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Sadica-Mente

Sono il padre. So che gli esseri umani soffrono ogni giorno per le ragioni più diverse. So che crudeltà, malattia e abbandono scandiscono la vita di tutti coloro che nascono. Sono anche onnipotente. Potrei trovare non una ma innumerevoli soluzioni che pongano immediatamente fine al fiume di dolore che avvolge le creature viventi. Ma invece di provvedere con un gesto autenticamente divino a cancellare il dolore dal cosmo, mando il mio figlio prediletto a patire, a essere seviziato, a morire asfissiato e sanguinante in una delle più atroci torture. Dopo lo faccio risorgere, ma l’universale sofferenza continua come se niente fosse accaduto.

È incredibile come questa orribile storia che ha per protagonista una delle più cupe divinità mai concepite -l’ebraico Jahweh- venga associata a parole quali “amore” e “misericordia”. Un padre che agisce in questa maniera se è davvero onnipotente è anche sadico; se non riesce a porre rimedio in altro modo, allora è uno di coloro che l’antica gnosi chiama “arconti”, divinità inferiori, demiurghi incapaci. Un amore onnipotente genera la gioia, non moltiplica sofferenze e crocifissi.

13 commenti

  • Zaira

    27 Aprile, 2011

    Quante volte per condurli all’ubbidienza i genitori fanno soffrire i propri figli..sbagliano in questo?
    Il dolore dell’uomo non è tanto legato al fatto che Gesù soffrì, ma che egli imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì. Forse la morte è dolorosa perché presuppone una serie di separazioni. Essa è separazione dello spirito e l’anima dal corpo, dal tempo e dallo spazio, da tutto ciò che ci ha dato un’identità. Il cristianesimo parla di un figlio che muore ma che anche risorge. Questa considerazione basta ad alimentare la fede del credente e a rendere la morte un momento benedetto. Finalmente si incontrerà quel Gesù che tanto sia ama. Mi rendo conto però che il filosofo rimane a digiuno. Dunque mi volgo alla ricerca di una risposta filosofica…sperando di trovarne una:)…non perché io sia rimasta insoddisfatta dalla risposta biblica ma perché non ho il timore di andare oltre, sapendo che non troverò nulla di contrario alla mia fede e se così non fosse allora non avrei perso nulla ma conquistato qualcosa…seguo intanto il consiglio biblico dei proverbi: “…se la cerchi come l’argento e ti dai a scavarla come un tesoro, allora comprenderai il timore del SIGNORE e troverai la scienza di Dio.” Proverbi 2:4…”non abbandonare la sapienza, ed essa ti custodirà; amala ed essa ti proteggerà”. Proverbi 4: 6
    Grazie a lei che mi da modo di mettere in discussione la mia fede alla quale sono però così saldamente ancorata che difficilmente salpo lontano da essa per esplorare altre profonde realtà.

  • agbiuso

    27 Aprile, 2011

    Ringrazio tutti gli amici e le amiche che stanno commentando la mia dura ma spero argomentata critica alla soteriologia ebraico-cristiana del Padre che sacrifica il Figlio senza però estirpare il dolore dal mondo. Ho parlato infatti del “dolore” e non del “male“, parola che a ragion veduta non compare nel mio testo e alla quale credo non corrisponda nulla nella realtà, come pensava lo Spinoza ricordato da Giusy. Concordo infatti pienamente con Dario a proposito del limite e della finitudine di ogni ente. Ma perché mai il limite deve essere anche doloroso? Questa è la mia domanda. Un esempio: la morte è un evento del tutto naturale e da molti punti di vista necessario. Neppure la parola “morte” compare infatti nel mio testo. La domanda è: perché la morte deve essere anche dolorosa?
    Una divinità onnipotente e buona (qualunque cosa significhi questa parola) non elimina la finitudine ma certamente cancella il dolore. Non si immerge in esso dicendo: “Vedete? Ho fatto soffrire tremendamente mio Figlio. E quindi anche voi dovete accettare il dolore che vi tormenta”. Che salvezza è questa? Piuttosto, un Dio afferma: “Ecco, tolgo ogni dolore dal mondo, perché sono un Padre e voglio la gioia di tutti i miei figli, prediletti e no”.

    Grazie comunque a chi mi ha ricordato la propria fede cristiana, che naturalmente rispetto per intero; a chi ha condiviso le mie parole, e ne sono assai contento; a chi si pone interrogativi senza avere ancora risposte. La filosofia è anche questo e se il sito è vivo lo si deve a chi mi fa dono delle proprie parole, dei propri pensieri profondi.

  • Paolina Campo

    26 Aprile, 2011

    “Amo ogni uomo che senta dentro di sè il problema e la grandezza dell’essere uomini”. Mi piace partire proprio da qui per iniziare il mio commento.
    La sofferenza e il dolore sono costitutivi dell’uomo, del suo essere finito. Saremmo delle macchine o non saremmo di questo mondo se non fossimo sottoposti alla dura prova del dolore e della morte, se non avessimo coscienza della nostra finitudine.
    Chi nella vita non ha mai incontrato dei “sacerdoti del tempio” che ti accusano ingiustamente? Chi non ha avuto a che fare con un Ponzio Pilato che sembra capire il tuo dolore ma preferisce non compromettersi, lacerandoti l’anima? Ma nel nostro cammino verso la morte incontriamo anche qualcuno che si presta di asciugare le nostre lacrime e condividere il nostro dolore.
    La sofferenza ed il dolore richiedono una grande dignità ed è questo, per me, il grande insegnamento di Gesù sulla croce: non rinnegare mai sè stessi, il niente di cui siamo costituiti. Un niente facilmente attaccabile, ma che trova vigore in una forza interiore che non viene certo da noi stessi, che non individuiamo in nessun organo del nostro corpo che partecipa di una vita volta a qualcosa di grande.
    “Cristo non è debolezza ma forza capace di vincere la sofferenza e che fa leva sulla sacralità della persona”.
    Grazie.

  • Zaira

    26 Aprile, 2011

    Lascio il mio commento non come religiosa ma come una donna che ama Dio con tutto il cuore (forse per lei non fa differenza ma per me sì). Rispetto il suo punto di vista e spero dunque che il mio intervento sia altrettanto rispettoso. Forse Dio nella sua onnipotenza avrebbe potuto agire diversamente al fine di salvare l’umanità. Ma l’uomo non avrebbe avuto da lui quella dimostrazione d’amore che vede un figlio ucciso per salvare chi salvabile non era. L’uomo non si sarebbe arreso se non davanti a questo tipo di amore. Forse avrebbe semplicemente creduto senza essere fedele (anche questo è possibile). Ma chi è fedele è tale perché ha creduto in un Dio che ha amato così profondamente da donare colui che più amava. Cito un verso della Bibbia che ho particolarmente a cuore: “…ma Iddio mostra la grandezza del proprio amore per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.” Romani 5:8.
    Adesso so che Dio mi ama, lo so con certezza (le sembrerò presuntuosa). Un tempo tali parole mi risultavano assurde. Ma non oggi, da quando il calore di un tale affetto è divenuto noto e percepibile.

  • diegob

    25 Aprile, 2011

    prof. generali, come sempre ha scritto con nitidezza e qualità

    Essere qui e ora, capaci di comprensione razionale delle cose e di sensibilità estetica è probabilmente il massimo che le possibilità di aggregazioni della materia e del processo evolutivo possono consentire

    ma, a mio sommesso avviso, proprio questa capacità di capire, questo «sapere» di esserci, non è la nostra fortuna, ma la nostra maledizione

  • diegob

    25 Aprile, 2011

    ho appena letto, finendo proprio pochi minuti fa, il libro recensito su «vita pensata» dal prof. cavadi, dal titolo «incontro con gesù» di pietro barcellona

    in effetti, è abbastanza evidente, e questo si comprende anche leggendo questo libro, una tendenza del cristianesimo a diventare tendenzialmente religione «del figlio» proprio per rimediare alla sensazione di cupezza e di durezza del padre che emerge dall’antico testamento

    in effetti il libro del barcellona è un libro di fede cristiana che non considera molto lo spessore storico del tema, che invece è ottimamente sviluppato nel «dio, un itinerario» di regis debrais, che mostra come la vicenda di un predicatore fra i tanti dell’epoca, e morto come è accaduto a tanti, sia diventata, grazie ad una progressione che ha richiesto molto tempo, da espressione marginale di una religione tutto sommato marginale, sia diventata il cristianesimo, una religione dai connotati universali

    non a caso però la figura del padre si è spostata sullo sfondo, a favore di quella del figlio, molto più adattabile, molto più accattivante, per quella sua natura doppia, umana e divina

    certamente la lettura del barcellona è di tipo sostanzialmente psicologico, molto bella ma non storica, e comunque quasi tutti i cristiani che hanno per dirla molto alla buona «il cuore a sinistra», fanno perno continuamente su cristo per non affrontare il tema del dio padre

    un non credente, ovviamente, non ha nessun giudizio da dare, se non che effettivamente alcuni passi dei vangeli, anche quelli canonici, si prestano ad una lettura molto poetica e interessante, laddove è l’umanità di cristo che conta e non la sua divinità

    poi c’è la questione dell’esser figlio di una donna, e molto vi sarebbe da ragionare, ma non posso farla lunga

    io, onestamente, appartengo a quella categoria di persone che amano la figura del nazareno (difatti ho comprato subito il libro recensito su v.pensata), non sono un credente, non sono inimico della religione, amo ogni uomo che senta dentro si sè il problema e la grandezza dell’esser uomini, e accetto le differenze, forse rischiando il cerchiobottismo, pazienza

  • Mariella Catasta

    25 Aprile, 2011

    io non difendo verità precostituite nè concordo con visioni demolitorie non accetto interpretazioni antropomorfiche riduttive della teologia cristiana , ma sono alla ricerca “di senso” alla vita , al senso del male che oggi e nel corso della storia sembra essere stato contrastato solo da chi ha sfidato il potere quel “principium inequitatis” che si è servito ed ha strumentalizzato l’esigenza della coscienza di trovare risposte. Il nostro pensare è una fievole luce che aiuta ad evitare gli ostacoli, le strade impervie e i dirupi,ma ci aiuta a individuare anche gli attrezzi per salire in alto per vincere l’inerzia, ognuno di noi utilizza le forze e gli strumenti che possiede e cerca appigli per non cadere nel vuoto. Spesso giudico una posizione filosofica dagli effetti che essa produce nella realtà, nella prassi e mi sono progressivamente convinta che la ricerca autentica, quella che non ha posizioni precostituite da difendere, richiede la messa in discussione di tutti i principi da cui partiamo. Ma l’esperienza del percorso già fatto mi conduce ad una conclusione:non possiamo effettuare una riduzione logica nè linguistica forse aprioristicamente fondata della teologia cristiana.
    Per me Cristo non è debolezza ma “forza” quella forza capace di vincere la sofferenza è una forza che fa leva sulla sacralità della persona e non in altro.

  • Giusy Randazzo

    25 Aprile, 2011

    @ Mariella Catasta. «non deridere, non compiangere ma comprendere». Se non sbaglio l’incipit è tratto da Spinoza: «Ho messo tutto il mio impegno nel comprendere le azioni umane, invece di deriderle, compiangerle, maledirle». Ritengo anche che tale dichiarazione dovrebbe valere per tutti: credenti e non. Anzi, forse più per i credenti, in considerazione di tutti i soprusi che il filosofo olandese ha subito da cristiani ed ebrei.
    @ Dario Generali. Vorrei complimentarmi per la nota inserita da Dario Generali. Davvero notevole. Ovviamente la condivido totalmente.

  • agbiuso

    25 Aprile, 2011

    @Mariella Catasta
    Lei scrive: “Cadiamo nell’errore quando pretendiamo di imporre una personale interpretazione negando anche con la forza, quella degli altri”.
    Le sembra che io “imponga” a qualcuno qualcosa “anche con la forza”? Credo, invece, che in altri tempi non si sarebbero potute enunciare pubblicamente delle “personali [e quindi libere] interpretazioni” senza che i custodi della verità assoluta mettessero sotto processo o sopra il rogo chi la pensava diversamente da loro.

    Detto questo, e la di là delle fedi di ciascuno che meritano rispetto, può indicarmi, per favore, quali sono gli errori -logici, di fatto, ermeneutici- nelle poche mie parole dedicate al padre che manda il figlio a soffrire? Grazie.

  • Dario Generali

    25 Aprile, 2011

    La liberazione dalla fede ci permette di affrontare lo sforzo di elaborazione di modelli finalizzati a spiegare i fenomeni della natura e la nostra posizione in essa in modo razionale e senza soggiacere alle false credenze indotte dalle superstizioni.
    Il problema del male del mondo è una classica questione filosofica ed ha generato argomentazioni e sistemi tanto raffinati quanto deboli per spiegarlo. Un caso fra tutti è il sistema leibniziano, splendido da un punto di vista filosofico, che tuttavia non è per questo riuscito a sottrarsi alla dura ironia e alla demolizione voltairiana del “Candido”.
    Chiedersi la ragione del male presente nel mondo è una domanda che trova una facile ed evidente risposta: esso è semplicemente la conseguenza dei limiti nostri e di ogni essere della natura ed è intrinseco ai meccanismi evolutivi.
    L’uomo non è un dio mancato, né i termini di riferimento possono essere le condizioni di perfezione delle divinità che le diverse civiltà si sono date in relazione, appunto, ai loro concetti di perfezione e alle loro aspirazioni escatologiche. L’uomo è una delle conseguenze contingenti del processo evolutivo e un approccio più realistico dovrebbe farci guardare alle monere dalle quali tale processo ha preso inizio (o meglio, ha avuto uno dei suoi stadi iniziali), più che a un’immagine puramente ideale di divinità.
    Le nostre caratteristiche dipendono dal tempo e dalle infinite catene di eventi contingenti da cui siamo scaturiti, che sono accaduti, ma avrebbero potuto non accadere. Come ci ricorda Stephen Jay Gould, se il film dell’evoluzione si ripetesse gli esiti sarebbero completamente diversi, perché l’uomo e gli altri esseri della natura sono tutto tranne che necessari.
    In un contesto come quello in cui ci troviamo la sofferenza e la morte sono elementi intrinseci, forme della lotta per la sopravvivenza, dei meccanismi evolutivi e del naturale avvicendarsi degli esseri della natura.
    La nostra vita è breve e fragile e l’unica cosa che possiamo fare è cercare di vivere con pienezza ogni istante del nostro tempo, pensando a quell’enorme distanza che abbiamo percorso dalle monere e cogliendo con soddisfazione la probabile unicità della consapevolezza del nostro processo evolutivo e della nostra identità culturale. La nostra esistenza è un attimo, ma un attimo di luce e di consapevolezza, in un universo dove la vita sembra essere un’eccezione, e dove tutto sembra destinato a tornare pura materia inorganica. Essere qui e ora, capaci di comprensione razionale delle cose e di sensibilità estetica è probabilmente il massimo che le possibilità di aggregazioni della materia e del processo evolutivo possono consentire e forse ci converrebbe valutare più questo aspetto che non cercare consolazioni illusorie nelle religioni, magari privandoci di quei beni che la vita è in grado di offrirci e negandoci la possibilità di decidere razionalmente il termine della nostra vita, proprio per minimizzare quelle sofferenze che diversamente dovremmo il più delle volte subire in modo drammatico all’approssimarsi del termine della nostra esistenza.

  • Mariella Catasta

    24 Aprile, 2011

    …non deridere ,non compiangere ma comprendere…
    Il Cristo che muore sulla croce è l’immagine della sofferenza universale,racchiude il mistero dell’uomo della sua sorda sofferenza e della sua tragedia. Il silenzio di Dio può essere riempito di significati che trascendono la realtà e la capacità stessa dell’individuo di comprendere.
    Cadiamo nell’errore quando pretendiamo di imporre una personale interpretazione negando anche con la forza, quella degli altri. Non è facile giustificare il male abissale, la violenza e le sevizie che moltissimi innocenti ogni giorno subiscono anche in nome di un dio, ma non possiamo barattare l’amore del DIO cristiano
    con una convinzione pseudo filosofica che assurge a posizione metastorica oggettivante e liquida con presunzione la forza dello Spirito che vince la morte la forza dell’Amore che rompe le leggi fisiche la forza della Verità che è spinta verso l’alto per tentare di trovare l’Essere, è “uscita” dal proprio materialismo deterministico dall’indifferentismo e narcisismo è “forza di rottura” di tutte le griglie logiche e interpretative che vogliono “spiegare” la vita.
    Il sadismo è nell’uomo, è proiezione umana , troppo umana, della propria finitudine.
    Il sonno della ragione genera mostri ,il sonno della fede genera la morte dello spirito ovvero la noia e la depressione.

  • Pietro Spalla

    24 Aprile, 2011

    Se è vero che siamo particelle di quel Dio, cellule pensanti del suo corpo, suoi organi sensori e di autocoscienza, direi che è sopratutto un Dio masochista. Ma per la verità ritengo più probabile che sia un Dio impotente, prigioniero,che attende di essere liberato proprio da noi (è da un po’ che ho scoperto di avere tendenze gnostiche)
    Pietro

  • Giusy Randazzo

    24 Aprile, 2011

    La tua nota, come sempre ben scritta, per quanto breve, lascia trasparire la lunga meditazione sottesa e l’approdo a un modo di vivere saggio e gioioso.
    Molti non condivideranno, mi rendo conto, ma chi la pensa diversamente non dovrebbe mai rinunciare a pensare per un momento diversamente.
    Un abbraccio,
    gr

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