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Dolcemorte

Miele
di Valeria Golino
Con: Jasmine Trinca (Irene), Carlo Cecchi (Ingegner Grimaldi), Libero De Rienzo (Rocco), Iaia Forte (Clelia)
Italia 2013
Trailer del film

Irene svolge la sua attività con molta precisione. Si reca in Messico per acquistare un farmaco destinato alla soppressione dei cani malati, farmaco fuori legge in Italia. Poi lo fa assumere a dei malati terminali che non tollerano più il dissolversi lento e atroce della loro vita. Nei giorni precedenti li prepara insieme ai loro congiunti, in modo che sia lo stesso malato a bere il veleno che gli darà finalmente pace. Tutto molto discreto, pulito, pietoso e illegale. Sino a quando viene contattata da una persona che non soffre di alcuna malattia conclamata ma che semplicemente non vuole vivere più. Quando comprende che di questo si tratta, Irene reagisce in modo duro perché non è e non si sente un sicario. Comincia quindi un corpo a corpo sia metaforico sia fisico con l’ingegner Grimaldi. Il conflitto sfuma sempre più in una reciproca attenzione e cura. Sino a un grande atto di generosità da parte dell’uomo.
La tristezza che accompagna Irene, la sua solitudine non attenuata da relazioni clandestine e dalle occasionali visite al padre, il battito non sempre regolare del suo cuore, le sue immersioni nell’elemento liquido e nell’aria, comunicano assai bene la tonalità malinconica e insieme tenace della protagonista e della sua storia. Le immagini si susseguono a volte simboliche, altre conflittuali, altre ancora rarefatte. Nessun compiacimento, nessun tono troppo alto ma un grande rispetto per la morte e un’eleganza formale che intride di interiore bellezza anche il morire. Alla fine, un segno di riscatto si alza dentro una splendida moschea.

 

1 commento

  • diegob

    Maggio 31, 2013

    Sì, caro Alberto, ho tratto quasi le tue stesse considerazioni dalla visione del film. Il tema vero non è la morte, ma la solitudine. Per quanto cinematograficamente un po’ abusata, è efficace l’immagine ricorrente dell’immersione/emersione, metafora molto evidente della nascita che è anche un essere «gettati» sulla spiaggia della vita. Difatti l’assenza forte è proprio quella della madre, richiamata, rievocata attarverso l’acqua. Calligrafico e sicuramente ispirato alle attuali tendenze stilistiche (certe inquadrature sgranate, compresse come attraverso un teleobiettivo, le sequenze in bicicletta con l’ombra proiettata, insomma un certo armamentario di maniera comunque ben fatto).
    Il finale nella moschea immette una svolta di speranza.
    Per giocare alle recensioni: tre stelle.

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