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Le armi e i sacrifici

Finalmente anche parte della grande stampa si occupa del vero, immenso scandalo che colpisce economia e società. E che consiste in questo: si chiedono sacrifici ai cittadini, soprattutto a quanti non possono evadere le tasse perché dipendenti pubblici o privati, e si stanziano enormi somme di pubblico denaro per continuare ad acquistare delle armi. Ne parla Il Fatto quotidiano a proposito di ulteriori spese sulle quali il Parlamento è chiamato in questi giorni a pronunciarsi. Si dice, tra l’altro, che «sono soldi che l’Italia spenderà entro fine anno in armamenti e che si potrebbero destinare ad altro subito, oggi stesso. […] Si torna a parlare di manovre “lacrime e sangue”  per recuperare 30 miliardi in due anni. Ma il settore delle spese militari è cresciuto nel 2010 dell’8,4%, con una spesa addizionale di 3,4 miliardi di euro. Il conto generale sale a quota 20.556,9 milioni di euro, corrispondente all’1,283% del Pil e che colloca l’Italia all’ottavo posto al mondo per spese militari. […] Manna dal cielo per chi produce mezzi di questo tipo, cioè tutta la grande industria italiana che va a braccetto con la politica per ottenere commesse sicure in un business sussidiato con soldi pubblici per centinaia di milioni. […] Buona parte delle commesse sono proprio per quella Finmeccanica Spa finita nella bufera per tangenti, finanziamenti illeciti ai partiti e commesse “politiche”». L’articolo ricorda anche l’appello di Alex Zanotelli, che invito di nuovo a sottoscrivere.

Quindi gli amministratori della cosa pubblica mentono, mentono spudoratamente: i soldi ci sono. È che li si vuole utilizzare per la guerra e non per la pace, non per la salute, non per la ricerca, non per la scuola, non per la sicurezza ambientale. Ma per uccidere, ancora. Un dossier apparso sul numero di novembre 2011 di Alfabeta2 è dedicato alla guerra. Tra gli articoli, ne segnalo uno del tutto condivisibile di Alberto Burgio, il quale analizza con lucidità una gravissima trasformazione intervenuta nella società civile: «Grazie all’imponente apparato ideologico e mediatico mobilitato per giustificare le nuove guerre, la guerra ha finito col riconquistarsi un posto al sole nel nostro immaginario. Chi l’avrebbe detto anche solo vent’anni fa? Nei decenni della Guerra fredda la memoria della Seconda guerra mondiale faceva sì che la guerra rappresentasse, agli occhi dei popoli, un male assoluto. La speranza era che grandi conflitti bellici non si verificassero più. La corsa agli armamenti delle due grandi potenze appariva una follia dettata dall’incapacità di trovare terreni altrettanto efficaci su cui misurare le rispettive forze. E le guerre regionali, soprattutto nel Sud-Est asiatico, erano guardate con autentico orrore, considerate intollerabili insulti alla conclamata volontà di pace dell’umanità. […] Oggi, nel grosso della popolazione, prevale il cinico e rassegnato realismo di chi volentieri si risparmia battaglie perse in partenza. La guerra è tornata al centro dello scenario politico, si è normalizzata: perché denunciarne ancora lo scandalo? A chi interessa oggi la causa pacifista? Risulta molto più comodo fingere di credere alle retoriche istituzionali sui diritti umani e l’esportazione della democrazia. […] La caduta della memoria pubblica degli orrori della guerra è un fatto di enorme portata, e stupisce che non se ne parli mai. Stupisce e sgomenta».
Il precedente governo italiano era composto da idioti e da criminali. Che cosa ha da dire e da decidere, invece, su queste assurde spese il nuovo esecutivo? Che cosa le forze politiche che lo sostengono?

I violenti

Qualche settimana fa avevo scritto che «in Italia non ha storicamente senso parlare di rivoluzione» e che «ragioni per attuare almeno una rivolta generalizzata ce ne sono ormai di molto serie». Dopo quanto è accaduto il 15 ottobre a Roma confermo queste parole e mi chiedo “a chi giova tutto questo”? A chi serve un dispiegamento massiccio della stampa e delle televisioni allo scopo di nascondere la povertà culturale ed economica per porre in primo piano le azioni di guerriglia? A chi serve l’invocazione della repressione, la quale -facile previsione- passa facilmente dalla prevenzione delle azioni al controllo sulle idee? A chi serve la paura? Ha ragione Antonio Limonciello -che a Roma c’era- a deplorare la “negligenza ideologica” degli organizzatori della grande manifestazione; ha ragione il (molto) presunto membro dei black bloc che si vanta di aver vinto una battaglia organizzata con metodi militari e che era stata ampiamente e in anticipo resa nota dai responsabili della guerriglia (la soddisfazione di questi soggetti è ben meschina, visto che è ottenuta a danno di altri manifestanti e priva del coraggio di assalire direttamente e da soli i palazzi del potere, le persone dei potenti, come hanno invece fatto gli anarchici nella loro storia). Ma se gli organizzatori possono essere ingenui, non è credibile che lo sia il ministero degli interni. E dunque tutto questo è stato ancora una volta permesso, voluto, favorito dalle istituzioni che hanno bisogno della violenza altrui per giustificare la loro propria e originaria violenza.

La violenza dei corrotti che rubano il pubblico danaro nelle forme più capillari e tenaci, devastando l’ambiente e le sue risorse; l’enorme violenza delle “guerre umanitarie” dichiarate per promuovere gli affari legati all’industria delle armi e del petrolio e per imporre il dominio geostrategico degli USA; la violenza della precarizzazione di massa, che produce povertà economica e squilibrio psicologico; la violenza del danaro sottratto alla sanità, alla scuola, all’università, alla ricerca, all’arte, ai trasporti, alla qualità della vita sociale, per darlo alle banche, ai pescecani della finanza e alle loro truffe speculative; la violenza contro l’ambiente, contro il pianeta, contro la salute e il respiro di tutti noi; la violenza contro il 99% della popolazione mondiale da parte dell’1% dei banchieri, degli amministratori corrotti e collusi con le mafie, dei produttori di armi, degli industriali che dislocano le loro fabbriche dove meglio possono sfruttare. E, infine, la miserabile violenza del vecchio eversore che dichiara «o io lascio, cosa che può essere anche possibile e che dato che non sto bene sto pensando anche di fare, oppure facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera…Portiamo in piazza milioni di persone, facciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica: cose di questo genere, non c’è un’alternativa» [Berlusconi in una comunicazione telefonica con Valter Lavitola registrata il 20 ottobre 2009. Fonte: la Repubblica].
A chi affidare il controllo e la repressione di questa immensa violenza non di un sabato pomeriggio ma di tutti i giorni?

Identità e differenza

Ora che con estrema lentezza ma anche con inevitabile parabola il più volgare politico italiano dell’età moderna va dissolvendosi, non bisogna dimenticare che parte dei suoi crimini sono stati e continuano a essere le guerre coloniali in Afghanistan, in Iraq e in Libia. La tragedia dentro la tragedia è che tali crimini sono stati e continuano a essere perpetrati con la complicità convinta del Partito Democratico e del centrosinistra in genere. E  persino con il sostegno di settori della sinistra radicale, come quella che parla in Micromega e nel Manifesto.

Il fardello dell’uomo bianco si espresse una volta sotto il sole trascendente del cristianesimo, poi nella freddezza dello scientismo positivista (del quale l’imperialismo sovietico è stato una potente variante), ora trionfa tramite la menzognera formula della “democrazia” e dei “diritti umani”. Ma si tratta sempre della stessa ossessiva volontà di uniformare il molteplice all’uno, si tratta della stessa mortale presunzione di rappresentare il valore e la verità unica del mondo. Io sono orgoglioso di essere europeo ma lo sono perché l’Europa è stata ed è la terra del tramonto della verità e non il luogo di un’identità dogmatica, che essa sia religiosa, scientifica o politica. Perché la pace sta nelle differenze.

 

Dissolvenze

Museo del Novecento
Milano

 

Milano, una sera d’estate. Guardo il cielo che offre a occidente gli ultimi bagliori turchesi. Guardo questa luce che si incunea tra i campanili, i palazzi, le guglie del Duomo. La osservo dai piani più alti del nuovo Museo del Novecento, dalla sua terrazza che offre in tutto il suo splendore la visione del cuore della città. L’Arengario, che sta accanto al Palazzo Reale e alla sinistra del grande tempio, è stato ristrutturato a fondo dagli architetti Italo Rota e Fabio Fornasari, che hanno creato una struttura elicolidale che conduce dalla metropolitana e dalla piazza ai piani espositivi, dai quali le grandi vetrate permettono alla luce e alla città di entrare nel Museo. Davvero molto bello, semplice e funzionale.

Nel Museo hanno finalmente trovato sede le collezioni di arte del Novecento e contemporanea di proprietà del Comune di Milano, in particolare quella donata dai coniugi Jucker. Dopo aver percorso la spirale, si viene accolti dal magnifico Quarto Stato di Pelizza da Volpedo (1901), un omaggio divisionista e raffinato al proletariato ma anche alla Scuola di Atene di Raffaello. Si arriva poi alla prima sala che contiene alcuni -pochi- dipinti dei grandi maestri europei del Novecento: Braque, Kandinskij, Picasso, Modigliani, Mondrian, Matisse, Klee.

Inizia così il lungo percorso che dal Futurismo -soprattutto i capolavori pittorici e plastici di Boccioni- attraverso l’esperienza di Novecento, lo Spazialismo, l’Informale, l’Astrattismo, la pittura analitica, l’arte povera, conduce sino al presente. Dopo la prima sala il Museo ospita solo artisti italiani ma certamente ci sono tutti i più importanti e ha poco senso fare dei nomi (segnalo soltanto lo spazio giustamente particolare che viene dato a Lucio Fontana nel piano più alto dell’edificio).

Piuttosto, va ribadita una verità banale ma non per questo meno significativa a proposito della relatività di concetti quali Tradizione, Avanguardia, Moderno. Il percorso testimonia efficacemente infatti, anche per la sua dimensione relativamente contenuta, come le espressioni che in un certo momento appaiono innovative sino alla provocazione -Futurismo, Cubismo, i Concetti spaziali di Fontana, i Corpi d’aria di Manzoni- col passare del tempo diventino dei classici, sostituiti nella loro funzione provocatoria da altre innovazioni che si trasformeranno anch’esse in paradigmi tranquillamente accettati da tutti. Anche per questo nell’ambito artistico -e, in generale, in quello culturale- non hanno alcun senso il tradizionalismo e il rimanere ancorati a stilemi e a forme come se essi costituissero la vera arte, la vera letteratura, la vera filosofia, il vero teatro, la vera musica. Se c’è un carattere che accomuna l’intensa e istruttiva esperienza estetica che questo Museo fa vivere, è proprio il dinamismo della vita individuale e collettiva, che si riflette ed esprime nell’incessante innovazione di ciò che chiamiamo arte.

E poi un’altra verità, altrettanto ovvia ma anch’essa significativa. Mano a mano che si procede nel Novecento e nel presente le figure si diradano, il realismo si sbriciola, le forme si dissolvono, l’opera coincide sempre più con il semplice materiale di cui è fatta, come è evidente in Fontana, nel grande Alberto Burri, nella sabbia di Giulio Turcato, nelle tele non lavorate di Giorgio Griffa, nella straordinaria Superficie magnetica di Davide Boriani -opera che in nessun istante è uguale a se stessa-, negli ambienti in cui si entra per vivere con l’intero corpo delle esperienze visuali/percettive (ancora Boriani, Giovanni Anceschi, Gianni Colombo, Gabriele De Vecchi, Luciano Fabro), nell’imponente libreria dal titolo Scultura d’ombra di Claudio Parmiggiani, l’opera più recente tra quelle esposte (2010), fatta di fumo e di fuliggine (davvero, non è una metafora). E tutto questo testimonia -al di là di ogni ingenuo realismo delle filosofie classiche ma anche di alcune loro riproposizioni nel presente- che la mente umana vede forme e figure là dove ci sono soltanto macchie di colore e ammassi di atomi, testimonia che la Gestalt e quindi il senso non stanno nella materia ma nell’occhio che la guarda.

Contro il dominio della finanza

Riporto qui per intero il testo di padre Alex Zanotelli, che è possibile sottoscrivere sul sito de Il dialogo.
Vi si dice dove prendere i soldi, invece che rubarli ai cittadini che pagano le tasse, ai lavoratori dipendenti, ai pensionati, a servizi essenziali come la sanità, la scuola, i trasporti, la ricerca. Sottrarli ai nababbi parlamentari e alla loro pervicace sfrontatezza -come quella mostrata da alcuni deputati siciliani-, distoglierli dalle opere faraoniche e assurde come il ponte di Messina o l’alta velocità in Piemonte, pretenderli dal patrimonio immobiliare e dalle attività commerciali della chiesa romana che non pagano un euro di ICI, farseli restituire dagli evasori milionari che sono stati “scudati” dall’ineffabile Tremonti, prelevarli dalla immensa ricchezza speculativa che ci sta distruggendo. Dietro l’emergenza invocata da un governo nello stesso tempo incapace e banditesco c’è in realtà il tentativo di portare a compimento la privatizzazione dell’economia, il trionfo del liberismo più feroce, delle diseguaglianze più radicali. Spegnere l’economia e la società a favore della speculazione finanziaria mondiale. Questo è il significato di ciò che sta accadendo.

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In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma (SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!
E’ mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma :”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…”(art.11). Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia),  le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “ guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.
Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta, né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?
Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?
E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!
Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.
E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).
E’ un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.
E il 27 ottobre sempre ad Assisi , la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.
Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte
Che vinca la Vita!

Alex Zanotelli
Napoli, 24 agosto 2011

Materia prima

Materia prima. Russkoe bednoe.
“L’arte povera” in Russia
A cura di Marat Gelman
Milano – Padiglione d’Arte Contemporanea
Sino all’11 settembre 2011

 

Che cosa è l’arte? Temibile domanda. Una di quelle alle quali sembra impossibile rispondere anche perché le risposte possono essere -e sono- le più diverse nel tempo, nello spazio, nella concezione delle cose. Mi limito a un tentativo fenomenologico/kantiano -per nulla originale, naturalmente: l’arte è qualcosa che l’occhiomente umano vede e produce nella materia. Tutto può dunque essere o diventare arte? Sì, tutto. Sta qui la grandezza estetica del Novecento e del XXI secolo. Nell’aver affrancato il fare artistico non soltanto dai suoi contenuti ma anche dai suoi materiali. Qualunque oggetto può diventare un luogo di bellezza, di qualsiasi cosa sia composto. Perché l’arte è proprio poiesis, come sapevano i Greci, è il fare dell’artista-artigiano che plasma la materia e -soprattutto- la reinterpreta. Lo spazio dell’arte è dunque  la mente umana.

È per questo che la mostra del PAC mi è sembrata sublime. Perché scarti da robivecchi, parti di sedie, letti, officine e chissà cos’altro possono diventare dei magnifici scheletri di animali, verosimiglianti e armoniosi (Olga & Alexandr Florenskye). Perché dei pezzi di legno qualsiasi, di quelli che servono per il camino, formano una sfera aperta, perfetta e gloriosa che Petr Belyi ha chiamato “Silenzio”; lo stesso legno, un poco più lavorato, si fa libri e insieme libreria, intitolata giustamente “Libreria Pinocchio”. Carbone e resina si plasmano in forma di scarpe, aerei, pistole, teschi, come quelli che un archeologo potrebbe ritrovare tra milioni di anni su una Terra abbandonata ormai dai viventi (Vladimir Anzelm). Con brandelli di copertoni, il materiale forse meno estetico che ci sia, Vladimir Kozin inventa di tutto: camicie, lamette di rasoio, il teschio di diamanti di Damien Hirst, un gigantesco logo della Pravda. Il gruppo dei Sinie Nosy (nasi blu) reinterpreta in chiave culinaria alcuni dei dipinti/manifesto del suprematismo; è così che il celebre “Batti i bianchi con il cuneo rosso” di El Lissitzky diventa una fotografia dove un bel pezzo di formaggio si incunea sopra una fetta di mortadella. A proposito di fotografie, la mostra rende omaggio ad Aleksandr Sljusarev le cui immagini metafisiche ritraggono oggetti e luoghi banali restituendone tutta l’enigmatica e profonda bellezza, capace di trasformare finestre, pareti scrostate, panchine, muri, tubi, ombre, in elementi di composizioni simili ai quadri di Mondrian.

Leonid Sokov in “Tempo forgiato” costruisce una linea architettonica del tempo che parte da Stonehnge e dalle Piramidi per arrivare ai più vertiginosi grattacieli contemporanei. Aleksandr Brodsky con la sua argilla non cotta -e quindi destinata presto a sbriciolarsi- crea intanto oggetti e luoghi di sottile suggestione; Brodsky è anche l’autore della grande “Rotonda” che accoglie i visitatori all’esterno del PAC, una struttura nella quale si può entrare e abitare.

Molto altro si gode in questa mostra -antichi bagni di legno, diamanti fatti di piastrelle, biancheria in ferro, echi dell’eresia degli albigesi che adoravano il pane- ma ciò che più di tutto mi ha coinvolto è l’aere perennius dell’arte che lega l’antico e il contemporaneo nelle colonne e trabeazioni in gommapiuma di Nikolay Polissky e soprattutto nelle opere di Valery Koshlyakov, capace di creare con il cartone dei dipinti raffiguranti archi romani, fori di città pagane, piazze rinascimentali o novecentesche e -infine- un “Piede di gigante” che potrebbe stare nella Rodi antica come nelle installazioni di Mitoraj; di fronte a questa scultura in semplice cartone e polistirolo da imballaggio si sente la potenza dei millenni.

Le immagini che ho inserito non rendono in alcun modo il fascino delle opere ma meglio di niente.

 

Facebook

the social network
di David Fincher
USA, 2010
Sceneggiatura di Aaron Sorkin
Con Jesse Eisenberg (Mark Zuckerberg), Andrew Garfield (Eduardo Saverin), Justin Timberlake (Sean Parker), Armie Hammer (Cameron Winklevoss), Max Minghella (Divya Narendra)
Trailer del film

Avvocati contro avvocati, studenti di Harvard contro studenti di Harvard, risarcimenti milionari versati da Mark Zuckerberg al socio insieme col quale aveva fondato facebook e agli atletici, aristocratici fratelli che gli avevano suggerito l’idea. E tutto era cominciato una sera in cui Zuckerberg voleva vendicarsi delle donne (sempre lì batte il dente del maschio) e -oltre che insultare sul blog personale la propria (ex)ragazza- ruba le foto delle studentesse dagli archivi universitari, le raggruppa in coppie e propone ai navigatori di Internet di votare “la più fica”. Esplodono le visite e da allora non si fermeranno più. Sulle origini ferocemente maschiliste di facebook milioni di appassionati -comprese moltissime donne e ragazze- sembrano sorvolare, se mai le conoscono. Ma tutta questa operazione di immenso successo planetario odora con estrema chiarezza di soldi e di frustrazione. Quella del nerd diventato famoso e ricchissimo, tanto da potersi comprare l’intera Harvard se volesse; quella dei suoi coetanei alla ricerca dei modi più fantasiosi per rimorchiare; quella di centinaia di milioni di persone che regalano e chiedono con estrema leggerezza “amicizie” e “contatti” per lo più soltanto virtuali. Una americanata, insomma. E uso tale parola in un senso serissimo.

È questo che il film di David Fincher racconta. E lo fa assai bene, coniugando oggettività documentaria e passione per il proprio argomento, maestria nel montaggio e ottime interpretazioni, apparente leggerezza e scavo nelle motivazioni più profonde dei comportamenti umani. Un film molto bello, insomma, su un evento tra i più emblematici della contemporaneità. Facebook è davvero uno specchio reale ed efficace dell’umanità e delle sue relazioni. Per questo è così banale. Il che non mi ha impedito di apprezzare e accogliere la richiesta di una mia laureanda del corso di Scienze della comunicazione che intende dedicare la tesi di laurea a questo fenomeno. Facebook è infatti anche la realizzazione del sogno roussoviano di una società totalmente trasparente e dalla quale non è più possibile uscire una volta che si è entrati; è un occhio impersonale fatto di miliardi di pupille, che vuole rinunciare -per esplicita dichiarazione del suo fondatore e padrone- a ogni riservatezza; è la realizzazione ludica ma non per questo meno reale del progetto capitalista, avendo trasformato «mezzo miliardo di persone in laboriosi operai dell’amicizia» (Christian Ralmo, «Facebook. Se guardi lo spot guadagni anche tu», il Manifesto, 11.5.2011, p. 5); è il narciso che si crede al centro del mondo e delle sue relazioni; è una perdita di tempo; è il tramonto del dialogo critico, a favore invece della fuffa disseminata ovunque, come giustamente nota Gilda Policastro: «il presunto consenso dal basso muove sovente dalla creazione dei cosiddetti “gruppi”, le cui adesioni di altri utenti vengono coartate o sollecitate o addirittura ottenute in modo inconsapevole (attraverso la modalità di iscrizione di altri utenti allo specifico gruppo, modalità che non passa necessariamente attraverso una richiesta di consenso esplicito)» («Per non essere un gadget», Alfabeta2, maggio 2011, pp. 30-31); è un formidabile strumento di raccolta di informazioni al servizio delle polizie e delle aziende di tutto il mondo; è la vittoria delle potenzialità più discutibili di Internet e della Rete, delle quali per fortuna facebook è ancora soltanto una provincia, per quanto estesa sia.

La notte italiana

Stasi, crisi, vuoto. La casta berlusconiana asserragliata nel bunker del parlamento. L’opposizione che in realtà teme di andare al governo perché questo la costringerebbe a prendere misure economiche drastiche e impopolari. Le macerie che sono ormai visibili, ancor prima che il massimo responsabile dello sfacelo sia sparito dalla scena.
Le parole più esplicite sono quelle con le quali Franco Cardini ha risposto ad Alain de Benoist in una lunga intervista uscita in versione originale sul numero 138 della rivista francese Éléments e ora pubblicata su Diorama letterario (n. 303, pp. 18-27). Anche un uomo intelligente come il medievalista fiorentino si fece all’inizio illudere da Berlusconi. Cardini oggi formula invece dei giudizi nettissimi e da condividere: «Berlusconi è una sciagura e il suo governo un’infamia che ci fa vergognare di essere italiani. Nel suo entourage spadroneggiano degli autentici gangsters; ha imposto al paese una riforma parlamentare e una politica di “grandi opere” a esclusivo vantaggio suo, dei suoi complici e dei suoi dipendenti; ha portato in parlamento a spese del popolo italiano i suoi amici e i membri del suo personale di servizio; ci ha ridicolizzati con le sue esternazioni a livello internazionale e la sua volgarità [...]; sta per varare una riforma giuridica pensata per eliminare i processi a suo carico; ci ha trascinato in due guerre disastrose, in Afghanistan e in Iraq, per far piacere al suo padrone americano. È un odioso parvenu senza rispetto né per la cultura né per la politica, che corrompe i suoi interlocutori letteralmente comprandoli o ricattandoli [...]; mi accorsi di avere sbagliato non dando ascolto a Montanelli. Che aveva ragione. Berlusconi era esattamente quello che egli diceva: un personaggio rozzo ma abile, senza scrupoli che aveva bisogno di entrare in politica per tutelare i suoi interessi, che aveva perfettamente capito quali erano i principali difetti della società civile italiana ed era deciso a sfruttarli [...] . Berlusconi ha assoggettato gli italiani con le sue armi: possiede reti TV, giornali, squadre di calcio, è in grado di comprare o di ricattare uomini politici e al tempo stesso, manipolando le leggi elettorali, di trasformare i suoi dipendenti aziendali in uomini politici, in parlamentari, in dirigenti regionali o cittadini. Egli e il suo partito-azienda si sono rivelati una tremenda macchina corruttrice della società civile italiana [...]. Comunque, liberarsi di Berlusconi è un obiettivo primario urgente e irrinunciabile, costi quel che costi [...]. La società civile è disorientata, demotivata, moralmente malata. A questo punto è giunta la notte italiana» (pp. 26-27).

Il Terrore come non lo avete mai visto

Non posso credere a un fatto come questo. Il Pentagono ha diffuso cinque filmati che dichiara aver trovato nell’abitazione di Osama Bin Laden e li definisce come «il materiale più importante sul terrorismo che sia mai stato trovato». Guardiamo dunque questi video terrificanti: un Osama abbastanza giovane e in forma (si sarà truccato come una star? Sono immagini di repertorio?) prova alcuni discorsi nel più rigoroso silenzio. I filmati infatti sono privi di audio. In un altro video, certo il più devastante per la sicurezza del mondo, un Osama stavolta invecchiato, con la barba bianca, sta davanti a un monitor e armeggia con un telecomando guardando se stesso ai bei tempi in cui con un fucile percorreva i sentieri del Terrore. Un po’ come i nonni che guardano se stessi e i propri nipotini alla Prima Comunione o alla Festa di laurea.

Di fronte a tali documenti che dimostrano in maniera schiacciante l’astuzia e la malvagità del fondamentalismo islamico, io credo che l’Amministrazione statunitense abbia ragione: ormai può propinare qualunque cosa al mondo e il mondo le crede, anche se persino un quotidiano decisamente filoamericano come la Repubblica giorno 6 maggio ammetteva che «mentre ieri Obama portava una corona di fiori a Ground Zero, era impossibile non ricordare quel che pensa tuttora il 42% degli americani: che la Commissione d’indagine sull’11 settembre “ha nascosto o rifiutato d’investigare prove cruciali che contraddicono la versione ufficiale su quell’attacco”. E non sono i soliti seguaci delle teorie del complotto. Uno dei più autorevoli giuristi coinvolti nei lavori di quella Commissione, John Farmer, si dissociò dalle conclusioni con parole che fanno rabbrividire: “Ciò che il governo e i militari hanno detto al Congresso, ai mass media e all’opinione pubblica su quel che sapevano allora, è quasi interamente falso”». Di questa falsità ci sono prove consistenti, se i fatti contassero qualcosa rispetto all’immaginazione del Potere.

Ipnosi

«Là dove il mondo reale si cambia in semplici immagini, le semplici immagini divengono degli esseri reali, e le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico» (Guy Debord, La società dello spettacolo, § 18). Una droga infinita sparge ormai la propria potenza tra le menti, dentro gli occhi. Diventa gridolino estasiato da parte di miserabili giornalisti gossippari che per ore -seguiti da miliardi di telespettatori- commentano il matrimonio di due ragazzotti inglesi. Diventa acritica e rivoltante adorazione verso il papa più televisivo della storia, distruttore della libertà teologica, protettore di sacerdoti pedofili, accanito sostenitore della morale sessuale repressiva, amico di dittatori di ogni risma. Diventa suprema propaganda dell’Impero, sventolio di bandiere a stelle e strisce che esultano per una vendetta da stadio, una vera e propria esecuzione. L’ipnosi televisiva è diventata in questi giorni un planetario trionfo della morte. Nella dolciastra favoletta degli eredi di una delle monarchie più ingessate del mondo, nella macabra festa del cadavere romano, nella scenografica finzione dell’assassinio di un antico amico della CIA, è l’intelligenza che muore.

150

150 anni di unità politica e amministrativa. Non entro nella questione Piemonte/Borboni, centralismo/autonomie. Non ne ho le competenze storico-scientifiche. Non parlerò dell’Italia ma degli italiani. Quindi ciò che dirò non ha nulla a che vedere con la balordaggine della Lega Nord e del suo ormai più che evidente secessionismo, che dovrebbe allarmare la destra sua alleata, se tale destra avesse una pur minima capacità di pensare in termini politici e non soltanto affaristici o fallici.
In questo secolo e mezzo il territorio della Penisola è stato saccheggiato in modo feroce dalla speculazione urbanistica, da una antropizzazione pervasiva e devastante, da mafie e camorre che ora -2011- sono arrivate direttamente al potere e lo gestiscono con determinazione a favore degli interessi loro e dei gruppi sociali che le sostengono. Perché è accaduto tutto questo? Perché gli italiani sono un popolo grottesco, patetico e cialtrone. E soprattutto un popolo di una ignoranza che non ha pari in Europa. Chi viaggia per le capitali e le città del Continente vede quasi ovunque le persone lèggere; le biblioteche e i musei aperti sino a notte; il paesaggio, la storia e i luoghi difesi e anche utilizzati come fonte economica, rispettandone l’identità. Gli italiani sono dei barbari analfabeti e teledipendenti, il cui degno ministro dell’economia -un commercialista di provincia- sostiene che «la cultura non si mangia», mentre qualunque studioso di fenomeni sociali e storici sa che è vero esattamente il contrario. Dopo un secolo e mezzo, in Italia spadroneggiano i peggiori parlamento e governo dell’intera sua storia unitaria. Un parlamento e un governo composti da criminali, da ignoranti, debosciati e venduti. 150 anni buttati nel cesso. Alla lettera, visto che gli italiani siamo degli escrementi. Il vero inno di questo anniversario sono i versi che Pier Paolo Pasolini dedicò Alla mia Nazione e che si concludono con il seguente invito: «Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo».

Guerra civile

Piccolo Teatro Studio – Milano
Prospettive sulla guerra civile
Liberamente ispirato a Prospettive sulla guerra civile e Il perdente radicale di Hans Magnus Enzensberger
Con Massimo De Francovich
Produzione: A.T.I.R e Thesis – Dedica Festival
Drammaturgia e regia di Serena Sinigaglia
Sino al 20 febbraio 2011

Tutto va compreso. Almeno dobbiamo fare questo tentativo, andando al di là della morale, al di là della consolazione religiosa, al di là della menzogna politica, al di là della rappresentazione televisiva, la più falsa in assoluto tra le forme ingannevoli.
Dalla fine del mondo bipolare le guerre civili si sono moltiplicate in tutto il globo. E non si limitano agli eserciti che per ragioni etniche, razziali, religiose, economiche, fanno strage di città, campagne, donne, bambini. La guerra civile è ovunque. Nelle scuole in cui gli studenti sparano ad altri studenti. Nella repressione delle polizie contro cittadini inermi, come al G8 di Genova del 2001. Nel suicidio dei kamikaze islamisti dentro le loro stesse città musulmane. Negli scontri razziali delle metropoli statunitensi. Che si generi dalle più flebili occasioni o nasca da fredde decisioni dei governi, la guerra civile è pervasiva anche perché ovunque va moltiplicandosi il perdente radicale, colui che imputa sempre ad altri, a lui più o meno vicini, i propri fallimenti. E ad essi non si rassegna.
La guerra civile è l’essenza del conflitto poiché è la guerra di tutti contro tutti.

Serena Sinigaglia e Massimo de Francovich mettono in scena due testi di Hans Magnus Enzensberger e lo fanno con passione e con misura. In un paesaggio di rovine urbane, scorrono su uno schermo le più efferate ma vere notizie su quanto accade nelle nostre città, su come si uccida per nulla, per divertimento, per noia. Poi entra un professore di filosofia e storia che inizia a raccontare la violenza, a spiegarla, a decostruirla. Lo aiutano tre giovani assistenti con le loro musiche, con le proprie testimonianze, con le immagini tratte da alcuni film, tra i quali 2001. Odissea nello spazio, Il Dottor Stranamore, Arancia meccanica. Emerge lentamente una non gradita verità, quella secondo cui «i civili innocenti non sono poi così innocenti» se tanti sono pronti a diventar carnefici dei loro vicini o a osannare i capi che procedono allo sterminio. Lo spettacolo si chiude con il racconto di Sisifo che riuscì per due volte a incatenare la morte. Dopo che Ares le restituì libertà e dominio sugli umani, Sisifo venne costretto dagli dèi a spingere verso la cima un masso che poi rotola ogni volta a valle. E ogni volta Sisifo deve ricominciare. «Il masso degli uomini è la pace».

[Una recensione più ampia si può leggere su Vita pensata, n.9 Marzo 2011, alle pagine 46-47]

Ai berlusconiani e ai leghisti

Cari concittadini, mi chiedo quali possano essere le motivazioni che vi impediscono di vedere i fatti e che vi inducono invece -anche se forse non sapete di questa vostra ascendenza- a offrire una banale conferma a Nietzsche, secondo il quale «direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni» (Frammenti postumi 1885-1887, 7[60]). E credo che di motivazioni ce ne siano, anche se -a dir la verità- non molto lusinghiere per voi. Ma lasciamo stare. Il punto è che il governo è allo sbando, del tutto incapace di gestire la crisi economica, la disoccupazione, le tasse mai così alte, interessato soltanto a coprire i reati sessuali del suo capo, che consistono non nello scopare ma nell’induzione alla prostituzione minorile, nella concussione per aver abusato del suo ruolo al fine di sottrarre una ragazza marocchina alla questura di Milano, nel porre a rischio la “sicurezza nazionale”. Lui e i suoi complici tentano in ogni modo di nascondere l’enorme danno all’immagine internazionale dell’italia e di mascherare tramite la paroletta magica “federalismo” l’abbandono totale del sud e un ulteriore aumento delle tasse.
Di fronte a tutto questo, nessun meridionale e nessuna donna dotati di buon senso potrebbero sostenere ancora Berlusconi ma lo potrebbe fare un maschio del nord. A pensarci bene, tuttavia, neppure quest’ultimo dovrebbe, visto che con le sue tasse e con il suo voto tale maschio contribuisce a pagare le troie delle quali il nonno infoiato riempie i suoi palazzi. Tu paghi e lui tromba (o tenta di farlo)! Se poi mi chiedete “sì, va bene, ma chi al suo posto?”, rispondo “chiunque andrebbe meglio”, non foss’altro perché non sarebbe il padrone assoluto delle televisioni -e dunque del consenso- e sarebbe meno distratto da ciò che la sua ex moglie definì “una malattia” e che -assai meno gentilmente- una delle sue ragazze ha descritto come la voglia di mostrare a tutte il suo “culo flaccido”.

[Mi scuso del linguaggio un po’ crudo di questa lettera ma bisogna sempre cercare di farsi intendere dalle persone alle quali ci rivolgiamo]

Violenza

Ho ricevuto una mail da una giovane -e assolutamente pacifica- collega nella quale mi racconta di quanto le è accaduto lo scorso 7 dicembre a Milano: «Ho fatto in tempo, però, a esser sotto la carica della polizia alla prima della Scala. Per fortuna ho preso solo un pestone sulla gamba nella fuga. Ovviamente, non te lo sto nemmeno a dire, non avevamo armi caschi o altro e non c’era gente dei centri sociali quelli del teatro piccolo avevano le facce dipinte da pagliaccio e forse quello era il massimo dell’aggressività espressa! Non facevamo altro che gridare quando hanno cominciato a manganellare pesantemente».
Il 15 dicembre sulla ml del Didaweb, Luigi Ambrosi ha inserito una riflessione nella quale -tra l’altro- afferma che «qualcuno dibatte, si meraviglia, si scandalizza su quelle ore di guerriglia urbana a Roma. Viene in mente Contessa: “Voi gente per bene che pace cercate, la pace cercate per far quel che volete.”. Insomma, vorrebbero che tre milioni di giovani si consumino senza rabbia nella disoccupazione e nel precariato, con la certezza di non aver alcun futuro da programmare o costruire, economicamente non in grado per organizzarsi una vita autonoma, costretti a restare in casa dei genitori, rinviare ogni scelta di vita, di coppia, di figli, senza reddito, abbandonati alla disperazione? Vorrebbero che si faccia da spettatori tranquilli alla loro esibizione e spreco di ricchezza pubblica? Che si tolleri serenamente l’arroganza del loro comitato d’affari legato strettamente a industriali, banchieri, grande criminalità e proprie parentele? Gli studenti dovrebbero assistere in silenzio alla distruzione della scuola pubblica e di quanto ciò determina nella vita quotidiana?».
Ho risposto così:
«Condivido.
L’infamia di una ricchezza esibita senza pudore, di una compravendita di deputati che ha annichilito quanto rimaneva di decente nelle istituzioni repubblicane, di una complicità a tutti i livelli con il governo più inefficiente e criminale della storia d’Italia, spero non sarà sopportata a lungo. Temo, però, che il veleno televisivo con il quale gli italiani sono lobotomizzati da vent’anni abbia prodotto danni irreversibili all’apparato cerebrale della nazione. E che quanto avviene -le rivolte dell’Aquila, di Napoli, di Roma- siano semplici riflessi di un corpo senza più coscienza. Ma, naturalmente, non bisogna rassegnarsi mai. Mai arrendersi. Come diceva Jacob Burckhardt a proposito dei Greci: “pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà”».
Le provocazioni esplicitamente dittatoriali che un senatore del P(artito) d(ei) L(adri) sta formulando in questi giorni -in vista delle manifestazioni contro la distruzione della scuola e dell’università- dimostrano ancora una volta come la prima violenza, la violenza assoluta, sia quella del potere e dei suoi servi.

Terrore e silenzio

È sempre la solita storia. Nulla il potere teme come la parola che «gli allòr ne sfronda ed alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue» (Foscolo, Dei sepolcri, vv. 157-158). Spinoza lo comprese perfettamente quando propose che «facta arguerentur, & dicta impune essent (fossero perseguibili soltanto le azioni, e le parole rimanessero impunite)» (Trattato teologico-politico, Prefazione). Non so chi sia Julian Assange, se dietro di lui ci sia qualcuno, quali siano gli scopi della sua azione. Ma sono certo che le accuse che gli Stati gli rivolgono -da quelle private a quelle politiche- sono finalizzate a colpire la libertà di sapere. Sapere chi davvero comanda nel mondo: le banche, la grande finanza di Wall Street, le industrie delle armi, i servizi segreti. Sapere che gli Stati democratici si reggono sulla medesima struttura criminale degli Stati non democratici. Sapere che mantenere i propri sudditi nell’ignoranza è ancora e sempre il vero scopo di chi comanda, poiché è la condizione che permette loro di continuare a comandare e di essere persino apprezzati.
Noam Chomsky, Barbara Spinelli, altri studiosi e giornalisti difendono l’azione di Wikileaks e di quanti cercano di informare sulle reali azioni degli Stati e non sulle parole vuote dei loro rappresentanti. Alcuni dei peggiori governi del mondo -tra essi Stati Uniti, Italia, Russia, Cina- cercano invece di mettere il silenziatore alla Rete, persino definendo “terrorista” Assange. I terroristi sono loro, loro è la guerra, loro il conformismo, loro la finanza che sta distruggendo l’economia e la società europee. Loro è il terrore quotidiano e silenzioso che ci domina.

[Invito a leggere la motivazione della proposta con la quale Il Fatto quotidiano chiede di firmare per la liberazione di Assange
Invito, inoltre, a leggere un interessante intervento apparso sul sito di Alfabeta2, paradossale solo in apparenza]