre l’orrore della cosiddetta scrittura «inclusiva» allo scopo di ottenere l’assoluta parità grammaticale del femminile e del maschile, si trovano a difendere il velo, il matrimonio forzato e la circoncisione femminile (excision) come onorevoli modalità di resistenza culturale dei  «racisés» contro il razzismo «post-coloniale»!
Bisogna dire con chiarezza che la strategia teologico-politica dell’islam è il terreno fertile del jihadismo e che essa rappresenta un grande pericolo per quanti credono ancora al valore delle idee di libertà, d’eguaglianza e di fratellanza. E se l’islam vuole trovare un posto nelle società liberali e pluraliste come le nostre, non potrà farlo se non attraverso una profonda riforma che gli faccia riconoscere il valore della libertà degli individui, il primato delle leggi repubblicane e il potere della ragione.

Denis Collin – 21 agosto 2017

5 commenti

  • agbiuso

    agosto 26, 2017

    Ci sono degli episodi che, per quanto circoscritti, indicano un universale.
    Quello raccontato il 25.8.2017 da Katia Salvini sulla Gazzetta di Parma appartiene a questa fattispecie.
    E mostra una realtà molto chiara: le pratiche imposte dall’Islam costituiscono una forma di autentica perversione psichica e relazionale.
    =========

    L’insostenibile leggerezza del velo

    L’hanno vista arrancare, scivolare. L’hanno vista bere. Il bagnino, accortosi della sua difficoltà, è corso ad aiutarla, ma la donna, vedendo le sue braccia, protese, l’ha respinto. Perché era uomo. I bagnanti, attoniti, seguivano la scena assurda che si consumava sotto i loro occhi increduli trattenendo il fiato per la paura, l’altro ieri, sulla spiaggia di Fiumaretta, in provincia di La Spezia. Restare in equilibrio, completamente vestiti, in acqua, non è per niente facile. Soprattutto con un burka addosso. E tenere in braccio una bambina, di 3 anni, rendeva quel “bagno” ancora più complicato. Impossibile.
    Alle grida della (forse) moglie che invocava aiuto, l’uomo che era arrivato con lei, in costume da bagno, non ha accennato al minimo turbamento: è sceso in acqua e le ha sfilato la piccola – anche lei vestita – dalle braccia. Dopo di che, è risalito, lasciandola lì. Senza una parola. A combattere con le onde e il peso di quei maledetti vestiti.
    Non s’è mosso dalla spiaggia: nemmeno quando i bagnanti hanno iniziato a commentare, ad alta voce, che il rifiuto a farsi salvare avrebbe potuto costarle la vita, a quella disgraziata. Anzi, lui le faceva cenno di non farsi toccare. Alla fine, a sbloccare la situazione è stata una bagnina. Lei, in quanto donna, poteva «toccare» la poveretta ormai sommersa. E’ riuscita ad afferrarla e a trascinarla a riva, ormai esausta.
    E’ così che ha rischiato di morire una giovane musulmana.
    Morire di integralismo. Morire di anacronismo. Morire di sottomissione a regole assurde. Morire di soffocamento, non dall’acqua, ma da una cultura che si fa forte di principi cosiddetti religiosi, ma che in realtà mira al controllo sociale delle donne. Anche qui, nel nostro Paese impregnato di emancipazione femminile.

    La presenza di uomini nelle spiagge che intimidiscono e minacciano le bagnanti musulmane in costume obbligandole a coprirsi, o a lasciare la spiaggia, è diventata ormai un’emergenza in diversi paesi del Maghreb. Ora lo è anche in Italia.
    E il «no» al burkini esplode proprio in questi giorni in un Paese che ha fatto della repressione un dogma, l’Algeria: sulla spiaggia di Annaba si è dato appuntamento un esercito di tremila donne, che si riverseranno domani in spiaggia tutte rigorosamente, orgogliosamente in bikini contro i fondamentalisti moralizzatori. Ma non solo: anche per contrastare l’islamizzazione sempre più integralista che sta passando sul corpo delle donne.
    Il potere del burkini fa più paura della frusta o del bastone. E’ il simbolo di una sottile politica di persuasione occulta che schiaccia le donne sotto un giogo culturale impossibile da scrollarsi di dosso. Le riduce in schiavitù psicologica con la convinzione che tutto questo viene fatto per loro, per il rispetto del loro corpo. Per salvarle dalla profanazione degli sguardi impuri. E’ così che il plagio si compie su scala internazionale. E ovunque.

    Una cultura che si impone con la violenza (che sia un camion lanciato sulla folla o un abito che rischia di far affogare una donna) non può essere accettata passivamente. Nemmeno un dio (che sia Allah o qualunque altro) la può giustificare. Il coraggio, quello che ha spinto una donna (la bagnina) a salvare un’altra donna, senza condividerne idee o religione, è la risposta. Grazie a lei questo dio, sulla spiaggia di Fiumaretta, non ha avuto un’altra vittima sacrificale.

  • diego

    agosto 25, 2017

    Sono d’accordo anch’io sul contenuto dell’articolo che, caro Alberto, hai fatto molto bene a riportare.

    Secondo me una domanda che ci dobbiamo porre è «cosa dobbiamo preservare sempre e comunque della cultura europea?». Io penso che esista un nucleo di libertà di pensiero che ha le sue radici proprio nella cultura greca. Il pensiero e non la razza, il pensiero libero e non il dogma religioso. Ed anche, si badi bene, il pensiero e non le regole della finanza barattate per «stato di natura». Certo, non sempre è possibile distinguere fra semplici usanze (modo di vestire, di cucinare, di suonare, di danzare) e intollerabili compressioni della dignità (in particolare delle donne ma non solo), quindi in qualche modo una qualche tolleranza fa parte del pensiero occidentale stesso. Però quando la faccenda è evidente, dobbiamo scrivere e parlar chiaro, altrimenti apriamo una voragine di ipocrisia dove sguazzano felici i Salvini per l’insperato spazio lasciato loro.

  • agbiuso

    agosto 24, 2017

    Ringrazio Galavotti e Patanè per il loro apprezzamento e per le loro riflessioni sul tema.
    Anche quanto sta accadendo a proposito della copertina di Charlie Hebdo dedicata al massacro di Barcellona ha dell’incredibile. Gli islamisti compiono -e compiranno ancora- delle stragi in nome di «ej eja al allah» (splendida formula coniata da Pasquale D’Ascola a indicare il fascismo islamico) e la rivista viene accusata di ‘razzismo’. Davvero gli dèi accecano coloro che vogliono rovinare. Ma qui la rovina non è dei singoli, è della vita e della cultura europee.
    Ecco comunque la copertina, che apprezzo senz’altro perché rispondente ai fatti e alla dottrina di una «pace eterna» perché radicata nell’Unico invece che nella ricchezza del molteplice.

  • Concettina Patanè

    agosto 23, 2017

    Molto interessante davvero il testo sull’Islam. Aggiungerei, che basterebbe dire semplicemente che nell’ Islam non esistono diritti individuali, ma solo diritti di membri della comunità islamica in quanto tali. Basterebbe dire che l’ Arabia Saudita non ha una costituzione, e che la sola legge è quella del Corano. Ma questo non si può e non si vuole dire. Non a caso sociologi musulmani, o forse sarebbe meglio dire islamisti, sostengono il multiculturalismo e non il pluralismo, poiché la prospettiva multiculturalista passa attraverso il riconoscimento di diritti soggettivi di un gruppo che non conosce la democrazia. Le punizioni corporali cui si accennava, inflitte alle donne, hanno addirittura lo scopo di purificare la comunità intera. Questo si dovrebbe dire.

  • Enrico Galavotti

    agosto 23, 2017

    Sì, un bel post. Avrei aggiunto che al giorno d’oggi, dopo il crollo del socialismo reale, il globalismo del capitale è diventato una forza così grande che i paesi islamici, con la loro cultura ferma al Medioevo, si sono trovati ancora più isolati. Non esistono più dei leader islamici che s’interfacciano con le idee del socialismo. O accettano di diventare come noi (gli ebrei l’han fatto) o sono costretti a reagire in maniera scomposta, non avendo cognizione di quali siano gli strumenti culturali e politici per opporsi al suddetto globalismo. E una di queste maniere è appunto il terrorismo su scala mondiale. Un’altra può essere quella di scatenare delle guerre (p.es. in Medioriente). L’islam è una realtà forte perché chi subisce il globalismo, cioè gran parte dell’umanità, facilmente abbraccia questa religione dai contenuti molto semplici e dalla sociologia clanico-tribale, ma poi, rendendosi conto ch’essa non costituisce alcuna vera alternativa, finisce con l’usarla in maniera irrazionale, o comunque per mantenersi separati dal nostro sistema.

Inserisci un commento

Vai alla barra degli strumenti