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		<title>Nietzsche</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 19:53:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Diventa necessario! Diventa limpido! Diventa bello! Diventa sano!» (Frammenti postumi 1882-1884. Parte I, 5[1/198]). Diventa necessario come una ruota che scende sul piano inclinato del tempo ma che proprio per questo –nel suo movimento scandito e inesorabile- si fa essa stessa temporalità consapevole, vivente e vissuta. Diventa limpido come una mente che ha fatto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«Diventa necessario! Diventa limpido! Diventa bello! Diventa sano!» (<em>Frammenti postumi 1882-1884. Parte I</em>, 5[1/198]).<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>necessario</strong></span> come una ruota che scende sul piano inclinato del tempo ma che proprio per questo –nel suo movimento scandito e inesorabile- si fa essa stessa temporalità consapevole, vivente e vissuta.<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>limpido</strong></span> come una mente che ha fatto di sé il riflesso creativo del mondo abbandonando per sempre la pretesa di esserne padrona, di possedere senza tremore se stessa, i sentimenti, gli altri umani, la natura. L’alterità, infatti, è sempre in fuga, sempre pronta ad allontanarsi dalle nostre volontà di dominio e controllo sull’accadere, sulle altrui passioni, sui corpi e le cose che pure vorremmo continuamente con noi, che vorremmo diventassero<em> </em>noi.<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>bello</strong></span> come tutto ciò che ha vinto la dismisura, ha rinunciato allo squilibrio dell’inutile ferocia, della meschinità, dell’invidia, del ‘così fan tutti’; che sorride a se stesso perché è all’intero che sorride.<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>sano</strong></span><em> </em>perché guarito dalla contrapposizione tra <em>io </em>e <em>mondo</em>, tra soggetto e oggetto, tra umanità e natura.<br />
Un corpomente <em>necessario</em>, <em>limpido</em>, <em>bello</em>, <em>sano</em> si immerge nella vita senza più giudicarla, senza più negarla ma anche senza più volerla, come una goccia che scorre nel fiume del tempo che siamo.<br />
Questo, forse, significa una frase che è un magnifico vortice concettuale: «Io sono troppo pieno e così dimentico me stesso, tutte le cose sono dentro di me e non vi è null’altro che tutte le cose. Dove sono finito io?» (<em>Così parlò Zarathustra</em>, variante al § 4 della Prefazione). L’io è finito in quel mondo trasfigurato e in quei cieli esultanti nei quali Nietzsche colse infine la sua pienezza.<br />
Isabelle von Ungern-Sternberg disse di lui che era un «Creso del pensiero che aveva dei mondi da regalare». Da parte sua, quest&#8217;uomo sapeva di aver versato una «goccia di <em>balsamo</em> […] e questo non sarà dimenticato». No, non lo è stato.</p>
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		<title>I Greci, identità e differenza</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 21:39:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/05/Greci_III.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-10727" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Greci_III" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/05/Greci_III.jpg" alt="" width="193" height="280" /></a>L’opera intelligente e monumentale che Einaudi ha dedicato ai <em>Greci</em> -quattro volumi in sei tomi- è tutta costruita sotto il segno dell’<em>identità </em>e della <em>differenza</em>.  Salvatore Settis afferma che uno dei suoi obiettivi  consiste nell’«imparare a riconoscere la grecità come <em>estranea</em> e <em>familiare </em>al tempo stesso» (<em>I Greci. Storia Cultura Arte Società</em>, vol. III <em>I Greci oltre la Grecia</em>, Einaudi 2001, pag. XXXV).<br />
I Greci ebbero rapporti variegati e profondi con Traci, Sciti, Anatolici, Iranici, Indiani, Ebrei, Arabi, Iberi, Celti, Fenici, Egizi. Con questi ultimi, in particolare, il legame fu stretto e testimoniato in modo esplicito da Platone, il cui dualismo conserva importanti legami anche con la cultura indiana e iranica. Più in generale, la concezione greca del Tempo deve molto a quel «doppio aspetto tipicamente egiziano di sterminata estensione e di eterno ritorno [che] appartiene ai tratti tipici degli dèi egizi Ra, Ammone, Ptah e Osiride, confluiti in Serapide» (Assmann, pag. 431).<br />
Profonde e complesse sono anche le relazioni fra la Grecità e il cristianesimo, l’Islam, Bisanzio. Roland Kany dimostra in modo convincente che «un cristianesimo senza grecità non è mai esistito» (569), non foss’altro perché i testi sacri di quella religione sono tutti scritti non nella lingua del profeta aramaico Gesù ma in quella del filosofo Aristotele. Non bisogna dimenticare che i roghi dei libri, pratica sconosciuta al mondo antico, cominciarono con l’imperatore Costantino, il quale fece bruciare i testi di Porfirio, avversario dei cristiani. La furia cristiana contro gli <em>Èllenes</em> costituì probabilmente la prosecuzione del giudaismo rabbinico che si opponeva con tutte le sue forze all’educazione “alla greca”, la quale  «sottrarrebbe tempo allo studio della Legge ebraica» (Zonta, 682).<br />
La <em>differenza</em> fra grecità e cristianesimo rimane così netta «che nel III secolo d.C. il termine <em>ellenismos</em> venne a designare presso gli autori cristiani il paganesimo nel suo insieme e non semplicemente o esclusivamente la cultura dei Greci» (Savalli-Lestrade, 41). L<em>’identità</em> ritorna in una delle eredità più tenaci che il mondo antico abbia trasmesso al cattolicesimo, mascherata ma non distrutta dai tre monoteismi vincitori, se si pensa che «i discendenti degli dèi antichi sono i nostri santi e non il dio unico delle speculazioni filosofiche» (Troiani, 224). Bisogna sempre stare attenti al rischio di «adeguare  i Greci al nostro senso comune […];  una strada rassicurante che pone al riparo dal dover pensare il diverso e, più inquietante ancora, il diverso che ci appartiene, il diverso dentro di noi» (Lanza, 1462).<br />
Per quanto studiati, amati, imitati, i Greci rimangono un&#8217;alterità radicale rispetto al mondo che li ha sostituiti. Se dovessimo adeguarci ai loro parametri antropologici, politici, religiosi, rimarremmo sconcertati da un radicale antiumanismo, da un&#8217;oggettività implacabile e lontanissima dal nostro sentimentalismo, dal loro disprezzo verso i tristi e i malriusciti. Ogni tentativo di accostarci a essi deve dunque partire dall&#8217;ammissione della loro radicale distanza. Ma senza questa differenza non ci sarebbe la nostra identità.</p>
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		<title>Sul tempo della fisica</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 17:20:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Paul Davies I MISTERI DEL TEMPO L’universo dopo Einstein (About Time, Orion Productions 1995) Trad. di Elisabetta Del Castillo Mondadori, 2011 (1996) Pagine IX-345 Un enigma, certo, una questione tanto fondamentale quanto intricata. Ma il tempo è alla nostra portata. Ne possiamo comprendere in gran parte natura, strutture, fondamenti e conseguenze. Ci sono però alcune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Paul Davies</strong><br />
<em><strong>I MISTERI DEL TEMPO</strong></em><br />
<em><strong>L’universo dopo Einstein<br />
</strong></em>(<em>About Time</em>, Orion Productions 1995)<br />
Trad. di Elisabetta Del Castillo<br />
Mondadori, 2011 (1996)<br />
Pagine IX-345</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/04/davies.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10672" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="davies" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/04/davies.jpg" alt="" width="250" height="369" /></a>Un enigma, certo, una questione tanto fondamentale quanto intricata. Ma il tempo è alla nostra portata. Ne possiamo comprendere in gran parte natura, strutture, fondamenti e conseguenze. Ci sono però alcune condizioni per riuscirvi. Una di esse è riconoscere che il tempo non è unitario ma molteplice. Nessuna scienza da sola, nessun sapere isolato, nessuna metodologia esclusiva ed escludente possono comprendere la ricchezza dell’ontologia plurale di cui il tempo è fatto.<br />
Davies si muove tra il riconoscimento, seppur forzato, di tale molteplicità e la ricaduta costante in un fisicalismo che si preclude il suo stesso oggetto e che -peggio ancora- allude con disprezzo ad altre ermeneutiche del tempo. Da un lato, infatti, ammette che «l’evidente discrepanza tra tempo fisico e tempo soggettivo o psicologico» induce a «concludere che si perde qualcosa di essenziale, che un’ulteriore qualità del tempo rimane esclusa dalle equazioni, o che addirittura esiste <em>più di un tipo</em> di tempo» (pp. 316 e 8). E tuttavia a questa intuizione del tutto corretta si accompagnano giudizi davvero sbrigativi e sprezzanti nei confronti della filosofia, compresa la riflessione originaria che i Greci dedicarono al tempo. Ma è la forza stessa del problema che induce Davies ad ammettere i limiti della fisica: «Mi pare che vi sia un aspetto del tempo di grande rilevanza che abbiamo di gran lunga trascurato nella nostra descrizione del mondo fisico» (307). Tali limiti consistono in primo luogo in una concezione “bloccata” del tempo, la cui natura dinamica viene negata per la ragione che le equazioni di Newton e di Einstein sono indifferenti alla direzione del tempo. Anche la teoria dei quanti, soprattutto la teoria dei quanti, è del tutto atemporale; «infatti, in questa teoria, per uno stato quantistico tipico, <em>il tempo è semplicemente privo di significato</em>» (198). Anche se va detto che questo non è del tutto vero. Infatti, «se diamo credito alla meccanica quantistica, sembra che le leggi microscopiche della fisica non siano necessariamente reversibili. Il collasso della funzione d’onda è un processo che introduce un’intrinseca freccia del tempo nelle leggi della fisica: le funzioni d’onda collassano, ma non de-collassano»; in altri termini, «la misura quantistica è un processo che definisce una freccia del tempo: una volta fatta la misura, non si può tornare indietro. E questo è un mistero»<sup><a href="#1">1</a></sup><a href="#1"></a>.<br />
<span id="more-10668"></span>Quantistica o relativistica che sia, la fisica contemporanea è dunque parmenidea. È una fisica dell’essere e non del divenire: «Forse anche il flusso del tempo è solo il frutto di una sensazione e, quando fissiamo lo sguardo d’acciaio della razionalità sugli eventi del mondo, esso semplicemente scompare» (281). Un’affermazione profondamente eleatica che rende ingenuo e contraddittorio il giudizio che subito dopo viene formulato sul ragionare di Parmenide, definito un «argomento cavilloso» (282). Ma di ingenuità epistemologiche questo libro è pieno, e anche di scorrettezze metodologiche, come l’utilizzo del concetto kuhniano di “paradigma” senza che però <a href="http://www.biuso.eu/2011/12/01/kuhn/" target="_blank">Kuhn</a> venga mai citato.<br />
L’obiettivo del testo è chiaro: partire da Einstein, dalla sua rivoluzione nel modo di concepire il tempo, ma poi andare oltre Einstein e i suoi limiti. A questo fine non vengono nascosti -come accennavo- molti dei problemi fondamentali e apertissimi della fisica e della cosmologia: la rovinosa incostanza della “costante di Hubble”; il conflitto tra tempo bloccato e attimo fuggente; l’assurdità dell’esistenza di corpi astronomici più vecchi dell’intero universo; la possibilità e i paradossi dei viaggi nel tempo, pur aggirati dalla coerenza degli anelli causali; la potenza della freccia del tempo, in palese contraddizione con l’indifferenza al tempo delle equazioni matematiche che descrivono l’universo in modo totalmente simmetrico rispetto alla direzione del passato e del futuro; i possibili ed esiziali errori, messi in rilievo soprattutto da Halton Arp, a proposito del <em>redshift</em>: «Ma non potrebbe essere che l’idea di collegare il <em>red shift</em> alla recessione sistematica delle galassie celi al suo interno un errore? […] Se due oggetti con <em>red shift</em> molto diversi si trovano nello spazio uno accanto all’altro, allora la legge di Hubble perde credibilità, e l’intera base della cosmologia moderna, compresa l’espansione dell’universo e la data del Big Bang, si sgretola» (161-162).<br />
Di fronte a tali -e a numerose altre- difficoltà, bisognerebbe rinunciare al dogma della reversibilità assoluta e accettare invece che il tempo sia non soltanto <em>qualcosa di reale</em> ma che sia la <em>realtà stessa</em>. Il passato e il futuro sono reali non soltanto nel significato che la relatività dà loro -«A meno che non siate solipsisti, dalla natura relativa della simultaneità c’è un’unica conclusione razionale da trarre: gli eventi che si verificano nel passato e nel futuro devono essere altrettanto reali di quelli che si verificano nel presente» (70)- ma anche e soprattutto nel costituire sia la <em>materia</em> sia la <em>mente</em>. «L’esito positivo di questi esperimenti sui dipoli significherebbe che una particella fondamentale come il neutrone -un componente della materia ordinaria- possiede un’<em>intrinseca</em> orientazione temporale. Per estensione, la materia contenuta nell’universo possederebbe un piccolissimo, ma significativo, senso della direzione del tempo. Il passato e il futuro sarebbero impressi a livello fondamentale nella struttura della materia» (239).<br />
La materia è di per sé temporale e dunque lo è anche il nostro corpomente che di materia “ordinaria” è costituito: «se il flusso del tempo sta tutto nella mente, allora è probabile che la sua direzione coincida con la freccia del tempo, dal momento che è la freccia a determinare la direzionalità dei processi termodinamici nel cervello» (286)<span style="font-size: 10px;"><a style="vertical-align: super;" href="#2">2</a>.</span><br />
Il tempo è la trama del cosmo. Legato profondamente allo spazio, esso tuttavia non è spazializzabile. Lo confermano anche i numeri immaginari che Minkowski utilizza per calcolare le distanze spaziotemporali. Il fatto che tali numeri diventino necessari «quando calcoliamo alcuni intervalli spazio-temporali e non altri è un segno che spazio e tempo non si mescolano completamente tra loro. La presenza di <em>i</em> contraddistingue gli intervalli di tempo mentre la sua assenza indica che stiamo trattando separazioni spaziali: la distinzione è chiara. Quindi, anche se lo spazio di Einstein e il tempo di Einstein sono interconnessi nello spazio-tempo di Minkowski, lo spazio rimane tuttavia spazio e il tempo rimane tempo. Quest’ultimo potrà anche essere la quarta dimensione, ma non è una dimensione <em>spaziale</em>, come ci ricorda la presenza di quella <em>i</em>» (209) .<br />
Il tempo è il tessuto di cui è fatto il corpo umano consapevole di se stesso, la cui vita è intrisa di <em>ritmi</em> circadiani, di <em>frequenza</em> nel respiro, del <em>pulsare</em> del cuore, della <em>metabolizzazione</em> di energia sotto forma di ossigeno e di cibo. Tutti processi assolutamente reali, tutti processi temporali.<br />
Difficile sì, è dire il tempo. Ma non si dà in esso alcun mistero. Parola questa, <em>mistero</em>, che infatti nel titolo originale del volume non c’è.</p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p><a href="#2"> </a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p><a href="#2"> </a></p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#2"></a><a name="1"></a><sup>1</sup> S. Carrol, <em>Dall’eternità a qui. La ricerca della teoria ultima del tempo</em> (2010), Adelphi, Milano 2011, pp. 257 e 247.<br />
<sup><a name="2"></a>2</sup> L’epigrafe al capitolo IX, tratta da Peter Atkins, così recita: «Ogni cambiamento, freccia del tempo inclusa, punta verso la corruzione. L’esperienza del tempo consiste nell’adattamento dei processi elettrochimici che avvengono nei nostri cervelli a questo lento spostamento senza scopo verso il caos, mentre affondiamo nell’equilibrio e nella tomba» (215).</p>
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		<title>Corpo/Cultura</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 22:06:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La corporeità umana è un insieme inseparabile di natura, cultura e tecnica. La dimensione naturale fa del corpo un organismo che si pone in continuità con la struttura atomica, molecolare, biologica della Terra, delle piante, degli altri animali. Come essi, il corpo è sottomesso alle leggi fisiche di gravitazione, impenetrabilità, unicità spaziale; è sottoposto alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La corporeità umana è un insieme inseparabile di <em>natura</em>, <em>cultura</em> e <em>tecnica</em>.<br />
La dimensione naturale fa del corpo un <span style="color: #ff0000;"><strong>organismo</strong></span> che si pone in continuità con la struttura atomica, molecolare, biologica della Terra, delle piante, degli altri animali. Come essi, il corpo è sottomesso alle leggi fisiche di gravitazione, impenetrabilità, unicità spaziale; è sottoposto alle leggi chimiche dello scambio energetico e termico, alla regola universale dell’entropia; è soggetto alle leggi biologiche del metabolismo, della crescita, maturazione e decadenza, è ostaggio sin dall’inizio della morte.<br />
Come <span style="color: #ff0000;"><strong>cultura</strong></span>, il corpo è segnato dai simboli cosmici e politici, dai tatuaggi che riproducono le forze degli altri animali e degli dèi, dagli abiti che lo coprono, difendono, modellano e immergono nei gusti estetici e nei modi di fare quotidiani di un’epoca, un popolo, una società. Come cultura, il corpo è desiderato in sembianze anche estetiche e non solo sessuali e riproduttive; diventa modello per le forme nello spazio, per i colori sulle tele, per le narrazioni letterarie. Come cultura, il corpo è esibito nelle piccole e grandi occasioni sociali e nelle forme rituali collettive (la <em>hola </em>degli stadi, il ballo nelle discoteche, il corpo dell’attore nei teatri). Come cultura, il corpo è agglutinato nelle masse che manifestano, scioperano, scandiscono slogan a una voce che sembra sola ma che in realtà è il frutto del convergere di esclamazioni innumerevoli. Come cultura, il corpo è sacralizzato nei totem, nei crocifissi, nei corpi paramentati a festa dei sacerdoti. Come cultura, il corpo inventa le forme che percepisce nello spazio e le loro regolarità; elabora i colori -veri e propri significati virtuali del nostro cervello- e in generale le immagini che danno spessore e profondità alla nostra percezione. Come cultura, il corpo è guardato –e non solo percepito-, è ammirato, compianto, commentato, imitato, segnato dai giudizi degli altri corpi. Come cultura, il corpo <em>parla</em> e il suo dire, il suono fisico capace di esprimere il processo immateriale del pensare, incide a fondo, produce eventi, sconvolge luoghi, trasforma le esistenze, plasma la storia. Come cultura, persino i prodotti organici del corpo –saliva, lacrime, sudore- sono irriducibili alla dimensione soltanto biologica e indicano, invece, un intero mondo di emozioni e di significati.<br />
La corporeità è la nostra dimensione di enti finiti, la cui intelligenza consiste in gran parte nella comprensione del <span style="color: #ff0000;"><strong>bastione temporale</strong></span> oltre il quale al corpo –e quindi a noi- è impossibile andare.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Pluralità e interpretazione</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 09:52:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Aa. Vv. GIORNALE DI METAFISICA Pluralità e interpretazione Anno XXXIII (2011), nn. 1-2, Gennaio/Agosto Tilgher, Genova 2011 Pagine 320 Plurale ed ermeneutico è per sua natura il linguaggio. L‘uniformità unificante vorrebbe invece ridurre la pluralità dei parlanti a una «globanglizzazione» (D .Di Cesare, p. 17) sostenuta anche di recente da ministri, funzionari e decisori politici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Aa. Vv.<br />
<a href="http://www.tilgher.it/(h3dckx45pojngf55aqtn1145)/index.aspx?lang=ita&amp;tpr=2&amp;act=fscone&amp;id=424" target="_blank"><strong>GIORNALE DI METAFISICA</strong><br />
<strong> Pluralità e interpretazione</strong></a><br />
Anno XXXIII (2011), nn. 1-2, Gennaio/Agosto<br />
Tilgher, Genova 2011<br />
Pagine 320</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/GdM_2011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10414" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Cope Meta 2005-1" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/GdM_2011.jpg" alt="" width="115" height="167" /></a>Plurale ed ermeneutico è per sua natura il linguaggio. L‘uniformità unificante vorrebbe invece ridurre la pluralità dei parlanti a una «globanglizzazione» (D .Di Cesare, p. 17) sostenuta anche di recente da ministri, funzionari e decisori politici italiani, i quali sono convinti che la lingua sia uno strumento qualsiasi, mentre invece essa è «l’organo che articola il mondo» (20), tanto che «anche il più sottile imporsi di una lingua, non è l’imposizione di uno strumento come un altro, ma è piuttosto, e più profondamente, l’imposizione di un modo di articolare il mondo» (23). È per questo che ogni monismo linguistico uccidendo le lingue consuma le differenze e invece che creare un «paradiso comunicativo» produce «l’inferno culturale e […] il trionfo della stupidità» (26).<br />
Plurale ed ermeneutico è anche il prospettivismo nietzscheano, che non è una banale forma di relativismo proprio perché le opere di Nietzsche «forniscono dei criteri per discernere -<em>ex negativo </em>ed in positivo- il grado di validità delle varie prospettive» (S. Pastorino, 87). Si tratta di un prospettivismo vicino a quello che due fisici come Hawking e Mlodinow sostengono in un articolo pubblicato su <em>Le scienze</em> (dicembre 2010, p. 88), citato da P. Palumbo: «Non esiste un concetto di realtà indipendente da una teoria o dall’immagine che se ne ha. Adottiamo invece un punto di vista che chiamiamo realismo dipendente dal modello: l’idea che una teoria fisica o un’immagine del mondo sia un modello (in genere di natura matematica) con un insieme di regole che collegano gli elementi del modello alle osservazioni. Secondo il realismo dipendente dal modello non ha senso chiedersi se un modello sia reale, ma solo se concorda con le osservazioni. Se due modelli concordano con le osservazioni, nessuno dei due può essere considerato più reale dell’altro. Una persona può usare il modello più adeguato alla situazione che sta considerando» (138). Sono dei fisici, cioè dei veri scienziati, a mostrare l’ingenuità di non pochi filosofi tutti tesi a ‘<em>naturalizzare</em>’ sempre qualcosa: la mente, il linguaggio, la conoscenza. Ma che cosa è natura? Che cosa è realtà? La conoscenza umana passa sempre attraverso il corpomente che costruisce per se stesso percezioni, giudizi, significati. La materia è la materia della mente.<br />
<span id="more-10412"></span>Da Eraclito a Heidegger la filosofia consapevole della complessità semantica del mondo ha delineato un tentativo di comprensione che nessun riduzionismo scientista è in grado di attingere. Adriano Ardovino dedica un denso saggio ai seminari su Eraclito svolti da Eugen Fink e da Martin Heidegger. I temi principali sono identità/differenza, tempo/mondo, <em>Ereignis</em>/<em>Lichtung</em>, il fulmine.<br />
Heidegger non pensa dialetticamente identità e differenza come <em>pendant</em> l’uno dell’altra ma entrambe «come articolazione unitaria dello stesso» che non vuol dire uniformità ma piuttosto la reciproca «appartenenza (<em>Verhältnis</em>)  della distinzione (<em>Unterschied</em>)» (212).<br />
Che -diversamente da Fink- Heidegger individui in Eraclito un percorso non dal fuoco al <em>Logos</em> ma dal <em>Logos</em> al fuoco, vuol dire l’andare «dall’essere -attraverso il tempo- al mondo come appropriazione e diradamento» (222 e 214). Il mondo non è l’insieme naturalistico degli enti, non è la somma delle cose, non è il numero infinito delle circostanze. Il mondo è l’intersecarsi di <em>Ereignis </em>e <em>Lichtung</em>. Quest’ultima parola non ha a che fare con la luce -<em>Licht</em>- bensì con un diradare dinamico. Non quindi «nel senso, tendenzialmente statico e spazializzante, di “radura”, quanto in quello processuale e temporale di “diradamento”, del liberarsi di una qualche apertura» (217).<br />
Tutto questo è ben sintetizzato da Gadamer quando ricorda le parole incise sull’architrave della baita di Heidegger: <em>Tà de panta oiakìzei keraunòs</em>, «il fulmine governa ogni cosa» (fr. 64 di Eraclito); «Certamente in questa sentenza non viene inteso l’attributo del signore del cielo, attraverso cui egli fa tuonare le sue decisioni sulla terra, ma piuttosto l’improvviso e lampeggiante rischiararsi che rende di colpo ogni cosa visibile, ma in modo tale da essere di nuovo inghiottita dall’oscurità. Così almeno Heidegger legò le sue domande al senso profondo delle parole di Eraclito» (citato a p. 224).</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 87 – Marzo 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Mar 2012 15:10:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Bellissime le «istantanee dal cervello» presentate alle pagine 50-55 di questo numero di Mente &#38; cervello. Sembrano davvero delle opere d’arte astratta e forse questo significa che l’arte concettuale è la più autentica forma di realismo, quella mediante la quale la mente umana rappresenta se stessa, la propria capacità di generare mondi, colori, forme. Così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/MC_87_marzo_12.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-10302" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_87_marzo_12" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/MC_87_marzo_12.jpg" alt="" width="190" height="242" /></a>Bellissime le «<strong>istantanee dal cervello</strong>» presentate alle pagine 50-55 di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2012/02/21/news/marzo_2012-863454/" target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em></a>. Sembrano davvero delle opere d’arte astratta e forse questo significa che l’arte concettuale è la più autentica forma di realismo, quella mediante la quale la mente umana rappresenta se stessa, la propria capacità di generare mondi, colori, forme.<br />
Così potente e plasmabile è il cervello da essere continuamente sottoposto a tentativi di controllo e di manipolazione. <strong>L’agone politico, lo spettacolo e la pubblicità</strong> hanno esattamente questo scopo. Un nuovo strumento di dominio è la connessione costante che la Rete permette. Anche per suo tramite «veniamo sottoposti a una pubblicità onnipresente: questa distruttrice delle capacità attenzionali non è altro che un uso metodico, a fini commerciali, di astuti furti di attenzione» (C. André, p. 35). La <strong>dispersione mentale</strong> è uno dei rischi impliciti nel <em>multitasking</em> che caratterizza ormai i comportamenti di molti di noi: «La moltitudine di sollecitazioni rende invece carente la nostra mente: carente di calma, di lentezza, di continuità. Tre nutrimenti vitali per le capacità attenzionali» (Id., 36).<br />
<span id="more-10299"></span>Un’altra forma di violenza linguistica è il <strong>sarcasmo</strong>, compagno feroce dell’ironia. A esso è dedicato un divertente articolo che ne mostra la funzione filogenetica e sociale di sostituto della violenza fisica: «Possiamo sostenere quindi che se da un giorno all’altro scomparisse il sarcasmo dalla faccia della terra ricominceremmo a tirarci i sassi e le lance? “È molto probabile” risponde Casadio» (M. Barberi, 69). La violenza sociale viene giudicata nei tribunali, ai quali la ricerca neurologica sembra offrire un nuovo strumento d’esame: il <strong>neuroimaging</strong> capace di evidenziare «anomalie che potrebbero compromettere la capacità di controllo» (V. Rita, 78). Tra i più entusiasti sostenitori di queste tecniche ci sono Giuseppe Sartori e Pietro Pietrini, le cui perizie hanno contribuito in modo determinante a far ottenere degli sconti di pena in due casi di omicidio. Se ne era accennato anche <a href="http://www.biuso.eu/2011/12/14/mente-cervello-84-–-dicembre-2011/ " target="_blank">in un precedente numero della Rivista </a>e anche questo nuovo articolo conferma tutte le perplessità che tale approccio suscita. L’illusione del libero arbitrio è in realtà una delle testimonianze più chiare e radicali di quell’<strong>antropocentrismo</strong> che un libro di Giorgio Vallortigara, recensito da D. Ovadia, giustamente critica sul fondamento di «due dei concetti base delle neuroscienze moderne: che non esiste una scala gerarchica tra gli esseri viventi (e nemmeno tra i loro cervelli, come dimostrano alcuni esperimenti su polli o pappagalli che mostrano doti inaspettate in particolari compiti cognitivi) e che il cervello non è un organo affidabile e non è stato costruito per darci una fotografia veritiera della realtà: un bel bagno di relativismo per le nostre radicate convinzioni antropocentriche» (105).<br />
Una delle prove più potenti del fatto che la “realtà” è anche un frutto della nostra mente è il <strong>tempo</strong>, il quale è una costruzione insieme psichica, biologica e sociale. Il cervello utilizza una maggiore quantità di energia quando si trova ad affrontare situazioni, problemi, oggetti nuovi. Questo spiega per quale motivo «per i giovani il tempo scorra più lentamente: per loro gran parte delle esperienze sono nuove -e sono quindi registrate in memoria- mentre gli anziani, per cui molte esperienze sono già note e non sono quindi registrate dal cervello, hanno la percezione che il tempo scorra più velocemente. I tempi delle nostre azioni e la percezione del tempo sono dunque in gran parte legati a una dimensione biologica» (A. Oliverio, 18). Anche le rappresentazioni spaziali del tempo, delle quali giustamente <strong>Bergson</strong> e <strong>Heidegger</strong> mostrano l’insufficienza e i rischi, sono radicate nel corpomente: «Le rappresentazioni dello spazio sono infatti fondamentali per raffigurare il tempo. Ci rappresentiamo il tempo “spazializzandolo” tramite artefatti culturali come gli orologi, le clessidre, i calendari. Inoltre descriviamo con i gesti le relazioni temporali e ci affidiamo a parole che indicano lo spazio -davanti, dietro, lungo, corto- per indicare ordine e lunghezza degli eventi» (<em>Ibidem</em>). È anche per questo che è così difficile pervenire a una comprensione del tempo puro. Ma senza tale comprensione non capiremo mai che cosa veramente siamo.</p>
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		<title>L&#8217;Altro</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2012 17:35:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il primo dogma dell’amore è l’esistenza dell’altro, il suo primo errore è credere che tale esistenza sia reale. E invece la realtà è una molteplicità frammentata, sfaccettata, irriducibile allo sguardo, al concetto e all’azione: «Così il breve tragitto delle sue labbra verso la guancia di Albertine crea dieci Albertine, e trasforma un banale essere umano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il primo dogma dell’amore è l’esistenza dell’altro, il suo primo errore è credere che tale esistenza sia reale. E invece la realtà è una molteplicità frammentata, sfaccettata, irriducibile allo sguardo, al concetto e all’azione: «Così il breve tragitto delle sue labbra verso la guancia di Albertine crea dieci Albertine, e trasforma un banale essere umano in una dea dalle molte teste» (Beckett, <em>Proust</em>, SE 2004, p. 37), tanto che quando l’avrà perduta il Narratore dice a se stesso  che «pour me consoler, ce n’est pas une, c’est d’innombrables Albertine que j’aurais dû oublier» (<em>À la recherche du temps perdu</em>, Gallimard, Paris 1999, p. 1693).<br />
Perché accade questo? Che cosa fa dei corpi altrui, posti davanti a noi, aperti al nostro sguardo, pronti alla conversazione, a volte intrecciati nelle mani, nella bocca, negli organi genitali, che cosa li mantiene sideralmente distanti? Non lo spazio, è evidente, ma il tempo. Analizzando la natura temporale dell’amore Proust disvela, come nessun altro artista o filosofo ha mai fatto, la ragione per la quale si tratta di un sentimento tragico.</p>
<p style="text-align: justify;">«Et je comprenais l’impossibilité où se heurte l’amour. Nous nous imaginons qu’il a pour objet un être couché devant nous, enfermé dans un corps. Hélas! Il est l’extension de cet ètre à tous les points de l’espace et du temps que cet être a occupés et occupera. Si nous ne possédons  pas son contact avec tel lieu, avec telle heure, nous ne le possédons pas. Or nous ne pouvons toucher tous ces points» (<em>Recherche</em>, p. 1677). E ancora: «Et pourtant, je ne me reandais pas compte qu’il y avait longtemps que j’aurais dû cesser de voir Albertine, car elle était entrée pour moi dans cette période lamentable où un être, disséminé dans l’espace et dans le temps, n’est plus pour nous une femme, mais une suite d’événemets sur lequels nous ne pouvons faire la lumière, une suite de problèmes insolubles, une mer que nous essayons ridiculement, comme Xerxès, de battre pour la punir de ce qu’elle a englouti. Une fois cette période commencée, on est forcément vaincu» (<em>Recherche</em>, p. 1680). E definisce l’amore come «l’espace et le temps rendus sensibles au cœur» (<em>Recherche</em>, p.  1893).</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro è una meta irraggiungibile, foriera di angoscia, gettata nell’attesa, intessuta di gelosia, sciolta nell’acido di quei sospetti nei quali immergiamo ogni evento ricordato. Questo è il lavoro della mente amorosa, l’incessante attività di un’ermeneutica della diffidenza che nessuna certezza potrà mai conseguire poiché tale sicurezza ha come condizione l’intero temporale nel quale l’altro distende il proprio corpo negli anni. Il ricordo incessante della persona che amiamo diventa così l’abitudine all’angoscia che la sua inevitabile distanza rappresenta. Abitudine che è una delle figure temporali più potenti e pervasive dell’esistenza umana.<br />
Per Proust la via d’uscita, l’unica, non è etica né psicologica. È la parola. La scrittura ci libera dall’assurdo dei giorni e dei sentimenti assurdi per trasfigurare giorni e sentimenti nella parola che salva: «Comment a-t-on le courage de souhaiter vivre, comment peut-on faire un mouvement pour se préserver de la mort, dans un monde où l’amour n’est provoqué que par le mensonge et consiste seulement dans notre besoin de voir nos souffrances apaisées par l’être qui nous a fait souffrir?» (<em>Recherche</em>, p. 1673).</p>
<p style="text-align: justify;">[A Proust, in particolare alla <a href="http://www.vitapensata.eu/2012/03/12/beckettproust/" target="_blank">lettura beckettiana della <em>Recherche</em></a>, è dedicato uno degli articoli del numero 14 -marzo 2012- di <em><a href="http://www.vitapensata.eu" target="_blank">Vita pensata</a></em>, dove si trovano anche le traduzioni dei brani citati]</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>La montagna incantata</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 20:09:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(Der Zauberberg, 1924) di Thomas Mann Trad. di Bice Giachetti-Sorteni Dall’Oglio editore, Milano 1980 Due volumi &#8211; Pagine 379 e 406 &#160; Un libro immenso e inquietante, che descrive lo spazio della storia in un luogo e in un istante particolari i quali però assumono una dimensione metatemporale. Il tempo è al centro dell’opera, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">(<em>Der Zauberberg</em>, 1924)<br />
di <strong>Thomas Mann</strong><br />
Trad. di Bice Giachetti-Sorteni<br />
Dall’Oglio editore, Milano 1980<br />
Due volumi &#8211; Pagine 379 e 406</p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/zauberberg.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10079" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="zauberberg" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/zauberberg.jpg" alt="" width="218" height="368" /></a>Un libro immenso e inquietante, che descrive lo spazio della storia in un luogo e in un istante particolari i quali però assumono una dimensione metatemporale. Il tempo è al centro dell’opera, come in Proust. Ma diversamente da Proust non c’è qui alcuna tensione verso la memoria. Piuttosto, c’è l’ambizione di un tempo puro, di un tempo altro. Il tempo non vi è calcolato ma viene esperito nella sua neutra immediatezza, per la quale «anni densi di avvenimenti trascorrono molto più lentamente di altri poveri, vuoti, leggeri, che il vento soffia via. […] Una uniformità ininterrotta abbrevia grandi periodi di tempo in un modo incredibile e spaventoso» (Vol. I, p. 116). Nonostante secoli di cristianesimo, la rappresentazione del tempo torna a farsi circolare e soprattutto diventa rispettosa del suo enigma, del suo essere «un mistero privo di essenza, inafferrabile e potente» (II, 5).<br />
In questa temporalità senza tempo si svolge l’iniziazione di Hans Castorp alla vita. Uomo semplice, borghese senza eccessivi conflitti e aspirazioni, Castorp si trova a partecipare al grande spettacolo della conoscenza e della morale. Il mondo in cui si muove è un teatro tutto letterario e <em>proprio per questo</em> veramente reale. Una pervasiva ironia e una scettica ambiguità danno voce e carne ai grandi princìpi, agli archetipi, ai concetti. E tutto ciò senza che i personaggi nei quali idee, archetipi e concetti prendono corpo e forma risultino minimamente artificiosi.<br />
Il romanzo è immerso in un’atmosfera nichilistica ben riassunta dalle parole di Clawdia Chauchat: «<em>Il nous semble qu’il est plus moral de se perdre et même de se laisser dépérir que de se conserver</em>» (I, 376; il corsivo e il francese sono dell’Autore). Nell’incontro e nel conflitto tra Occidente e Oriente, pensiero e natura, ragione e magia -conflitto che attraversa l’intero romanzo- Hans Castorp catalizza intelletto e corporeità, si fa testimone e vittima della dissoluzione di un mondo, dell’Europa alle soglie del suicidio, alla vigilia della Prima guerra mondiale.<br />
Insieme a lui vivono altre allegorie: la mediocrità volgare della signora Sthör; la regalità dionisiaca di Peeperkorn «sacerdote danzante» (II, 254); la lucidità umanistica di Settembrini, per il quale la parola è civiltà; il radicalismo religioso e comunistico di Naphta, che unifica Gregorio Magno e la dittatura del proletariato in una palingenesi millenaristica; il militarismo obbediente e devoto alla bandiera di Gioachino; il bonario ed eccentrico dottor Behrens. È un universo di comportamenti e di caratteri che rendono il sanatorio di Davos una metafora del mondo, con tutto il suo male, la sua stoltezza, la sua violenza.<br />
<span id="more-10076"></span>Il «monte del peccato» (II, 402) è una piovra continuamente tesa ad afferrare altre vittime tra i suoi tentacoli, è un trionfo della morte nella morte del tempo. Non a caso l’improvviso ritorno di Castorp in pianura a causa della tragedia bellica acquista quasi un senso di rinascita dopo la costante dissoluzione vissuta sulla montagna incantata. Al di sopra, eppure, sembrano rimanere incontaminati, dietro l’apparenza di un’intima partecipazione al male, la misteriosa antica bellezza di Clawdia e la calma tollerante di Hans. I dialoghi tra loro due e Peeperkorn sono singolari e perturbanti ma testimoniano di una lucida razionalità, di uno sceverare l’interiorità fin nei più reconditi meandri, di un amore verso la «forma» che non è «pedanteria» ma umana civiltà (I, 377). Clawdia rimane tuttavia una venere tartara e indolente, Hans un preoccupante figlio della vita troppo facilmente attratto dall’ambigua grandezza della <strong>morte</strong>, dell’<strong>amore</strong>, della <strong>malattia</strong>. Una triade costante nella poetica di Thomas Mann, per il quale il corpo è a volte una cosa sola con il <em>Geist</em>, altre è invece principio di dissolutezza.<br />
<em>Der Zauberberg</em> è intriso di una palpitante luminosità, che si racchiude e si schiude nel finale del romanzo, quando in mezzo a rumori di sfacelo e a bagliori di guerra germina la luce di un sentimento d’amore legato alla «festa mondiale della morte» ma che al di là del «malo delirio che incendia intorno a noi la notte piovosa» (II, 406) ha saputo essere pura forma di una bellezza antica.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Tempo debito</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 16:26:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In Time di Andrew Niccol USA, 2011 Con Justin Timberlake (Will Salas), Amanda Seyfried (Sylvia Weis), Cillian Murphy (Raymond Leon), Vincent Kartheiser (Philippe Weis), Olivia Wilde (Rachel Salas), Alex Pettyfer (Fortis) Trailer del film Venticinquenni. Gli umani appaiono tutti al massimo venticinquenni. Sono infatti geneticamente programmati per rimanere sempre fermi a questa età. Compiuta la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>In Time</strong></em><br />
di <strong>Andrew Niccol</strong><br />
USA, 2011<br />
Con Justin Timberlake (Will Salas), Amanda Seyfried (Sylvia Weis), Cillian Murphy (Raymond Leon), Vincent Kartheiser (Philippe Weis), Olivia Wilde (Rachel Salas), Alex Pettyfer (Fortis)<br />
<a href="http://www.mymovies.it/film/2011/intime/trailer/" target="_blank"> Trailer del film</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/in_time.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-10012" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="in_time" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/in_time-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" /></a>Venticinquenni. Gli umani appaiono tutti al massimo venticinquenni. Sono infatti geneticamente programmati per rimanere sempre fermi a questa età. Compiuta la quale, però, possiedono ancora soltanto un anno di vita e poi saranno “azzerati”. A meno che riescano a guadagnare o a rubare del tempo. L’implacabile timer che appare sul loro braccio sinistro segna l’abbreviarsi e l’allungarsi della vita di ciascuno. In questo futuro distopico si viene quindi pagati non in danaro ma in minuti, ore, giorni. E tutto ciò che si compra lo si acquista con la stessa moneta. Il tempo è diventato danaro, alla lettera. Ma queste norme non valgono per tutti. Un&#8217;élite ben protetta e rinchiusa nel suo quartiere elegante e dorato possiede un patrimonio temporale che avvicina molti dei suoi membri all’immortalità. E il sistema viene naturalmente difeso dalla polizia dei <em>guardiani del tempo</em>. La ragione di tutto questo sembra risiedere in un eccesso demografico che non potendo garantire a tutti gli umani la sopravvivenza deve periodicamente eliminarne un buon numero.<br />
La madre di Will Salas muore a causa di un banale <em>contrattempo</em>; è in quel momento che il figlio decide di utilizzare il secolo di vita regalatogli da un immortale per combattere contro l’aristocrazia chiusa nel suo fortino e per donare tempo/vita a tutti. In quest’impresa sarà aiutato da Sylvia, figlia di uno dei più grandi magnati della finanza temporale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea alla base del film è molto intrigante. La realizzazione segue troppo tuttavia i canoni spettacolari e ottimistici del cinema hollywoodiano, risultando spesso banale. Non mancano inoltre varie evidenti incongruenze e ingenuità narrative. Apprezzabile, invece, è la chiara struttura metaforica dell’opera, che in realtà non parla del futuro ma di noi, oggi. Noi che siamo sempre più dominati da un’oligarchia finanziaria mondiale che gode di patrimoni inconcepibili mentre invece interi popoli -la Grecia, ad esempio- vengono ridotti con assoluto cinismo alla fame e alla rovina. Karl Marx sostiene che il plusvalore, ciò da cui proviene il profitto del capitale, si genera dal <em>tempo/lavoro</em> sottratto ai produttori. Questo film esprime un’idea analoga. In un articolo pubblicato sul numero 16 (febbraio 2012, pp. 4-5) di <em>Alfabeta2 </em>(<a href="http://www.alfabeta2.it/2012/02/02/sommario-del-n-16-febbraio-2012/" target="_blank">«Un tremendo futuro alle spalle? Archeologia della dittatura finanziaria»</a>) Federico Campagna scrive che «fu grazie a una politica spericolata di prestito sulla vita dei lavoratori che gli sforzi titanici dell’industrializzazione europea divennero possibili nel XVIII e XIX secolo. Il sistema salariale forniva, poi, ai debitori (i capitalisti e lo Stato) un metodo vagamente legittimo di pagamento del debito. Tuttavia i salari non potevano mai coprire gli interessi sul prestito illimitato di tempo e di lavoro sulla vita dei lavoratori. […] Mancando la possibilità di appartenere a una collocazione fisica, la categoria di debito trova il suo posto nell’orizzonte del tempo. La sua posizione nella linea del tempo, comunque non è stabile. […] Per definizione il debito può esistere solo in una rincorsa incessante della propria coda, come un obiettivo mancato». Il risultato <em>qui e ora</em> di questo tempo/debito? «L’antropologo anarchico David Graeber ha notato recentemente una cosa: dato che il debito è una promessa, quando gli Stati europei hanno dovuto scegliere se rompere la loro promessa con i banchieri o con i loro popoli hanno scelto senza esitazione la seconda opzione». È questo il fondamento delle politiche di Mario Monti, di Angela Merkel, di Nicolas Sarkozy, di Barack Obama, dei governanti ellenici. Burattini politici in mano alla finanza mondiale, ladri di tempo, di lavoro e di risorse che sottraggono alle loro nazioni in recessione per donarle alle banche e ai santuari mondiali della finanza. Basti pensare che la Banca Centrale Europea ha erogato un prestito di 500 miliardi di euro alle banche europee con il tasso dell’1% mentre poi le banche stesse applicano tassi molto alti ai loro debitori, praticando inoltre una politica creditizia assai rigida. Quei governanti sono dunque traditori dei loro popoli.<br />
Uno dei fondamenti del film di Niccol è l’idea darwiniana della sopravvivenza del più forte. Emblematico l’episodio in cui Will e Sylvia si trovano davanti alla cassaforte nella quale è conservato un patrimonio di un milione di anni. La ragazza intuisce che il numero della combinazione è questo: 12021809, la data della nascita di Darwin. Come si vede, <em>de te fabula narratur</em> (Orazio, <em>Satire</em>, I, 1, 69).</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Per un’analisi più estetico-tecnica del film, consiglio la puntuale recensione di Mario Gazzola su <a href="http://www.posthuman.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=331&amp;Itemid=1" target="_blank">posthuman.it</a></p>
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		<title>Sein zum Tode</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 10:12:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[esistenza]]></category>
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		<category><![CDATA[musica contemporanea]]></category>
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		<category><![CDATA[Wille zum Leben]]></category>

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		<description><![CDATA[Passacaglia &#8211; Allegro Moderato, dalla Sinfonia N. 3 di Krzysztof Penderecki (1995) Ecco un brano che descrive in modo cronologico ed esatto l’esistenza umana. È costruito su un ostinato che è una delle migliori rappresentazioni del Wille zum Leben, di questa volontà cieca, pervasiva e senza senso che si genera nel buio di un incontro, esplode [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>Passacaglia &#8211; Allegro Moderato</strong></em>, dalla<em><strong> Sinfonia N. 3</strong></em><br />
di <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Krzysztof_Penderecki" target="_blank">Krzysztof Penderecki</a><br />
</strong>(1995)</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco un brano che descrive in modo cronologico ed esatto l’esistenza umana. È costruito su un <em>ostinato</em> che è una delle migliori rappresentazioni del <em>Wille zum Leben</em>, di questa volontà cieca, pervasiva e senza senso che si genera nel buio di un incontro, esplode nella giovinezza potente, altera e lontana da ogni pensiero della morte. Declina poi nella malinconia di un’appresa finitudine. Precipita infine in quel gorgo della suprema pace nel quale ogni precedente evento -felice o angosciante, banale o coinvolgente che <em>sia stato</em>- si acquieta nella totalità del silenzio.</p>
<p><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/Penderecki_-Orchestral-Works-Vol.-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-9992 alignleft" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Penderecki_ Orchestral Works Vol. 1" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/Penderecki_-Orchestral-Works-Vol.-1-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/Prokofiev_Cello.jpg"></a><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/Ligeti_-Hamburg-Concerto-Double-Concerto-Requiem-Ramifications.jpg"></a><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/Land-1975-2002-Remastered.jpg"></a></p>
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