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«La mente temporale» a Palermo

Sabato prossimo presenterò a Palermo La mente temporale.
A invitarmi è la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” e l’incontro avrà come titolo:
Mente e corpo nell’epoca dell’intelligenza artificiale: un intreccio inestricabile.

L’appuntamento è per le ore 20.00 di sabato 13 marzo 2010 presso la nuova sede della Scuola “G. Falcone” in via Principe Belmonte 47 (all’altezza della statua di Ignazio Florio).

L’incontro inizierà puntualmente alle ore 20 e si concluderà alle 21,30. Se qualcuno volesse prolungare la conversazione in trattoria dovrebbe prenotarsi non più tardi di 48 ore prima presso Augusto Cavadi ( acavadi@alice.it ).

Furor logicus

FUROR LOGICUS
L’eternità nel pensiero di Emanuele Severino

di Marco de Paoli
Franco Angeli, Milano 2009
Pagine 175

In tutto ciò che esiste c’è un bisogno profondo -consapevole o meno non importa- di durare, di essere ancora. Molte saggezze di varie latitudini e tempi lo sanno e lo insegnano. Si può dire anzi che l’intero edificio dei simboli umani come delle strutture biologiche o delle concrezioni della materia costituisca l’espressione di questo bisogno. Del tutto naturale, quindi, del tutto comprensibile. Ma può la filosofia, questo sguardo anche disincantato e onesto sulle cose, farsi partecipe di tale bisogno sino a costruire se stessa su di esso? Sino a fare del furor logicus uno strumento di illusione, di stabilità, di eterno là dove eterna è non la durata ma semmai il divenire?

Anche da queste domande prende avvio lo studio ampio, analitico, vivacissimo e rigoroso che Marco de Paoli dedica alla filosofia di Emanuele Severino, al suo mutare e permanere, alla sua evoluzione da posizioni meno rigide all’attuale convinzione della impossibilità «non solo che un ente venga dal nulla e vada nel nulla, ma anche (…) che un ente possa trasformarsi in modo da essere qualcos’altro rispetto a ciò che era prima» (pag. 25), fino al punto da considerare nichilistica l’intera «filosofia greca, che in realtà ha detto che le cose mutano ma mai che passino dal nulla all’essere» (120). E, insieme ai Greci, nichilistico sarebbe l’intero cammino del pensiero, ovunque sia stato dato, ogni volta che sia stata riconosciuta la realtà della trasformazione. E se lo stesso Parmenide, da un ritorno al quale il cammino di Severino ebbe inizio, riconosce che «gli enti singoli interni al cosmo non sono affatto eterni» (29), l’unica voce di verità rimarrebbe quella dello stesso Severino. Cosa di per sé non contraddittoria né implausibile se fosse fondata su argomenti irrefutabili. Ma così non è e questo libro lo dimostra in modo convincente.

De Paoli riconosce senz’altro la forza teoretica e logica di Severino, ammette di essere ammirato da una posizione metafisica così lontana da relativismi di varia natura, sa che qui ci si trova di fronte a un vero filosofo il cui libro Destino della necessità «è collocabile fra le grandi opere della filosofia del XX secolo» (15). L’Autore ha una tale, profonda familiarità col pensiero che sta indagando da consentirgli di tracciarne l’eccellente sintesi che segue:

La fede occidentale -che nasce con la filosofia greca- nella pretesa evidenza del divenire come passaggio fra il nulla e l’essere ha portato, in un processo di progressiva radicalizzazione, alla distruzione progressiva di tutti gli immutabili originariamente posti per arginare l’angoscia del divenire, e al contempo ha consentito lo sviluppo della tecnica come volontà dell’uomo -che è volontà di potenza- di guidare egli stesso il passaggio delle cose fra l’essere e il nulla, ciò in cui è consistito lo sviluppo dell’occidente come sviluppo del nichilismo. Occorre dunque porre radicalmente in discussione la fede occidentale nel divenire -che è follia e alienazione- e tornare a pensare, a partire da Parmenide ma anche oltre Parmenide, ciò che lo stesso “destino della necessità” costringe infine a pensare, e cioè che il divenire non può essere un passaggio fra l’essere e il nulla né può essere il distruggersi di alcunché, così tornando a esperire l’eternità e la necessità dell’essere di tutti gli enti, che nega il nulla. (17)

Numerose sono le osservazioni critiche che si possono rivolgere a una posizione come questa. La più antica, ma anche una delle più importanti, è quella che già Platone e Aristotele rivolsero all’eleatismo: la confusione categoriale, l’uso ibrido del verbo “essere” ora in senso esistenziale -”questa foglia è”- ora in senso predicativo -”questa foglia è gialla”-. Nel secondo senso, il non essere non risulta affatto un nulla assoluto ma, più semplicemente, un modo diverso di essere. La foglia è, ma una volta era un germoglio, poi è diventata verde, in autunno ingiallisce, infine cade e si trasforma in altro, in terra, azoto, elementi. L’ente esiste ma l’esistere è un trasformarsi, un accadere, un divenire.

E qui interviene una seconda constatazione. È vero che noi non vediamo mai gli oggetti e gli eventi sorgere dal nulla e nel nulla ricadere ma ne percepiamo con evidenza il continuo trasformarsi. Tale trasformazione è l’altro nome della realtà. Se la filosofia non vuole diventare un tracotante imporre al mondo degli schemi soltanto logico-mentali ma intende rimanere uno sguardo volto a comprendere ciò che si dà e che appare, allora identità e differenza, permanenza e alterazione, stasi e divenire emergono spontaneamente e veritativamente dal mondo stesso, non come imposizione nichilistica della mente ma -al contrario- come rispettoso risultato del guardare:

l’osservazione fenomenologica (…) non mostra né che la legna scompaia magicamente né che persista eternamente, bensì mostra l’annullarsi progressivo della legna in quanto legna che ardendo si trasforma progressivamente in cenere. (…) Non è più visibile come legna non perché se ne sia scesa sotto la linea dell’orizzonte come il Sole che tramonta, ma proprio perché -a quanto sembra- non è più legna. (98)

Severino sostiene che gli enti non cominciano né finiscono né mutano ma passano dal cerchio dell’apparire a quello dello scomparire, simili appunto al Sole che anche quando scende sotto la linea dell’orizzonte continua certamente a esistere in tutta la sua potenza. Ma, facile e tuttavia decisiva obiezione, noi sappiamo che il Sole continua a esistere perché ce lo assicurano l’osservazione empirica e i calcoli matematici congiunti. L’osservazione empirica e fenomenologica ci dice allo stesso modo che la legna era albero, è diventata tronco, il fuoco l’ha trasformata in cenere e mai tornerà a essere l’albero che era. Se si ribatte che ciò che a noi ora appare cenere, a un osservatore posto su un altro pianeta col suo telescopio potrà apparire ancora albero e intatta legna, si risponde che quell’osservatore non vede la realtà materica dell’albero/legna/cenere ma una immagine che gli è pervenuta in un istante dato. E infatti se all’improvviso quell’osservatore arrivasse qui e ora non vedrebbe più la legna ma soltanto la sua cenere. A durare in quanto onde elettromagnetiche che strumenti e cervelli potrebbero tornare a interpretare come enti ed eventi non sono gli enti e gli eventi ma le loro immagini, «solo ombre mute e silenti, ectoplasmi, nemmeno immagini, nemmeno suoni, ma solo onde poiché non v’è nessuno che le decodifichi e le traduca in suoni e immagini» (151).

Durevoli, non eterne, sono le immagini fino a che degli apparati percettivi e delle eventuali menti consapevoli sappiano tradurne la fisico-chimica in significati. Questo è il mondo, questo è l’essere. Il mondo e l’essere sono divenire, molteplicità, tempo. Un altro limite dell’ontologia severiniana consiste dunque in un errore condiviso da molte altre filosofie: la spazializzazione del tempo, la riduzione della ricchezza cangiante e inafferrabile degli eventi a una serie di immagini statiche, successive e reversibili. Ma «a differenza dello spazio, il tempo non si può percorrere in su e in giù, in avanti e all’indietro, di sotto e di sopra. Lo si percorre una volta sola, e poi mai più» (145). Ne discende con logicissima necessità che Severino debba negare la realtà del tempo. Che significa negare tutto. Questo è autentico nichilismo.

Severino conferma dunque di essere «alquanto addentro al pensiero occidentale e alla sua tradizione metafisica» (47) e non tanto per un’etica e una politica di potenza che di fatto caratterizzano anche alcune sue posizioni su questioni storiche ma proprio per il suo appartenere alla nutrita schiera di nichilisti che negano l’essere tempo del microcosmo atomico come del macrocosmo materiale, della mente che ricorda come della natura che diviene.

Tutto questo è argomentato da De Paoli con la consueta chiarezza e vivacità, che conosco già da altre sue opere. Il linguaggio a volte troppo colorito, una discutibile interpretazione dell’eterno ritorno nietzscheano, la paradossale conclusione antifilosofica, non intaccano il valore del libro. L’ultimo rilievo critico rivolto da De Paoli a Severino è il più importante, il più condivisibile. Anche se fosse vero che tutto è eterno -tutto, l’intero e le sue più minuscole parti spaziotemporali- questo non sarebbe affatto, come pur pretende il filosofo neoeleatico, un pensiero di salvezza, di pace e di raggiunta serenità. Perché a essere eterno sarebbe l’orrore.

Guerra e pace

La pace è un istante, la guerra è sempre. L’illusione della pace è il cadavere del pensiero. Il parmenidismo applicato ai rapporti umani -individuali e collettivi- è in realtà una necrofilosofia. La stasi è una consolazione per i deboli di cuore, per coloro che hanno timore della vita e del suo pulsare. Il tempo -il pólemos che scorre sempre e non si ferma mai- è per quanti accolgono la grandezza e il dolore del divenire. Certo, oltre il tempo si dà ancora essere. Ma è l’Indicibile.

Corpotempo

Sento lo scorrere delle ore, dei giorni, in un modo fisico. Vorrei, spesso, fermare questo fiume che non conosce soste, rallentamenti, accelerazioni. Mi sembra di vedere quasi l’avvicinarsi della fine e vorrei immergermi sereno in un attimo immobile. Tutto questo accade perché percepisco con chiarezza la temporalità del mio corpo, il fluire dei suoi liquidi, l’avanzare della sua potenza e del suo tramonto.

Mente e temporalità

in Siculorum Gymnasium
Anno LVIII-LXI (2005-2008)
«Studi in onore di Nicolò Mineo»
Catania, 2009
Tomo I – pagine 255-267


Les Grecs

NOUVELLE ÉCOLE
LES GRECS

Numéro 58 – Année 2009
Éditions du Labyrinthe
Paris, 2009
Pagine 168

Per i Greci morire non è la cessazione del respiro ma la cessazione della luce; i poemi omerici ripetono in modo ossessivo la formula “vivere e vedere la luce del Sole”. I Greci sono uomini che convivono con gli dèi invece che porli in una alterità che col pretesto di rendergli onore in realtà uccide il divino. Marcel Conche afferma con piena ragione che «le dieux sont dans le monde, associès aux hommes pour diriger les cités. Quant au dieu au singulier, il est immanent au devenir universel et en est le rythme même» (p. 11). Che a dispetto e al di là di ogni differenza, «le dieux et les hommes aient une même origine» (J. Haudry, 41) è dovuto anche al dominio che su di loro, su tutti loro, esercita il tempo.

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Calder. La materia aria

CALDER
Roma –  Palazzo delle Esposizioni
Sino al 14 febbraio 2010

D’aria e di fil di ferro sono fatte le prime sculture di Alexander Calder, quasi impalpabili eppure materiche. A rappresentare animali, volti, eventi, miti (splendidi davvero Ercole e il leone e Romolo e Remo). Poi l’invenzione dei Mobiles, sculture non germinate dalla terra ma arrivate dal cielo. Opere che il vento muove e che sono dunque ogni volta rinnovate nello spazio. Vi si affiancano le grandi Stabiles come il magnifico Tree che sembra trasformare in vita l’inorganico.
Più lieve è il mondo, più aerea la bellezza da quando questo tra i massimi scultori di sempre ha sradicato le opere dalla loro morta fissità e le ha rese movimento, gioco, volo. Come il grande mobile appeso al tetto e intitolato a una data: Le 31 Janvier. C’è qualcosa di ancestrale e di profondo in queste opere, come la rivelazione di ciò che la materia è davvero: non sostanza, sostrato, permanenza, costanza, ma spazio che si dilata, apre, trasforma, cangia, splende, a dire la propria identità col tempo.
Una sezione della mostra espone le fotografie dedicate a Calder da Ugo Mulas, nelle quali il «gigante bambino» è una cosa sola con le sue opere, con l’aria.

Mente & cervello 60 – Dicembre 2009

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«La medicina, data la complessità e le variabili del corpo umano, non può essere una scienza esatta» (P. Garzia, p. 32). È questa, probabilmente, la chiave più plausibile per ragionare sul miracoloso. Che cosa c’entra? Molto. Leggi il seguito »

Stanley Kubrick

di Aa.Vv.
A cura di Hans-Peter Reichmann
Giunti Arte Mostre Musei, Firenze-Milano 2007
Pagine 382

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Plato is Philosophy and Philosophy is Plato. L’affermazione di Emerson potrebbe essere volta in questa forma: Kubrick is Cinema and Cinema is Kubrick. La perfezione tecnica, la forza delle immagini, l’unitarietà del percorso che da Day of the Fight (1951) conduce a Eyes Wide Shut (1999), la continua innovazione e un classicismo fuori dal tempo, sono alcune delle ragioni che giustificano l’identificazione tra Stanley Kubrick e l’arte cinematografica.

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L’identità umana. Corporeità, ibridazione, tempo

In «Identità, individuo, soggetto tra moderno e postmoderno»
A cura di Valerio Meattini e Luigi Pastore
Mimesis, Milano 2009
Pagine 91- 109

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Presentazione de La mente temporale – Roma, 18 novembre 2009

Il Centro Culturale Libreria Bibli
invita alla presentazione del libro

La mente temporale.
Corpo, mondo, artificio.

di
Alberto Giovanni Biuso

Insieme all’autore interverranno
Giuseppe O. Longo
Ordinario di Teoria dell’Informazione all’Università di Trieste
e
Maria Teresa Di Clemente
che leggerà alcuni brani tratti dal libro

mercoledì 18 novembre 2009
ore 20.00

presso la libreria Bibli
Via dei Fienaroli, 28 – Roma (Trastevere)

Corso di Filosofia della Mente 2009-2010


UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CATANIA
FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA

FILOSOFIA DELLA MENTE
(M-FIL/01 – 6 CFU)
PROGRAMMA DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

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Mente & Cervello 57 – Settembre 2009

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Sul sito del fondatore e capo della “Guardia nazionale italiana” si leggono le seguenti affermazioni, in parte citate a p. 29 di questo numero di Mente & Cervello: «Migliaia di prostitute straniere schedate e non espulse. Migliaia di zingari che commettono furti nella totale impunità. Milioni di clandestini che si aggirano impunemente nelle città. Migliaia di stranieri che spacciano, rubano, stuprano, uccidono. Un aumento dell’80% di scioperi e di occupazione di uffici pubblici e privati. Centinaia di assalti armati contro la proprietà privata commessi da stranieri. attentati contro la proprietà dello Stato. Gruppi di giovani SOVVERSIVI che agiscono al di fuori dei limiti parlamentari. Leggi il seguito »

Macchine semantiche, macchine temporali

Sabato 26 settembre 2009 - ore 18,00
Relazione al Convegno “Miti di ieri e miti di oggi
in occasione del XL Premio Letterario Brancati-Zafferana
Auditorium di Zafferana Etnea Leggi il seguito »

Alessandro Papetti. Il ciclo del tempo

Milano – Cortile di Palazzo Reale
Sino al 20 settembre 2009

papetti_bosco

Esplicitamente ispirata alle grandi tele che Claude Monet costruì a Giverny, l’opera di Papetti è composta di tre grandi installazioni a spirale, dedicate rispettivamente all’acqua, all’aria, al bosco.
Il ciclo dell’acqua è abitato da numerosi personaggi immersi in un colore dantesco, come se dalla nera pioggia si aspettassero una qualche disperata e necessaria purificazione. Nel ciclo del vento una sola donna costituisce il fuoco del vortice orizzontale che la investe. Il bosco diventa la corsa verticale dello spaziotempo e dello sguardo umano che lo coglie.
Quello di Papetti è un figurativismo denso di materia, di percezione estrema che continuamente rinvia alle sensazioni interiori dei paesaggi, delle situazioni, degli enigmi. Anche tale complessità è il tempo, il suo ciclo.