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Filologia del Sessantotto

Après mai
(Titolo italiano: Qualcosa nell’aria)
di Olivier Assayas
Con: Clement Metayer (Gilles), Lola Creton (Christine), Felix Armand (Alaine), Carole Combes (Laure), India Menuez (Leslie),
Francia, 2012
Trailer del film

Non proprio il Sessantotto, ma ciò che ne è scaturito. Il titolo (quello originale, non l’insulsa versione italiana) è infatti del tutto adeguato al contenuto. 1971, Gilles è uno studente liceale. Militanza, assemblee studentesche, scontri con la polizia e con la destra, autonomia dalla famiglia, stampa clandestina, rapporti affettivi liberi, suggestioni orientali, musica ribelle. Ma anche la bella casa di famiglia, il denaro dei genitori e soprattutto una grande inclinazione per la pittura, l’unica sua vera passione. Gilles infatti attraversa i suoi anni, compie le sue azioni, viaggia per la Francia e per l’Italia in modo quasi anaffettivo, senza mai arrabbiarsi, piangere, senza mai ridere né sorridere. In maniera non troppo dissimile si comportano anche i suoi amici, le sue ragazze e l’intero mondo nel quale è immerso. Una cortina narcisistica e ideologica sembra separarli da quella realtà che pure dicono di voler trasformare.
Il valore e il significato di questo film consistono nel non nutrire né mostrare pregiudizi positivi o negativi e nel non formulare giudizi. È una intelligente e rigorosa fenomenologia del Sessantotto e di ciò che è venuto appunto après, dopo il Maggio francese. Una descrizione di caratteri, azioni, ambienti, libri, oggetti, strade, manifesti, contesti, abiti, capigliature e soprattutto sguardi, occhi, domande, inquietudini, incertezze. Un’autentica, accuratissima, meticolosa filologia della rivolta giovanile, del suo slancio, dei suoi limiti, del suo senso.
Si comincia con il professore che in classe legge un testo di Pascal – «Entre nous, et l’enfer ou le ciel, il n’y a que la vie entre deux, qui est la chose du monde la plus fragile» (Tra noi e l’inferno o il cielo, c’è solo la vita, che è la cosa più fragile del mondo; Pensées, 349 [Ed. Chevalier], 213 [Ed. Brunschvicg])-, evidente riferimento alla breve durata della giovinezza e delle sue passioni. Si chiude con le parole più sincere di Gilles: «Abito nella mia immaginazione, e quando la realtà bussa alla porta io non le apro». L’immaginazione al potere.

2 commenti

  • Biuso

    10 Febbraio, 2013

    Grazie a te, caro Diego, per questa testimonianza che conferma il valore non soltanto filologico ma anche storico ed esistenziale di Après mai.
    Non importano i chili in più o in meno. Ciò che conta è essere rimasti uomini liberi con in più la saggezza regalata dal tempo.

  • diego b

    9 Febbraio, 2013

    Grazie della bella recensione, caro Alberto.

    Nel 71 ero in quinta ginnasio, ma in una città di provincia i miti arrivano in leggero ritardo. Un film che raffigura con impressionante efficacia iconografica gli anni più belli della mia vita. Parlo di iconografia in senso preciso, perchè la fotografia del film, bellissima, sembra tratta da foto a colori invecchiate dagli anni, quelle che abbiamo nel cassetto. E poi la musica, incredibile, di quel tempo, i meravigliosi Soft Machine. E poi anche la feroce stupidità, i miti velleitari e inconcludenti (rimando alle belle e vere pagine di «Contro il Sessantotto»). Certo, io non ero figlio di borghesi, non vivevo nella mitica Parigi, ma la musica, il fumo, i viaggi psichedelici e il resto, erano quelli. Un bel film, e non banale il disincanto progressivo del protagonista, nel quale così l’arte si salva e si libera, al di là delle mode politiche del tempo.
    Uscendo dal cinema la mia signora m’ha detto: mi sembrava di rivedere te, in quel ragazzo. Certo, venti chili fa…

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