Skip to content


La pessima scuola

Con l’imposizione del voto di fiducia su una questione che riguarda lo stesso futuro del corpo sociale e la sua formazione nel presente, la scuola italiana è stata violentata. Lo stupratore ha le fattezze di un Partito Democratico il cui volto è ormai quello degli industriali, delle privatizzazioni, del fascismo come sistema di pensiero e di gestione dei rapporti sociali. Si tratta di un crimine che la scuola italiana e i suoi docenti non dimenticheranno. Con questa fiducia comincia la fine del Partito Democratico e del prestanome che lo domina.
Un gruppo di docenti dell’Università di Catania ha sottoscritto il documento che pubblico qui sotto.

Il Ddl  buona scuola? Non in nostro nome

Onorevoli Senatori e Parlamentari della Repubblica,
siamo docenti e ricercatori dell’Università di Catania. Come cittadini e come professori intendiamo manifestarvi la nostra contrarietà alla “riforma” scolastica proposta dal Governo. Vi indichiamo, in estrema sintesi, soltanto le principali ragioni di un dissenso ampio e motivato.

1) L’attribuzione al Dirigente scolastico di un’autorità che vada oltre gli aspetti organizzativi, per toccare addirittura la chiamata e la conferma del docente nel suo ruolo professionale, lederebbe il principio costituzionale della libertà di insegnamento (art. 33: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»). La “chiamata diretta” dei docenti vanificherebbe inoltre i percorsi formativi e valutativi attualmente in atto (in cui l’Università è coinvolta), non escluso il risultato dei concorsi (tutelato in linea di principio dall’art. 97 della Costituzione).

2) L’evidente incentivo a concentrare i docenti “migliori” nelle scuole “migliori” per gli studenti “migliori” (in concreto: di famiglie più abbienti, disponibili a sostenere le scuole con i loro soldi) – e di conseguenza a concentrare i docenti “peggiori” nelle scuole “peggiori” per gli studenti “peggiori” – appare in contrasto con l’art. 3 della Carta: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

3) La “riforma” mostra di ignorare che, nonostante il costante definanziamento e i disordinati interventi governativi degli ultimi anni, quella italiana è ancora una “buona”, spesso “ottima” scuola. Lo dimostra il fatto che studenti formatisi in Italia (fra medie superiori e Università) trovano spesso agevolmente lavoro all’estero, vincendo la concorrenza locale e trasferendovi con successo le proprie competenze. L’appiattimento su standard gestionali e formativi di livello genericamente “europeo” sancirebbe invece il definitivo arretramento della competitività del diplomato/laureato italiano a livelli meramente locali.

4) D’altro canto, tutti gli indicatori e i test valutativi provano che la “media” italiana risulta da dati profondamente squilibrati, fra regioni centro-settentrionali (allineate ai valori delle grandi nazioni europee) e regioni centro-meridionali. La diseguaglianza dei risultati non dipende quindi dall’ordinamento interno, ma da fattori decisivi e profondamente diversificati generati dal contesto sociale ed economico. Lo schema del Preside-manager e della competizione fra istituti opererebbe in senso negativo, come un moltiplicatore delle diseguaglianze e dei fallimenti scolastici. Tale schema non risponde alle finalità di promozione personale e culturale, proprie della scuola pubblica, ma all’esigenza tutta politica di estendere al mondo della scuola modelli organizzativi e ideologici propri dell’Impresa.

5) La “riforma” elude quello che, da tutti gli insegnanti, è indicato come il principale ostacolo a un efficace svolgimento dei compiti didattici: l’eccessivo numero di studenti per classe. Grave è anche l’umiliazione professionale, con la conseguente dequalificazione sociale, inflitta agli insegnanti da una retribuzione lontanissima dai livelli delle nazioni europee sviluppate: più in generale, non viene dal Governo alcuna svolta nel senso di adeguati investimenti in Istruzione scolastica, Cultura, Università.

6) Al contrario, nel solco dei suoi predecessori, di pur vario segno politico, il Governo propone forme di finanziamento alle scuole private che costituiscono comunque “onere per lo stato” (se non altro come mancate entrate fiscali), in contrasto con l’art. 33 della Costituzione.

Per questi (e altri) motivi, considerato che l’abnorme numero di deleghe al governo previste dal ddl vanificherebbe i vostri eventuali emendamenti di segno migliorativo, vi chiediamo di bocciare la “riforma”, senza cedere al ricatto del voto di fiducia.

Giugno 2015

FIRME:

Attilio Scuderi, Antonio Pioletti, Salvino Giuffrida, Felice Rappazzo, Gianni Piazza, Marcella Renis, Alessandro Pluchino, Giuseppe Mulone, Francesca Vigo, Rossana Barcellona, Anna Zimbone, Erminia Conti, Katia Perna, Maria Luisa Barcellona, Teresa Sardella, Edoardo Tortorici, Ferdinando Branca, Anita Fabiani, Rosa Maria D’Angelo, Antonio Milazzo, Marina Paino, Concetta Sipione, Andrea Manganaro, Luciano Granozzi, Alessandro Mastropietro, Giuseppe Consiglio, Angelo Spadaro, Marco Mazzone, Laura Bottini, Gemma Persico, Stefania Arcara, Mirella Cassarino, Loredana Pavone, Nando Pistarà, Filippo Gravagno, Ernesto De Cristofaro, Giuseppe Russo, Antonio Carbonaro, Antonio Sichera, Alberto Giovanni Biuso, Maria Rizzarelli, Rosario Castelli, Alessandro De Filippo, Federica Santagati, Luigi Ingaliso, Mario Di Raimondo, Iuri Peri, Giuseppe Pezzinga, Andrea Orazio Caruso, Gaetano Ortolano, Francesco Leone, Rita Cirmi, Giancarlo Rappazzo, Sebastiano Battiato, Annalinda Contino, Francesca Zuccarello, Enrico Felici, Stefania Rimini, Rita Pavsic, Francesca Pulvirenti, Domenico Cantone, Riccardo Reitano, Vincenzo Bellini, Antonietta Rosso, Maria Grazia Grimaldi, Giuseppe Di Fazio, Anna Maria Maugeri, Paolo Cipolla, Anna Guglielmo, Francesca Guarino, Alba Rosa Suriano

12 commenti

  • agbiuso

    febbraio 13, 2018

    Sulla Rivista del Mulino Alberto Baccini evidenzia con efficacia l’ipocrisia del Miur, della ministra Fedeli, dell’Invalsi e dei pedagogisti di regime. I frutti avvelenati del marketing scolastico sono l’inevitabile conseguenza della competizione tra le scuole e dei dogmi liberisti.
    Baccini mostra che è proprio a partire dalla modulistica Invalsi -la cui compilazione per le scuole è obbligatoria- che gli istituti scolastici e i loro dirigenti si vantano di avere studenti provenienti da famiglie ricche, tutte italiane e senza disabili. La vita sociale ha le sue regole: poste determinate premesse, non ci si può stupire delle loro conseguenze.
    Tantomeno piangere.
    Il testo di Baccini è breve; ne consiglio vivamente la lettura.

  • agbiuso

    gennaio 22, 2018

    La destruction du baccalauréat et l’offensive générale contre l’école de la République
    di Denis Collin • 21 gennaio 2018

    Il faut bien comprendre que tout cela ne tombe pas du ciel. Le gouvernement Macron-Blanquer peut s’attaquer avec une telle radicalité à l’un des piliers de l’institution scolaire parce que celle-ci est déjà vermoulue, parce que ses fondations ont été minées depuis plus de quatre décennies. La démocratisation (en fait l’application du plan Langevin-Wallon issu des projets du Conseil National de la résistance) s’est faite selon des modalités qui en ruinent le contenu. On a ouvert le secondaire à tous (et pas simplement aux enfants « bien nés ») mais en interdisant progressivement la transmission des savoirs, de la « grande culture ». Quand les enfants d’ouvriers ont commencé à peupler les lycées, nos dirigeants ont jugé qu’un enseignement au rabais, c’était toujours assez bon pour eux ! Quand Jospin fait adopter en 1989 une loi d’orientation qui stipule que « l’élève est au centre » et que « l’apprenant doit construire lui-même son propre savoir », il propose ni plus ni moins que la liquidation de la transmission. Toutes les « réformes » depuis 1989 sont des essais (souvent réussis, hélas) de mise en œuvre de cette « mère de toutes les réformes ». Donc s’il faut organiser la mobilisation la plus large pour bloquer la réforme du lycée et la destruction du baccalauréat, il est aussi absolument indispensable d’entreprendre une réflexion de fond sur la nature et les missions de l’école républicaine, car le simple retour à l’école Vallaud-Belkacem, à la situation de 2017, ne peut satisfaire personne. (voir ma conférence « Qu’est-ce qu’une éducation républicaine ? »)

  • agbiuso

    dicembre 22, 2017

    In un discorso ufficiale la ministra italiana dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, ha ripetuto per due volte la locuzione «sempre più migliore»:
    Fedeli, la ministra dell’Istruzione più migliore di sempre. Ecco la nuova perla grammaticale
    Chi le scrive i discorsi? Se li scrive da sé?

  • agbiuso

    settembre 13, 2016

    Sulla rivista Il lavoro culturale è stato pubblicato un articolo di Marco Ambra dal quale l’imbroglio del governo del Partito Democratico sulla scuola emerge in tutta la sua miseria.
    Il concorso 2016, o sul paradosso dell’insegnante di Schrödinger

    =================

    In questi giorni di metà settembre ricomincia per studenti, insegnanti, dirigenti e personale ATA la scuola. Tuttavia non siamo solo all’inizio di un nuovo anno scolastico, perché quest’anno sarà il debutto della riforma tanto propagandata dal capo del governo. Sebbene il governo detenga ancora nove deleghe e molti insegnanti troveranno la loro sede per quest’anno soltanto fra settembre e la pausa natalizia, la scuola pubblica modellata dalla legge 107 preannuncia una nuova era. L’era del caos strumentale. Prendiamo l’ormai mitologico concorso del 2016, salutato dai think tank liberisti come lo strumento che avrebbe portato in cattedra solo i candidati meritevoli. Allo stato delle cose è un palese fallimento: clamorosi ritardi nelle correzioni, commissioni mal retribuite, bocciature per la metà dei candidati allo scritto, posti non disponibili per i pochissimi vincitori, numeri poco chiari per il triennio sul quale spalmare le assunzioni. Basta guardare, ad esempio, alla Regione del grande leader.

    Il caso della Regione Toscana rappresenta una prospettiva esaustiva per fare il punto della situazione sul fallimento del concorso per docenti del 2016. In Toscana i posti contingentati in funzione del concorso per il triennio 2016/2019 e per ogni ordine di scuola e grado sono 4641. Di questi 2600 riguardano la scuola secondaria di primo e secondo grado. La complessità machiavellica delle prove scritte e poi di quelle orali, passata nella narrazione mainstream come metodo efficacissimo e meritocratico di selezione, lascerà scoperti, stando alla media nazionale, la metà circa dei posti totali. A questo dato bisogna aggiungere che sono numerose le procedure concorsuali ancora in atto che termineranno fra ottobre e novembre (viene da chiedersi: in quale paese europeo un concorso pubblico relativo al comparto istruzione ha una durata quasi annuale?).

    Il risultato è che per l’anno scolastico che va ad iniziare saranno disponibili per i vincitori di concorso, per la scuola secondaria di primo e secondo grado, solo 131 posti, poco più del 25% di quelli messi a concorso. Per di più, questi 131 posti disponibili sono relativi solo a una decina di concorso su 31 classi. Quando però le scuole riapriranno, e i dirigenti inizieranno a strutturare l’organico di fatto relativo a ciascuna scuola, si realizzerà il paradosso di supplenze assegnate ai molti che le prove concorsuali hanno decretato essere dei “somari”. Riprendiamo il caso Toscana: sul sostegno per la scuola secondaria di secondo grado 86 posti messi a concorso, 0 immissioni in ruolo per il 2016/2017 e più di 300 supplenze al 30 giugno da assegnare ad inizio d’anno. Delle due l’una: o i criteri di selezione erano completamente fuori dalla realtà effettiva dell’istruzione in Italia, oppure i sopracitati “somari” diventano professori al momento giusto. Come il gatto di Schrödinger, l’insegnante precario, in Italia è al medesimo tempo meritevole di una supplenza al 30 giugno e “somaro” perché incapace di superare le prove del concorso.

    Bisogna quindi chiedersi come riuscirà, almeno in Toscana ma una situazione analoga sta prendendo corpo anche nelle altre regioni, il MIUR, ad immettere in ruolo per il prossimo triennio più di 2000 persone. Il quadro poi si complica ulteriormente se si aggiungono tre variabili indipendenti:

    1) i numeri impazziti, fra algoritmi e incompetenze ministeriali, della mobilità straordinaria prevista dalla fase C del piano di assunzioni straordinario del 2015;

    2) la morsa previdenziale sui pensionamenti del prossimo quinquennio, fra quota 96 e precari anziani;

    3) la norma di aggiramento della Sentenza della Corte di Giustizia Europea, presente nella legge 107, che imponeva allo Stato di rimediare all’abuso decennale di contratti a tempo determinato assumendo chiunque andasse oltre i 36 mesi di servizio nella scuola pubblica. La norma che aggira la sentenza impedirà di lavorare con ulteriori supplenze ai vincitori di questo concorso, i quali, alla scadenza delle Graduatorie di Merito, guarda caso fra tre anni, avranno già prestato 36 mesi di servizio. In altre parole tagli al personale mascherati da assunzioni.

    A chi giova allora un concorso così mal organizzato, con numeri incerti e criteri selettivi al confine con il bondage e altre pratiche sadomasochiste? A chi giova il caos proliferato in questi mesi con la mobilità straordinaria della fase C, e la conseguente migrazione forzata di centinaia di insegnanti?

    Nella narrazione mainstream, quella che aggiunge – “se i posti sono al nord e i docenti al sud, il trasferimento è inevitabile”- , manca il dato fondamentale: quei 110.000 posti di lavoro (che diventano quasi 150.000 con i colleghi ATA) tagliati dalla ministra Gelmini, tagli che la Buona Scuola ha nei fatti riconfermato, benché nell’attuale parlamento quasi tutti i deputati dell’arco parlamentare siano stati eletti promettendo di metter mano alla riforma Gelmini.

    Credo che le ragioni alla base di questa enorme operazione di maquillage sulle politiche economiche di taglio all’istruzione pubblica stia nelle future carriere politiche di sottosegretari e tecnici, e nel futuro elettorale del referendum costituzionale. Il Capo del Governo, così come i personaggi che animano il Miur, sottosegretari al nulla lanciati verso poltrone più lucrative, usciti dalla penna cinica di De Roberto, hanno tentato un’improvvida scalata al mercato elettorale degli insegnanti avanzando promesse illusorie di assunzioni straordinarie e concorsi meritocratici. Le loro azioni sono animate dalla consapevolezza che al termine del triennio entro il quale si staglia l’orizzonte di questo concorso non saranno più al governo del Paese. Il risultato di questa mera speculazione, priva di una visione di lungo periodo dell’istruzione e della scuola pubblica, sarà l’ulteriore intorbidamento di acque assai confuse, con la patata bollente dei numeri nelle mani degli Uffici scolastici regionali. Insomma, dai cattivi propositi di governance ordoliberista della scuola, dei governi Berlusconi e Monti, siamo passati all’attuariato elettorale sul futuro degli insegnanti.

    Un futuro che non promette bene neanche a chi dentro la scuola ci lavora da anni e con contratti a tempo indeterminato: finora la riforma renziana è stata finanziata con i risparmi ottenuti dal mancato rinnovo dei contratti, basta dare un’occhiata alle cifre, perfettamente collimanti. Però adesso, neanche a dirlo per ragioni volgarmente elettorali, pare che il rinnovo sia alle porte, e questo significa che l’acqua nello stagno si asciugherà, e come da proverbio la papera non galleggerà (ringrazio Girolamo De Michele per il proverbio).

    Un’ultima riflessione: il ministro dell’Istruzione proviene, almeno nelle ultime tre legislature, da una zona di contiguità con la sfera di interessi della Conferenza dei Rettori Universitari Italiani. Così è stato per Francesco Profumo, per Maria Chiara Carrozza e per Stefania Giannini. Poco avvezzi a trattare i rompicapo che ogni anno sorgono dal funzionamento della complessa macchina dell’istruzione, questi ministri hanno delegato ai loro sottosegretari e dirigenti ministeriali, occupandosi della “comunicazione”. Adesso, nel contesto di scarsità delle risorse economiche avviato dalla riforma Gelmini, le Università puntano a rinnovare quella fonte di incasso sicuro rappresentato dalle tasse dei TFA e dei vari corsi di specializzazione, indispensabili a chi vorrà continuare a fare l’insegnante. I posti riservati ai TFA per le abilitazioni sono, sulla carta, contingentati come quelli del concorso. Il ministro Profumo aveva tratteggiato un sistema di reclutamento fondato su cicli triennali TFA-concorsi, un sistema che doveva essere transitorio e funzionale all’entrata a regime della riforma Gelmini, che istituiva le lauree specialistiche abilitanti. Ma se i numeri del contingentamento sono frutto di mera speculazione, che fine faranno gli abilitati dei prossimi cicli? Saranno forse i trucioli sacrificati al ceppo dei debiti delle Università?

    Poco contano le esortazioni alla sperimentazione, alle novità, alla passione per l’istruzione, se si ignorano le condizioni materiali all’interno delle quali il lavoro dell’insegnante si svolge oggi. Stay hungry, stay in Graduatoria di Merito.

  • agbiuso

    ottobre 23, 2015

    Alcuni effetti

    ================
    “Sono un insegnante a tempo indeterminato da moltissimi anni e durante il primo collegio docenti di quest anno il dirigente scolastico ha esordito con una raffica di imposizioni e di intimidazioni che non trova precedenti nella mia memoria.
    Sicuramente ‘riprogrammato’, garantito ed economicamente incentivato dalla nuova riforma della scuola, l’alta carica in questione è partito da una romanzina sulla nostra sopravvivenza professionale legata alla qualità che sapremo offrire:
    1) nelle mansioni amministrative, che deve delegare per i suoi troppi impegni;
    2) in classe, nonostante le carenze di materiali/attrezzature e al taglio del sostegno e delle supplenze.
    Paragonandoci ad artisti esperti in grado di improvvisare con stile ed eleganza, ci ha suggerito di usare la stessa vena artistica per affrontare le difficoltà e le carenze viscerali a cui è stata condannata la scuola pubblica. In particolare, per ovviare al grande problema della mancata nomina di supplenti, ci ha nvitato a trascurare la didattica per concentrarci sulla mera sorveglianza, a superare il limite di massima capienza delle aule (ovviamente senza alcun ordine di servizio), a raggruppare gli alunni davanti alla tv….. Come se fosse umanamente fattibile (norme sulla sicurezza a parte) gestire 70-80 alunni multietnici, eterogenei per età e con disabili non sempre certificati in 2 docenti!!!
    Dulcis in fundo ci ha intimato a non divulgare in nessuna maniera, né direttamente ai genitori né tramite Internet e i social network in particolare, le difficoltà con cui andremo a scontrarci in seguito a questa riforma, pena il LICENZIAMENTO e le accuse di DIFFAMAZIONE e di VIOLAZIONE DEL SEGRETO D UFFICIO.
    Precisando altresi che il nostro avvocato sarebbe a nostre spese mentre il suo sarebbe offerto dallo Stato!
    Secondo testimonianze di colleghi, discorsi analoghi sono stati pronunciati anche in altri Circoli, il che escluderebbe l iniziativa personale del dirigente in questione!
    A questo punto sarebbe interessante scoprire l esordio di altri dirigenti nel presentare norme ed effetti della Nuova Sola, alias Buona Scuola!
    Nella speranza che la categoria degli insegnanti riesca a liberarsi da questa nuova morsa, visto che il nostro stipendio bloccato dal 2006 e gravato da nuove tassazioni ci mette già in condizioni di sudditanza oggettiva e di ricattabilita’.”

    Testimonianza di una docente sulla “Buona Scuola” del PD

  • diego

    giugno 28, 2015

    Rosits Bulzacchi, caro Pasquale, ecco chi mi viene in mente. Tu mi dirai, chi è? Rispondo subito a te, uomo profondo e degno d’ogni più personale racconto. Rosita Bulzacchi era la maestra di mio padre. Ancora oggi, a 87 anni, lui se la ricorda e ricorda l’enorme serietà e rispetto per il sapere che sapeva infondere. Quando la maestra era malata, veniva a far lezione (gratis e senza tutta la burocrazia di oggi) suo marito, capitano di lungo corso, che affascinava i bambini con belle storie di mare. Un amore che il sapere che c’era eccome, sotto la scorza della propaganda di regime. Aveva ancora nelle orecchie gli elogi (elogi seri, non le smancerie da maestra/mammina di adesso) della signora Bulzacchi, quando finite le elementari lo iscrissero alla scuola dei poveri, l’avviamento. Pianse per tre settimane, lui avrebbe voluto studiare, come diceva la maestra. Oggi ci sono gli pseudointellettuali del sapere fluido, della conoscenza reticolare, del sapere che si vergogna di essere sapere per essere una roba del cyberspazio. Non cito il nome, non voglio querele per Alberto, ma quel tale è un idiota. Grazie Pasquale, sei unico.

  • Pasquale D'Ascola

    giugno 27, 2015

    Dice bene però Diego in genere ma, in particolar la sua nota,ragionando da destra, merita qualche attenzione specifica. Istituzioni come la Bocconi di Milano o lo stesso Politecnico, nacquero per interesse commericale la prima e tecnico il secondo, mi si passi il termine, di corporazione. In entrambi i casi si voleva nell’un caso, una scuola che mancava e che non fosse solo di ragioneria, che preparasse a lavorare nel commercio e nell’industria superando gli schemi del fai da te familiare, proiettando l’industriosità verso i lidi della riflessione sul fare industria; e inoltre dando grosso modo a tutti la possibilità di accedere all’alevazione sociale che entrare in un’azienda per competenza e non per familia comportava. Sto semplificando per brevità. Nell’altro il politecnico colmava un vuoto che costringeva, chi poteva, ad andare all’estero, e chi aveva abilità ma non il titolo, per esempio gli architetti, ad esercitare per così dire de sfroos (termine comasco che più o meno si capisce significare di frodo). Dunque la scuola creata ad arte per bisogni o interessi specifici in vista di specifiche e alte specializzazioni non sarebbe una novità. In soldoni quelle scuole, la Bocconi soprattuto, non volevano formare ciuchi obbedienti ma ottimi dirigenti. Con tutti i limiti del caso. Non si trattava certo di una scuola per tutti ma lo Stato che aveva altro in mano, cioè la scuola di cultura, non pensava male che l’industria si creasse la scuola per i suoi capitani.
    Dove sta il busilli, ci si chiederà. Sta nel fatto, secondo me che oggi si vuole e già si pratica l’inverso. Non è lo Stato che lascia fare all’industria, tenendosene lontano, ma, attenzione, è lo stato che si fa industria. Di che, è la domanda, del consenso è la risposta. Una scuola di ignoranti, una scuola di bassa qualità giova al potere, anzi lo determina, anzi lo garantisce. L’università è stata, da sempre, un covo di dissenso, di critica, di rivolta, di pensiero; e con le dovute differenze ha sempre garantito a se stessa questo privilegio. I primi ad addomesticarla,( si legga in proposito M.Heidegger Solo un dio ci può salvare) furono di sicuro i nazisti e in larga misura anche il fascismo che però, per bizzarria di un regime gioppinesco, tollerò e anzi , per certi aspetti favorì la fronda che nella sua Università ben temperata, si creò da subito. Concetto Marchesi giurò fedeltà al fascismo, poi insegnava tuttaltro. Non fu un caso isolato. Molti di questi professori atipici diedero slancio ai giovani perchè aderissero alla Resistenza e oltre. Simm’e’Napule. Non cito qui l’Università sovietica che pure era un’incubatrice di studi durissimi. Ma in U.R.S.S., studiare era un privilegio e un onore con molti oneri. Oggi studenti russi che arrivano in conservatorio, li vedi, non che abbaino una marcia in più, ma, nonostante tutto sono eredi di quell’antico adagio, Ti faccio studiare così farai una vita diversa dalla mia.
    Qui in Italia invece la scuola pare destinata a fare da laboratorio sperimentale di massa per il raggiungimento dell’ignoranza. A cosa servirebbero, infatti, di là dalla premesse ideologiche, i tagli di bilancio, l’abbandono, la miseria, la deriva cui il sistema scolastico viene lasciato ( l’ho già citatao, si veda L’ora di lezione di M. Recalcati- Einaudi). A cosa, ripeto, se non a eliminare proprio la scuola. Non credo infatti per niente alla storia delle private. Sì certo ci sono, dell’ignoranza si giovano, ma non per elevarla, anzi per favorirla, con tante palestre, molte piscine, ordine, inglése che oggi ci vuole per tutto, e pateravegloria. Non sono scuole sono incubatrici di teste vuote. Un convalida di lusso del sistema scolastico pubblico non la sua enantiodromìa. In soldoni, oltre che zucche sotto vuoto spinto, qui si vogliono soldatini.
    Mi sono dilungato ma, riletto, quanto scritto mi è parso avere qualche senso. Giudichino loro, compagni di sventure. P.

  • Pasquale D'Ascola

    giugno 27, 2015

    Sto raccogliendo firme. Non molte per ora, 7. Ma sentite. P.

  • agbiuso

    giugno 27, 2015

    A dire il vero, l’opposizione a questo decreto va molto oltre gli insegnanti e coinvolge famiglie, una parte della stampa, tutte le opposizioni.
    Certo, bisogna essere informati e non ragionare per luoghi comuni ma questa è una delle condizioni della democrazia stessa.
    Se poi molti genitori non sono preoccupati del futuro dei loro figli e nipoti, vuol dire che si meritano non soltanto Renzi, il Partito Democratico-Nuovo Centrodestra ma si meritano anche Benito Mussolini e Adolf Hitler. Il problema è che costoro contribuiscono a imporre anche agli altri cittadini simili poteri.
    Il motore dell’infamia, delle dittature, dell’orrore, non sono i tiranni e i loro sgherri ma coloro che -nel caso specifico- parlano di ‘corporativismo’. Sono costoro i veri criminali, vale a dire le persone apparentemente ‘per bene’. Auguro a loro e ai loro nipoti ogni male.

    Ho inserito altre firme che nel frattempo si sono aggiunte.

  • diegod56

    giugno 27, 2015

    non approvo il decreto, anche se non lo conosco nei dettagli

    il mio parere di non insegnante pesa, pesa molto, perché purtroppo, ed è l’amara verità, se il dissenso non proviene da chi non fa quel mestiere, hanno gioco facile a dire: «canea corporativa dei soliti lagnoni!»

    allora, bisogna coinvolgere tutto il corpo sociale; io credo, anche ragionando da «destra», cioè nell’interesse vero delle imprese produttive serie, che una solida scuola pubblica sia la base per lo sviluppo economico, perchè permette di far crescere giovani di qualità che non provengono da ceti abbienti, insomma è l’ascensore sociale indispensabile anche in un’ottica liberista «seria»

    è come nel calcio, un arbitro indipendente e autorevole, permette di giocare bene, se invece è pagato dalla iuve o dal palermo (nomi a caso, sia chiaro…) allora non si gioca più bene

    se son stato confuso chiedo venia, anche ai vecchietti come me farebbe bene ritornare a scuola…

  • agbiuso

    giugno 26, 2015

    Certo, Pasquale. Copia e diffondi come ritieni più opportuno.
    Dobbiamo fare tutto ciò che possiamo contro questi fascisti del XXI secolo.

  • Pasquale D'Ascola

    giugno 26, 2015

    Ottimo. Copio se me lo concedi e lo propongo in toto sul mio blog. In ogni modo avrei sottoscritto volentieri questo testo.
    Proverò a farlo circolare in conservatorio ma dubito di poter raccogliere dieci firme.
    Un abbraccio.
    P.

Inserisci un commento

Vai alla barra degli strumenti