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Dinamismo

Dinamismo

Umberto Boccioni (1882-1916): genio e memoria
Palazzo Reale- Milano
Sino al 10 luglio 2016

1882-1916. Cento anni fa moriva Umberto Boccioni. Cento anni di futurismo. Al di là dei suoi contenuti specifici, dottrinari, tecnici –molti dei quali obsoleti e già passati– il futurismo si è irradiato nel modo stesso di concepire l’arte e soprattutto ha prodotto opere tra le più significative del Novecento.
L’opera di Boccioni costituisce uno dei vertici di tale ricchezza. Al di là degli atteggiamenti di rottura con il passato, questo pittore e scultore si era nutrito della grande tradizione dell’arte europea dai Greci al Rinascimento. La mostra evidenzia bene il suo debito con Dürer, Giovanni Bellini, Donatello, Van Dyck, Rembrandt. E dà conto dell’importanza del saper disegnare, della padronanza di ogni tecnica pittorica e plastica. Come Aby Warburg, anche Boccioni raccolse in un Atlante della memoria molte riproduzioni di opere che vanno dalla classicità pagana sino al suo presente, 216 opere esattamente. Nessuno nasce dal nulla, nessuna opera è fondata sul niente. Compresi uomini e opere che intendono praticare un taglio netto con il passato. Il genio di Boccioni è anche la sua memoria.  Efficace titolo, questo, di una mostra che documenta l’ambiente, le relazioni, i pittori con i quali l’artista creò e intrattenne legami profondi o ai quali deve in ogni caso molto: Previati, Segantini, Fornara, Severini, Brangwyn, Rosso, Picasso, Carrà, Rodin, Cézanne, Sironi.
L’ordine cronologico nel quale si dipanano le sale dà conto della breve ma intensissima vicenda di Boccioni prima e dopo l’adesione al futurismo. Tra le opere esposte, il Ritratto di Virgilio Brocchi fa del colore e del suo impasto la psicologia stessa del personaggio, il suo corpomente. Le Tre donne sono pure luce. Nelle Officine a porta romana c’è tutto «il cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace» (I promessi sposi, cap. XVII)- e c’è l’atto e la potenza della città, il suo spazio epico e insieme intimo.  La madre –soggetto ripetuto da Boccioni- con il trascorrere del tempo diventa sempre più astratta, scomposta, sino a Materia (1912) nel quale la madre è diventata la materia stessa. Le due sculture Sviluppo di una bottiglia nello spazio e Forme uniche della continuità nello spazio sono la perfetta plastica futurista.
Infine Dinamismo, un titolo universale e paradigmatico dell’opera di Boccioni, ripreso nelle numerose varianti di un titolo altrettanto programmatico e pervasivo: Voglio fissare le forme umane in movimento. Ci sei riuscito.

2 commenti

  • agbiuso

    27 Giugno, 2016

    Grazie, caro Pasquale, anche dei versi di Farfa, poeta per nulla minore. Qui si pronuncia contro la velocità, che invece era un autentico dogma per Marinetti e per altri futuristi. Era gente libera, oltre che creativa, che sbagliava -se il caso- da sé e non per omologazione agli errori altrui.

  • Pasquale D'Ascola

    26 Giugno, 2016

    Mi fa piacere Alberto che anche in Boccioni ci si ritrovi. Genio sicuro, di sicuro. Uno di quegli intellettuali senza provincia. Italiani e di più. Mi convince l’associazione con Manzoni. Non ho altro da dire che tu non abbia detto. Ma ti copio quattro righette di un poeta futurista che a me piace e che senza pretese ebbe più di un intuizione.

    Vorrei
    emanare con la fantasia
    una corrente di fermata
    a tutti gli orologi
    per vedere d’un tratto ferma
    questa molteplice velocità cretina
    fermati i flutti dell’umanità
    e godermi uno spettacolo da re
    che avesse comandato ai sudditi
    di scendere da aeroplani treni auto
    camion tram carrette e carrozze
    palazzi ville e case
    a chiedere sgomenti
    per la perduta nozione del tempo
    ad ogni fermissimo pedone
    automonumentato nella via
    scusi che ora èèèèèèèèè

    FARFA (Vittorio Osvaldo Tomasini)

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