Blog Mente & cervello 69 – Settembre 2010

Mente & cervello 69 – Settembre 2010

Al di là del bene e del male si pone la necessità, ogni tanto, di essere cattivi, di rispondere «a pulsioni primitive che hanno a che fare con le nostre esigenze di autoconservazione» (P.E.Cicerone, p. 46, Mente & cervello 69 ). Esigenze condivise con tutto il mondo animale, con il vero mondo al quale apparteniamo totalmente e integralmente. Persino la specie che -testimone anche una vecchia canzone di Cochi e Renato- è simbolo di stupidità, le galline, sarebbe in realtà assai vicina all’Homo sapiens sapiens. Il cervello dei polli è infatti «molto più simile al nostro di quanto pensassimo»; in generale, vari studi suggeriscono «che gli uccelli potrebbero avere capacità cognitive avanzate» (M.Razzano, 24). Più avanzate, di sicuro, rispetto alla credenza -del tutto insensata- che un qualsiasi prodotto sia di buona qualità solo perché un calciatore, un’attrice, un personaggio televisivo ci garantiscono con entusiasmo (in cambio di non poco danaro) che è dotato di meravigliose virtù; «la tecnica del testimonial infatti si basa proprio sul fatto che la mente del consumatore è insicura e tende a credere a personaggi noti e a seguirne i comportamenti» (F.Cardinali, 13). Ancora più assurdo è credere che la sperimentazione sugli altri animali ci fornisca delle indicazioni chiare e utili per la cura degli umani, mentre invece le variabili che intervengono sulla psiche delle vittime della vivisezione e di altre pratiche aberranti sono tali da far sì che «due laboratori che fanno lo stesso esperimento possono ottenere risultati completamente diversi senza capirne il motivo» (C.Visco, 27).

La totale corporeità che siamo spiega anche la profondità della sofferenza d’amore. La persona che abbiamo amato e che a un certo punto ci lascia, scatena infatti in noi delle reazioni fisiche del tutto identiche a quelle prodotte dall’«astinenza da cocaina e nicotina» proprio perché la sicurezza che ci dà l’essere amati è un formidabile strumento di sopravvivenza; Dorothy Tennov ha coniato il termine Limerence (più o meno “invischiamento”) per indicare quell’insieme complesso di emozioni e di sentimenti che costituisce l’evento dell’innamorarsi, quella dipendenza da altri soggetti che fa dell’individuo una struttura tesa al soddisfacimento di bisogni senza i quali sembra di non poter più vivere ma, al massimo, sopravvivere. Helen Fisher accosta l’innamoramento alle «dipendenze moderne -come quelle da nicotina, cocaina, sesso, gioco d’azzardo-», ipotizzando che esse «sfruttino questo antico pattern di attivazione cerebrale, che si è evoluto nei millenni, e che siano in qualche modo un’evoluzione della dipendenza d’amore» (L.Gabaglio, 23).

Quando, invece e per fortuna, una coppia vive serena, ciò sarebbe dovuto -secondo Judith Wallerstein- soprattutto a un equilibrio tra i due partner, e in specie a fattori come i seguenti: percepirsi «innanzitutto come amici, confidandosi i propri sogni e le proprie emozioni, essendo aperti l’uno con l’altro (…) non cercando di cambiarsi, si accettano per quello che sono; invece di puntare sui difetti, si concentrano sui lati positivi del compagno o della compagna e ne apprezzano gli sforzi» (D.Ovadia, 56).

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dovrei leggere l’articolo, ovviamente, perchè letta così la questione del testimonial mi pare un poco semplicistica

la tecnica del testimonial infatti si basa proprio sul fatto che la mente del consumatore è insicura e tende a credere a personaggi noti e a seguirne i comportamenti

secondo me, e qui mi rifaccio anche a qualche lettura al riguardo, la pubblicità è molto più sottile, nel senso che aggira la mente razionale del consumatore e cerca di pescare direttamente nell’inconscio, nel desiderio senza freni che continuamente vi alberga;

sarebbe troppo semplice, allora, difendersi dalla pubblicità, chiunque è un minimo raziocinante non cadrebbe nel tranello, ma, la tecnica cerca di comunicare con le nostre retrovie

detto questo, ovviamente dovrei leggere l’articolo, e mi scuso se ho scritto a vanvera

Allora adesso potrebbe inserire il riferimento bibliografico esatto, in modo che chi ne ha voglia vada a controllare da sé il testo.

La frase completa suonava più o meno: “dire a un tossicodipendente di smettere è come dire a Tristano: “uccidi Isotta, dopo, ti sentirai meglio”.
Non so perché la prima parte mi è rimasta nella penna (tastiera), ma preferisco riportarla tutta perché così è molto più pertinente al post.

Ottimo consiglio, questo di Cocteau.
Grazie per avercelo riferito.

“Tristano, uccidi Isotta: dopo, ti sentirai meglio” Jean Cocteau

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