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Vita pensata 12 – Giugno 2011

Vita pensata 12 – Giugno 2011

È uscito il numero 12 di Vita pensata, Rivista mensile di filosofia

Indice del numero di giugno 2011 (in formato pdf)

 

[Miei contributi]

Editoriale: Durata (con Giusy Randazzo), p. 4

Accardi, la luce e gli altri, pp. 52-53

Filottete, pp. 58-59

Corpo celeste, pp. 63-64

Il linguaggio e la mente, pp. 68-70

 

9 commenti

  • agbiuso

    4 Luglio, 2011

    Caro Diego, ancora una volta la sua osservazione è molto giusta e profonda. Credo anch’io che -in questo ambito- una delle differenze tra il passato e il presente stia in una generale superficialità, ignoranza e separazione tra i gruppi antagonisti e gli intellettuali. Questa situazione danneggia gli uni e gli altri. Non posso che condividere l’affermazione per la quale “senza un substrato intellettuale di alto livello non avremo una lotta efficace nei confronti del potere”. Ed è anche per questo che ritengo un dovere, e non soltanto un diritto, schierarmi con le giuste ragioni di chi difende la dignità dei luoghi e la libertà delle persone.

  • diegob

    4 Luglio, 2011

    sicuramente, anche senza esser competenti nel dettaglio, è abbastanza chiaro che il modo in cui il mazzini terminò i suoi giorni fa capire la «piega» che prese il processo di unificazione nazionale

    e sicuramente, un potere, specie laddove ci sono in ballo grandi interessi economici, è sempre, alla fine, un potere che, quando gli manca il consenso, mostra il proprio volto duro

    ho l’impressione però che nell’800 vi fosse fra gli «antagonisti» di quel tempo e il ceto intellettuale più avanzato un maggiore collegamento, come dire che se un mazzini era considerato dagli stati autoritari un terrorista, però di certo nella parte migliore e più avanzata dei ceti intellettuali sicuramente era apprezzato e ne era riconosciuta l’autorevolezza

    oggi, abbiamo un magma più indistinto, anche in alcuni ambienti antagonisti non c’è un rigore intellettuale paragonabile, almeno questa è la mia impressione

    forse è solo una mia romantica adorazione verso le persone davvero colte, ma credo che senza un substrato intellettuale di alto livello non avremo una lotta efficace nei confronti del potere

    comunque, speriamo bene, speriamo che alcuni provocatori non siano il pretesto per la coercizione di tanti che con animo pulito giocano una difficile partita

  • agbiuso

    4 Luglio, 2011

    Anche se forse Luigi Capitano non sarebbe d’accordo, per gli stati ottocenteschi -compreso il nuovo Regno d’Italia- e per le loro polizie Giuseppe Mazzini era un pericoloso terrorista, condannato a morte e -come ha scritto Luigi nel suo articolo- costretto a chiudere i suoi giorni a Pisa sotto falso nome.
    Ricordiamocelo quando -come in questi giorni- vediamo ministri di polizia e presidenti della repubblica urlare insulti, lanciare offese e blaterare di “terrorismo” contro le persone che difendono il proprio territorio e la propria “patria”.

    Per l’informazione al soldo del potere, pochi cosiddetti black bloc (tra i quali è molto probabile ci siano stati degli infiltrati dei servizi segreti) oscurano centinaia di migliaia di cittadini che manifestano pacificamente di fronte a poliziotti in apparato di guerra che lanciano lacrimogeni pieni di sostanze cangerogene. Mazzini ci ha insegnato che la prima violenza e la più radicale è quella degli stati. Ma, si sa, quest’uomo fu un terrorista.

  • Luigi Capitano

    2 Luglio, 2011

    Ringrazio molto Diego Bruschi per la sua acuta e fin troppo lusinghiera lettura del mio articolo su Mazzini. Mi pare che sia riuscito a cogliere l’essenziale e a fornire col suo commento anche un’utile chiave di lettura. Mazzini rimane a mio avviso non solo il padre più “ineffettuale” e insieme “profetico” della nostra patria, ma il padre più o meno dimenticato dell’idea universale di democrazia. Il suo pensiero (purtroppo appesantito dal nome di Dio) si sporge oltre i limiti di questa o quella patria, e ci fa comprendere (o dovrebbe farci comprendere) che l’unica vera patria, l’unico vero patrimonio dell’umanità, è l’Umanità stessa.

  • diego b

    28 Giugno, 2011

    mi permetto di commentare la lettura dell’interessante e ben scritto articolo del prof. capitano su mazzini

    molto in sintesi, è evidente che mazzini, almeno in vari articoli usciti in occasione del 150esimo, sia apparso come un padre dell’italia di «serie b» rispetto al cavour, essendosi di quest’ultimo spesso evidenziata l’intelligenza politica, le capacità di tessere un’efficace e concreta strategia, e per converso raffigurando il mazzini come un personaggio rispettabile, di alto profilo, ma tutto sommato inconcludente

    invece nell’articolo si cerca di evidenziare come il mazzini abbia comunque lasciato un patrimonio ideale prezioso, che va oltre la «contingente» questione di aver unito questa penisola

    e poi c’è, aperta e mai del tutto rimarginata, la ferita di un risorgimento dove le istanze democratiche e di giustizia sociale sono state a volte usate ma poi, puntualmente, tradite

    se poi la storia la leggiamo «da sud» le questioni sono ancora più complesse, anche se questo, è un altro problema

    insomma, un bell’articolo, di cui ringrazio vita pensata e il prof. capitano

  • agbiuso

    15 Giugno, 2011

    Caro Diego, che la filosofia riesca sempre, anche rispetto alle scienze, “a sporgersi oltre l’ultimo orizzonte” è una splendida ed efficace metafora, il cui senso condivido pienamente.
    Lei “ragiona” benissimo.

  • diego b

    14 Giugno, 2011

    ho letto, con qualche sforzo (non per l’ottima esposizione, ma per i limiti personali del lettore) l’importante saggio del prof. coniglione che ha per oggetto (semplifico molto) il rapporto sempre ambiguo, tormentato e irrisolto fra filosofia e scienza;
    io penso, in definitiva, che la scienza (ammesso di poter definire in modo univoco cosa sia la scienza) alla fine non potrà mai vincere la partita con la filosofia, perchè la filosofia riesce sempre ad affacciarsi, a sporgersi oltre l’ultimo orizzonte;
    quando la scienza, una scienza ha spiegato tutto, ci sarà sempre un piccolo margine di irrisolto, di domanda sul senso ultimo di quel che si è acclarato; la filosofia, riesce sempre a vedere la partita da fuori;
    certo, molta scienza, come la magnifica disciplina che è l’antropologia, può portare grande nutrimento al pensiero, ma ci sarà sempre un pensiero che fa un piccolo passo più in là;
    spero di esser perdonato per la mia pretesa di ragionare di queste cose da specialisti, ma qui, so di esser fra amici

  • Giusy Randazzo

    13 Giugno, 2011

    Caro Diego,
    ti ringrazio davvero tanto. E non soltanto per aver apprezzato il mio articolo ma anche per aver compreso il senso di quanto volevo trasmettere attraverso esso. Non ti nascondo che per me studiare la fotografia storica è un impegno sempre arduo in termini emotivi. E’ un crocevia tra filosofia e storia che necessita di un’enorme cura, di studio, di riflessione, di pazienza, per potersi inoltrare negli abissi di eventi tragici, spesso guardando negli occhi chi muore. Un vero viaggio nel tempo che ti fa assumere la prospettiva del fotografo, situandoti esattamente nel luogo da cui afferra l’istante. Lo senti che non è un semplice “momento”, avverti che in quell’attimo c’è il tempo nella sua interezza quadridimensionale (presente, passato, futuro e spazio). Un’esperienza che non si riduce al semplice guardare, ma a una comprensione che ha l’aspetto di un’intuizione tagliente e feroce.

  • diegob

    13 Giugno, 2011

    ho già letto e «visto» l’articolo di giusy r. che ha per oggetto la fotografia storica; in effetti è abbastanza chiaro che nella foto che «ferma» un breve ma purtroppo intensissimo istante di guerra, la didascalia è parte inscindibile, concorre a pieno titolo nel senso della foto stessa; però è pur vero, e di questo anche si dà conto, che la fotografia non è solo il correlato della didascalia ma ha una sua forza autonoma, probabilmente contiene una sua cifra potente di linguaggio visivo che agisce anche oltre la didascalia e, forse, nonostante la didascalia; io non sono ferrato sul pensiero di heidegger (anzi ne so quasi nulla), ma comprendo abbastanza come lo snodo del fattore tempo sia uno dei temi più affascinanti della fotografia: la foto congela un momento, ma lo immette in un binario temporale durevole, spesso riesce a trasformare un momento del dramma nell’immagine, nel racconto perenne di esso; del resto una fotografia è almeno due cose: quello che fotografa, quello che essa è «in sè», cioè è una foto «di» qualcosa e, nel contempo, una foto che «è» qualcosa; un articolo denso, ben corredato d’immagini, leggere giusy r. non è facilissimo per chi non ha alcuni attrezzi filosofici, ma mai, e poi mai, è tempo perso

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