Marina Guerrisi sul festival di Filosofia 2009
Anna: risposta a Il corpo delle donne
Denis Collin: recensione a Dispositivi semantici
Augusto Cavadi: recensione a Dispositivi semantici
Davide Dell’Ombra: presentazione di Neurofenomenologia
Salvatore Stefanelli su Neurofenomenologia
Franco Toscani su Nomadismo e benedizione
Davide Dell’Ombra su Nuova Civiltà delle Macchine 2/2006
Ottavia Spisni su Neurofenomenologia
Giovanni Polimeni su Nomadismo e benedizione
Ottavia Spisni su Deleuze
Carlo Forin sui nomi degli dèi
Cateno Tempio su Contro il Sessantotto
Marina Guerrisi sul festival di Filosofia 2006
Davide Dell’Ombra su Cyborgsofia
Ottavia Spisni sul Carteggio Heidegger-Arendt
Massimiliano Lorenzo Cappuccio su Cyborgsofia
Vincenzo Di Spazio sul Tempo somatizzato
Eugenio Mazzarella su Cyborgsofia
Festival di Filosofia 2009
Comunità
NESSUNO E’ IMMUNE
di Marina Guerrisi
Credo che quando la filosofia apre le porte alla comunità per discutere sulla comunità stessa, il dualismo teoresi-prassi si trasformi in prassi teoretica: la possibilità di applicare all’attualità storica concetti umanamente condivisibili. Giacomo Marramao conferma: “il presente non coincide con l’attuale. Presente è scorgere la piega inattuale che consiste nel ricostruire la memoria per migliorare il futuro.” Essere-in-comunità non è da intendersi dunque come identità culturale autarchica ma principalmente come interazione di processi, giunture, nodi. Modalità dell’essere non dell’avere – in comune.
Il Festival Filosofia acquista quest’anno il pieno senso letterale dell’essere insieme per il linguaggio, a favore di quel riferirsi per cui il dialogo può continuare: E poi cosa potremmo fare di meglio fino al tramonto? – gorgheggia il Fedone. La filosofia in piazza per la piazza. L’evento della comunità scomunica il fatto in sé, la cronaca dell’esserci, per fare spazio (fisico e razionale) al pensiero sul proprio tempo: la domanda non è mai un fatto, non si compie ma si pone sulla soglia del “con” (il termine “comunità” deriva dal latino cum-mùnus, dovere o dono di tutti) che implica per sua natura la responsabilità di una risposta. In soccorso, Bernhard Waldenfels, fenomenologo presso la Ruhr-Universität di Bochum, chiarisce il concetto di etica responsiva. Quest’ultima si differenzia dall’etica comunicativa generica poiché non si fonda su di una morale della ragione ma su una risposta ad una richiesta estranea in carne e ossa. “Il logos si origina dalla nostra indisposizione. Questa richiede un’ etero-prassi, la responsabilità dell’improvvisare una risposta senza affidarsi al repertorio normativo”. Può esistere un’etica senza norme? La risposta di Waldenfels non è prescrittiva. Essa, postulata la “molestia dell’estraneo”, comincia dove il soggetto non è, a cui tuttavia ha l’obbligo di rispondere. Entrare in scena significa giocare ed essere giocati allo stesso tempo da una dialettica senza sintesi per cui lo stra-ordinario accede senza archiviazione: rispondere di ciò che sfugge alla responsabilità chiama in causa la congiunzione (con) non il soggetto (io-tu). E’ necessario “inventare” una risposta che tenga conto in qualche misura dell’insistenza dell’altro. Intendersi significa volgersi verso un termine neutro (-si), comune, concepito secondo la non categoria della comunanza, anziché quella dell’utile. Il filosofo cita il sublime Ungaretti:
Fra un fiore colto
e uno donato
l’inesprimibile Nulla.
Il nulla è il luogo in cui si crea l’evento responsivo senza sintesi, il continuo declinarsi del soggetto.
In largo senso, globalizzare non è unificare, come annuncia Marc Augè, ma tutelare la “frontiera”, la distanza minima che rende gli individui liberi perché appartenenti. Un’estetica della distanza che educhi lo sguardo è il nucleo della ricerca di Augè, già noto per i saggi Un etnologo nel metrò o Non luoghi. Introduzione ad un’antropologia della surmodernità in cui l’idea di velocità, virtualità, altezza diventano esasperazioni dello spazio e del tempo per cui il rischio è perdere la persona dell’altro a favore del simbolo dell’altro. Falsa assimilazione. Lo straniero nel suo vero senso concettuale non si limita a non limitare la distanza, fagocitandola, ma è colui per cui io provo reale repulsione, sottolinea la lezione di Massimo Cacciari non a caso intitolata “Prossimo tuo”. Colui che è prossimo non lo è per nascita o per costumi. Prossimo è colui a cui mi faccio prossimo, colui per cui ho terrore, l’inconoscibile. La svolta evangelica di Cacciari disarciona il sentore di un’etica cristiana tutta da depurare e riabilitare nel suo senso più laico. L’attesissimo Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose, portavoce di un ascetismo contemporaneo dalla cattolica laicità o dalla laicità cattolica (le grandi contraddizioni dei puristi) ne costituisce il diretto collegamento empirico. Volersi per l’altro è averne custodia, rivolgere lo “sguardo” ed estinguere un debito di presenza, un debito quasi visuale e rivolto a dare, non a dire. Utopico e profetico, Enzo Bianchi strappa un applauso ad ogni punto, ritagliandosi la ridente immagine di chi vive il monastero ma non la metropoli, il vero sconquasso delle membra. Il rivoluzionario alla finestra, uno strumento cattolico Per un’etica condivisa, sua ultima pubblicazione.
Se è vero che “la religione decade nell’etica e l’etica è la rovina della religione”(1) è perché oggi utilizziamo il termine religione in modo improprio. La lezione magistrale di Giovanni Filoramo, professore di Storia del Cristianesimo all’Università di Torino, chiarisce a tal scopo il termine religio. Esso non è altro che un adattamento cristiano di un termine pagano. Nel mondo romano, religio indica l’attenzione scrupolosa di coloro che difendono tutto ciò che riguarda gli dèi, una disposizione nei confronti del culto pubblico (secondo la lettura della definizione data da Cicerone). La religione dei romani, continua il professore, non è mai stata un fatto di scelta ma stabiliva la partecipazione di alcuni cittadini alla vita politica: i cittadini (esclusi gli schiavi, gli stranieri e le donne) rispettano il culto tradizionale e in cambio gli dèi aiutano Roma. Non esiste dunque un problema di verità della religione perché la fede comune romana corrispondeva alla potenza di Roma. Quest’ultima diventa centrale nel Cristianesimo al momento in cui diviene fatto di fede, credo privato. Il teologo nasce sulla necessità di convalidare delle verità di fede, non di conservare i costumi sociali. Agostino rappresenta uno degli esempi più immediati della fede come fatto interiore di tipo occidentale. Oggi condividere un’etica (dal gr. “ethikè”, relativa al costume) non è sinonimo di condividere una religione. Se lo fosse avremmo uno stato teocratico, totalmente fuori dall’esigenza del nostro tempo e soprattutto del nostro essere uomini.
“Il Dio si conforma a ciò che è straniero”, afferma Cacciari. Questa è una questione pienamente fenomenologica, un atteggiamento della natura umana nei confronti dell’inconoscibile. Il problema di oggi non è una questione di teogonia ma una necessità pratica per cui la polis dovrebbe tornare a rappresentare “l’espressione più genuina della natura dell’uomo”, come ricorda Enrico Berti, professore di Storia della Filosofia, in cui la concordia è quel tipo di amicizia politica per cui seguire gli stessi fini è partecipare al bene comune. L’amicizia come virtù politica (il titolo dell’intervento) non è una conversione immediata, né un concetto filosofico o romantico. Essa è prima di tutto, secondo la lezione di Aristotele, un “abito”, una disposizione permanente che si acquisisce con una serie di atti virtuosi. La virtù è educazione alla virtù.
Educare al bene comune significa acquisire strumenti critici, aprirsi all’altro in quanto non-me (la fenomenologia francese contemporanea ha battuto molto su questo) e in definitiva “inventare” nuove risposte ormai bio-etiche che tengano conto non solo del cittadino-uomo ma del corpo-uomo. “Reicantare la politica”, direbbe Marramao. Produrre quell’orizzonte di senso non solo scenografico, lo spazio di un’inquadratura ma coreografico, andare e portare il corpo a(l) tempo.
[Autorizzato dall'autrice, trascrivo qui una mail che ho ricevuto a proposito di una delle Brachilogie del sito; mi è sembrata una risposta davvero molto puntuale. agb]
Il corpo delle donne
di Anna
“Perché le donne accettano un grado simile di umiliazione iconica e reale?…”
E’ una domanda interessante, caro Alberto. Riguarda probabilmente il nostro presente quanto l’arcaico passato che ci ha generati. Riguarda forse una sorta di senso di colpa radicato in una parte recondita della mente femminile.
In ogni donna? Questo non lo so, ma non lo escluderei. Nella tradizione di matrice giudaico-cristiana la donna è il volto del male, tentatrice e generatrice di peccato. E passando attraverso la figura di Maddalena si redime soltanto quando arriva ad essere vergine e martire. Vergine. E martire. Depauperata del diritto di essere felice e del diritto alla sessualità, la donna resta in attesa del prossimo ordine da eseguire.
L’uomo resta il padrone. E se è lui che si vuol sedurre, non è solo per immediatezza sensuale, ma è perché è lui il padrone. E’ lui che decide cosa fare di me, donna. Ha accettato di avere un esemplare femminile in ufficio, in Parlamento, nell’esercito, ma solo se sa squittir bene. Un po’ nuda. Magari ritoccata un pochino. Ad esempio. Sennò, sarà preda di infinite prese in giro (nessun uomo politico poco affascinante è mai stato schernito per la sua mancanza di avvenenza quanto lo è stata invece la Rosi Bindi da sempre, non credi?).
E’ un vero peccato, perché le risorse delle donne sono naturalmente differenti da quelle degli uomini. Le donne sono portatrici di una energia altra che è un peccato appiattire sul modello maschile. La forza delle donne non è quella di saper assomigliare agli uomini, la donna ha una sua forza specifica. Ma. Credo che le donne manchiamo di quella che Marx avrebbe definito “coscienza di classe”. Aggravante. Se ci sono le donne splendidamente in nude-look negli spot, non è solo perché gli uomini possano guardarle, ma anche affinché le donne possano vederle; perché, orribile ma vero, anche le donne si guardano l’un l’altra con occhi maschili. Gli occhi indugiano, il seno, le cosce, gli occhi cercano. Si verifica l’appetibilità sensuale dell’altra? Forse. Anche io? Persino noi? Forse dovrei usare la seconda persona verbale, e quindi dire “guardiamo”? Non so, crederei di no, ma in fondo perché non anch’io? Dall’interno del sé molte cose non sono visibili.
Sono le donne, il vero aggressore dell’identità femminile. E stiamo parlando di questioni di genere, quindi stiamo parlando di sesso. Vien da chiedersi “ma perché sempre il sesso?”. Bè…perché forse è il linguaggio più comprensibile, soprattutto per il padrone. Schopenhauer ha scritto: “il rapporto sessuale è sempre al centro di ogni fare e di ogni agire degli uomini, al punto che non v’è alcun bisogno di spiegare le faccende connesse, perché sono del tutto ovvie.”
Nonostante l’ovvietà, resta un grande sgomento di cui potrebbe essere sano parlare. Sai…negli spogliatoi delle palestre, sulle riviste, nelle sale d’attesa dei ginecologi, con le amiche…mi capita di ascoltare donne sessualmente stanche e infelici. La gioia della carnalità non se la sono mai concessa, per meglio aderire al modello verginemartire. Se soffrono, dunque, per l’indelicatezza di lui per le responsabilità per i soprusi a lavoro o per le pulizie di primavera…tanto meglio. Martirevergine.
Certo, il canale comunicativo cui stiamo facendo riferimento è ben caratterizzato: il linguaggio compreso dal padrone è quello del sesso, ma del sesso alluso e squallido, del sesso come utilizzo e presa di possesso di ciò che l’altro è più di qualunque altra cosa: il suo corpo. E quando noi donne vogliamo parlare agli uomini, se usiamo quel canale comunicativo sappiamo di avere maggiore probabilità di comprensione. Persino le farsose e tremende vicende di Al Tappone -per usare l’epiteto coniato da Travaglio- dimostrano come questo linguaggio sia uno dei pochi che il padrone riesca ad afferrare. Vale la pena di ricordare, a questo proposito, che il caso mediatico italiano ovviamente non riassume le fattezze di tutti i paesi. Per fortuna le televisioni inglesi, svedesi, danesi…non sono così. L’umanità è miserabile, ma berlusconi è un’altra cosa.
Come sai, neanche io ho la televisione, e ad un certo tipo di violenza ho scelto di sottrarmi.
Nonostante questo, viviamo nello stesso mondo in cui abita e regna la tivvù.
Si è parlato molto, negli ultimi anni, della figura dell’uomo-maschio sempre più impaurito dalla New Woman, il nuovo modello aggressivo di esemplare femmina. La storia delle donne manager e degli uomini alle prese con i passi incerti della propria identità virile. Io, per parte mia, resto convinta del fatto che il problema resta delle donne. Le donne possono oggi ricoprire dei ruoli professionali che prima non erano raggiungibili, questo è vero. Ma osservando il modo in cui lo fanno ed in cui declinano al maschile le proprie qualità, mi chiedo cosa è cambiato veramente nelle menti, nelle coscienze. Nelle menti degli uomini, e soprattutto nelle menti delle donne. E’ nelle menti che è necessario si attui la rivoluzione, non nelle forme esteriori. Oggi una donna può portare i pantaloni, ma se crede che le servano solo ad ondeggiare per accattivare l’orango-man non parlerei certo di evoluzione.
Mi perdonerai la crudezza, ma è proprio di questo che stiamo parlando. A causa di qualche piccolo episodio personale particolarmente significativo, da qualche tempo rifletto su questo tema con intensità rinnovata.
Grazie per aver sollecitato un’ulteriore riflessione; come vedi, anche se ti rispondo con ritardo, i tuoi suggerimenti al pensiero e all’indagine sono sempre molto ben accolti.
Lo stupore innanzitutto mi anima – sì, lo stupore. Osservo dove può condurre la femminile paura di non essere accettate, e la femminile ignoranza di chi realmente si è. L’ignoranza di cosa sia veramente la forza e cosa la fragilità. Le rughe si formano sul volto ricalcando le nostre espressioni più tipiche. Dunque niente racconta qualcosa di noi più bellamente di una ruga. Il nostro sorriso, ce lo stampa sul viso per sempre. Perdere una ruga per assumere un’espressione facciale non-nostra (e più precisamente di nessuno) non sancisce forse la perdita di una parte di identità fondante?
E’ interessante come l’autrice del video si chieda a un certo punto dove reperire le ragioni della pietas. Ho trovato molto bella questa sua riflessione. Sì, lo stupore innanzitutto, perché se di pietas siamo ancora capaci, è ancora una prova che dal letame possono e devono nascere i fiori.
Recensione a Dispositivi semantici
di Denis Collin
Recensione a Dispositivi semantici
di Augusto Cavadi
la Repubblica / Edizione di Palermo
11 gennaio 2009
Pag. XIX
Come spiega il sottotitolo del libro Dispositivi semantici di Alberto G. Biuso (Introduzione fenomenologica alla filosofia della mente), edito da una giovane casa editrice catanese, si tratta di uno strumento per chi voglia iniziare a curiosare nell’arcipelago delle attuali ricerche sulla mente umana. Ricerche che ruotano intorno ad una domanda cruciale (che rapporto c’è fra la nostra mente e la nostra corporeità?) e che si snodano lungo tre direttive principali: «l’eliminazione di una delle due dimensioni, il sostenere la loro reciproca e completa autonomia, il cercare elementi di raccordo che le colleghino». L’autore propende verso una quarta direzione: mente e corpo non hanno bisogno di essere unificati, ma di non essere separati. Infatti, a suo avviso, si tratta di «due aspetti della stessa realtà” (diveniente) e l’unità, più che “un risultato da conseguire”, è piuttosto “il semplice fatto da cui partire” ». Gli uomini siamo infatti corpi pensanti o -se si preferisce- macchine che fabbricano significati: come dice appunto il titolo un po’ enigmatico, dispositivi semantici.
Presentazione di Neurofenomenologia
(Relazione tenuta in occasione di un Caffè filosofico a Catania – formato pdf)
di Davide Dell’Ombra
Maggio 2008
Recensione a Neurofenomenologia: le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente
di Salvatore Stefanelli
2R Rivista di Recensioni Filosofiche
Novembre 2007
Prospettivismo e benedizione nel Nietzsche di Alberto Giovanni Biuso
di Franco Toscani
Koiné
Anno XIV – NN. 1-4, Gennaio/Dicembre 2007: Filosofia ed estetica
Pagine 193-200
( On line su Intellettuali/Storia )
Recensione a Nuova Civiltà delle Macchine 2/2006
di Davide Dell’Ombra
Sitosophia
Agosto 2007
Recensione a Neurofenomenologia: le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente
di Ottavia Spisni
Recensioni filosofiche
Luglio 2007
Recensione a Nomadismo e benedizione
Sitosophia
Marzo 2007
Recensione a Gilles Deleuze, Logica del senso
di Ottavia Spisni
Gilles Deleuze
Logica del senso (1969)
Milano, Feltrinelli 2005
(Universale Economica – Saggi)
Trad. di Mario De Stefanis
pp. 295
€ 10,00
Logica del senso è nelle intenzioni dichiarate di Gilles Deleuze una sperimentazione, «un saggio di romanzo logico e psicologico» (p. 7). Il testo possiede un’elaborazione formale aliena dalle espressioni della filosofia tradizionale, si muove piuttosto secondo una dimensione spaziale, seguendo assi topologiche. Nel testo si tenta di dire come il pensiero si organizzi secondo direzioni di altezza (ad esempio nel Platonismo), di profondità (i presocratici), di superficie (gli stoici); il punto di vista dimensionale che il testo predilige è quello della superficie: il metodo è seriale, il linguaggio è intensivo.
È successiva a questo saggio e debitrice della collaborazione con Felix Guattari l’elaborazione del concetto di rizoma come alternativo alla serie.
Il punto di partenza per l’indagine delle superfici è l’opera di Lewis Carroll, i cui romanzi vengono riletti nel tentativo di scoprire che tipo di legame è celebrato tra inconscio e linguaggio; il testo si articola nell’esposizione di serie di paradossi che costituiscono la teoria del senso, tenendo da conto l’importante e particolare legame del senso con il non senso.
Alice nel paese delle meraviglie è il testo che mette in scena il paradosso del divenire, che vede Alice coinvolta nel paese delle meraviglie, nella simultaneità dell’evento puro che non distingue prima e dopo, passato e futuro. Questo paradosso è l’identità infinita che porta necessariamente con sé la perdita del nome proprio, della permanenza di un sapere, delle categorie di Io, Dio e Mondo: «il paradosso è innanzitutto ciò che distrugge il buonsenso come senso unico, ma, anche, ciò che distrugge il senso comune come assegnazione di identità fisse» (p. 11).
Carroll è debitore nei confronti degli stoici della distinzione tra eventi e stati di cose (o corpi): Alice è colei che scopre la falsa profondità, che scopre che l’evento cresce sui bordi, sulla frontiera, che scopre che il linguaggio, declinando le cause e congiungendo gli effetti, è la chiave per comprendere il divenire. Sono dunque gli stoici gli scopritori degli effetti di superficie, della dialettica. Gli eventi sono, infatti, esprimibili in proposizioni; la quarta dimensione della proposizione è il senso (assieme a designazione, manifestazione, significazione): «il senso è ciò che è espresso della proposizione, questo incorporeo alla superficie delle cose» (p. 25 ). L’aliquid della quarta dimensione è paragonata da Deleuze alla caccia allo Snark di Carroll, impossibile da esprimere a parole, irriducibile alla significazione (che concerne la logica), di cui non si può dire che esista «né nelle cose né nello spirito, né esistenza fisica né esistenza mentale» (Ibidem).
Al di là dell’utilità è il senso: «è dotato di uno splendore inefficace, impassibile e sterile» (Ibidem). Questo senso espresso improduttivo, sterile, impenetrabile è come il gatto del Chelshire: un sorriso senza gatto, il paradosso dello sdoppiamento sterile.
Alice nel paese delle meraviglie e attraverso lo specchio raccontano il passaggio di Alice al di là della dualità delle cause e degli effetti; la bambina attraversa la designazione di cose per andare verso l’espressione del senso, passa da un lato all’altro dello specchio, regione in cui il linguaggio si rapporta con gli “espressi”, con il senso. Ecco il paradosso della regressione infinita, anche conosciuto in Logica come paradosso di Frege, insediamento immediato e fulmineo nel senso, non mediato dalla parola, scacco matto alla regina di cuori che confessa ad Alice: «carina, tu stai pensando a qualcosa che ti fa dimenticare di parlare. Così su due piedi non ti so dire qual è la morale…» (p. 35).
Il senso dunque non può negare e non può affermare, ecco il paradosso della neutralità: l’evento puro supera tutte le opposizioni, è terribile e potente. Infine il paradosso dell’assurdo, per cui una proposizione che designa un oggetto contraddittorio ha essa stessa un senso: un quadrato rotondo è infatti impossibile, è un evento ideale e il principio di contraddizione si applica al reale.
Il double thinking, il metodo seriale esplorato in letteratura da Carroll è una messa in serie; esistono due serie simultanee ed esse non sono mai uguali: una è il significante, l’altra il significato. È proprio questo scarto a permettere lo scivolamento di una serie nell’altra, lo specchio di Alice, l’istanza paradossale (l’occupante senza posto, la casella vuota, lo strano oggetto, la parola esoterica Snark, la parola-baule Jabberwock) che «assicura la convergenza delle due serie che percorre, ma a condizione appunto di farle divergere senza posa» (p. 43). «Non vi è struttura senza casella vuota, che fa funzionare tutto» (p. 52).
L’indagine di Deleuze si orienta verso una comprensione del problematico: «nello stesso tempo in cui le serie sono percorse dall’istanza paradossale, le singolarità si spostano, si ridistribuiscono, si trasformano le une nelle altre, cambiano insieme. Se sono veri eventi, le singolarità comunicano in un solo e medesimo Evento che non cessa di ridistribuirle e le loro trasformazioni formano la storia»(pp. 53-54). Il punto critico è la singolarità, e «rovesciare il platonismo implica innanzitutto destituire le essenze per sostituirvi gli eventi come getti di singolarità» (p. 54).
Non bisogna confondere l’evento con l’essenza né l’evento con l’accidente: gli stoici parlavano di Aiôn illimitato. L’evento è problematico e problematizza, in altri termini «un problema ha sempre la soluzione che merita secondo le condizioni che lo determinano in quanto problema» (p. 55), pur differendo per natura l’istanza-problema e l’istanza-soluzione.
La superficie è dunque il luogo del senso; sia la metafisica che la filosofia trascendentale impongono l’alternativa tra un abisso di informe caos o un essere sovrano: esse dimenticano la superficie e imprigionano le singolarità (altrimenti nomadi) in un Io supremo o superiore.
Deleuze denuncia l’idealismo in quanto «malattia congenita della filosofia platonica, con il suo movimento di ascese e di cadute, forma maniaco-depressiva della filosofia stessa» (p. 116).
Si denuncia la profondità come illusione digestiva, e si tenta di ritornare al presocratismo come schizofrenia propriamente filosofica, corpo senz’organi dell’antichità; Ercole Curino come agrimensore della terra è l’eroe che si oppone alla profondità di Dioniso e all’altezza di Apollo. Ercole è il custode di un senso paragonato a «un vapore sul vetro sul quale il dito possa scrivere» (p. 120). Il filosofo diventa l’animale delle superfici, il pidocchio, la zecca, la pulce, non ha più ali né caverne in cui rintanarsi. In questo saggio Deleuze ha la perizia di saper mostrare come siano la distanza e la divergenza tra le serie a permettere la comunicazione; la divergenza cessa di essere un mezzo di separazione ma diviene mezzo di comunicazione: «Tutto avviene per risonanza dei disparati, punto di vista sul punto di vista, spostamento della prospettiva, differenziazione della differenza e non per identità dei contrari» (p. 156). In Logica del senso si consolida il discorso autenticamente deleuziano di una “eco-filosofia” sperimentale della differenza e del divenire.
L’autore
Gilles Deleuze nasce a Parigi nel 1925; è stato allievo di Jean Hyppolite e Ferdinand Alquie. Diventa insegnante di Filosofia nei Licei e successivamente alla Sorbona e a Vincennes nel Dipartimento di Filosofia fondato nel 1968 da Michel Foucault. La sua speculazione filosofica si orienta verso l’elaborazione critica di autori classici quali Spinoza, Leibniz, Hume, Kant, Nietzsche, Bergson; elabora e consolida una “eco-filosofia” lontana dall’antropocentrismo, compresa in essa la collaborazione con Felix Guattari che porterà allo sviluppo del movimento antipsichiatrico. Pensatore radicale ed eclettico, nutre interessi incrociati nei confronti della letteratura, del teatro, del cinema, della pittura. È morto a Parigi nel 1995.
Links
www.webdeleuze.com
http://it.wikipedia.org/wiki/Gilles_Deleuze
(Gennaio 2007)
I NOMI DEGLI DÈI
di Carlo Forin
«…Muovendosi fra Grecità ed etologia, fra i classici del pensiero filosofico e le molte questioni aperte dalle scienze biologiche e sociali, Antropologia e Filosofia rappresenta un invito a pensare, a comprendere chi siamo, a conoscere meglio l’apparente evidenza del quotidiano»
Accettiamo l’invito a pensare di Alberto Biuso.
Pensiamo ad una sociologia della protostoria che non è ancora stata scritta.
La sociologia non riempie le vetrine delle librerie qui in Italia, diversamente da quel che succede a Parigi.
Come mai? Che cosa sarà accaduto nel ‘68?
Trento Sociologia si è mescolata col movimento ribelle del ‘68 e la società italiana deve aver sviluppato degli anticorpi verso i sociologi. Eppure, la sociologia dovrebbe esser utile…
Oggi, a malattia finita dopo 38 anni, potremmo riparlarne.
E’ possibile che una sociologia della protostoria aiuti «a conoscere meglio l’apparente evidenza del quotidiano» perché il pensiero umano è unico, antico e moderno, benché multiforme, multilingue, multietnico e multireligioso.
Una questione aperta per la sociologia della conoscenza è la lettura del pensiero antico fatta oltre l’evidenza apparente. La sociologia ha pescato molto nelle letture degli antichi, ma sempre orientata a descrivere la società moderna, non l’antica, credendo probabilmente di non aver fonti di prima mano per osservarla.
-Se devo basarmi sul racconto di altri, come farò a non liberarmi del loro punto di vista?- deve esser stato l’orientamento dei classici della sociologia, pressati anche dalla sensazione d’urgenza di dover esser medici della società attuale.
E dei reperti antichi ci sono, abbondanti: i nomi degli dèi! Sono microsocietà.
I nomi degli dèi, osservati e confrontati per se stessi, possono orientare come fari nella nebbia dell’ideologia (ideologia è rappresentazione del mondo falsa, secondo Karl Mannehim). Sono stati costruiti consapevolmente in origine, nella convinzione animistica che il dio parla al sacerdote perché dia il nome alla cosa, pianta, animale, essere umano o parte di esso.
Pensate a Iris, la dea, l’arcobaleno, l’iride dell’occhio. E’ anche pietra cristallo, genere di piante erbacee, farfalla bellissima e rara il cui maschio ha ali nere dai vivacissimi riflessi (Apatura iris), e nel cinema è un mascherino circolare usato per isolare l’inquadratura.
Era IR IS, ‘andare della vita’, in sumero.
Questo spiega il nostro nome-microsocietà.
Un altro nome-microsocietà? SAG US, ‘inizio-fine’, Saturnus, Sater -in etrusco- Sator -in latino-, il Seminatore – con la valenza demoniaca SAT AN, leggibile in AN TAS UB BA, il portatore delle malattie-.
A che cosa serve occuparci di vecchi ‘arnesi’, orfani anche della più piccola attenzione, cioè i ‘nomi degli dèi’?
Serve a chi ha interessi per lo studio delle origini e cura del significato odierno delle parole perché sono reperti invarianti.
Così come il geologo estrae e studia una carota geologica dai ghiacci dell’Antartide per avere la stratigrafia del terreno che mostri gli accadimenti passati della Terra allo stesso modo si possono studiare i significati analizzando i sedimenti di senso avuti in passato da una parola.
Ne parliamo su
www.archeomedia.net/articolo.asp?strart=2998&cat=Studi%20e%20Ricerche
Saturno, il dio di Virgilio, raccontato a scuola per cento generazioni come poeta romano, ci fa vedere in Virgilio il suo sacerdote etrusco, che ha enunciato nel suo cognomen Maro < MA RU, sacerdote etrusco. Ne parliamo su
www.tellusfolio.it/index.php?color=darkorange&lev=93&pag=2
Questo pone un problema di pensiero: se per duemila anni Virgilio, Proteico –conforme a Proteo, il dio che a fine Georgiche manifesta il suo pensiero solo incatenato- cioè letterato geniale da mascherare la sua fede religiosa fino al punto da venir descritto come vagamente agnostico da un latinista che oggi va per la maggiore (Luca Canali Ognuno soffre la sua ombra, da Catullo a Giovenale: i grandi nevrotici della poesia latina, Milano Bompiani 2003) non è stato identificato come sacerdote etrusco, il pensiero umano quanto può venir stravolto normalmente dall’ideologia?
Proviamo a riconoscere il saluto all’Italia del genio etrusco mantovano in mezzo alla nostra nebbia ideologica:
Salve, grande genitrice di messi, terra Saturnia,
grande madre di eroi: per te incedo fra antichi
fasti di gloria e d’arte, osando dischiudere le sacre fonti,
e canto il carme di Ascra per le città romane.
Georgiche II, 173-176
(Novembre 2006)
Recensione a Contro il Sessantotto
di Cateno Tempio
Sitosophia
Novembre 2006
Un articolo di Carlo Forin commenta il logo di
Filosofia & altro
TI ME vita del ME
(Settembre 2006)
Festival di Filosofia 2006
Sull’umanità
E L’INTERO NON FU POI COSÌ VERO
di Marina Guerrisi
Perì l’inganno estremo che eterno io mi credei
Leopardi
Un tempo, quando la filosofia odorava di pura contemplazione mistico-estetica verso una natura tanto madre quanto figlia e l’aderenza dell’uomo a se stesso era il presupposto fondamentale per interpretare la sfericità del rapporto individuo-mondo, il candore del concetto di Umanità forniva alla ragione kantiana la dimensione migliore in cui legittimarsi attraverso un “al di qua” carnoso e complessivamente armonico. Il totale, riecheggiante un’autocoscienza hegelianamente sintetica, contribuì alla realizzazione di un percorso filosofico umanamente sostenibile, benché “notturno”.
Cosa vuol dire umanamente sostenibile? Appuntare una filosofia universale all’occhiello di ognuno? E cosa vuol dire festeggiare la filosofia nel 2006 quando una tecnologia sempre più precisa e razionale corrode quell’approssimazione dell’umano tanto vertiginosa quanto necessaria al discorso filosofico, fondato per sua natura sull’intervallo ineffabile uomo-mondo? Umberto Galimberti sentenzia: «Bene e male oggi non sono più polarità morali ma eventi tecnici. Oggi se un’idea cresce o cade non è perché sia giusta o sbagliata ma perché è tecnicamente sostenibile o meno. Se il denaro è la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno,secondo un cambiamento quantitativo del fenomeno, il denaro non è più un mezzo ma diventa un fine, il primo fra tutti».
È l’era della semplificazione, come spiega Alfonso Iacono, professore di Storia della Filosofia a Pisa, in cui sfoltire vale più del riconoscere. Il binomio irriducibile io-l’altro si gonfia di rigidità, piuttosto che di dialettica. Ciò che conta è divorare, colonizzare, fagocitare il restante, all’interno di un progresso sempre più impersonale, cieco, ridotto ad un Occidentalismo universalizzante e missionario, travestito da sano evoluzionismo. Una corsa sfrenata verso una meta che neanche conosciamo (o si?) come palline poste su di un piano inclinato. Discesa libera o trappola dorata?
«C’è stato un momento in cui gli uomini non erano così emancipati ma avevano un destino. Adesso nessuno ha un destino perché nessuno appartiene a niente». Sono le robuste parole di Salvatore Natoli, docente di Filosofia Teoretica presso l’Università di Milano, marchiato da un energico bisogno di moralità e dalla necessità di un confronto con qualcosa, una briglia per dominare il caso, un valore da mettere sotto la lingua per imparare a gustare, invece che godere nell’estemporaneo e nell’eventuale. Natoli monta il suo filtro all’interno di questa sindrome da conoscenza feticista, di questa bulimia di volere tutto e anoressia di non volere niente, così come egli afferma, al fine di determinarsi in quanto essere morale, intrecciando tra le dita il frammento eracliteo: il carattere è il destino dell’uomo. Ma che destino può attendere l’uomo in un tempo in cui la sua essenza è la tecnica stessa? Lo strumento s’impossessa del soggetto, l’oggetto diventa dimensione incestuosa e blasfema, la scienza progredisce per competenze e raramente per scopi e la filosofia sembra una donna stanca di andar dietro i suoi figli indisciplinati.
Cos’è dunque questa umanità pensante? Che statuto possiede oggi questa massa di coscienze instabili libere da tutto e da niente, sole come chi sta per morire di troppa realtà, di troppa conoscenza? «Tra vivente e non vivente. Un posto per l’umano», in tal modo Henri Atlan, professore di Biofisica presso le Università di Parigi e Gerusalemme, intitola la sua conferenza. Si può ancora parlare di Umanesimo in un momento in cui, scomparsa ogni tipo di barriera biologica, ciò che non è uomo può diventare uomo, attraverso la più avanzata biotecnologia? Atlan risponde distinguendo argutamente tra ciò che può essere considerato “inumano“, alterazione riguardante solo il genere umano, e ciò che possiamo definire “disumano“, allargando la prospettiva al confronto con altri esseri viventi. L’intelligenza artificiale non potrà mai contenere, sostiene Atlan, concetti quali significato, riflessione, intenzionalità, simbolismo. Tuttavia, se la memoria potrebbe essere riprodotta e simulata a livello addizionale, secondo uno strizzato meccanicismo della coscienza, dove si delinea il confine tra vivente e non vivente? La chiave di risposta si manifesta all’interno del concetto di “dignità”. L’inumanità può essere un’offesa alla dignità umana. Umano e dignità non sono identità tautologiche ma complementari. La dignità è quel minimo di gloria senza il quale un individuo sarebbe escluso dall’umano. In poche parole, è la cerniera tra l’umano non umano e l’umano inumano. Tuttavia, come poter riempire quel vuoto che si è creato con lo strappo delle coscienze e con la trasformazione del rapporto uomo-natura da discente-docente in tecnico dell’essere-cavia da laboratorio, tra una dimensione puramente laica ed una umanamente etica? Niente può esistere diversamente da come esiste, ricorda Spinoza. Ciò non vuol dire che non possa esistere un aumento della perfezione. L’acquisizione di una realtà più allargata convive con il naturale e legittimo desiderio di conoscenza dell’uomo, allo stesso modo la constatazione di essere vicini ad una soglia in cui l’artificiale e il naturale si scambiano le ossa alimenta quell’amara inquietudine che segna la caducità della condizione umana : il senso della fine.
Alla luce di tutto questo, mentre una Roberta De Monticelli, professoressa di Filosofia della persona, annaspa bonariamente nel desiderio di assentire razionalmente ad una teologia positiva, così come fa il credente riscaldato dalla fede, all’interno di una filosofia di mezzo di matrice neo-platonica, tediata da un’Eva pensante tra cielo e terra; alla domanda di Remo Bodei, se oltre la cultura occorra un nuovo tipo di Umanesimo, più biotecnologico, più biopolitico o più bioetico, rispondo che ad una difesa della vita nuda va unita una difesa della vita relazionale nel senso più letterale del termine.
Guarire dalla patologia dell’alterità è l’unico orizzonte che sento disponibile nel momento in cui la filosofia scivola sul quel “ben dire” che esalta le masse per un attimo e poi ingiallisce nel dimenticatoio. Sul davanzale di un tempo apparentemente senza ritorno, riscopro il piacere di togliere dall’imbarazzo un filosofare incerto, molle, lunatico tra secca erudizione e fumose retoriche, inciampando sullo “stupore” che l’altro da me conferma il mio esserci nel momento in cui umanamente decido di considerare la sua esistenza, e viceversa. Il meravigliarsi di un’interazione, l’importanza che ne scaturisce, la ricchezza di un significato di cui solo l’arte può produrre le forme simboliche, il senso del sacro che lenisce le ferite del reale, inumidendo di trascendenza l’aridità di un’era stordita da un relativismo sanguigno, credo sia ciò che rimanga di quell’antico limite tendente all’infinito che è l’Uomo. Filosofare oggi significa SALVARE tutto questo.
(Settembre 2006)
Recensione a Cyborgsofia
di Davide Dell’Ombra
Sitosophia
Luglio 2006
Recensione al
Carteggio fra Martin Heidegger e Hannah Arendt
di Ottavia Spisni
(Versi e foto di Ottavia Spisni)
Hannah Arendt – Martin Heidegger
Lettere e altre testimonianze 1925-1975
Trad. di M. Bonola
Edizioni di Comunità
Torino, 2001
Pagine 315.
«L’argomentum ad hominem è la rovina di qualunque comprensione perché implica qualcosa che esula dalla libertà dell’uomo»
(Hannah Arendt)
La passione per il pensiero nasce dalla lontananza e fu Platone il primo a dire che il pensiero è anche pathos.
Hannah Arendt e Martin Heidegger hanno dovuto abitare la distanza, altrimenti queste lettere e le opere testimoni del loro pensare appassionato non esisterebbero.
Il filosofo è un eremita e presso di sé, lontano dai tumulti del mondo, è possibile la filosofia.
Il filosofo riesce a pensare pensieri che «incedono con passi di colomba e guidano il mondo» [1] Questo carteggio testimonia l’autenticità dei pensatori, uniti nel senso profondo della meditazione agostiniana che recita: «amo: volo, ut sis, “ti amo, voglio che tu sia ciò che sei”». Non si tratta di fede ma di fiducia. Non si tratta di religione ma di religiosità, della consapevolezza del profondo senso di unità che sottende l’esistere, il quale diviene dunque l’Esserci. Di questa necessità autenticamente umana testimoniano le parole di Heidegger rivolte all’amica di vita, di pensiero e di necessità:
…E forse non riesco a vedere quanto tu abbia capito te stessa e come tutto questo sia un disegno del destino. Gli esseri umani ignorano che il fare esperimenti con se stessi, ogni modo di scendere a patti, tutte le tecniche, tutto il moralizzare e tutti gli espedienti per venire a capo di se stessi, hanno soltanto il senso di frenare e trasformare il disegno dell’esistenza. E questo capovolgimento dipende dal fatto che noi, tra tutti i surrogati della ‘fede’, non abbiamo nessuna autentica fede nell’esistenza e nemmeno siamo disposti a riceverla. Questa fede in tale disegno non ‘giustifica’ niente, essa non è affatto un espediente per mettersi in pace con se stessi. Unicamente una fede di questo genere, che in quanto fede nell’altro – è l’amore, riesce a prendere sul serio il “tu”. (Heidegger, 22.VI.25, p. 24)
Il carteggio è testimone di intenti, di sensibilità peculiari, dei caratteri, nel dischiudimento di sé all’altro. Heidegger è il trentaseienne eremita dell’Esserci (perché l’Esserci è possibile solamente nella prossimità), amante della quiete e dei monti, in queste parole molto belle che descrivono il suo girovagare:
Spesso mi auguro che tu ti possa riposare così bene come me quassù. La solitudine delle montagne, il ritmo di vita tranquillo del montanaro, la vicinanza elementare del sole, della tempesta e del cielo, la semplicità di una traccia perduta su di un ampio pendio copiosamente innevato – tutto questo tiene l’anima più che mai lontana da ogni turbamento e cruccio dell’esistenza. E qui è la patria della pura gioia. Non si ha più bisogno di ‘qualcosa di interessante’ e il lavoro ha la stessa regolarità del colpo d’ascia di un boscaiolo che risuona in lontananza nel bosco. (Heidegger, 21.III.25, p. 7)
E nella stessa epistola la vita pensata:
Nella filosofia rendere le cose più semplici è una strana faccenda – tanto più le cose diventano semplici, tanto più restano misteriose. E io non vorrei mettere in testa al pubblico che la filosofia possa rispondere alle sue domande. Ciò che mi importa davvero è far luce sulla differenza tra la formazione della visione del mondo e la ricerca scientifico-filosofica, precisamente in relazione al problema concreto dell’esistenza e del senso della storia. [...] Quando la bufera sibila intorno alla baita mi viene in mente la ‘nostra tempesta’ – o ripercorro il silenzioso sentiero che costeggia il Lahn – o trascorro una pausa di tranquillità sognando l’immagine di una fanciulla che con l’impermeabile, il cappello calcato fin sopra i grandi occhi quieti, entrò per la prima volta nel mio studio e, timida e riservata, diede una breve risposta a tutte le domande – ed è allora che riporto l’immagine agli ultimi giorni del semestre – e solo allora capisco che la vita è storia. (pp. 8-9)
Le profonde e speculari riflessioni di lei, passione di una vita, sulla nostalgia (l’amore del Simposio platonico): «Può essere che nel cadere in preda all’angoscia e alla nostalgia ci sia qualcosa di identico, cioè: esserci caduti, essere avvinti in una passione – l’inflessibile dedizione a qualcosa di unico, quando lo sguardo vuoto dimentica la molteplicità oppure non presta più attenzione a nulla, completamente assorto nella smania e nella passione». (Arendt, IV 1925, p. 15)
La fiducia radicale dell’uomo e gli intenti nel cammino di comunione:
Al contrario, è probante per me il fatto che tu ti sei liberata – sebbene il tuo cammino per uscire da queste deformazioni dell’anima, che non ti appartengono affatto, sarà lungo. [...] E io sono stato stordito dallo splendore di questo essere umano – a cui posso essere vicino fino a usare il tu. E quando tu, essendoti accorta che sembravo quasi assente mi hai domandato se dovevi andartene, allora ero con te – completamente solo – libero dalle preoccupazioni del mondo e dai pensieri – nella gioia luminosa del fatto che tu ci sei. (Heidegger, 24.IV.25, p. 16)
E ancora parole in cui questo “tu” è riconosciuto come “il presente”, quindi prossimo all’eterno:
tu ti sei ritrovata perché tu non hai mai potuto né puoi perderti. E questo sì dà gioia, perché esprime l’umiltà nei confronti dell’essere che Dio ci ha donato. E puoi immaginarti qualcosa che sia più grande dell’essere capaci di aspettare questo essere per tutta l’eternità? (Heidegger, 1.V.25, p. 18)
E i richiami all’infanzia, tempo autentico, memoria presente:
Il viaggio, le montagne: sarebbero rimaste mute e povere se non ti fossi portata con te una gioia interiore e un essere libero e sicuro. Dicevi di non esserti più sentita così dalla tua infanzia. Adesso l’hai di nuovo – gli occhi raggianti, la fronte serena e le timide, benevole mani. Bambina, poiché ora sei riuscita a ottenere tutto questo un’altra volta, non lo perderai più. La tua infanzia non sarà per te un semplice dono della natura, ma fondamento della tua anima e forza del tuo essere. (Heidegger, 14.VI.25, p. 23)
Ed il suggello di questo amore, la condivisione:
E che la nostra vita è una bontà infinita verso gli altri ed è per loro di una esemplarità autentica e spontanea. Che la lotta esultante – e il risoluto impegno per qualcosa che abbiamo scelto – è nostra. Nostra. Che non può mai andare persa – ma ha soltanto la possibilità di diventare più ricca, più chiara – più certa, per svilupparsi verso una grande passione dell’esistenza (Heidegger, 8.V.25, pp. 18-19)
E a poco a poco si delinea il come muovere un cammino che sia davvero comune, insieme, nel dare, nel donare:
Noi agiamo soltanto nella misura in cui riusciamo a dare -non importa se il dono viene ricevuto subito o no. E abbiamo diritto di essere soltanto nella misura in cui riusciamo a prestare attenzione. Perché noi stessi possiamo donare soltanto ciò che esigiamo da noi stessi. Ed è unicamente la profondità con cui posso pretendere il mio essere da me stesso a decidere sul mio essere verso l’altro. L’eredità che ci rende felici nell’esistenza è che l’amore c’è, che può esserci. (Ibidem)
Il carteggio testimonia l’inestricabile collegamento tra la vita e il pensiero, e viceversa, ad esempio la “Fenomenologia“, il “verso le cose stesse!” è anche questo: «Ti ringrazio, mia buona amica! Entrambe mi dicono che non sono ancora abbastanza forte per il tuo amore. L’amore non esiste affatto» (Heidegger, 9.VII.25, p. 26) .
Si testimonia di letture, anch’esse profondamente collegate a tutto. La lettura de La montagna incantata di Thomas Mann colpisce Heidegger e lo emoziona nella direzione autentica del proprio pensare: «che un fenomeno come l’esistenza venga vissuto dal suo ambiente circostante e il fatto che viverlo personalmente sia solo una presunzione, è sviluppato con una tale maestria che per il momento rimango concentrato unicamente su questo» (Heidegger, 9.VII.25, p. 27)
E subito dopo, la testimonianza dell’intima unione dell’essere, erede dell’insegnamento eracliteo del “tutto scorre”, e quindi in perpetuo e presente divenire, e la ricerca incessante di essere presso di sé un’isola (Anche Zarathustra, altro superbo erede dei Greci, compie un movimento di discesa a valle):
Ho già disimparato l’aspetto del ‘mondo’, e mi sembrerà di essere un montanaro che scende per la prima volta in città. Ma in questa solitudine, che può regalare forze insospettate, anche le faccende umane diventano più semplici e più forti, perdendo il loro aspetto più funesto – la quotidianità. Dobbiamo convincerci continuamente che tutto è nuovo, come il primo giorno – e questo è quanto ci offre il lavoro produttivo isolandoci. Spesso, quando mi sento molto emozionato, mi arrampico sulla montagna più vicina e lascio che la bufera infuri fischiandomi nelle orecchie. Ho bisogno di questa vicinanza della natura; e spesso, quando verso le due di notte, finito di lavorare, guardo giù nella quiete della valle e avverto la vicinanza del cielo stellato – allora io sono soltanto azione e vita. Poi penso che anche tu gioirai di queste cose e che anche tu devi percepirle. (Heidegger, 14.IX.25, p. 33)
La ricerca dell’essere presso di sé un’isola, mossi dalla nostalgia, dà i suoi frutti e pretende dei doni, nell’eterno oscillare del pendolo tra sé e alterità, tra identità, indifferenza, differenza e molteplicità:
E questo distacco da tutte le cose umane e l’interruzione di tutti i rapporti è, per quanto concerne il lavoro creativo, l’esperienza più grandiosa che io conosca tra tutte quelle umanamente possibili – è la cosa più infame che possa capitare in rapporto alle situazioni reali della vita. E’ come se ti strappassero via il cuore dal petto mentre sei perfettamente cosciente. [...] E sotto il peso di questo isolamento necessario, desidero ogni volta anche un totale isolamento esteriore – direi quasi un ritorno soltanto apparente tra gli uomini – e la forza per mantenere una definitiva e duratura lontananza da essi. Infatti soltanto in questo modo essi potrebbero essere preservati da qualsiasi sacrificio e dal fatto di essere necessariamente respinti. Ma questo desiderio angosciante non soltanto non può essere esaudito, ma viene addirittura dimenticato – a tal punto che adesso i più vivi rapporti umani diventano nuovamente fonti e forniscono impulsi per essere nuovamente sospinti nell’isolamento. Tutto ricade quindi nell’indifferenza e nella violenza proprio verso le persone che ci sono maggiormente care e a cui siamo più legati – e una vita del genere finisce per essere solo una pretesa continua, senza disporre mai di una giustificazione per ciò. Esistere come filosofo significa risolvere positivamente questa situazione – e non schierarsi da una delle parti fuggendo in qualche modo. (Heidegger, 10.I.26, pp. 38-39)
E ancora presenza-assenza nel differimento del pensiero rammemorante che conduce alla presenza, caro all’Eremita e a Saturno, il pianeta più lento: «Io so, mia cara, che tu spesso sei qui presente sul mio cammino di estrema solitudine – come succede in montagna quando un fiore davanti a una grande roccia aspetta, o meglio: è semplicemente lì. Penso allora che l’ “eternità” sia questo; diversamente non la trovo» (Heidegger, 19.II.28, p. 44).
Dal 1929 al 1950 la lentezza dell’isolamento, la vita pensata.
E nella vita, privata da questo isolamento, la consapevolezza – trent’anni dopo, che «nel chiarore di questa luce aurorale comparve la colpa del mio silenzio. Essa rimarrà» (Heidegger, 8.I.50, p. 51).
L’unica colpa, che è quella di scelta di un destino, riservato, schivo, solitario, in amore dell’umanità e del pensiero.
Silenzio speculare alla definizione che lei dà di se stessa: «Mi sento quello che sono in realtà, una donna che viene da lontano» (Arendt, 9.II.50, p. 54).
In seguito a questa identificazione di sé con l’approssimarsi, la poesia di Heidegger dal titolo La fanciulla che viene da lontano:
La lontananza,
che ti tiene lontana da te stessa,
com’è?
Montagna di gioia
mare di dolore,
la desolazione del desiderio,
luce aurorale di un evento futuro.
Lontananza: casa di quello sguardo
che principia il mondo.
Iniziare è un sacrificio.
Il sacrificio è il focolare della fedeltà,
che attizza ancora la cenere di tutte le braci -
e accende:
bruciante dolcezza,
parvenza di silenzio.
Tu, straniera della lontananza -
possa dimorare nell’inizio.
Questa donna, trasfigurata -colei che approssima le stelle, eterna portatrice cosmica di costante fede e duraturo amore – nell’epifania dell’Evento:
In piena luce e suono
avviene il matrimonio del mondo.
Chi è la sposa,
da chi viene guardata?
L’evento ha espropriato l’amore
- perché il suo pudore
rimanesse sovrano -
della differenza,
e l’ha lasciato alla separazione,
in una ricerca che trova soltanto
se affida ogni ritrovamento
alla corona del sé.
L’Eremita è diventato incoronato Mago, e ancora si interroga sulla via dell’amore, un amore non più umano, l’unico in grado di raggiungere il mistero della libertà:
Hannah, il dono del ritorno e del raccogliersi di cinque lustri sgomenta il mio pensiero incessantemente [...] Ciò che ogni volta è unico nella sua essenza e conserva la sua unicità è anche di una forza unica nel riconoscere l’unicità degli altri. Ritengo che continuiamo a non avere sufficiente confidenza con le tacite leggi dell’unicità e della forza d’animo, di cui abbiamo bisogno per rimanere grandi in esse. Forse però il compito che ci è assegnato è proprio questo: pensare queste leggi e fondarle a partire dell’amore. Che l’amore abbia bisogno dell’amore è la cosa più essenziale di ogni bisogno e sostegno. (Heidegger, 19.III.50, p. 64)
Si tratta di un amore che trascende l’umano perché la donna è sempre incardinata nell’infinita complessità dell’intreccio tra vita, storia e pensiero, e proprio per questo, porta con sé l’eterno, nel pensiero rammemorante:
Nell’immagine della dea greca c’è questo di misterioso: nella fanciulla è nascosta la donna, nella donna, la fanciulla. E il peculiare è: questo stesso occultarsi nel diradarsi. Questo è avvenuto nei giorni della Sonata sonans. Tutto ciò che è precedente, in ciò è stato salvaguardato. Il 2 di marzo, quando sei tornata qui, è accaduto ‘il centro’, che ha portato il già stato in ciò che dura. Il tempo si è raccolto nella quarta dimensione della vicinanza, come se noi dovessimo arrivare direttamente dall’eternità, e poi ritornarci. Tu ti chiedevi se fosse realmente così. Oh, anche l’essere era oltrepassato. Ma, mia intimissima amica, devi saperlo: ‘pensosamente e teneramente’ – niente è dimenticato, ma è proprio il contrario – tutto il tuo dolore scarsamente considerato, e tutte le mie mancanze, senza volerle dissimulare, risuonavano da un lungo scampanio della campana del mondo dei nostri cuori. Risuonava nell’aurora che, nei giorni seguenti, ha fatto emergere per noi quel periodo ora lontano dell’appartenenza. Tu – Hannah – tu. (Heidegger, 4.V.50, p. 71)
Ancora una testimonianza del superamento delle umane leggi nella poesia Il rivedersi:
Se l’amore cresce nel pensiero,
l’essere si è rivolto a lui.
Se il pensiero apre una radura all’amore
la grazia gli ha poetato il suo splendore.
E poi ancora il meditare consapevole sul superamento del dualismo, del differimento:
Medito continuamente sulla possibilità che ci sia ancora una vita per tenere insieme e semplicemente presenti due cose: per primo, che il pensare è un’attività estremamente lenta e rigorosa; per secondo, che il pensare è in sé un agire, in quanto dà una mano all’essenza dell’essere. Meister Eckhart dice in un passo del suo commento a Giovanni: ipsa cogitatio… spirat ignem amoris. A tal punto siamo dovuti arrivare. (Heidegger, 27.VI.50, p. 82)
E ancora, l’Aletheia:
Continuo ad essere in cammino verso la stessa cosa, sforzandomi di esprimerla con semplicità – forse in una sessantina di pagine. Libri voluminosi e opere in molteplici tomi, nel campo del pensiero, li si scrive solo se si continua a girare intorno all’argomento, dall’esterno, e le idee rimangono confuse. [...] Per quali inferni deve ancora passare l’uomo, prima di riuscire a capire che non è lui a produrre se stesso? (Heidegger, 12.IV.68, p. 129)
Per l’ottantesimo compleanno di Heidegger, Hannah Arendt sottolinea, testimoniando profondissima comprensione, «il coraggio che deve contraddistinguere colui che non ha fondato la sua vita su nient’altro se non appunto sul pensiero e sulla sua profondità inquietante». (Arendt, non datata, p. 149)
Il coraggio consapevole, nelle parole di lui, del fatto che «dobbiamo sforzarci per realizzare almeno ciò che è insufficiente» (Heidegger, 26.III.71, p. 162) sempre mossi dalla consapevolezza che «il guardare oltre e il guardare indietro sullo stesso sentiero fanno capire che l’andare per il sentiero tra i campi è guidato da una mano invisibile e che noi ci aggiungiamo ben poco» (Heidegger, 19.XI.71, p. 191).
Non sono le cose che i due amanti furono (amanti in senso autenticamente platonico) e che si scrissero ad essere commoventi, non le cose specifiche, ma il fatto che le abbiano scritte, il fatto che abbiano potuto scriverle.
Il fatto che siano stati vicini l’un l’altra abitando la distanza, dalla giovinezza, fino all’essere anziani. Quando il tempo vince su di noi e ci supera, l’amore (che è la percezione umana autentica del Tempo) resta.
Come scrive Foscolo nei versi che suggellano i Sepolcri: “Finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”. Ecco perché si tratta di un amore che trascende l’umano. Si tratta di un amore differente, che abita la prossimità, che abita il pathos e la nostalgia di qualcosa, pur non riconoscendo esattamente “cosa”. L’umano si trascende e trasfigura nella differenza, solo nella morte.
Heidegger e Arendt hanno abitato per cinquant’anni nella prossimità della morte, l’altro volto di quella stessa mano invisibile.
Fu un Amore autentico, autonomo, completo. Lui fu schivo nei confronti della militanza politica ma fu dedito alla teoresi, alla “pura” riflessione nell’eremo solitario; in lei avviene la fusione degli interessi nell’impegno quotidiano nei confronti della pienezza della dimensione umana: teoresi che si traduce in pratica, teoresi e politica. Questo impegno testimonia la donna che ha scelto di percorrere la propria strada tracciando da sé il cammino, e ciò fu quanto il suo maestro, di profondamente vero, le insegnò. Nelle parole di lei:
«l’operare corrisponde invece alla dimensione non naturale dell’esistenza umana, e il suo frutto è un mondo artificiale do cose, distinto dall’ambiente naturale. Entro questo mondo è compresa ogni vita individuale, mentre il significato stesso dell’operare sta nel superare e trascendere tali limiti. L’ultima è la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione umana della pluralità, al fatto che gli uomini e non l’Uomo vivono sulla terra e abitano il mondo. Questa pluralità è specificamente la condizione di ogni vita politica» [2]
(Giugno 2006)
[1] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, in «Opere», Adelphi, Milano 1964 e sgg. vol. VI/1, p. 180.
[2] H. Arendt, Vita Activa: la condizione umana, tr. it. di S. Finzi, Bompiani, Milano, 1994, p. 7.
Recensione a Cyborgsofia
di Massimiliano Lorenzo Cappuccio
Chora. Laboratorio di attualità, scrittura e cultura filosofica
(Università di Milano)
Anno 4, numero 10 – Gennaio 2005, pag. 61
«Il libro di Alberto Giovanni Biuso, docente di “Filosofia della mente” presso l’Università di Catania, affronta gli interrogativi filosofici più caratteristici dell’epoca della Terza rivoluzione industriale, legati all’introduzione dell’informatica, allo sviluppo delle intelligenze artificiali, al consolidamento delle pratiche di pensiero connettivo e condiviso, ai nuovi orizzonti di ibridazione cibernetica tra l’uomo e la macchina e, più in generale, alle specifiche modalità con cui i media digitali chiamano uomo e tecnica ad una reciproca ridefinizione dei propri ruoli. Conciso ma denso, agile e panoramico, redatto con uno stile chiaro e accessibile e intessuto di immagini ed esempi stimolanti, il testo arriva al cuore di un novero di tematiche molto ampio, operando un’elegante sintesi che segue un percorso innovativo e proficuo, che risulta sempre più attuale nella produzione filosofica odierna: si tratta della scelta, cioè, di mettere in relazione le scienze informatiche, il cognitivismo e specifici problemi di filosofia della mente con elementi della tradizione filosofica ermeneutica e fenomenologica di marca continentale. Tra le idee che guidano la struttura del saggio ve ne sono almeno tre particolarmente significative: la prima è che i concetti di intelligenza artificiale e realtà virtuale non possono essere sradicati da quel fondo di corporeità costitutiva dal quale emergono e nel quale si trovano organicamente incarnati (da qui la rilevanza di una attenta riflessione sulla dimensione concreta, e non solo formale, della temporalità all’interno di ogni considerazione dei processi computazionali effettivi). La seconda idea è che l’attuale confronto tra l’uomo e la macchina, tra il naturale e l’artificiale, tra il logos e il nomos, deve necessariamente proporsi come una tra svalutazione del reame dell’umano e promuovere una radicale estensione dei suoi significati nella direzione del postumanesimo, dirigendosi verso una trasfigurazione in senso nicciano dei valori della cultura positivistica della tecnica, di modo che la cultura digitale possa assumere dentro di sé nuove istanze e nuovi fini che, in realtà, provengono da un’antica tradizione, trovandosi già da sempre sedimentati in un coacervo di pratiche e abitudini culturali condivise (da qui la necessità di operare un’indagine genealogica, fenomenologica, decostruzionistica sugli oggetti scientifici costruiti dalla prassi informatica); la terza è che il supporto informatico e tecnologico è da intendersi in senso olistico come protesi/prolungamento che solo apparentemente è artificiale rispetto alla presunta “naturalità” del Leib: e infatti proprio grazie alle nuove frontiere di ibridazione cibernetica tra l’uomo e la macchina risulta sempre più evidente che l’essenza stessa della condizione antropologica fondamentale è -nella sua più intima natura- artificiale, nel senso della naturale artificialità umana di cui parla Plessner, e che quindi non può darsi, se non in apparenza, una discontinuità ontologica tra le due dimensioni»
Il computer e la mente.
Biuso domani a Bolzano per raccontare l’Infosfera
di Mauro Fattor
L’Alto Adige – 12 dicembre 2004, pag. 56
Biuso e la Cyborgsofia
di Elena Piazza
(file in formato pdf)
Centonove – Anno XII, numero 45 del 26 Novembre 2004, pag. XIII
Recensione a Cyborgsofia
Informatica & Scuola
(redazionale – file in formato pdf)
Anno XII, numero 3 – Ottobre 2004, pag. 64
Recensione di Elena Piazza a Cyborgsofia
La Repubblica (edizione di Palermo) – 24 agosto 2004, pag. XIII
LA FILOSOFIA DEL COMPUTER
Spiegare il senso del bizzarro accostamento fra filosofia e cibernetica è lo scopo di Alberto G. Biuso, docente di Filosofia della mente all’Università di Catania, che nel libro Cyborgsofia, con linguaggio semplice ma puntuale, guida il lettore alla scoperta della «filosofia del computer».
Perché filosofia? Perché per riuscire a riprodurre la mente umana trasferendola a un computer, l’uomo deve prima analizzarla. Grazie al continuo confronto tra mente umana e intelligenza artificiale se ne ricavano le differenze e, soprattutto, i rispettivi limiti. E a mezzo secolo di distanza dalla fondazione dell’I.A., il limite fondamentale di queste macchine non è ancora stato superato: sono capaci di calcolo, non di pensiero.
La differenza strutturale tra le capacità di calcolo e le capacità di pensiero della mente umana deriva dal radicarsi di quest’ultima nella struttura del corpo. E’ grazie a questa struttura che la mente può «calarsi» nella dimensione spazio-temporale. Il saggio suggerisce molteplici riflessioni sugli effetti delle interazioni tra uomo e macchina.
CRONOBIOCIBERNETICA O DEL TEMPO SOMATIZZATO
di
Vincenzo Di Spazio
(luglio 2004)
Dedicato al ritorno verso
la Luce di Arianna F.
“…dire uomo e dire tempo
è pronunciare l’identico…”
Alberto G. Biuso
Riassunto: la cronobiocibernetica, neologismo di recente introduzione, rappresenta un particolare modello biologico, nel quale i meccanismi regolatori intimi nella generazione degli stati patologici sono mediati da mappe neurali a matrice temporale. Le esperienze cliniche sui punti di Hua Tuo portano ad ipotizzare la presenza di mappe neurali legate alle memorie autobiografiche di esperienze stressanti, localizzate in corrispondenza delle strutture spinomidollari.
Parole chiave: cronobiocibernetica, tempo somatizzato, eventi traumatici, polarizzazione polimnestica.
Abstract: to investigate the neurological response after time-oriented stimulation of the Hua Tuo points, we have observed a new class of extrametameric reflexes. These findings suggest the existence of a medullary network, called reptilian brain from MacLean, which contains engrams in relationship with traumatic experiences.
Key words: chronobiocybernetics, embodied time, shocks, polymnestic polarization.
Cronobiocibernetica è un neologismo introdotto di recente (Di Spazio, 2004), nato per esplicitare sul piano biologico i meccanismi intimi di “governo” del Tempo sulla generazione degli stati patologici.
Il termine cibernetica deriva dall’antico sanscrito, dove “kubara” significa timone, mentre successivamente è stata assimilato dalla lingua greca nel verbo “kibernao” (pilotare, dirigere, governare).
A questo proposito mi è utile riportare una citazione tratta da un saggio di Alberto G. Biuso, filosofo della mente, sulla precisa interazione fra mente, corpo, tempo e memoria.
“…La memoria è memoria del passato, memoria del presente, memoria del futuro (è la memoria, quindi, il vero tema delle analisi agostiniane del tempo) e per questa sua capacità di costruire, scandire e unificare la temporalità della coscienza, la memoria diventa il luogo dell’identità del soggetto che, senza di essa, sarebbe -letteralmente- perduto. Dalle tante e legittime definizioni che si possono dare dell’essere umano, una delle più caratterizzanti è dunque <<l’animale che ricorda>>. La memoria si stratifica nel corpo, nelle sue sensazioni, umiliazioni, difficoltà, piaceri, estasi. La memoria intesse la mente sino a costituirla come forza, identità, facoltà di azione, presa sul mondo e dominio della sua complessità. Anche e proprio perché la mente è memoria, capire la mente diventa davvero possibile solo se si comprende il suo strettissimo legame con il tempo…”
In precedenti articoli pubblicati su “La Mandorla” ho riportato l’esito di 8 anni di ricerche sulla interpretazione in chiave temporale dei cosiddetti punti Huatuojiaji, dove si dimostra l’esistenza di precisi circuiti temporo-spaziali collegati alle nostre memorie autobiografiche, in particolare alla registrazione di eventi a connotazione stressante.
Il paesaggio corporeo, espresso nella sua identità più estesa, è il teatro temporale delle nostre memorie. Ad esso confluiscono in competizione continua le più diversificate correnti mnestiche (emozionali, cognitive, neurofisiologiche, viscerali, muscoloscheletriche, genetiche, etc.).
Per nostra fortuna una quota marginale di questo flusso ridondante di informazioni oltrepassa la soglia di coscienza. La nostra mente soccomberebbe in tempi rapidi sotto il peso schiacciante di questi flussi mnestici. Il corpo memorizza comunque quanto avviene nel corso della nostra esistenza in misura sideralmente più imponente rispetto alle limitate disposizioni mentali, essendo queste ultime l’esito recente degli aggiustamenti biologici imposti dalla storia evolutiva del genere umano.
Queste premesse rinforzano il concetto, per cui sintomi e malattie rappresentino per una certa quota la specularità somatica (o psichica) di eventi registrati nelle configurazioni neurali dedicate.
Le ricerche hanno evidenziato uno strettissimo collegamento fra esposizione (acuta o cronica) ad un evento stressante e generazione di stati patologici non confinati alla sfera neuropsichica, ma estesi a quella somatica.
Il dr Hamer, oncologo tedesco, ha sviluppato una teoria rivoluzionaria sulla genesi delle malattie neoplastiche e di quelle correlate (da lui denominate oncoequivalenti), che prevede la contemporanea manifestazione del conflitto sui piani psichico, cerebrale e somatico. Ha individuato attraverso neuroimmagini TAC la comparsa di aree di flogosi nel tessuto cerebrale (immagini a “bersaglio”, cioè a cerchi concentrici), denominate focolai di Hamer (FH), che documentano le modificazioni neurologiche, determinate dal conflitto vissuto. Le conferme ottenute attraverso la verifica dei diversi punti spinali conferma esattamente le geniali intuizioni di questo scienziato tedesco.
La stimolazione dei punti di Hua Tuo secondo il modello cronologico ha permesso inoltre di evidenziare una nuovissima categoria di riflessi neurologici, denominati cronospaziali, a matrice extrametamerica. In altre parole l’eccitazione neurologica di un’apofisi spinosa può determinare la comparsa di riflessi percepibili in aree somatiche non innervate dal segmento metamerico corrispondente. Inoltre la polistimolazione di questi punti spinali associati ad esperienze stressanti, tende a produrre nella fase REM del sonno il fenomeno della “polarizzazione onirica”, cioè la generazione di contenuti onirici non casuali, ma legati in modo diretto o sequenziale alla rievocazione autobiografica dell’evento stressante. Questo particolare fenomeno suggerisce quindi che almeno nella fase del sonno REM, il movimento apparentemente caotico dei globi oculari, sia invece il possibile esito dell’orientamento temporo-spaziale effettuato dai sistemi neuropsichici della memoria.
La cinetica oculare viene utilizzata per “visionare” i ricordi, per rivedere e quindi rivivere una determinata esperienza. La focalizzazione di punti diversi del campo visivo viene determinato dal concorso coerente dei muscoli estrinseci dell’occhio, dal mirabile e armonico interagire di tensione e rilassamento dei diversi gruppi muscolari. Il “campo visivo” dei ricordi si accende di notte, regno incontrastato della acetilcolina, e consente così il passaggio repentino da un intervallo temporale all’altro, dal presente al passato.
Stimolare neurologicamente i punti spinali (per esempio con l’utilizzo del martelletto) secondo il modello temporale, consente un primo accesso alle mappe neurali mnestiche di matrice neurovegetativa. In molti casi infatti l’eccitazione neurologica dei punti di Hua Tuo genera negli esaminati la comparsa di riflessi e sensazioni come parestesie ai polpastrelli, senso di appesantimento agli arti, riverberazioni viscerali (“…sento lo stomaco, avverto un peso toracico, mi si chiude la gola, etc.), termoestesie (sensazioni di caldo o freddo), orripilazione, iperidrosi, tachicardia, deglutizione forzata come riportanto in tabella. I punti cutanei stimolati devono corrispondere a zone di dolore alla prova di digitopressione oppure corrispondere ad un evento a genesi stressante.
Tabella I
ELENCO RISPOSTE NEUROLOGICHE DA STIMOLAZIONE DEI PUNTI SPINALI SECONDO IL MODELLO TEMPORALE
Parestesie cutanee (polpastrelli, arti, etc.)
Appesantimento progressivo agli arti
Riverberazioni viscerali (stomaco, intestino, faringe, polmoni, etc)
Termoestesie (sensazioni di caldo o freddo localizzate o generali)
Iperidrosi (locale o generalizzata)
Orripilazione
Tachicardia (o senso di oppressione toracica)
Deglutizione forzata
In una quota molto più ridotta di individui possono manifestarsi eretismo nervoso, sgradevole sensazione di confusione mentale, paura oppure al contrario uno stato di inspiegabile benessere.
Queste verifiche sperimentali inducono a credere che l’onda vibratoria prodotta dalla percussione del martelletto sull’emergenza ossea dell’apofisi spinosa, si trasferisca attraverso il liquido cerebro-spinale alla corrispondente porzione spinomidollare, attivando in questo modo particolari circuiti neurali, generanti a loro volta la risposta neurovegetativa a distanza. Ma la possibile esistenza di questi particolari circuiti neurali a livello spinomidollare allungherebbe la lista delle aree dedicate ai processi di memoria, che non sarebbero più confinate all’interno della scatola cranica, ma estese a tutto il nevrasse.
Se fosse plausibile la diretta concertazione delle strutture spinomidollari nel determinare queste risposte disestesiche sulla base di una precisa datazione anamnestica di eventi stressanti, questo spiegherebbe la comparsa del riflesso “cronospaziale” a prescindere dalla distanza temporale del trauma e dalle intrinseche condizioni cognitive del soggetto.
In altre parole la lunghissima storia evolutiva dell’apparato spinomidollare, denominato “cervello rettile” da MacLean e valutabile in almeno 250 milioni di anni, consentirebbe una più stabile e fidata conservazione di dati mnestici (in particolare quelli a matrice stressante per le loro possibili ripercussioni sulla conservazione dell’individuo e della specie), rispetto alle molto più recenti strutture corticali.
La sgradevole sensazione di bruciore interno avvertita da F.S., 86 anni, dopo percussione della decima dorsale, è generata dal “Caso” (come normalmente si risponde in medicina alla comparsa di disturbi soggettivi non interpretabili) oppure rappresenta una precisa traccia di ricordo, cioè a quando F.S., giovane ufficiale dell’aeronautica militare di 22 anni si è gettato nelle fiamme dell’aereo colpito per salvare la vita di un suo commilitone? E’ pure un caso che la terapia (polistimolazione della decima dorsale) abbia fatto rientrare in questo anziano paziente una gravissima fase depressiva, accompagnata da ideazione autosoppressiva? A mio avviso rimane comunque sconvolgente il fatto che la semplice percussione di questa vertebra abbia scatenato nel volgere di qualche secondo la comparsa del bruciore interno, la “fotografia” neurovegetativa di un grave trauma psichico, al quale F.S. era stato esposto ben 64 anni prima!
Il fenomeno della “polarizzazione onirica” suggerisce inoltre un secondario interessamento del tronco encefalico e delle sue proiezioni nervose ascendenti ( aree talamiche e corticali associate).
Alla polarizzazione onirica si accompagna molto spesso una “polarizzazione polimnestica” spontanea e automatica come nel caso clinico qui riportato, dove la paziente, K.C., è stata sottoposta a stimolazione della D2 (46° anno di vita), corrispondente alla morte del padre per arresto cardiaco. K.C. ha registrato sogni e percezioni fisiche in ordine cronologico di comparsa.
“…18-6 pizzicava il capezzolo destro spesso nella giornata. Al mattino al risveglio forte formicolio braccio e mano sin. Nel sogno ho bevuto tanti bicchieri d’acqua e sambuco, disagio tutto il giorno, respiro difficoltoso, sfinimento psico-fisico, dolore forte zona reni, al basso ventre, centro vertebra zona ombelico, irradiava attraverso fino all’ombelico, pensieri angosciosi (ricomparsa indotta dalla polistimolazione spinale di pregressi sintomi, N.d.A.), spaccare la testa con l’accetta, gallina senza testa che correva per il cortile (ricordo spontaneo di quando il padre macellava le galline, N.d.A.), pugno nel seno (colpo inferto da una compagna di classe per rabbia in 12° anno di età, N.d.A.), rabbia per dover reprimere e morire a me stessa tutta la vita, cercare di dare una ragione ai comportamenti di mia madre e giustificare, perdonare con la ragione, conflitto con me stessa perché nessun male fatto a chiunque è giustificabile, portare avanti questa catena per generazioni, sesso sì-comunicazione dialogo no (il riferimento è verso il marito), vivere in modo consapevole…19-6 davo da bere al bambino di mia figlia, il buco del ciuccio era troppo grande, paura che si soffoca. Ricordo di aver dovuto rianimare mia figlia a 2 anni tante volte, trauma terribile ogni volta (valium Star of Bethlehem) trauma anche assisterla al parto tutto il giorno bloccata e confusa, al mattino male alla scapola e spalla sin, ricordo tagliata a pezzettini nascosta sotto la panca lei faceva finta di niente, arrabbiata e agitata contro di lei (verso la figlia), fitte all’utero e nella chiappa destra, male zona reni, dolore pungente al basso ventre che sale sul fianco sin fino al colon, dolore pungente al seno sin, utero, schiena, zona reni come fossi ferita dentro, muscoli, gambe, sedere, pancia contratti, bloccati, anche blocco psichico, disagio in luoghi sporchi, stracci da cucina, toelette sporche, odore, stanza, madre, sedie macchiate, male alle gambe, muscoli…Lo stress interiore, rifiuto e non potersi difendere con le proprie ragioni, medicine inganni per difesa, quando scopri perché crolli, specialisti e preoccupazioni continue per niente…“.
Questo resoconto molto dettagliato contiene riferimenti diretti alla figura paterna (trauma da lutto, obiettivo della polistimolazione spinale), ma contemporaneamente anche riferimenti ad altre figure come la compagna di classe alle medie, la madre, il marito, il nipotino, la figlia.
La generazione a cascata di reminescenze non segue una modalità caotica o casuale, ma una modalità ad impianto associativo e analogico, dove le correlazioni emozionali svolgono un ruolo basilare. La sequenza di ricordi fra loro collegati indica come la memoria di un evento stressante, la perdita del padre, riattivata artificialmente dalla terapia, sia in relazione imprescindibile con altri eventi, che rendono ragione della estrema plasticità delle reti mnestiche nell’uomo.
Come nella fase onirica, la “polarizzazione polimnestica”, è in grado di accendere punti diversi della memoria autobiografica, così come punti diversi del Tempo, sulla base di una sequenza spontanea e automatica.
Così come il Corpo memorizza, possiamo affermare parimenti che il Tempo somatizza. Viene da pensare che le informazioni affettive (emozioni e sentimenti in riferimento a persone ed esperienze a connotazione stressante) contenute nella cosiddetta “polarizzazione polimnestica” e per questo motivo generate durante la fase di veglia, possano essere correttamente e coerentemente sequenziate, grazie alla presenza stabilizzante di un sotto-ordine a matrice temporale. Una delle possibili mappe neurali, che codificano per la dimensione temporale, potrebbe essere contenuta negli spazi spinomidollari e divenire accessibile attraverso la sua corrispondente neuroproiezione cutanea in prossimità delle apofisi spinose della colonna vertebrale (punti di Hua Tuo).
Indirizzo dell’Autore:
Vincenzo Di Spazio
Vicolo Erbe 8/4
39100-Bolzano
Tel/Fax: 0471 975010
E-Mail: cristina.cisotto@katamail.com
Bibliografia:
Bahr FR, Zeitler H. Meridiane, ihre Punkte und Indikationen. Vieweg, Wiesbaden, 1991.
Baratti E. SHENGLI.
Prontuario crono-bioenergetico per applicazioni in agopuntura. Malinverno, Como, 1980.
Biuso A. G. Cyborgsofia. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2004.
Brotzu R. Studio energetico della colonna dorsolombare. La Mandorla 2001 Sep; 18:.
Brotzu R. Il sonno ed i sogni: l’interpretazione in base ai testi di medicina tradizionale cinese e confronto con la psicologia dinamica. La Mandorla 2002 Sep; 22:.
Calligaris G. Le catene lineari del corpo e dello spirito. Aquarius, Palermo, 1991.
Calligaris G. Le catene lineari secondarie del corpo e dello spirito. Aquarius, Palermo, 1994.
Canali S, Pani L. Emozioni e malattia. Bruno Mondadori, Milano, 2003.
Caspani F. Cronologia del pensiero medico sinense. La Mandorla 2002 Mar; 20:.
Corradin M, Di Stanislao C. Riflessioni e speculazioni sui Meridiani ed i Tronchi Celesti. La Mandorla 2002 Sep; 22:.
Corradin M, Di Stanislao C, Parini M. Mappe dei Punti in MTC. CEA-Divisione Zanichelli, Milano, 2001.
Damasio A. L’errore di Cartesio. Emozione, ragione, cervello umano. Adelphi, Milano, 1994.
De Berardinis D. Macro e Microcosmo : i Tronchi Celesti e i Rami Terrestri. La Mandorla 1997 Dec; 3:.
Di Spazio V. AgeGate. Frasnelli e Keitsch, Bolzano, 1997.
Di Spazio V. La Floripuntura Vertebrale. Nuova Ipsa, Palermo, 2001.
Di Spazio V. Il Meridiano del Tempo. Aquarius, Palermo, 2002.
Di Spazio V. Decifrazione cronobiologica dei punti Huatuojiaji. La Mandorla 2003 Sep; 26:.
Di Spazio V. Punti Huatuojiaji e polarizzazione onirica. La Mandorla 2004 Mar; 28:
Di Spazio V. Cronozonidi Huatuojiaji e fenomeno patomimetico. La Mandorla 2004 Mar; 28:
Di Stanislao C. Il Rachide in Medicina Cinese. Riv. It. di Agopuntura 1987; 62: 20-35.
Galimberti U. L’atlante del corpo sparito. La Repubblica 2003 Aug; 181: 36-37.
Galluzzo E, Arice P, Di Stanislao C. Il massaggio Sea Malay. Tecniche Nuove, Milano, 2002.
Hempen CH. Atlante di Agopuntura. Hoepli, Milano, 1999.
Lima-de-Faria A. Evoluzione senza selezione. Nova Scripta, Genova, 2003.
MacLean PD. The limbic system and its hippocampal formation. J Neurosurg 1954; 11: 29-41.
Massaro C. Basi neurologiche della cronotopia vertebrale (Tesi). Univ. di Urbino, 2001.
Mollard Y. Il Rachide. Quaderni di Medicina Cinese 1982; 2: 15-18.
Rohen JW. Anatomie des Menschen. Schattauer, Stuttgard, 1994.
Sembianti G. Trattato di agopuntura reflessoterapia. Piccin, Padova, 1980.
Tadié JY, Tadié M. Il senso della memoria. Dedalo, Bari, 2000.
Recensione di Eugenio Mazzarella a Cyborgsofia
Il Mattino – 9 luglio 2004, pag. 18
UN’ANALISI DI BIUSO SULLE PROSPETTIVE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Orizzonte cyborg, via dalla finitezza nel segno della contaminazione
In un racconto di Asimov – Io, robot – è un robot a disegnare lo scenario morale di un’intelligenza disincarnata, finalmente sottratta alla corruzione della sua incarnazione umana. È un robot a disprezzare i corpi: Wetware, «materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile», tanto da rivolgersi agli umani che lo hanno costruito con espressioni quali «siete solo prodotti di ripiego. Io invece sono un prodotto finito».
Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer (Il Pozzo di Giacobbe, pagg. 113, euro 11,00) è il lavoro che con grande lucidità e chiarezza Alberto Giovanni Biuso dedica alle prospettive dell’Intelligenza Artificiale a cinquant’anni dalla conferenza di Dartmouth (1956), con la quale questa disciplina cominciava la sua avventura ufficiale di ricerca, dichiarando obiettivi e disegnando scenari futuri. L’Autore intende mostrare come, nonostante tutto, sia proprio quel materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile, il corpo, a sostenere ancora ogni progetto possibile per un’intelligenza che abbia i caratteri dell’umano: coscienza e autocoscienza.
A terza rivoluzione industriale conclamata, quella informatica, con i suoi servizi e le sue minacce, le sue speranze e le sue delusioni, lo scenario teorico è sufficientemente chiaro da poterci far prendere posizione sugli orizzonti effettivi possibili dell’infosfera, come oggi si suole chiamare l’ambiente nel quale respiriamo, comunichiamo ed operiamo. Delle due principali strade che l’Intelligenza Artificiale ha imboccato dalla conferenza di Dartmouth in poi: la versione «debole» (che vede nelle macchine calcolatrici essenzialmente degli strumenti operativi) e la versione «forte» (che insegue il progetto di menti artificiali dotate, in qualche modo, di una propria coscienza), l’autore ci conduce a vedere che solo la versione debole tiene sia sul piano dei principi teorici, che dei risultati di laboratorio.
Da un’intelligenza artificiale non può evolvere una coscienza umana, perché ad essa manca il contesto emozionale e il suo medio, il corpo, che integra calcolo e vita e «fa» una coscienza. Non saranno pertanto le macchine a diventare intelligenti, ma sarà il nostro corpo ad assumere al proprio interno la potenza percettiva e computazionale delle macchine. In questo si raffinerà un processo che per altro è in corso da millenni, l’ibridazione della specie umana con gli artefatti da essa prodotti. Il cyborg è da sempre intrinseco alla corporeità come modo umano di stare al mondo, come intrinseca tecnicità che l’homo sapiens da sempre applica non solo al suo ambiente, ma a se stesso.
Da questo punto di vista l’orizzonte della contaminazione, dell’alterità, dello scambio continuo con ciò che non siamo continuerà ad essere parte essenziale dell’esistenza umana, come da sempre. All’accelerazione di questa contaminazione nell’infosfera ciò che è necessario non sono sogni gnostici di poter far a meno del corpo, ennesima variante di una fuga dalla nostra finitezza, ma un’etica all’altezza dei problemi e delle speranze che essa pone.










