in Giornale di Metafisica
n. 32
1/2010 – Luglio 2010
Pagine 29-52

Abstract
Time is the tissue of which matter and minds are made, although it cannot be reducible to mere consciousness or to pure movement of things. Its multiple, heterogeneous, qualitative, unextended and continuous structure makes every physicalistic approach absolutely partial. A phenomenologic perspective can, instead, perceive in time the true root of mind and its complexity. Space, time and mind are, in fact, semantic realities, understanding of which makes an answer to many ontological questions possible.
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Recensione a:
David Hume
Sul suicidio e altri saggi
(pagine 169-170; liberamente scaricabile in formato pdf)
In sanscrito la radice della parola tempo fa riferimento all’illuminare e al bruciare. Fa riferimento dunque al fuoco degli astri e all’illuminazione interiore. Inseparabili. È il nostro corpo, infatti, a essere unito alla rotazione della Terra, al movimento del cuore e dei liquidi fisiologici, al moto della coscienza tra memorie e attese, alla trasformazione incessante delle strutture collettive. Il tempo è αἰών, stabilità ed eternità della materia, ed è καιρός, opportunità dell’istante nel quale cogliere la potenza del presente. Il tempo è un orologio dall’incessante e identico moto circolare ed è la freccia entropica, irreversibile e destinata alla morte termica. Temporalità è la durata interiore che rende presente tutto il sinora vissuto, ben diversa dall’istante che attraversa lo spazio attuale. Temporalità è l’impero dei segni, dei suoni, della scrittura, delle parole, il cui senso non è possibile senza un ordine esatto del prima e del poi. Un proverbio indiano afferma che se un umano dice il tempo passa, il tempo potrebbe rispondere l’uomo passa. Ma la realtà è che il dispositivo temporale dice di sé e del mondo: Ecco, passo. Il tempo rimane un oltre, sempre.
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23 giugno 2010
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Goya e il mondo moderno
Milano – Palazzo Reale
Sino al 27 giugno 2010

Goya o del presente. L’artista aragonese spezza la tradizione che fa dei ritratti e dei paesaggi uno strumento apologetico del potere o una semplice manifestazione emotiva del pittore. Con lui la realtà comincia a sfaldarsi, a transitare nel sogno, a diventare ciò che è: l’incontro della materia con la mente e della mente con gli eventi. E dunque con il tempo. Non c’è nulla di immutabile e fermo in questa pittura che trascorre dalla luce chiara eppur ironica delle opere giovanili -quasi una mescolanza di Canaletto e Francesco Guardi- al realismo sociale, per arrivare alla potenza dell’orrore, della guerra, della violenza, della morte. La serie di incisioni dal titolo Disparates descrive I disastri della guerra col linguaggio dell’incubo e di una notte insensata e pittoresca, tramite una congiunzione del terribile con il comico che è la cifra di ciò che chiamiamo “grottesco”. Goethe scrisse che, se visti dall’altezza della ragione, la vita appare una malattia e il mondo un manicomio. E sono esattamente questa vita e questo mondo che Goya disvela nella loro chiara e dolente assurdità.
I titoli delle cinque sezioni in cui la mostra è divisa rappresentano una sintesi del suo viaggio al termine della notte: Il lavoro del tempo. I ritratti – La vita di tutti i giorni – Comico e grottesco – La violenza – Il grido. In ciascuna di esse le opere di Goya si accompagnano a quelle dei tanti che dopo di lui a lui si ispirarono, spesso in modo esplicito e con un’ammirazione senza limiti. Guernica sarebbe stata impensabile senza l’urlo di Goya. Il sarcasmo feroce di Otto Dix e di John Heartfield attingono a piene mani alla sua opera. Tra Goya e Bacon la continuità è evidente e profonda, in particolare nell’intuizione della temporalità che intesse ogni corpo e alla materia dà labile consistenza.
Un Settecento buio, un progresso dell’orrore che Horkheimer e Adorno hanno condensato in un celebre incipit: «L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura» (Dialettica dell’illuminismo, Einaudi 1982, p. 11). Di questa sventura che è di tutte le epoche, perché è l’umano, Goya ha colto il segreto e lo ha reso luce.
aprile 2010
Eugène Minkowski
Il tempo vissuto.
Fenomenologia e psicopatologia
(Le temps vécu. Études phénoménologique et psycopatologiques [1933], 1968)
Trad. di Giuliana Terzian
Revisione e cura del testo di Anna Maria Farcito
Introduzione di Federico Leoni
Prefazione di Enzo Paci
Nuova edizione
Einaudi, Torino 2004
Pagine XXXIX-401

Il tempo/spazio costituisce l’esperienza fondamentale dell’umano e del suo stare al mondo, è «per ognuno di noi il problema più vivo, più personale» (pag. 5). Anche per questo la radice profonda e l’espressione immediata delle psicopatologie non può che coinvolgere la sua percezione e rappresentazione. Il distacco dalla realtà, qualunque forma essa assuma, è un distacco dal fondamento temporale della vita umana. Leggi il seguito »
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14 aprile 2010
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aprile 2010
La morte
di Vladimir Jankélévitch
(La Mort, Flammarion, Paris 1977 [1966] )
Trad. di Valeria Zini
A cura di Enrica Lisciani Petrini
Einaudi, Torino 2009
Pagine XXXVI-474

Tra le tante sciagure dell’esistenza, almeno una ci è stata risparmiata: nessuno conosce con certezza la data del proprio morire. I Greci attribuiscono a Prometeo questo dono. Lo attribuiscono non a caso al titano che regalò agli umani la tecnica. Due modi questi -tecnica e ignoranza del morire- che consentono alla specie di affrontare ogni giorno l’esserci. Di questo mito Jankélévitch afferma che esso «ci concede (…) una modalità del futuro illusoria» (pag. 142). Leggi il seguito »
marzo 2010
LIRE, Marcel Proust
Hors-Serie n. 8
Paris, 2009
Pagine 98

«En fait, Proust est un auteur simple, c’est la réalité qui est complexe», afferma Jean-Yves Tadié nell’intervista rilasciata per questo numero monografico di Lire (pag. 19). Numero bellissimo per le splendide fotografie, per le tante notizie e soprattutto per la ricchezza delle analisi.
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Sabato prossimo presenterò a Palermo La mente temporale.
A invitarmi è la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” e l’incontro avrà come titolo:
Mente e corpo nell’epoca dell’intelligenza artificiale: un intreccio inestricabile.
L’appuntamento è per le ore 20.00 di sabato 13 marzo 2010 presso la nuova sede della Scuola “G. Falcone” in via Principe Belmonte 47 (all’altezza della statua di Ignazio Florio).
L’incontro inizierà puntualmente alle ore 20 e si concluderà alle 21,30. Se qualcuno volesse prolungare la conversazione in trattoria dovrebbe prenotarsi non più tardi di 48 ore prima presso Augusto Cavadi ( acavadi@alice.it ).
marzo 2010
FUROR LOGICUS
L’eternità nel pensiero di Emanuele Severino
di Marco de Paoli
Franco Angeli, Milano 2009
Pagine 175

In tutto ciò che esiste c’è un bisogno profondo -consapevole o meno non importa- di durare, di essere ancora. Molte saggezze di varie latitudini e tempi lo sanno e lo insegnano. Si può dire anzi che l’intero edificio dei simboli umani come delle strutture biologiche o delle concrezioni della materia costituisca l’espressione di questo bisogno. Del tutto naturale, quindi, del tutto comprensibile. Ma può la filosofia, questo sguardo anche disincantato e onesto sulle cose, farsi partecipe di tale bisogno sino a costruire se stessa su di esso? Sino a fare del furor logicus uno strumento di illusione, di stabilità, di eterno là dove eterna è non la durata ma semmai il divenire?
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La pace è un istante, la guerra è sempre. L’illusione della pace è il cadavere del pensiero. Il parmenidismo applicato ai rapporti umani -individuali e collettivi- è in realtà una necrofilosofia. La stasi è una consolazione per i deboli di cuore, per coloro che hanno timore della vita e del suo pulsare. Il tempo -il pólemos che scorre sempre e non si ferma mai- è per quanti accolgono la grandezza e il dolore del divenire. Certo, oltre il tempo si dà ancora essere. Ma è l’Indicibile.
Sento lo scorrere delle ore, dei giorni, in un modo fisico. Vorrei, spesso, fermare questo fiume che non conosce soste, rallentamenti, accelerazioni. Mi sembra di vedere quasi l’avvicinarsi della fine e vorrei immergermi sereno in un attimo immobile. Tutto questo accade perché percepisco con chiarezza la temporalità del mio corpo, il fluire dei suoi liquidi, l’avanzare della sua potenza e del suo tramonto.
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31 gennaio 2010
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in Siculorum Gymnasium
Anno LVIII-LXI (2005-2008)
«Studi in onore di Nicolò Mineo»
Catania, 2009
Tomo I – pagine 255-267

NOUVELLE ÉCOLE
LES GRECS
Numéro 58 – Année 2009
Éditions du Labyrinthe
Paris, 2009
Pagine 168

Per i Greci morire non è la cessazione del respiro ma la cessazione della luce; i poemi omerici ripetono in modo ossessivo la formula “vivere e vedere la luce del Sole”. I Greci sono uomini che convivono con gli dèi invece che porli in una alterità che col pretesto di rendergli onore in realtà uccide il divino. Marcel Conche afferma con piena ragione che «le dieux sont dans le monde, associès aux hommes pour diriger les cités. Quant au dieu au singulier, il est immanent au devenir universel et en est le rythme même» (p. 11). Che a dispetto e al di là di ogni differenza, «le dieux et les hommes aient une même origine» (J. Haudry, 41) è dovuto anche al dominio che su di loro, su tutti loro, esercita il tempo.
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CALDER
Roma – Palazzo delle Esposizioni
Sino al 14 febbraio 2010

D’aria e di fil di ferro sono fatte le prime sculture di Alexander Calder, quasi impalpabili eppure materiche. A rappresentare animali, volti, eventi, miti (splendidi davvero Ercole e il leone e Romolo e Remo). Poi l’invenzione dei Mobiles, sculture non germinate dalla terra ma arrivate dal cielo. Opere che il vento muove e che sono dunque ogni volta rinnovate nello spazio. Vi si affiancano le grandi Stabiles come il magnifico Tree che sembra trasformare in vita l’inorganico.
Più lieve è il mondo, più aerea la bellezza da quando questo tra i massimi scultori di sempre ha sradicato le opere dalla loro morta fissità e le ha rese movimento, gioco, volo. Come il grande mobile appeso al tetto e intitolato a una data: Le 31 Janvier. C’è qualcosa di ancestrale e di profondo in queste opere, come la rivelazione di ciò che la materia è davvero: non sostanza, sostrato, permanenza, costanza, ma spazio che si dilata, apre, trasforma, cangia, splende, a dire la propria identità col tempo.
Una sezione della mostra espone le fotografie dedicate a Calder da Ugo Mulas, nelle quali il «gigante bambino» è una cosa sola con le sue opere, con l’aria.
dicembre 2009

«La medicina, data la complessità e le variabili del corpo umano, non può essere una scienza esatta» (P. Garzia, p. 32). È questa, probabilmente, la chiave più plausibile per ragionare sul miracoloso. Che cosa c’entra? Molto. Leggi il seguito »
novembre 2009
di Aa.Vv.
A cura di Hans-Peter Reichmann
Giunti Arte Mostre Musei, Firenze-Milano 2007
Pagine 382

Plato is Philosophy and Philosophy is Plato. L’affermazione di Emerson potrebbe essere volta in questa forma: Kubrick is Cinema and Cinema is Kubrick. La perfezione tecnica, la forza delle immagini, l’unitarietà del percorso che da Day of the Fight (1951) conduce a Eyes Wide Shut (1999), la continua innovazione e un classicismo fuori dal tempo, sono alcune delle ragioni che giustificano l’identificazione tra Stanley Kubrick e l’arte cinematografica.
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Pubblicato giorno
30 novembre 2009
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