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Il cinema, l'essere

Terrence Malick
The Tree of  Life
Con: Brad Pitt (il signor O’Brien), Sean Penn (Jack da adulto), Jessica Chastain (la signora O’Brien), Hunter McCracken (Jack da ragazzo)
India-Gran Bretagna, 2011
Trailer del film

 

Ha filmato la memoria, ha filmato il dolore.
La memoria di un uomo adulto la cui mente trascorre dal lavoro a Manhattan all’età in cui era ragazzo, una madre ingenua e affettuosa lo accudiva, un padre autoritario e incerto lo vessava, due fratelli più piccoli condividevano il tempo e le azioni. Jack desiderava la morte del padre, la chiedeva a Dio.
Il dolore di una madre per un lutto senza fine, per il morire del figlio in guerra. Straziata, chiede conto al divino di questo evento, simile a milioni di altri. La risposta è la frase che fa da epigrafe al film: «Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? Mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio?». È la non riposta che Jahvè dà a Giobbe nel capitolo 38, un testo del quale questo film sembra la dettagliata epifania. Su tutto, infatti, domina l’elemento liquido e cosmico, ispirato a parole come queste:

Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando erompeva uscendo dal seno materno? Da quando vivi, hai mai comandato al mattino e assegnato il posto all’aurora? Sei mai giunto alle sorgenti del mare e nel fondo dell’abisso hai tu passeggiato? Ti sono state indicate le porte della morte e hai visto le porte dell’ombra funerea? Per quale via si va dove abita la luce e dove hanno dimora le tenebre? Sei mai giunto ai serbatoi della neve? Per quali vie si espande la luce? Puoi tu annodare i legami delle Plèiadi o sciogliere i vincoli di Orione?

Eventi su eventi. Dal tempo cosmico che plasma gli astri, le sfere, i colori, all’apparire della luce tra gli alberi; dal pianeta dei dinosauri alle strade del Texas negli anni Cinquanta; dall’emergere di un bimbo nel mondo ai suoi giochi violenti con i coetanei.
Diventato adulto, questo bambino si muove tra grattacieli, deserti, rive di oceani. Ricordando parole ascoltate, parole dette, parole incarnate. Un film anche di iniziazione che si conclude con quella che i cristiani chiamano «la comunione dei santi», l’incontro di tutti finalmente al di là del dolore.
Terrence Malick ha insegnato filosofia ed è un maestro della tecnica cinematografica. Come il monolite di 2001, in questo suo film appare con regolarità una pura forma dinamica e dal cangiante colore, sulla quale l’opera si chiude. Ha filmato il sacro.

 

4 commenti

  • Biuso

    16 Giugno, 2011

    Sì, questo film non è piaciuto anche a quanti ritenevamo potessero apprezzarlo. E’ che si tratta di qualcosa di molto diverso dal consueto, soprattutto -come lei dice- per la particolare modalità con la quale contamina, mescola, intride la quotidianità frammentaria e dolorosa con il silenzio e la potenza cosmica. Questo genera -in diversi soggetti- ripulsa, noia, incomprensione, oppure “sgomento”, appunto.
    Leggerò con grande interesse, caro Anatol, la sua recensione.

    [Naturalmente, se qualcuno fra gli amici ha visto il film e ha delle critiche -anche aspre- da rivolgergli, non si faccia intimidire da questi giudizi positivi e scriva qui le proprie impressioni ;-)]

  • Anatol

    16 Giugno, 2011

    Sapevo e credevo che non si sarebbe lasciato scappare questo film. A moltissimi non è piaciuto, anche a persone che consideravo “insospettabili”. Io l’ho visto due volte di seguito al cinema e forse l’avrei anche rivisto una terza volta. Mi è stata chiesta una recensione ma il magma ribollente di parole che ho in mente non mi lascia la possibilità di concatenarle in senso compiuto, vedrò di lavorarci meglio e se posso permettermi desidererei moltissimo che lei legga la recensione una volta che (se)l’avrò terminata. Ovviamente nel materiale riguardante la pellicola in rete ho trovato pochissimi riferimenti ad Heidegger, Agostino d’Ippona, Cusano ecc. quando per me sono gli elementi basilari del film. A differenza dell’esperienza di Armando però il giorno della seconda proiezione in sala con me vi era un gruppo di ragazzi e ragazze appena maggiorenni che al finale ha cominciato a ridere freneticamente, superato l’iniziale fastidio ho capito che ne dovevo essere al contrario soddisfatto. Come teorizzato da Freud: ” il riso serve a procurare un piacere; tutte le nostre attività psichiche si incontrano in questi due scopi. L’umorismo è il più eminente meccanismo di difesa poichè con la risata, le inibizioni interne ricordate sopra vengono spazzate via; gli impulsi inconsci, non più ostacoli, sono quindi soddisfatti con un mezzo che è piacevole per sé e accettato dagli altri.” In un film dove i più ancestrali elementi del cosmo vengono proposti continuamente il senso di sconvolgimento e sgomento si taglia a fette ed è giusto che alcuni si sfoghino ridendo. Non avrà la perfezione stilistica e concettuale di 2001 ma certamente posso essere soddidfatto di poter raccontare che alla sua uscita nelle sale ero presente.

    Anatol

  • agbiuso

    15 Giugno, 2011

    Caro Armando, il nome di Heidegger è in effetti chiarificatore. Le poche notizie disponibili su questo regista dicono, infatti, che si laureò con Gilbert Ryle, dedicando la tesi al concetto di mondo in Kierkegaard, Heidegger e Wittgenstein; che nel 1969 tradusse in inglese Vom Wesen des GrundesThe Essence of Reason (Evanston, Northwestern University Press), che ha insegnato filosofia in Francia e anche -per un breve periodo- al MIT di Boston.
    Le reazioni a un film come questo possono essere e sono, naturalmente, assai diverse. Si va da quella riferita da lei a una noia mortale o alla domanda sul “significato”.
    A me è sembrato un film molto bello, capace di coniugare nelle immagini teoresi, enigma e poesia. E credo che il cinema debba essere questo.

  • Armando

    15 Giugno, 2011

    Complimenti per la sua recensione Professore!
    In questo film l’immagine diviene Potenza Sublime. Malick, da buon conoscitore di Heidegger, è riuscito a narrare l’Essere.
    Dopo la proiezione sulla sala è sceso un silenzio “sacro”.

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