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Milano – La Darsena

Milano – La Darsena

Darsena_1L’antico porto di Milano, nel quale confluivano i marmi delle cattedrali, il cibo degli umani, le spezie dei mercanti, è stato da qualche mese restituito alla città. Alle acque fanno da contorno prati, alberi, botteghe, ripe, installazioni artistiche e soprattutto lo spazio. Ampio spazio nel quale muoversi, sostare, respirare, godere la luce, sentire il calmo fluire dei navigli che qui giungono al loro destino entrando nel tumulto di questa apparente metropoli, in realtà un grande e instancabile paese che sta al centro della pianura, tra i campi che vanno verso il Po e le montagne che ci uniscono all’Europa. A ogni ciclo del tempo Milano si rinnova. Più forte dei suoi
(mal)affari, indifferente alle calunnie, forse memore d’essere stata anche capitale dell’Impero romano -dal 286 al 402-, è un luogo affascinante nella sua «mirabillis rotonditas», per Bonvesin de la Riva (De magnalibus urbis Mediolani, cap. II, 4) come per me.

7 commenti

  • fausta squatriti

    agosto 11, 2015

    chiedo scura per qualche refuso, come Paris plaghe, il correttore non ne vuole sapere di scrivere p l a g e , mi corregge sbagliando….

    manca il tempo, intendevo che manca il segno del tempo, che migliora le cose semplici, con la sua patina

  • fausta squatriti

    agosto 11, 2015

    avevo scritto il mio commento sulla Darsena, in risposta alla critica di marina, ma vedo che non è pubblicata, e così lo riscrivo.
    La nuova sistemazione, come scritto da altri commentatori, ha il pregio di avere riportato alla città un posto negletto per decenni, e uno specchio d’acqua, è sempre una luce dentro alla città. il modo in cui è stato fatto, non è bellissimo, è un po’ freddo, ma non si può pensare di ripristinare il fascino dell’antico, andato distrutto da troppo tempo. Il mercato coperto, fa il suo compito, manca il tempo, gli abitanti del quartiere, ma non l’ho frequentato in pieno giorno, mi piacciono i banchi tenuti dai Peruviani, frutta esotiche, e un modo di presentare la merce che è caloroso, propositivo, esteticamente bello. Vero, avrebbero potuto esserci degli alberi, la passeggiata lungo il breve tratto di canale, sarebbe assomigliato forse a certi lungo Senna così belli, adesso in parte modernizzati per fare posto al “Paris plaghe”, ai barconi con bar e ristoranti, perché senza movida neppure i parigini vogliono restare, ahimè! i milanesi hanno apprezzato il nuovo spazio vitale, e lo occuperanno sempre di più, credo, magari i tavolini dei bar cresceranno, e potremo sederci non per terra, ma comunque esistono comodi gradino.
    Le bestiole di plastica, parrebbero non essere definitive, io le trovo molto brutte, perché so cosa dovrebbe essere una scultura, e questi oggettoni che si trovano in più posti a Milano, mi fanno pensare ad una operazione speculativa ai danni della dignità della città, ma spero che ai bambini piacciano. Predomina in me il dovere pensare per buon il meno peggio, ci sono altri navigli a Milano? no, questo è l’unico pezzo, accettiamo il fatto che esiste, e facciamocelo andare bene, io apprezzo il fatto che ci sia.

  • agbiuso

    agosto 11, 2015

    Cara Marina, so bene che la nuova Darsena ha dei limiti, tra i quali anche lo sponsor (!!).
    Credo tuttavia che rispetto all’abbandono nel quale tale spazio versava da decenni, averlo restituito alla città sia un passo in avanti del quale prendere atto in positivo.
    Ormai non c’è quasi più intervento urbano che non conduca a qualcosa di puramente commerciale e spesso di cattivo gusto. Questo è un problema politico ed estetico di primaria importanza. Nonostante tutto, però credo che la Darsena risulti nel suo complesso godibile.

  • Pasquale

    agosto 9, 2015

    È un incentivo. Bisogna andare a riguardarsela.

  • marina

    agosto 9, 2015

    Mi chiedo se è possibile che la “nuova” Darsena sembri orribile solo a me, milanese d’adozione, è vero, ma di lunghissimo corso. Deturpata da un brutto nuovo ponte, trasformata su un intero lato in una brutta imitazione di un centro commerciale di periferia, decorata (si fa per dire) da bruttissime “sculture” rappresentanti enormi chiocciole multicolori alte più di due metri, senza un filo d’ombra e con rarissime panchine per chi volesse sostarci… non ha più nulla in comune con la “mia” darsena. Ci sono stata una sola volta e non ho alcun desiderio di tornarci. Unico conforto, le famiglie di paperelle che ancora trovano il modo di dimorarci.

  • agbiuso

    agosto 8, 2015

    Grazie, Fausta, per questa bellissima, rigorosa, plastica descrizione del capolavoro michelangiolesco che a Milano si può toccare con gli occhi e comprendere con la mente.

  • fausta squatriti

    agosto 8, 2015

    E’ vero, Milano ha restituito a se stessa un poco della sua energia, e tra i tanti, bellissimi, grattacieli, anche il Naviglio porta un brano narrativo interessante. Vige l’abitudine di parlare male di tutto, per sembrare capaci di critica sottile, e acculturata.
    Sento lamentele perfino per la nuova, splendida sistemazione de La Pietà Rondanini.

    La vecchia sistemazione non mi era mai piaciuta, la nicchia in legno, più simile ad un paravento, non aveva, della nicchia, il significato simbolico, e cromaticamente nuoceva al biancore della statua. La comoda panchina, pure in legno, toglieva ulteriormente la sacralità, obbligava ad una visione quasi puramente frontale. In fondo, di fronte ad una Pietà, si può anche rimanere in piedi.
    La nuova sistemazione ha il pregio di fare vedere la scultura dal suo dietro, in pochi comprendono che una scultura ha, appunto, un davanti e un dietro, e che se gli scultori avessero voluto non farlo vedere, il dietro, anche se spesso meno importante del davanti, avrebbero creato solo bassorilievi. Avvicinarsi alla Pietà Rondanini dal dietro, vedere la scultura fronteggiare uno spazio lungo, vuoto, antico, è una esperienza toccante, quando solo dopo avere conquistato lo spazio, ci si trova davanti alla scultura, nella sua sorprendente – semplicità – come sanno essere – semplici – solo i capolavori.
    La mancanza della base antica, un reperto romano, se all’inizio mi ha sorpresa, dopo poco l’ho apprezzato. Il bassorilievo ornamentale del marmo romano, nuoceva alla purezza della Pietà, le toglieva parzialmente il peso straordinario delle gambe del Cristo morto, il peso del dolore della madre, che si fa nicchia, lei sì, al corpo del figlio, e precipita con lui, nel dolore che trascina in basso. Il bianco del marmo, pulito anni fa, troppo sbiancato, negli anni si è ammorbidito, e adesso, senza un contrasto con lo spazio circostante, anch’esso bianco e antico, interrotto da decori non violenti, patinati dal tempo, si lascia leggere in tutti i suoi passaggi, prodotti dai volumi della scultura.
    La solitudine del dolore tra madre e figlio, diventa universale, diventa la solitudine del Umanità attraverso l’iconografia de La Pietà, si legge in questa sistemazione, dove lo spazio dell’aula lascia alla scena, il suo pathos, una piccola presenza, in un grande spazio/tempo fatto anche di vuoto.

    Ecco quello che penso.

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