Archivi dei tag: storia

Poliziesco

Diaz
di Daniele Vicari
Italia, 2012
Con: Jennifer Ulrich (Alma Koch), Claudio Santamaria (Max Flamini), Elio Germano (Luca Gualtieri), Ralph Amussou (Etienne), Renato Scarpa (Anselmo Vitali), Mattia Sbragia (Armano Carnera)
Trailer del film

C’è qualcosa che non funziona se le riunioni dei capi dei Paesi democratici si tengono in città blindate e in stato d’assedio. Funziona ancora meno se in una di queste città -Genova, luglio 2001- i servizi segreti permettono l’afflusso di gruppi militarizzati. E smette del tutto di funzionare se centinaia di poliziotti in assetto di guerra irrompono di notte in una scuola dove dormono giovani e meno giovani e picchiano selvaggiamente, ripetutamente, fanaticamente gli ospiti inermi. Non contenti, portano ragazzi e ragazze nella caserma di Bolzaneto e li torturano.
La verità, però, è che tutto questo ha funzionato benissimo. Perché ha applicato l’indicazione di Mao Zedong di “colpirne uno per educarne cento”. Da allora, infatti, i movimenti di protesta sono stati più rari e più prudenti. Le persone ci pensano più di una volta prima di rischiare la vita e le ossa sotto i tonfa dei poliziotti.
Poliziotti che hanno fatto il loro mestiere di servi dei poteri criminali che a Genova stabilirono la politica economica ultraliberista che ci sta portando alla rovina. Le violenze e le torture del 2001 vennero decise a freddo dai capi di governo e dai padroni delle banche in vista di una strategia di repressione del pensiero critico tramite una vecchia tattica che gli stati utilizzano da almeno due secoli: infiltrarsi, provocare, diffondere il terrore, reprimere.
Di tutto questo Diaz racconta con efficacia la brutale azione dei servi ma tace quasi del tutto sulle volontà dei padroni. Non compaiono nemmeno i reali nomi dei poliziotti che sono stati condannati per lesioni, falsa testimonianza, violenza privata (in Italia il reato di tortura non esiste). Non compaiono i responsabili politici -Scajola ministro degli Interni; Fini, vicepresidente del consiglio presente non si sa a che titolo nella sala operativa della Questura nei giorni del G8; Castelli ministro della giustizia presente a Bolzaneto la notte delle torture. Compare solo un filmato nel quale Silvio Berlusconi recita le sue consuete menzogne anche sui fatti di Genova.
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I sovversivi

Guardate questa persona. Un tranquillo, anziano signore, vero? Un pensionato dalla faccia serena. Un nonno che immaginiamo circondato dai suoi bei nipotini. No. È la fotografia di uno degli umani più feroci del Novecento. È Jorge Rafael Videla, presidente dell’Argentina dal 1976 al 1981. In un’intervista concessa al giornalista Ceferino Reato Videla afferma che le 30.000 persone massacrate, torturate, uccise, gettate dagli aerei militari, fatte sparire sotto il suo regime e per suo comando furono il necessario «prezzo da pagare per vincere la guerra contro la sovversione […]. Bisognava eliminare un bel mucchio di persone che non si poteva portare davanti alla giustizia e neanche fucilare»; «Per non provocare proteste dentro e fuori il paese, si arrivò alla decisione che quella gente “desapareciera”, scomparisse». In ogni caso, continua Videla, «Dio sa quello che fa e perché lo fa. Io accetto la volontà di Dio e credo che Dio mi abbia sempre tenuto per mano». Non so se lo abbia guidato la mano di Dio ma certamente lo ha fatto quella della Chiesa argentina, quella degli Stati Uniti d’America -la “più grande democrazia del pianeta” per i fessi che ci credono-, i quali incoraggiarono, sostennero e protessero una delle dittature più efferate del Novecento. I militari assassini furono guidati anche dal gioco del calcio e dalla vittoria dell’Argentina ai mondiali del 1978, un successo che regalò loro il plauso delle folle. Il “calcio e lo sport fuori dalla politica”? Un’altra favola per gli sprovveduti.
Sovversivi dell’ordine furono i generali e ammiragli Emilio Eduardo Massera, Roberto Eduardo Viola, Leopoldo Galtieri, Reynaldo Bignone, Orlando Ramón Agosti e il loro capo Videla.

La strage di Stato

Romanzo di una strage
di Marco Tullio Giordana
Italia, 2012
Con: Valerio Mastandrea (Luigi Calabresi), Pierfrancesco Favino (Giuseppe Pinelli), Fabrizio Gifuni (Aldo Moro), Omero Antonutti (Giuseppe Saragat), Giorgio Marchesi (Franco Freda), Denis Fasolo (Giovanni Ventura), Fausto Russo Alesi (Guido Giannettini), Sergio Solli (il questore Guida), Stefano Scandaletti (Pietro Valpreda), Andreapietro Anselmi (Guido Lorenzon), Giorgio Colangeli (Federico Umberto D’Amato ), Giorgio Tirabassi (il professore), Giulia Lazzarini (la madre di Pinelli), Benedetta Buccellato (Camilla Cederna), Luigi Lo Cascio (il giudice Paolillo), Michela Cescon (Licia Pinelli), Laura Chiatti (Gemma Calabresi), Francesco Salvi (il tassista Rolandi)
Trailer del film

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Una ferita profonda. Un’ustione sul corpo dell’Italia. Un progetto di colpo di stato sul modello della Grecia dei colonnelli. Uno degli eventi culminanti della guerra fredda, vale a dire dell’ossessione statunitense verso l’Europa. I servizi segreti al meglio del loro lavoro, quello per cui esistono: creare il terrore. E nel turbine di tutto questo uomini concreti, con nomi e cognomi, con passioni e interessi, con paure e silenzi. Alla fine -quarant’anni dopo- «i parenti delle vittime sono stati condannati a pagare le spese processuali». I processi, infatti, non hanno individuato alcun colpevole. O meglio, nel 2005 la Cassazione ha riconosciuto la responsabilità dei neonazisti veneti Freda e Ventura ma ha anche dichiarato che i due non possono essere processati in quanto già definitivamente assolti dalla corte d’assise d’appello di Bari.
In ogni caso la verità politica e storica è ormai chiara: la strage del 12 dicembre 1969 a Milano fu ideata, organizzata e coperta dal SID, dall’Ufficio Affari riservati, dai servizi segreti della Repubblica italiana -vale a dire da organi dello Stato- e fu materialmente attuata da cellule neofasciste. Gli anarchici furono invece del tutto estranei alla vicenda e anzi ne costituirono le vittime politiche. Ma anche vittime e basta. Pietro Valpreda fu sottoposto a detenzione e a numerosi processi. Giuseppe Pinelli venne massacrato, buttato dalla finestra della questura di Milano. La stanza nella quale si consumò l’omicidio era quella del commissario Luigi Calabresi, poi ucciso a sua volta nel 1972.
Calabresi è il protagonista del film di Giordana. La strage, con gli eventi che la precedettero e con quelli che la seguirono, è narrata soprattutto dal suo punto di osservazione. Il risultato è una sostanziale apologia di Calabresi, anche se del commissario emerge in modo evidente la complicità con le falsificazioni volute dai servizi segreti e dal questore Guida, un fascista al quale Pertini non stringeva la mano nelle sue visite ufficiali a Milano in quanto costui era stato il suo carceriere a Ventotene. Calabresi avrebbe potuto e dovuto denunciare le gravissime e criminali coperture che i colpevoli della strage godettero da parte di organi dello Stato. Ma non lo fece mai. Come scrive Corrado Stajano sul Corriere del 28 marzo 2012, Calabresi «nel 1972 sarà la vittima innocente dello spirito di violenza, ma quella notte in Questura, davanti a cinque giornalisti, il suo comportamento non fu diverso da quello dei suoi superiori».
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Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia

Nuova edizione
Villaggio Maori Edizioni
Catania, 2012
Collana I Saggi del Villaggio

ISBN 978-88-906119-3-3
Pagine 176
€ 14,00

 

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Terremoti

Scossa
di Carlo Lizzani – Ugo Gregoretti – Francesco Maselli – Nino Russo
Italia, 2012
Con: Lucia Sardo, Paolo Briguglia, Massimo Ranieri, Amanda Sandrelli, Gianfranco Quero
Trailer del film

 

Quattro diversi modi di raccontare il terremoto che nel dicembre del 1908 sconvolse Messina e la Calabria.  Modi diversi ma tra di loro in continuità. Lizzani narra il saluto tra una madre e il figlio che va al lavoro. Poche ore dopo è l’apocalisse. La donna rimane imprigionata sotto la macerie. Implora aiuto ma non lo riceve né da una vicina di casa, né dai soldati, né da un ladro. Neppure il figlio riesce a evitare che Speranza -così si chiama- muoia.
Gregoretti mette in scena il reportage che un giornalista piemontese preparò raggiungendo la Calabria e la Sicilia pochi giorni dopo il terremoto. L’inefficienza politica, l’incapacità della pubblica amministrazione, la presunzione di risolvere tutto da parte dei potenti sono le stesse che hanno caratterizzato le tante tragedie italiane successive.
Citto Maselli firma un breve episodio nel quale un detenuto emerso dalle macerie del carcere torna a casa e cerca di liberare la moglie ma è scambiato per uno sciacallo dai soldati russi arrivati in soccorso e viene quindi fucilato.
Nino Russo racconta dello “zio Turi”, un pescatore al quale le autorità dichiarano di requisire il capanno che ha sul mare per dargli in cambio una nuova casa “entro quindici giorni”. Si susseguono anni e decenni, la “carta” che documenta l’impegno dell’amministrazione ingiallisce ma nulla accade. Turi si rivolge a un avvocato liberale, poi a un gerarca fascista, poi a un prete democristiano, infine a un impiegato dei giorni nostri, il quale non crede ai suoi occhi quando si ritrova davanti un uomo che dovrebbe avere all’incirca 160 anni. Ma il pescatore gli spiega che la casa è un suo diritto e sino a che non l’avrà ottenuto non toglierà il disturbo morendo.

Quattro episodi diversi e diseguali tra di loro: dalla narrazione tradizionale di Lizzani -con un’ottima Lucia Sardo a interpretare Speranza- al documentarismo di Gregoretti; dal più breve e più debole contributo di Maselli al surreale percorso di Russo dentro un secolo di disinteresse, abbandono, prepotenza nei confronti di una delle tante vittime della sciagura. La tragedia non è di allora, la tragedia è ora, con il Belice cancellato, con l’Irpinia trionfante di affari camorristici, con la gioia dei palazzinari amici del governo Berlusconi che hanno esultato alla notizia che all’Aquila c’era stata una fortissima scossa.

Catania sì bella e perduta

Catania 1870-1939. Cultura Memoria Tutela
ex Quartiere militare borbonico già Manifattura tabacchi – Catania
A cura di Irene Donatella Aprile
Sino al 25 marzo 2012

Per quasi un secolo molte operaie hanno buttato sangue e polmoni in questo luogo, trasformato nella manifattura dei tabacchi. Prima era stato il Quartiere militare edificato allo scopo di controllare la città dopo i moti del 1820-21. Adesso è diventata la sede del futuro (quanto?) Museo Archeologico regionale. Intanto, dietro l’imponente facciata neoclassica ospita una mostra documentaria di ineguale livello nelle sue sei sezioni ma certamente di grande interesse.
Paesaggio urbano mostra i progetti e le modifiche che tra fine Ottocento e primi Novecento privarono (e tuttora privano) Catania del suo mare. Da un lato, infatti, venne ampliato il porto ma dall’altro fu costruito proprio sulla costa il lungo viadotto ferroviario (i cosiddetti “Archi della marina”) che fa da ostacolo a un contatto diretto della città con il mare, tanto più dopo il successivo interramento degli archi stessi, sotto i quali all’inizio passava ancora l’acqua.
La sezione Archeologia espone una selezione, in verità piuttosto ridotta, di vasi, rilievi, statue conservate nel museo civico.
Quello dedicato all’Arte è lo spazio più ampio ed eclettico: pupi siciliani, dipinti di pittori non soltanto locali operanti nel periodo, gli eleganti arredi e quadri della Camera di commercio, collezioni private.
Una sezione specifica è dedicata alle Case della memoria, le case museo di Giovanni Verga, di Mario Rapisardi, di Alessandro Abate, l’interessantissima Casa del mutilato, con il suo intreccio di déco e di razionalismo modernista.
Editoria mostra la vivacità culturale che mai (per fortuna) è venuta meno in Sicilia. Un semplice e lungo elenco dei nomi degli scrittori più noti conferma come quest’Isola sia ancora un luogo di bellezza e di pensiero. L’editoria scolastica e i periodici documentano soprattutto la progressiva e totale subordinazione della scuola al fascismo. I libri di testo e i giornali per bambini e ragazzi sono tutti volti alla lode del Duce, alla ripetizione ossessiva delle sue formule, alla monumentalizzazione imperiale della storia italiana. È comunque molto intrigante osservare le copertine di questi libri e riviste: Il Balilla, Il Corriere dei piccoli, Emporium, La cucina italiana, La lettura, Le vie d’Italia (del Touring Club).
La sezione fondamentale per capire il senso della mostra è Architettura. Pur composto soltanto da progetti e da fotografie, è uno spazio che fa comprendere quanto sia bella ed elegante questa città. Catania pullula di ville neoclassiche, liberty, déco. Concentrate in particolare in viale Regina Margherita, sopravvivono anche in via Etnea, Tomaselli, Leucatia, Umberto, in viale Rapisardi, in corso Italia e in altri quartieri. Lo scempio urbanistico e il disordine architettonico degli anni Sessanta e Settanta hanno rubato alla città la sua armonia ma non sono stati capaci di fare tabula rasa di alcuni degli edifici più belli eretti in Sicilia nei decenni 1870-1940. Alcune di queste costruzioni sono in stato di profondo degrado -clamoroso il caso di Villa Manganelli-, altre sono invece state restaurate o non hanno mai perduto la loro forza: il cinema Odeon, il Palazzo della Borsa, Villa Pancari, caratterizzata da un armonioso liberty privo degli eccessi decorativi; è opera dell’architetto Paolo Lanzerotti, che fu molto attivo nella sua città e la cui vita (1875-1944) coincise con l’arco temporale documentato dalla mostra. 
Mostra che consiglio di visitare in quest’ultima settimana di apertura, nonostante i suoi proibitivi orari “catanesi” (9-13 tutti i giorni, con due sole aperture pomeridiane martedì e giovedì dalle 9 alle 18).
È bella Catania, nonostante lo stupro subìto da parte dei palazzinari, degli ignoranti, degli amministratori corrottissimi e incapaci che da decenni la governano senza pause con l’attiva complicità dei professionisti, dell’Università, del popolo. Tutti soggetti che sembrano contenti che lo spazio urbano nel quale si svolge la loro vita continui a essere violentato. Ma sotto il suo cielo azzurro e splendido la città mostra ancora, a chi sappia guardare, tutta la sua eleganza.

Ultrafinanza/Ultraviolenza

Per salvare le banche dalla crisi che le loro stesse operazioni finanziarie hanno prodotto nel 2008 e nel 2009, gli Stati si sono massicciamente indebitati. Il che vuol dire semplicemente che hanno impoverito le persone -i loro cittadini- a tutto vantaggio di un potere internazionale fuori controllo: «Ciò a cui stiamo assistendo è dunque proprio il grande ritorno sulla scena del sistema dell’usura. Quello che Keynes chiamava “un regime di creditori” corrisponde alla definizione moderna dell’usura. I modi di procedere usurai li ritroviamo nel modo in cui i mercati finanziari e le banche possono far man bassa degli attivi reali degli Stati indebitati, impadronendosi dei loro averi a titolo di interessi su un debito il cui nucleo principale è costituito da una montagna di denaro virtuale che non potrà mai essere rimborsato. Azionisti e creditori sono gli Shylock della nostra epoca» (Alain de Benoist,  Diorama letterario, n. 306, p. 6).
Le posizioni avverse all’ultracapitalismo che ci sta portando nel baratro sono soprattutto tre: l’altermondialismo di Hardt e Negri i quali, sul modello del Manifesto marxiano, giudicano in ogni caso positiva la nascita di un Impero mondializzato rispetto alla permanenza degli Stati nazionali; l’arcipelago politico che spera nell’avvento di un nuovo antagonista di massa capace di opporsi al capitalismo finanziario con azioni di piazza e movimenti di varia natura (Indignados, ad esempio); «un terzo gruppo di posizioni, all’interno del quale si possono situare quelle di Alain de Benoist, fa capo a quanti ritengono, invece, che solo costruendo un nuovo paradigma, un diverso nomos della Terra, una differente modalità di appropriazione, produzione e distribuzione che ponga al centro i concetti di limite e di bene comune, sarà possibile trovare il bandolo della matassa. Vi possiamo inserire, a  titolo puramente esemplificativo, la corrente della decrescita, l’ecologismo più coerente e consapevole, il pensiero meridiano di Franco Cassano, l’alternativa mediterranea propugnata da Danilo Zolo, il Régis Debray che tesse l’elogio delle frontiere, le analisi di François Flahault sul prometeismo occidentale» (Marco Tarchi,  ivi, p. 2).
Le ragioni di quanto sta accadendo sono molteplici e profonde. Sono radicate nelle decisioni assunte dai governi liberisti europei ancor prima della nascita dell’euro e soprattutto nella insensata norma per la quale la BCE può finanziare le banche ma non direttamente gli Stati. In questo modo accade che «le banche hanno prestato agli Stati, ad un tasso di interesse variabile, somme che a loro volta hanno preso in prestito per quasi niente» (A. de Benoist, ivi, p. 11).
Un dialogo apparso sul Manifesto del 1.3.2012 lo conferma: «cinziagubbini: Mmmm…ma il tasso dell’1%? Non è un po’ scandaloso? Leggo che le banche hanno comunque intenzione di tagliare i prestiti…Con i precedenti finanziamenti che ci hanno fatto? Hanno finanziato il sistema produttivo? Oppure ci hanno comprato titoli di Stato che rendono più dell’1% e quindi ci hanno guadagnato?
joseph halevi: La vergogna assoluta della situazione europea, ma anche americana, è che alle banche si dà tutto senza contropartita».
Ormai «la Borsa è sempre più simile a un casinò e la banche hanno abbandonato, di fatto, la loro funzione di raccogliere risparmio e fornire risorse in prestito a famiglie e imprese, per dedicarsi ad attività finanziarie» (Francesco Indovina, Alfalibri, n. 8, p. 14). Gli Stati europei regalano quindi il danaro dei cittadini alla speculazione finanziaria. Un autentico orrore, al quale hanno partecipato attivamente «gli Stati Uniti d’America, che da tempo temono di vedere l’egemonia del dollaro minacciata dalla nascita di una nuova moneta di riserva», una moneta nata di per sé a rischio avendo «artificiosamente legato una moneta unica ad economie divergenti da ogni punto di vista» (A. de Benoist, DL 306, p. 7). Il risultato di tutto questo è ben espresso da Nicolas Dupont-Aignan: «Volendo salvare l’euro i dirigenti ciechi stanno distruggendo l’Europa. Perché l’Europa ha senso solo se consente a ciascun popolo di prosperare più assieme agli altri che da solo isolatamente» (ibidem).
Affamare i popoli per arricchire le banche è una forma di terrorismo attuata dalle istituzioni finanziarie, con l’attiva complicità delle classi dirigenti statunitensi ed europee.  Sul numero 16 (Febbraio 2012, p. 11) di Alfabeta2, Franco Berardi Bifo così sintetizza quanto sta accadendo:

Cosa è uscito dal vertice di Bruxelles che doveva salvare l’Europa l’11 e 12 dicembre 2011? Due decisioni: la prima ha carattere formale, è una dichiarazione di sudditanza della società alla finanza. Ogni paese europeo è chiamato a inserire urgentemente l’obbligo di pareggio di bilancio nelle Costituzioni nazionali. Una misura sistematicamente restrittiva che corrisponde alla filosofia dell’austerità permanente. La seconda è la decisione di investire, attraverso un intervento della Banca Centrale Europea, un’ingente quantità di denaro pubblico nel ripianamento del debito accumulato dalle banche. Senza nessuna contropartita, senza nessun impegno, il sistema bancario europeo gode così di una regalia immensa. I governi nazionali, nel frattempo, stanno rastrellando denaro pubblico per versarlo nelle casse della classe finanziaria. Buon pro gli faccia.
La logica che guida le scelte del vertice di Bruxelles consiste nel dare continuità a un gigantesco spostamento di risorse della società verso il sistema finanziario. Quest’ultimo funziona ormai come un buco nero, un’idrovora che fa sparire il reale: il mondo civilizzato, la scuola, la sanità, il territorio, i saperi -tutto sta scomparendo, disgregandosi a vista d’occhio.
[...] La vecchia borghesia è stata sostituita da una classe deterritorializzata di predoni, il cui potere si fonda sul continuo spostamento del valore, sulla menzogna sistematica, e la simulazione. La sua fortuna economica spesso si basa sulla distruzione della ricchezza altrui.
[...] I segni che un tempo erano indicatori di valore ora sono diventati atti linguistici performativi. Quando un’agenzia di rating è in grado di degradare un paese, o un’azienda, non si limita a funzionare come indicatore, ma diviene un fattore di valorizzazione o di svalutazione.
[…] Dobbiamo ragionare invece in termini di insolvenza sociale perché è l’intera società che deve rifiutarsi di riconoscere il vincolo monetario.

Vale a dire che gli Stati e la società civile dovrebbero rifiutarsi di pagare il debito contratto con gli speculatori, con gli ormai idolatrati “mercati” -con questo Moloch al quale si sacrificano le vite umane- e riappropriarsi, invece, del controllo della moneta.
Karl Marx aveva descritto con chiarezza la logica ultraviolenta e accentratrice del capitale finanziario:

Man spreche noch von Zentralisation! Das Kreditsystem, das seinen Mittelpunkt hat in den angeblichen Nationalbanken und den großen Geldverleihern und Wucherern um sie herum, ist eine enorme Zentralisation und gibt dieser Parasitenklasse eine fabelhafte Macht, nicht nur die industriellen Kapitalisten periodisch zu dezimieren, sondern auf die gefährlichste Weise in die wirkliche Produktion einzugreifen – und diese Bande weiß nichts von der Produktion und hat nichts mit ihr zu tun. Die Akte von 1844 und 1845 sind Beweise der wachsenden Macht dieser Banditen, an die sich die Finanziers und stock-jobbers anschließen.

Che cosa vuol dire accentramento! Il sistema creditizio, che ha il suo centro nelle pretese banche nazionali e nei grandi prestatori di denaro e negli usurai che orbitano loro intorno, costituisce un enorme accentramento e regala a questa classe di parassiti una forza favolosa, capace non solo di decimare periodicamente i capitalisti industriali, ma anche di intervenire nel modo più pericoloso nella produzione reale -e questa banda niente sa della produzione e nulla ha a che fare con essa. Le leggi del 1844 e del 1845 sono una prova della forza crescente di questi banditi, ai quali si uniscono i finanzieri e gli stock-jobbers [speculatori di Borsa].
Il Capitale, libro III, sezione V, cap. 33: «Das Umlaufsmittel unter dem Kreditsystem» (Il mezzo di circolazione nel sistema creditizio).

 

Burckhardt, la storia

Sullo studio della storia
(Uber geschichtliche Studium [Weltgeschichtliche Betrachtungen, 1868-1873])
di Jacob Burckhardt
Trad. di Mazzino Montinari
Boringhieri, 1958
Pagine 310

In queste sue lezioni pubblicate postume nel 1905 -anche con delle manipolazioni1- Burckhardt rifiuta le concezioni storicistiche che interpretano il divenire storico come lo sviluppo progressivo di un’idea, di un valore, di una qualsiasi Provvidenza. Cerca, piuttosto, di vedere la storia nella sua più concreta e non garantita empiria, a partire comunque da tre grandi concetti: stato, religione, cultura.
Lo stato e la religione sono per Burckhardt elementi statici, di controllo, alla fine sempre oppressivi. La cultura, invece, è la dimensione dinamica, libera, viva e costantemente nuova. Essa è «la quintessenza di tutto ciò che si è formato spontaneamente per promuovere la vita materiale e come espressione della vita spirituale e morale» (pp. 42-43). In quanto tale, essa costituisce la critica delle altre due strutture, «l’orologio che rivela l’ora in cui la forma e il contenuto in esse non coincidono più» (74).
Attraverso ampie pennellate ed efficaci excursus, Burckhardt enuncia una serie di tesi che saranno condivise e rielaborate da Nietzsche, il quale in uno dei biglietti del 4 gennaio 1889 definì il collega basileese «il nostro grande, grandissimo maestro»2. Tra queste tesi: il pluralismo metodologico; la Grecia come il luogo dove cultura e arte hanno avuto i migliori esiti, senza che però questo implichi la romantica e «fantastica predilezione per una antica e idealizzata Atene» (151); il cristianesimo come tipica religione dei passivi e dei dogmatici, che non è stata nemmeno capace di migliorare la condotta morale dei suoi adepti; il riconoscimento del conflitto come elemento dinamico della storia; la critica alle società massificate, i cui membri si adeguano sempre a chi meglio garantisce loro «tranquillità e guadagni» (239). Alle masse Burckhardt contrappone le «individualità possenti [che] si impongono e indicano le direzioni» (80-81).
Oscillando tra pragmatismo e metafisica, disincanto e progetto, Burckhardt si pone alla confluenza di numerosi itinerari della cultura e del pensiero moderno. Lo studioso riservato, il silenzioso maestro, insegna a Nietzsche «che in generale non si valuti la vita terrena più di quel che merita» (193). Era la stessa convinzione di Platone: «Certo è vero che le vicende umane non meritano poi una grande considerazione, ma è anche vero che bisogna pur occuparsene, per quanto possa essere un compito ingrato»3. Questo compito è la storia.

Note

1. Nel 1998 Einaudi ha pubblicato una nuova edizione, presentandola con queste parole: «Le lezioni che Burckhardt tenne all’Università di Basilea tra il 1868 e il 1873, uno dei momenti salienti della moderna riflessione storiografica. Condotta sui manoscritti originali, la nuova edizione a cura di Maurizio Ghelardi restituisce gli appunti dello storico svizzero alla loro vera natura, facendo giustizia delle deformazioni nate dalle precedenti manipolazioni e riproducendo le frequenti osservazioni critiche che Burckhardt annotava in margine ai fogli».

2. F. Nietzsche,  Briefe. Januar 1887 – Januar 1889, in «Nietzsche Briefwechsel. Kritische Gesamtausgabe», herausgegeben von Giorgio Colli und Mazzino Montinari, vol. III/5, de Gruyter, Berlin-New York 1984, lettera 1245, p. 574. Nel recente quinto e ultimo volume della traduzione italiana dell’Epistolario (Adelphi, 2011) la lettera si trova a p. 889.

3. Platone, Leggi, 803 a, trad. di R. Radice.

 

Asor Usa

Sul Manifesto di oggi è stato pubblicato un commento di Alberto Asor Rosa dal titolo I sette pilastri della saggezza. Un articolo sconcertante. Conoscevo Asor Rosa come un fine storico del presente, oltre che un italianista di valore. E invece decenni di militanza nella sinistra marxiana producono ora questo aborto di analisi, questo peana di un governo semplicemente feroce:
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Insomma: un governo non più “di parte”, ma singolarmente “super partes”, e quindi autorevole ed efficace non a dispetto ma in considerazione esattamente della sua natura non rappresentativa.
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Menzogna, menzogna ideologica pura. Il segnale lessicale più evidente della nullità di questo futile e insieme emblematico testo sta in una omissione. Mai una volta, infatti, si pronuncia il nome del vero padrone, di chi sta dietro e sopra Bruxelles, l’Unione Europea e tutta questa monnezza ultraliberista: gli Stati Uniti d’America. Non una sola esplicita critica alla grande finanza senza patria ma che negli USA ha la propria terra promessa. Napolitano e Monti sono degli atlantisti di ferro, che stanno consegnando l’Italia mani e piedi alla colonizzazione nordamericana. E Asor Rosa li presenta come specchiati esempi di italianità!
Che pena, veramente.

Hoover, il potere

J. Edgar
di Clint Eastwood
USA, 2011
Con: Leonardo DiCaprio (J. Edgard Hoover), Judi Dench (Madre di Hoover), Armie Hammer (Clyde Tolson), Naomi Watts (Helen Gandy)
Trailer del film

J.Edgar Hoover fu direttore dell’FBI dal 1924 al 1972, data della sua morte. Lo rimase con otto presidenti degli USA. Basterebbe questo dato cronologico-politico per comprendere che quest’uomo fu tra i più potenti del Novecento, capace di trasformare una struttura investigativa secondaria in una macchina il cui funzionamento si basava sullo spionaggio, sul ricatto universale, sull’intimidazione, sulla violenza, sulla menzogna sistematica. I fascicoli riservati, da lui raccolti nella sua infinita carriera, divennero leggendari e anche se poi scomparsi influenzarono decisamente e a fondo la politica statunitense, interna ed estera. Hoover nutriva un autentico odio nei confronti di chiunque si ispirasse anche lontanamente alle idee socialiste, ai diritti civili, a principi di equità sociale. Una delle sue prime vittime fu l’anarchica Emma Goldman, una delle ultime Martin Luther King.

«Si, mamma», è questa una delle chiavi interpretative del film. Hoover non si sposò mai e sembra avesse tendenze omosessuali. La venerazione verso la madre, l’ubbidienza al suo intransigente moralismo religioso, vengono visti come la fonte primaria dei comportamenti di Hoover. Nel descrivere un simile personaggio, Eastwood si muove sul crinale tra i dati storici che ne rivelano sempre più il carattere perverso e la scelta di far prevalere il punto di vista del protagonista. La struttura del film è infatti a incastro, con Hoover anziano che detta le sue memorie e quindi racconta le azioni compiute e gli eventi vissuti. Li racconta, naturalmente, dalla sua visuale. Il tutto immerso in una tonalità cromatica e narrativa piuttosto fredda, che si ravviva in due scene: la violenta e appassionata dichiarazione d’amore tra lui e il suo principale collaboratore Clyde Tolson; la dettatura alla sua decennale segretaria e amica Helen Gandy di una lettera calunniosa scritta allo scopo di indurre Martin Luther King a rifiutare il premio Nobel per la pace. A intervalli regolari e implacabili emerge la figura della madre, un’autentica Erinni possessiva e adorante il figlio.
Qualcosa di funereo intride tutto il film.

Kuhn

Thomas Kuhn
La struttura delle rivoluzioni scientifiche.
Come mutano le idee della scienza
(The Structure of Scientific Revolutions, 1962 e 1970 by The University of Chicago).
Trad. di Adriano Carugo
Einaudi, Torino 1969-1978
Pagine 251

Pubblicato per la prima volta nel 1962, questo libro ha rappresentato una svolta radicale nella percezione del lavoro scientifico e ha suscitato un dibattito intenso e costante che dura ormai da cinquant’anni, dibattito al quale lo stesso autore ha portato il suo contributo attraverso un Poscritto del 1969 inserito nella quarta edizione italiana. Il concetto base da cui si dirama la riflessione di Kuhn è quello di paradigma: con tale termine vengono indicate «conquiste scientifiche universalmente riconosciute, le quali per un certo periodo, forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabili a coloro che praticano un certo campo di ricerca» (pag.10).
Intorno ai paradigmi ruotano la nascita, il consolidarsi, le crisi della forma di sapere che chiamiamo “scienza”. Paradigmi accettati, utilizzati e praticati universalmente caratterizzano i periodi di scienza normale, finché non avviene un salto, una rottura, un radicale mutamento, una rivoluzione scientifica. Le più note sono l’eliocentrismo copernicano, il rinnovamento della chimica operato da Lavoisier, le diverse dinamiche e prospettive cosmologiche di Galileo, Newton, Einstein, ciascuna tendente a sostituire la precedente.
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Il villaggio di cartone

di Ermanno Olmi
Con: Michael Lonsdale (il vecchio prete), Rutger Hauer (il sacrestano), El Hadji Ibrahima Faye (il soccorritore), Irma Pino Viney (Magdha); Fatima Alì (Fatima), Alessandro Haber (il graduato), Massimo De Francovich (il medico)
Italia, 2011
Trailer del film

Una chiesa viene spogliata dei suoi arredi e chiusa, non si sa bene perché. Il vecchio prete che vi ha trascorso l’intera vita non si rassegna e continua a creare frammenti di culto nei suoi spazi. Una notte arrivano dei clandestini nordafricani, guidati da un ingegnere con permesso di soggiorno e da una prostituta. Fra di loro anche qualcuno che vorrebbe farsi saltare in aria per protesta contro l’ingiustizia perenne del mondo. Tra le panche e l’altare queste persone costruiscono i loro spazi provvisori di cartone. Il sacrestano chiama le forze dell’ordine. Mentre il prete sembra ormai alla fine, rimane un sospeso silenzio su tutto.

Arrivato agli ottant’anni, il cattolico Ermanno Olmi dice quello che pensa senza più mediazioni. E quello che pensa è assai duro contro la pretesa di rendere fuori legge intere popolazioni, di serrarsi nello sfacelo del presente come fosse un immutabile sempre. L’epigrafe conclusiva fa infatti riferimento alla necessità di intervenire sulla Storia affinché essa non appaia -come all’angelo di Klee e di Benjamin- soltanto quale paesaggio di rovine. Il film è del tutto simbolico in ogni suo personaggio, battuta, immagine. A volte i dialoghi sono un poco ingenui e retorici ma questo regista ha certo la capacità di trasformare luoghi e oggetti quotidiani in una figura del sacro.

Il passato che non si vuole fare passare

Il debito
di John Madden
(The Debt)
Con: Helen Mirren (Rachel Singer), Jessica Chastain (Rachel da giovane), Jesper Christensen (Dieter Vogel), Ciarán Hids (David), Sam Worthington (David da giovane), Tom Wilkinson (Stephan), Marton Csokas (Stephan da giovane)
Usa, 2010
Trailer del film

Nel 1966 a Berlino Est tre agenti del Mossad (il servizio segreto israeliano) rapiscono e catturano Dieter Vogel (“il medico di Birkenau”) allo scopo di condurlo a Gerusalemme e sottoporlo a processo. Qualcosa però va storto e i tre rimangono imprigionati insieme al criminale nazionalsocialista in un appartamento berlinese, dove Vogel si mostra assai più abile di quanto avessero immaginato. Decenni dopo, la verità ufficiale che li ha resi eroi si scontra con una verità diversa. E la lotta sembra non finire, intrecciandosi ai rapporti affettivi mai sopiti tra la ragazza e i due uomini, adesso tutti maturi sessantenni.

Si tratta del remake di Ha-Hov di Assaf Bernstein (Israele, 2007), una Spy Story piuttosto improbabile, il cui elemento migliore sono le scene d’azione, appunto. L’andare e venire tra il passato di Berlino e il presente di Tel Aviv rimane meccanico nel rendere il peso della memoria e di una menzogna prolungata nel tempo. E alla fine si ha la sensazione di un’apologia del feroce servizio segreto israeliano. Un libro di Ernst Nolte criticava sin dal titolo il pietrificarsi del passato -Germania: un passato che non passa (Einaudi 1987)- ritenendolo un’assurdità storiografica e metafisica. Nietzsche ha difeso con molti argomenti la necessità del dimenticare per vivere ancora. Due grandi accordi di pace come l’Editto di Nantes (1598) e il Trattato di Vestfalia (1648) prevedevano delle esplicite “clausole d’oblio”. Esattamente l’opposto delle troppe “giornate della memoria”, uno dei cui effetti è mantenere vivo il rancore, la violenza, l’odio. Forse è bene che anche al cinema, che se ne è occupato in una miriade di modi, quel passato ebraico lasci il posto ad altri stermini, più recenti e non meno atroci.

Identità e differenza

Ora che con estrema lentezza ma anche con inevitabile parabola il più volgare politico italiano dell’età moderna va dissolvendosi, non bisogna dimenticare che parte dei suoi crimini sono stati e continuano a essere le guerre coloniali in Afghanistan, in Iraq e in Libia. La tragedia dentro la tragedia è che tali crimini sono stati e continuano a essere perpetrati con la complicità convinta del Partito Democratico e del centrosinistra in genere. E  persino con il sostegno di settori della sinistra radicale, come quella che parla in Micromega e nel Manifesto.

Il fardello dell’uomo bianco si espresse una volta sotto il sole trascendente del cristianesimo, poi nella freddezza dello scientismo positivista (del quale l’imperialismo sovietico è stato una potente variante), ora trionfa tramite la menzognera formula della “democrazia” e dei “diritti umani”. Ma si tratta sempre della stessa ossessiva volontà di uniformare il molteplice all’uno, si tratta della stessa mortale presunzione di rappresentare il valore e la verità unica del mondo. Io sono orgoglioso di essere europeo ma lo sono perché l’Europa è stata ed è la terra del tramonto della verità e non il luogo di un’identità dogmatica, che essa sia religiosa, scientifica o politica. Perché la pace sta nelle differenze.

 

Programmi dell’a.a. 2011-2012

UNIVERSITÀ DI CATANIA
FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA
Programmi dell’a.a. 2011-2012
Filosofia della mente – Sociologia della cultura

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