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L'università dell'Ikea e di Pol Pot

Nel 2001 Maurizio Ferraris scrisse un libro dal titolo Una ikea di università. Lo scorso anno lo ha aggiornato Alla prova dei fatti. Qualche giorno fa è tornato sull’argomento con un articolo su Repubblica che comincia così: «Nell’autunno del 2001 all’ inizio di un volume che aveva la stessa forma e dimensioni del catalogo Ikea, la Guida di orientamento e programmi dei corsi 2001-2002 della Facoltà di scienze della formazione di Torino, si poteva leggere quanto segue: “Gli studenti sono i nostri clienti: hanno sempre ragione (anche quando non ce l’ hanno)”».

Si tratta di un testo amaro, divertente e condivisibile. Soprattutto là dove afferma che «lo scopo della neouniversità è stato, singolarmente, di impedire che si formassero degli intellettuali», visto che gli intellettuali -ovviamente quando sono davvero tali e non dei presenzialisti della televisione e della politica, della politca ridotta a televisione- pensano. E questo è un rischio. E anche dove l’Autore osserva che «taluni esponenti di una élite intellettuale (perché tali erano i partigiani della riforma, educati in una veterouniversità) proponevano la fine delle élites intellettuali (perché tale era il significato ultimo della neouniversità), senza domandarsi che cosa sarebbe venuto dopo». Una tipica sindrome leninista-polpottiana. Pol Pot, infatti, aveva studiato a Parigi ma per i cambogiani sognava una vita ruralissima, come i riformatori cresciuti alla Normale di Pisa sognavano un’università dove tutte le menti fossero uguali, come le famose vacche di Hegel.

Adesso i tagli/ragli colpiscono i finanziamenti, naturale completamento del taglio delle conoscenze.

2 commenti

  • Biuso

    Luglio 29, 2010

    La sua analisi degli effetti, totalmente nefasti, del 3+2 corrisponde esattamente a ciò che accade. Condivido per intero anche le altre sue considerazioni. Grazie.

  • Adriana Bolfo

    Luglio 28, 2010

    Sono d’accordo sui tagli dei finanziamenti come tagli alle conoscenze. A parte i ‘tagliatori’ di teste, che perseguono i loro obiettivi, mi faccio qualche domanda su molti altri e con ciò vado, credo, fuori tema. Il populismo recente è stato quello delle lauree ‘tre-più-due’ che, a chi voleva studiare davvero, non ne hanno proprio lasciato il tempo, col tourbillon degli esami in tre anni e le repliche (approfondite?!) negli altri due. E non hanno lasciato il tempo della vita, quello che non in pochi, pur studiando per gli esami, abbiamo avuto per approfondire per conto nostro (saggistica) e per leggere (narrativa, poesia). I quattro o i cinque anni del ‘vecchio ordinamento’ (sic! nel gergo amministrativo attuale) sono un sogno per i falsamente favoriti attuali studenti-vittime che, con soli tre anni, di solito possono fare lavorativamente ben poco. (Per esempio: i tre anni di chimica permettono di fare il perito chimico: che sballo! Esattamente come l’istituto superiore noto come ‘il chimico’; i tre anni di lettere non permettono – e ci mancherebbe!!!!- di insegnare…). Non parlo poi della bufala di finire il tutto in cinque-anni-cinque, che comporterebbe laurea triennale nell’estate del terzo anno e immediata autunnale iscrizione al quarto. Vero è che la tesi della triennale è una tesina , quanto a lunghezza massima possibile, cinquanta pagine, ma, anche così, l’esigua minoranza riesce nei tempi utopici presentati (millantati) come praticabilissimi.
    Risposta alla domanda non fatta: il populismo del ‘tre-più-due’ ha avuto come sua molla ed esito dare una laurea a tutti. Cioè illudere tutti.
    Già da circa vent’anni, ben prima dell’atroce sistema di cui parlo, i ragazzi alla scuola superiore rispondono che vogliono fare questa o quella facoltà -anzi, dicono ‘università’, per es. ‘di scienze’-non, si noti, questo o quel lavoro cui prepararsi con qualche studio, ma col nome della facoltà e poi il nulla. Spesso nominano una facoltà, dunque, qualunque, perché intanto si è diffusa la convinzione che bisogna laurearsi comunque -come se la laurea fosse automaticamente garanzia di vita migliore- o che senza la laurea non si trova lavoro (come se bastasse un titolo di studio superiore per fare una qualunque cosa di cui molti non hanno neppure una qualunque idea); peggio ancora, senza vagliare il proprio reale interesse allo studio, oltre che illudersi sulle capacità. Manca, fondamentalmente, un poco di introspezione.
    In aggiunta opportuna a tutto ciò, che da tempo vedo, il ‘tre-più-due’ ha formalizzato andazzi e guasti. Non posso non pensare ad operazioni demagogiche come, appunto, dare una laurea a tutti, che non svilisce solo la laurea ma anche la scuola superiore considerata sempre come insufficiente. Senza contare l’illusione dell’illusione -artata?- per cui due lauree sono meglio di una e un master, tanto più se costoso, è il massimo, e un’altra specializzazione garantisce…e..Ma vogliamo dirci che tutto ciò, di fatto, ha l’esito di nascondere la realtà dell’economico almeno come pare ‘organizzato’ nel mondo, che prevede poco per molti e niente per moltissimi e sempre meno per (quasi) tutti? (Sul ‘quasi’ evito le ovvie riflessioni).
    Inoltre l’illusione-menzogna correlata e conseguente: se sei bravo il lavoro lo trovi, se sei bravo non ti licenziano, se ti dai da fare..se sei disponibile..
    Ma non abbiamo idea di quanti operai specializzati e finissimi sono messi a spasso? E studiosi veri e artigiani irripetibili e…
    E certo sono andata fuori tema, ma proprio”vado fuori”, quando rifletto su due o tre cose, da qualunque punto inizi il discorso.

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