Skip to content


Mente & cervello 81 – Settembre 2011

Che cos’è un rito? Come nasce? Quale funzione svolge? A queste domande cercano di rispondere da tempo discipline quali l’antropologia, l’etnologia, la sociologia della cultura, l’etologia. Un contributo importante può venire anche delle scienze della mente. Il ricco dossier di questo numero di M&C lo dimostra.
«Nella definizione dei rituali -specialmente di quelli che non riguardano la realtà quotidiana- spiccano di solito quattro caratteristiche fondamentali: ruolo del corpo, formalità, modalità e trasformazione» (A. Michaels, p. 54). A essere coinvolto in un rito è sempre l’intero corpomente in modi formalmente stabiliti e rigorosi, con modalità che differenziano lo stesso gesto se compiuto nel quotidiano o se invece inserito in una forma rituale, avendo come obiettivo una trasformazione di condizione interiore o di status comunitario.
I riti di iniziazione e di passaggio, ad esempio, sono tra i più importanti e prevedono tre fasi: di separazione dal luogo o dallo status precedente, liminale di transizione e di abolizione dell’ordine precedente, di integrazione nel nuovo luogo o nella nuova condizione. In generale, un rito fa parte di una ben precisa cultura e solo in quel contesto acquista il suo senso, si struttura in un linguaggio che spesso produce azioni -come quando un funzionario civile o religioso dichiara due persone marito e moglie-, ha una qualità estetica specifica e caratterizzante, segna una interruzione e un rallentamento del consueto flusso temporale attraverso il tempo della festa, del passaggio o del lutto. 
I riti contribuiscono in modo determinante a legare una comunità -di qualsiasi ampiezza essa sia, dalla famiglia alle grandi religioni universali-, a creare e consolidare l’identità dei gruppi, a controllare e anche a reprimere i comportamenti dei loro membri, a costituire (come ha mostrato fra gli altri Pierre Bourdieu) un enorme capitale simbolico, sociale e culturale che offre sicurezza e che trasmette fiducia nella costanza delle relazioni e nel senso dell’esistere. I riti possono riuscire in questa impresa perché sono fatti di modalità oggettive trasmesse nel tempo -le tradizioni- e di emozioni personali e collettive ogni volta rinnovate.
È per tutte queste ragioni che le forme rituali costituiscono uno dei più evidenti universali della specie umana, «che si riscontra in tutti i tempi e in tutte le culture: riti di passaggio, di purificazione, di guarigione, offerte di sacrifici, rituali che scandiscono la vita quotidiana ma anche i ritmi della politica e del potere» (Id., 52). I riti esprimono certamente la naturale inerzia dei comportamenti e tendono dunque a perpetuarsi sempre uguali a se stessi -basti pensare alle formule religiose, ai sacramenti, ai giuramenti solenni- e tuttavia non sono mai del tutto rigidi e immobili, rimanendo sempre aperti a variazioni che lentamente ne ridisegnano le forme e che soprattutto li tengono sempre in vita.
Arcaismo e trasformazione, rigidità e dinamismo, razionalità ed emozioni, collocazione spaziotemporale e aspirazione all’universale. Se i riti sono così ricchi e complessi è anche perché essi costituiscono uno dei luoghi/momenti nei quali si incontrano sino a fondersi società e psiche, genetica e ambiente. «Perché dunque esistono i rituali? Da un lato le azioni ritualizzate e la loro evoluzione hanno radici molto profonde nella nostra psiche. […] Dall’altro i rituali hanno un’influenza decisiva sulla formazione dei gruppi. […] I rituali non sono quindi soltanto un’eredità dell’evoluzione biologica, ma ne rappresentano uno dei prodotti più pregiati, che costituisce una forza motrice essenziale per l’evoluzione delle società e delle culture umane» (H. Whitehouse, 85). I riti confermano dunque l’ipotesi che siamo costituiti inseparabilmente di geni e di ambiente, come sostiene anche un libro di John Medina (Naturalmente intelligenti) qui recensito da M. Capocci: «Tuttavia i “semi” che i genitori gettano devono poi avere a che fare con il “terreno”, cioè con i vincoli dei geni. Secondo Medina, le capacità intellettive vanno divise equamente: metà natura e metà cultura» (113).
Negare la struttura innata di molti comportamenti umani è del tutto insensato sia dal punto di vista empirico che da quello logico. Ed è, soprattutto, una forma grave di antropocentrismo, presupponendo che la specie umana possa sottrarsi alle determinazioni biologiche che intessono tutti i viventi. Ad esempio, i neonati umani e i pulcini mostrano entrambi una netta preferenza per musiche consonanti. E per quale motivo? «Poiché gli esseri viventi sembrano emettere soprattutto suoni consonanti, mentre i suoni ambientali tendono a essere meno regolari e più dissonanti, è possibile che questa preferenza aiuti i neonati ad avvicinarsi ai genitori o a membri della propria specie» (V.Murelli riferendo le ricerche di Cinzia Chiandetti e Giorgio Vallortigara, 27).
Un impasto di natura e cultura sono anche i pregiudizi, la sessualità, lo sguardo. Su una forma diffusissima e grave di pregiudizio si sofferma G.Sabato, rilevando come anche in culture che sino a poco tempo fa avevano attribuito valore a corpi formosi (a volte sino alla grassezza) si diffonda sempre più il tipico pregiudizio occidentale che grasso coincida con brutto. Per quanto riguarda il sesso, in un articolo dedicato ai comportamenti ossessivi in questo campo, D.Ovadia ricorda che «l’orgasmo provoca un’attivazione generalizzata di quasi tutto il cervello, una sorta di momentaneo obnubilamento da eccessivo rilascio di neurotrasmettitori», soprattutto la serotonina -che dà benessere e serenità- e gli « oppioidi naturali, sostanze che aumentano il benessere generale e riducono la soglia del dolore» (42-43). Sarà per questo che molte persone vincolate alla castità appaiono spesso tristi e truci? A proposito dello sguardo, è stato osservato che anche un semplice manifesto appeso a una parete e rappresentante due occhi che ci guardano attentamente riduce i comportamenti antisociali; «il senso è chiaro: essere in grado di valutare velocemente se c’è un predatore in agguato ha un enorme valore evolutivo, e quindi l’attivazione neurale del sistema di rilevamento di qualcuno che ci guarda è veloce e automatico» (S. van der Linden, 111).
Un testo interessante è dedicato alla memoria -in particolare al delicatissimo tema degli interrogatori e delle testimonianze in sede giudiziaria- la quale «è un processo ricostruttivo, nel senso che ciò che viene conservato non coincide con quanto è accaduto, dal momento che il ricordo non viene mai recuperato fedelmente ma sempre ricostruito a partire da uno stato emotivo» (B.F. Carillo, 103). Significativo è, infine, un articolo che si occupa della E-therapy. Nonostante i suoi limiti, sembra infatti che la terapia psicologica a distanza possa essere efficace: «costa meno, è più facile da organizzare, protegge la privacy del paziente, evita la possibilità di abusi fisici o sessuali da parte del terapeuta o del paziente ed è in grado di mettere a disposizione competenze specifiche nel caso di patologie più rare» (R. Epstein, 107). Forse si potrebbero eliminare del tutto gli psicoterapeuti, come anche l’Eliza di Joseph Weizenbaum ha in fondo dimostrato  😎 .

3 commenti

  • Maura Campo

    Ottobre 1, 2011

    Mi viene in mente una frase da lei più volte ripetuta a lezione: la specie umana è infantile, si stupisce ed è creativa!
    Da cosa nasce il rito se non dalla fede nel potere “magico” di parole e gesti come tecnica per trattare con la realtà?

  • agbiuso

    Settembre 25, 2011

    Caro Diego, concordo del tutto con lei. Di più: non esistono “rituali abbastanza ridicoli” in quanto rituali ma solo rituali dai contenuti ridicoli o banali. Il rito in sé, infatti, se esiste è perché ha un senso, svolge una qualche funzione che la filosofia e le scienze umane -e non soltanto gli articoli di Mente & cervello– contribuiscono a spiegare e a comprendere. Di ritualità è intessuta, di fatto, l’intera esistenza dei singoli e delle collettività. Gli esempi da lei formulati (e che mi riguardano) sono solo alcuni dei tanti che si potrebbero enunciare.

    Ha ragione anche su quanto afferma a proposito del “corpo sociale, divenuto una cupa sommatoria di sterminate solitudini”. Anche così, infatti, si spiega il successo della comunicazione digitale, da facebook a questo nostro parlarci. Si tratta di esigenze naturali e pre-rituali che però assumono poi sempre forme codificate e assolvono le funzioni che ho cercato di riassumere nella mia nota.

    Se comprendo il suo scrivere, è perché esso è molto chiaro e sempre interessante.

  • diegob

    Settembre 25, 2011

    io credo, caro prof. biuso, che nel corpo sociale, divenuto una cupa sommatoria di sterminate solitudini, vi sia una vera e propria «fame» di ritualità, di gesti condivisi, di momenti in cui si prova la confortante sensazione di essere un gruppo, una comunità; certo può accadere che avvenga su un rituale abbastanza ridicolo, certo può essere che qualche furbo mercante di parole usi il rito per cementare il proprio potere, ma è indubbio che di «gesti simbolici» abbiamo bisogno

    il rituale a volte ci conforta anche in passaggi all’apparenza banali, ma ha una sua pregnanza

    faccio un esempio, mi permetto, riguardante chi scrive libri, come lei, professore

    quando vede il suo libro pubblicato e presentato, non prova una sensazione piacevole, come se il suo scritto abbia superato una soglia, dal privato alla consacrazione collettiva (seppur in ambito certamente colto e non di massa)?

    non c’è qualcosa di rituale nel suo presentarsi agli studenti, che tanto la apprezzano e non a torto, e dare inizio ad una sua lezione?

    il nostro vivere, per essere emotivamente pieno, specie quando c’è di mezzo i rapporti fra singolo e gruppo, è intessuto di elementi rituali e simbolici, a partire da una semplice stretta di mano

    mi scuso per la digressione, forse irrituale ed eccentrica, ma so che lei comprende il mio scrivere come pochi

Inserisci un commento