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		<title>Gli dèi umani nella Valle dei Templi</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 20:54:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Igor Mitoraj Agrigento &#8211; Parco Archeologico della Valle dei Templi Da millenni il Sole splende su quelle pietre. Splendeva quando i templi eretti dal popolo più giovane della storia dicevano agli dèi quanto grande possa diventare l’insignificanza umana. E splende ancora su ciò che rimane di quell’enigma sacro, ora che gli edifici sono vuoti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Igor Mitoraj</strong><br />
Agrigento &#8211; Parco Archeologico della Valle dei Templi</p>
<p><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/Agrigento_18_12_11_Mitoraj_1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9591" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Agrigento_18_12_11_Mitoraj_1" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/Agrigento_18_12_11_Mitoraj_1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Da millenni il Sole splende su quelle pietre. Splendeva quando i templi eretti dal popolo più giovane della storia dicevano agli dèi quanto grande possa diventare l’insignificanza umana. E splende ancora su ciò che rimane di quell’enigma sacro, ora che gli edifici sono vuoti e il silenzio degli dèi appare senza fine. Ma basta poco per restituire la parola alle potenze che abitano quei luoghi. Bastano i manufatti di un umano, Igor Mitoraj, le cui figure non imitano nulla e nulla neppure creano ma emergono da sé, si fanno forma, diventano frammenti di corpi, volti accecati, strutture e pensieri. Non c’è alcuna differenza né salto tra i templi agrigentini e le sculture contemporanee. Poiché il tempo degli dèi è il sempre. Così si spiega la strana e contraddittoria impressione di immobilità e dinamismo che le opere di Mitoraj sanno offrire. Sono sempre lì e appaiono sempre diverse. Come se si muovessero pullulando di favole la Valle. Anche le misure si dilatano e si contraggono. Non sono né “grandi” né “piccole” queste sculture perché sono tempo prima di essere spazio. E come ogni struttura temporale, esse si contraggono e si dilatano allo sguardo che nel tempo è immerso. Anche per questo non rappresentano gli dèi ma gli umani. E però dentro le grandi teste, dentro i toraci e i torsi emerge immobile lo sguardo di Medusa a dire che qualcosa di indicibile, di orrendo e di grande sta dentro l’umano. È guardandosi allo specchio che esso, l’umano, è diventato il bronzo di queste opere bellissime.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/Agrigento_18_12_11_Mitoraj_2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-9593" title="Agrigento_18_12_11_Mitoraj_2" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/Agrigento_18_12_11_Mitoraj_2-400x300.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Neuroni e identità</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Aug 2011 13:13:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Sé sinaptico. Come il nostro cervello ci fa diventare quelli che siamo di Joseph LeDoux (Synpatic Self. How our Brain Become Who We Are, Viking Penguin 2002) Trad. di Monica Longoni e Alessia Ranieri Prefazione di Edoardo Boncinelli Raffaello Cortina Editore, 2010 Pagine 556 Uno degli elementi più discutibili della ricerca neurologica -e medica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><em>Il Sé sinaptico.</em></strong><br />
<em><strong>Come il nostro cervello ci fa diventare quelli che siamo</strong><br />
</em>di <strong>Joseph LeDoux</strong><br />
(<em>Synpatic Self.  How our Brain Become Who We Are</em>, Viking Penguin 2002)<br />
Trad. di Monica Longoni e Alessia Ranieri<br />
Prefazione di Edoardo Boncinelli<br />
Raffaello Cortina Editore, 2010<br />
Pagine 556</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/08/LeDoux_Sé_sinaptico.jpg"><img class="alignleft" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="LeDoux_Sé_sinaptico" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/08/LeDoux_Sé_sinaptico.jpg" alt="" width="200" height="331" /></a>Uno degli elementi più discutibili della ricerca neurologica -e medica in generale- sta nell’utilizzo di quelli che anche LeDoux definisce “animali da esperimento”. Una formula chiaramente inaccettabile, che riduce la <strong>dignità dell’animale vivente</strong> a una cosa. Il retaggio cartesiano di molta neurologia è evidente anche in questa scelta lessicale e nell’estensione per analogia alla mente umana dei risultati di esperimenti attuati su altre specie. Di converso si continua ad applicare agli altri animali l’illogica pretesa di essere come l’<em>Homo sapiens</em>. Dato che tale pretesa è per definizione impossibile da soddisfare, se ne deduce che gli altri animali non abbiano coscienza, consapevolezza, mente. C’è da dire che per fortuna l’autore di questo libro tempera di tanto in tanto simili tesi antropocentriche, come quando scrive che «una volta che si accetta che il Sé di un essere umano abbia aspetti consci e inconsci, diviene facile osservare come gli altri animali possano essere pensati come aventi dei Sé, purché si sia cauti circa quali aspetti del Sé vengano attribuiti a ciascuna specie in questione» (p. 30).</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro limite del libro è la prospettiva nel complesso discreta e non olistica nella quale si pone. Vengono infatti narrate in dettaglio le vicende dei neuroni, dei dendriti, degli assoni, delle sinapsi. E si dà <em>quasi </em>per scontato che questo basti per comprendere il Sé. Ora, se è vero che tutti i pezzi e le parti di un motore devono essere attivi e funzionanti affinché si dia il movimento dell’automobile, il moto dell’auto nello spazio è altra cosa rispetto al funzionamento dei singoli pezzi meccanici. Il tutto, come l’empirista <strong>Aristotele</strong> sapeva, è superiore alla somma delle parti. Sembrerebbe quindi che anche LeDoux sia un riduzionista al pari di molti suoi colleghi. Ma più sopra ho sottolineato il “quasi”. Si tratta infatti di un riduzionismo temperato che ammette come le strutture e le dinamiche neuronali non si pongano in contrapposizione alla mente e al mondo ma con essi si integrino: «per quanto cominciamo a pensare a noi stessi in termini sinaptici, non dobbiamo sacrificare altre modalità di comprensione dell’esistenza» (18); «ritengo che le impostazioni non scientifiche (letteratura, poesia, psicoanalisi) e le scienze non riduzioniste (linguistica, sociologia, antropologia) possano coesistere con le neuroscienze, integrandole» (454).<br />
<span id="more-8384"></span>
</p>
<p style="text-align: justify;">Con tali limiti e con questo taglio, il libro risulta nel complesso interessante per la sintesi che opera delle attuali conoscenze sul cervello e per alcune implicite ma significative ricadute filosofiche. La tesi di fondo è che <strong>il Sé sia costituito dal flusso delle memorie e dai pattern di interconnettività dei neuroni</strong>: «gran parte del Sé è acquisita forgiando nuove memorie da quelle precedenti. Proprio come l’apprendimento è il processo di creazione delle memorie, le memorie create dipendono dalle cose apprese in precedenza» (134). Percezioni, apprendimenti, memorie dipenderebbero tutte dalle relazioni sinaptiche, da ciò che avviene nel minuscolo spazio che separa l’assone del neurone presinaptico, che trasmette l’informazione, dai dendriti del neurone postsinaptico che la riceve. Singolo neurone, sinapsi, circuiti, (gruppi di neuroni collegati dalle sinapsi) e sistemi (circuiti complessi dedicati a specifiche funzioni, come la visione) costituiscono la struttura del cervello e quindi la vita del Sé. Il quale rimane tuttavia «la totalità di ciò che un organismo è fisicamente, biologicamente, psicologicamente, socialmente e culturalmente. Sebbene sia un&#8217;unità, non è unitario. Comprende cose che conosciamo e cose che possiamo non sapere, cose che gli altri sanno su di noi e che noi ignoriamo» (44). La conferma che si tratti di un riduzionismo temperato viene anche dall’importanza che il libro dà al <strong>linguaggio</strong> come elemento peculiare della mente e dalla centralità che attribuisce alle emozioni, settore specifico delle ricerche di LeDoux. «L’emozione può essere definita come il processo attraverso cui il cervello determina o computa il valore di uno stimolo» (286). Ma essa è anche assai di più, coniugandosi con l’apprendimento, la memoria, i significati. La mente è tripartita, consistendo in <strong>emozione</strong> -appunto-, <strong>cognizione</strong> e <strong>motivazione</strong>. «Il pensiero non può essere pienamente compreso, se non si tiene conto di emozioni e motivazioni» (241); la salute mentale consisterebbe nell’equilibrio tra queste tre funzioni. Contro il cognitivismo LeDoux sostiene che la mente non è soltanto una macchina che processa simboli, «è piuttosto un sistema integrato che include, nei termini più generali possibili, reti sinaptiche dedicate a funzioni cognitive, emozionali e motivazionali» (359) ma anche, va aggiunto, è una funzione di apertura e legame con tutto il resto del corpo e con l’ambiente/mondo.<br />
Nell’ambito della <strong>psichiatria biologica</strong>, al quale il libro appartiene, LeDoux prende dunque posizione a favore della <strong>centralità delle sinapsi rispetto a quella dei geni</strong>, del dinamismo cerebrale rispetto all’immutabilità genetica. Il Sé non è statico. La memoria lo conferma attraverso la sua plasmabilità, che fa della mente non una macchina che riproduce eventi ma una struttura viva che li crea. La memoria infatti «è una ricostruzione dei fatti e delle esperienze in base al modo in cui sono stati immagazzinati, non al modo in cui sono realmente accaduti» (135). Questa dinamica pone naturalmente problemi di affidabilità non soltanto di tipo psicologico ma anche legale. Tanto che Dan Schacter ha individuato “<strong>sette peccati della memoria</strong>” che sono la caducità, la disattenzione, il blocco, la cattiva attribuzione, la suggestionabilità, la parzialità e la persistenza (184).</p>
<p style="text-align: justify;">Il Sé sinaptico deriva specialmente da tre aree cerebrali: la corteccia prefrontale, l’ippocampo e l’amigdala, le quali «risultano alterate in un qualche modo in tutte le forme di malattia mentale che abbiamo preso in considerazione finora» (411). Anche questo contribuisce a rendere l’identità e il Sé delle realtà assai fragili, come tutti gli umani prima o poi comprendono sulla propria pelle.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le connessioni sinaptiche tengono insieme il Sé nella maggior parte di noi, e per la maggior parte del tempo. Talvolta, però, pensieri, emozioni e motivazioni si dissociano. Se la trilogia mentale si scompone, è probabile che il Sé cominci a disgregarsi e la salute mentale a deteriorarsi. […] Che il Sé sia sinaptico può essere una maledizione: non ci vuole molto perché vada in pezzi. Ma è anche una benedizione, dal momento che ci sono sempre nuove connessioni in attesa di essere realizzate. Tu sei le tue sinapsi. Esse sono chi sei tu. (450)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">L’umano è certamente anche tutto questo. È <strong>l’ippocampo</strong> le cui funzioni si stanno rivelando sempre più fondamentali. Una di esse è di particolare interesse: l’ippocampo è centrale nella memoria e dunque nel distendersi temporale della vita ma è altrettanto centrale nella cognizione spaziale. E questo conferma <strong>l’unità spaziotemporale dell’umano</strong>, il quale è identità/differenza anche a livello genetico dato che i geni «ci rendono tutti uguali (siamo tutti umani), e ci distinguono anche gli uni dagli altri (ognuno di noi ha un corredo genico unico, che concorre alla nostra individualità)» (6). L’umano è apprendimento senza fine; è significativo che la <strong>neurogenesi</strong> aumenti ogni volta che acquisiamo nuove conoscenze. <strong>Imparare ha come conseguenza il generare nuovi neuroni</strong>, i quali a loro volta ci aiuteranno ad apprendere meglio. L’umano è decisione che assume su di sé il carico e il compito di vivere. Per questo nessuna terapia da sola e nessun farmaco da solo possono veramente guarire; <strong>farmaco, terapeuta e paziente</strong> devono contribuire insieme al risultato, «con i farmaci che attaccano il problema dal basso verso l’alto, il terapeuta dall’esterno all’interno e il paziente che, con alti e bassi, conquista il suo sé sinaptico» (418).</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei chiudere questa breve nota su un libro anche tecnico e complesso -da leggere magari insieme con l&#8217;eccellente <a href="http://www.vitapensata.eu/2011/01/03/perche-non-siamo-il-nostro-cervello/" target="_blank"><em>Perché non siamo il nostro cervello </em>di Alva Noë</a>- accennando a un problema tipicamente filosofico:<strong> l’intellettualismo etico <em>vs</em> il volontarismo</strong>. Le tre funzioni che compongono il Sé sinaptico non sono sempre coordinate tra di loro. E</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">questo è il motivo per cui un matematico brillante oppure un artista o un imprenditore di successo possono come chiunque altro cadere vittime di una seduzione sessuale, della collera suscitata dal traffico, della gelosia, oppure essere persone che maltrattano i bambini o stupratori, o possono soffrire di una depressione invalidante o di ansia. Il nostro cervello non si è evoluto a un punto tale che i nuovi sistemi, i quali rendono possibile un pensiero complesso, riescono facilmente a controllare i sistemi antichi che danno origine ai nostri bisogni e moventi di base, nonché alle reazioni emotive. Ciò non vuol dire che siamo completamente in balia del nostro cervello e che non ci resti che cedere ai nostri impulsi. Significa invece che la causalità discendente è a volte un’impresa ardua. <em>Fare</em> la cosa giusta non sempre scaturisce spontaneamente dal fatto di <em>sapere</em> quale sia la cosa giusta da fare. (449)</p>
</blockquote>
<p>Significa anche che un maggiore spazio dato alla conoscenza contribuisce comunque a sottrarre forza alle emozioni dolorose e alle azioni irriflesse. Infine: il sottotitolo sembra accennare a <strong>Pindaro</strong>, al suo “diventa ciò che sei”. Spero che non sia casuale.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 77 &#8211; Maggio 2011</title>
		<link>http://www.biuso.eu/2011/05/24/mente-cervello-77-maggio-2011/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 13:16:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il corpo è anche la relazione con lo spazio, la struttura prossemica che segna le diverse distanze alle quali permettiamo agli altri di incontrarci, la «bolla virtuale che circonda ciascuno di noi e dove la gente non penetra abitualmente, salvo per gesti sociali ammessi, come la stretta di mano» (N. Guéguen, p. 27). Penetrare con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/05/M§C_77.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7785" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M§C_77" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/05/M§C_77.jpg" alt="" width="83" height="107" /></a>Il <strong>corpo</strong> è anche la relazione con lo spazio, la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Prossemica" target="_blank">struttura prossemica</a> che segna le diverse distanze alle quali permettiamo agli altri di incontrarci, la «bolla virtuale che circonda ciascuno di noi e dove la gente non penetra abitualmente, salvo per gesti sociali ammessi, come la stretta di mano» (N. Guéguen, p. 27). Penetrare con maggiore o minore facilità nello spazio altrui, permettere che altri entrino nel nostro o proibirlo è una delle manifestazioni più chiare -perché in gran parte involontarie- della “<strong>dominanza</strong>”, di quel legame di ciascuno con ogni altro umano fatto anche di autorità e che sembra davvero non risparmiare «né le relazioni tra amici né quelle tra familiari o di coppia» (Id., 28).<br />
La “chimica del maschio dominante”, alla quale <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1347606" target="_blank">questo numero di </a><em><a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1347606" target="_blank">Mente &amp; cervello</a></em> dedica alcuni articoli, arriva al parossismo storico nel potere totalitario esercitato da alcuni gruppi, come quello nazionalsocialista. Della personalità di <strong>Hermann Goering</strong> si occupa lo psichiatra Douglas Kelley con il resoconto degli incontri che ebbe col vice di Hitler e Maresciallo del Reich, prima e durante il processo di Norimberga. Le conclusioni a cui Kelley pervenne furono che «Goering e i suoi accoliti fossero persone comuni, e che le loro personalità “potevano ripetersi oggi in qualsiasi paese del mondo”» (J. El-Hai, 53). Questo conferma che spiegare il nazionalsocialismo o qualsiasi altro fenomeno politico con la categoria della “pazzia” è del tutto privo di senso. Gli eventi storici hanno cause economiche, sociali, antropologiche e nessuna interpretazione soltanto psicologica e privata può darne conto.<br />
La tristezza della storia collettiva ha il suo riflesso in quella delle vite individuali. Anche per questo la medicalizzazione della tristezza sotto il nome di “<strong>depressione</strong>” è in gran parte scorretta e frutto degli interessi delle case farmaceutiche e di alcuni psichiatri, come documenta il libro di Gary Greenberg dedicato alla <em>Storia segreta del male oscuro</em>, recensito da M. Capocci (pp. 104-105). Ai «problemi difficili della vita» si può rispondere, certo, <em>anche</em> con dei farmaci -visto che siamo chimica che cammina- ma soprattutto con quell’«esercizio della saggezza» che aiuti a «fare pace con il proprio passato e a proiettarsi verso il futuro» (K. Baumann e M. Linden, pp. 84-89), visto che siamo tempo che cammina.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Cuore di tenebra</title>
		<link>http://www.biuso.eu/2010/12/05/cuore-di-tenebra/</link>
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		<pubDate>Sun, 05 Dec 2010 09:41:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Joseph Conrad (Hearth of Darkness, 1902) Trad. di Alberto Rossi Einaudi, Torino 1989 Pagine XLVI-127 Mentre si avanza, una progressiva assenza. Nel procedere dello spaziotempo vengono meno gli eventi, le parole, la luce. L&#8217;immenso fiume dal non detto nome introduce alla nebbia fittissima del senso, al buio della comunicazione. È anche questo il segreto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">di <strong>Joseph Conrad</strong><br />
(<em>Hearth of Darkness</em>, 1902)<br />
Trad. di Alberto Rossi<br />
Einaudi, Torino 1989<br />
Pagine XLVI-127</p>
<p><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/12/conrad.jpg"><img class="size-medium wp-image-6194 alignleft" style="margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="conrad" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/12/conrad-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Mentre si avanza, una progressiva assenza. Nel procedere dello spaziotempo vengono meno gli eventi, le parole, la luce. L&#8217;immenso fiume dal non detto nome introduce alla nebbia fittissima del senso, al buio della comunicazione. È anche questo il segreto di <em>Hearth of Darkness</em>: un&#8217;identità di forma e contenuto che nulla lascia fuori di sé ma che nel compiersi sospende la parola</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-6192"></span>Il comandante Marlow dà inizio, mentre sul Tamigi scende la tenebra notturna, al racconto del suo viaggio nel cuore dell&#8217;Africa, alla ricerca dell&#8217;avorio e di Mister Kurtz. La narrazione si avvicina in modo progressivo, lento, indiretto al suo obiettivo, esattamente come il procedere del battello per centinaia di miglia sulle acque. Quando, infine, si arriva è <em>al di là del bene e del male</em> che si è giunti. Lungo tutto il viaggio l&#8217;aria, il tempo, i giorni scorrono lenti fra luce e tenebre nella massiccia e lontana densità di una foresta impenetrabile, viva e respirante, sacra. Un pellegrinaggio nell&#8217;incubo, come se tutto ciò che il <em>Guernica</em> di Picasso racchiude nell&#8217;istante atemporale della pittura fosse dilatato nel tempo lungo della narrazione. Che cos&#8217;è lo <em>Hearth of Darkness</em> a cui ci si approssima senza mai coglierlo?</p>
<p style="text-align: justify;">È la conquista del mondo. Il demone e il destino dell&#8217;Europa. Ai popoli dell&#8217;Africa la schiavitù «era giunta addosso come un incomprensibile mistero proveniente di là dal mare» (pag. 23). Lo <em>Hearth of Darkness</em> è quindi quel «lezzo di rapacità imbecille», diffuso da funzionari tanto grotteschi quanto feroci e che «circolava per ogni dove a zaffate, come il fetore d&#8217;un qualche cadavere» (35). Ma il predare e sottomettere, la schiavitù e il massacro delle genti africane preesistono agli europei, ebbero inizio già al tempo dell&#8217;espansione araba. <em>Hearth of Darkness</em> è qualcos&#8217;altro. È l&#8217;infinita solitudine dell&#8217;uomo, il silenzio e l&#8217;oblio che avvolgono ogni anima e ogni vita: «il silenzio di quella terra penetrava dritto in fondo al cuore, col suo mistero, la sua vastità, la realtà stupefacente della sua vita recondita» (40). Una effettiva, e quindi totale, comunicazione fra gli umani è di fatto impossibile. La verità, il significato, la penetrante essenza di un attimo qualunque della vita, non si può trasmettere ad alcuno: «Si vive come si sogna: perfettamente soli» (42). Il silenzio senza traccia delle primordiali età dell&#8217;uomo è destinato a richiudersi su qualunque creazione, orma, documento, memoria come l&#8217;oceano sul capo di chi annega. Il viaggio verso la tenebra è quindi l&#8217;inoltrarsi «nella notte di età che scomparvero lasciando appena qualche traccia, e nessuna memoria» (56).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c&#8217;è di più, assai di più, al di là del rimpianto per la propria caducità. <em>Hearth of Darkness</em> è l&#8217;orrore dell&#8217;umano, l&#8217;umano come orrore. È questa la mortale sapienza alla quale infine Kurtz arriva. Il male dentro di sé, il male in ognuno che desidera, la tenebra della specie più luminosa, il dionisiaco dell&#8217;apollineo. La straordinaria eloquenza di Kurtz, i suoi pensieri reconditi, i sentimenti e le sconfinate sue passioni sono sempre e soltanto <em>allusi</em> e mai vengono <em>detti</em>. A esprimere la tenebra c&#8217;è solo qualche brandello di disincantata sapienza: la bizzarria della vita e il dominio su di essa del dolore, la ferocia della storia, l&#8217;incerta e terribile conoscenza di se stessi, la messe di inestinguibili rimpianti. Solo nell&#8217;ultima prova della sua misteriosa eloquenza Kurtz esprime qualcosa di semplice, qualcosa di definitivo. Il suo «sguardo fisso [...] era vasto abbastanza da abbracciare tutto l&#8217;universo, abbastanza acuto per penetrare in tutti i cuori che battono nella tenebra. Egli aveva tirato le somme -e aveva giudicato, “Quale orrore!”» (112) («his stare [...] was wide enough to embrace the whole universe, piercing enough to penetrate all the hearts that beat in the darkness. He had summed up -he had judged. “The horror!”»).</p>
<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;ultimo grido si riverbera sùbito sul quotidiano, a scanso di ogni esotismo: «Mi ritrovai di nuovo in quella città sepolcrale, irritato alla vista di gente che correva per le strade a rubarsi a vicenda qualche poco di denaro, a divorare quella sua infame cucina, a ingoiare la sua birra impossibile, a sognar i suoi sogni insignificanti e balordi» (113). Un&#8217;altra condanna gnostica si è abbattuta sull&#8217;umano e ha creato un racconto a volte forse ripetitivo, che continuamente insiste su quella parola <em>Darkness</em>, ma che -cosa davvero unica- dà la sensazione di sfiorare l&#8217;eterno: «Risalire lungo quel fiume era come viaggiare all&#8217;indietro nel tempo verso i più remoti primordi del mondo, quando la vegetazione tumultuava sulla terra, ed alberi immensi stavano come imperatori» (52).</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Il fotografo, le città</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 14:15:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Istanbul 05 010 Milano – Fondazione Stelline Sino al 12 dicembre 2010 Lo spazio, gli spazi. Lo spazio come oggetto e soggetto, contenitore e contenuto, rappresentazione e sostanza. Gli spazi delle città che Gabriele Basilico sa cogliere nella loro natura fisica, di organismo che una volta nato cresce come un corpo vivo. E come un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.stelline.it/01_calendario_evento.asp?IDAttivita=67" target="_blank">Istanbul 05 010</a></strong><br />
Milano – Fondazione Stelline<br />
Sino al 12 dicembre 2010</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/10/istanbul.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5820" title="istanbul" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/10/istanbul-400x293.jpg" alt="" width="400" height="293" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Lo spazio, gli spazi. Lo spazio come oggetto e soggetto, contenitore e contenuto, rappresentazione e sostanza. Gli spazi delle città che <strong>Gabriele Basilico</strong> sa cogliere nella loro natura fisica, di organismo che una volta nato cresce come un corpo vivo. E come un corpo, una città può essere ferita, invecchiare, rigenerarsi, morire.<br />
Istanbul appare in tutta la sua confusa concrezione di legno, cemento, ponti, mare, luci, parabole satellitari. Un formicaio di case che nulla concede all&#8217;esotico, alla cartolina, alla storia. Per Basilico, la fotografia documenta e ricrea sempre e solo il presente. Protagonisti assoluti sono dunque e appunto gli spazi urbani, dei quali gli umani sembrano soltanto un epifenomeno.<br />
Lo stesso sguardo il fotografo rivolge alle altre città che visita, come ben documenta il lungo e appassionante filmato che accompagna la mostra. Città soprattutto di mare, coi loro porti infiniti. La <strong>costa bretone </strong>sembra ampliarsi nel cielo cupo di tempesta; <strong>Genova</strong> è la potenza delle sue strutture portuali che fanno corona all&#8217;immobilità verticale della Lanterna; <strong>Beirut</strong> appena uscita dalla guerra sembra da lontano una delle tante città mediterranee, coi loro quartieri sventrati dalla pace e non dalle bombe; <strong>San Francisco</strong> è il conflitto/continuità tra i quartieri industriali dismessi e i tracotanti grattacieli della finanza.<br />
Ma anche una città senza porto, <strong>Mosca</strong>, è colta nelle sue costanti e nelle trasformazioni, una città decisamente verticale, dove l&#8217;ossessione del potere si fa architettura. E l&#8217;architetto/fotografo torna poi sempre alla sua città, <strong>Milano</strong>, della quale lo interessano i quartieri meno alla moda, meno curati ma ricchi di una stratificazione produttiva e antropologica che l&#8217;immagine ufficiale cerca di nascondere o addirittura negare.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Basilico, infatti, la fotografia ha in sé una dimensione sociale essenziale e fondante. Che in lui diventa consapevolezza della non neutralità dello sguardo. Afferma infatti, in un brano della lunga intervista che intesse il film, che «posso fotografare le periferie accentuando il tono drammatico e gli scuri, ma posso invece avere uno sguardo più rispettoso della natura anche solidale di questi spazi». Ha ragione, non esistono luoghi ma solo interpretazioni. Basilico attraversa dunque le città col suo cavalletto sul quale una raffinata macchina analogica si ferma a cogliere, fedele, non soltanto ciò che si riflette nel diaframma ma soprattutto quanto l&#8217;occhio dell&#8217;artista aveva già colto e costruito.</p>
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		<title>Il tempo vissuto</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 14:25:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eugène Minkowski Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia (Le temps vécu. Études phénoménologique et psycopatologiques [1933], 1968) Trad. di Giuliana Terzian Revisione e cura del testo di Anna Maria Farcito Introduzione di Federico Leoni Prefazione di Enzo Paci Nuova edizione Einaudi, Torino 2004 Pagine XXXIX-401 Il tempo/spazio costituisce l&#8217;esperienza fondamentale dell&#8217;umano e del suo stare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Eugène Minkowski<br />
<strong>Il tempo vissuto.<br />
Fenomenologia e psicopatologia</strong><br />
(<em>Le temps vécu. Études phénoménologique et psycopatologiques</em> [1933], 1968)<br />
Trad. di Giuliana Terzian<br />
Revisione e cura del testo di Anna Maria Farcito<br />
Introduzione di Federico Leoni<br />
Prefazione di Enzo Paci<br />
Nuova edizione<br />
Einaudi, Torino 2004<br />
Pagine XXXIX-401</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/04/minkowski.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4773" title="minkowski" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/04/minkowski.jpg" alt="" width="200" height="306" /></a></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Il tempo/spazio costituisce l&#8217;esperienza fondamentale dell&#8217;umano e del suo stare al mondo, è «per ognuno di noi il problema più vivo, più personale» (pag. 5). Anche per questo la radice profonda e l&#8217;espressione immediata delle psicopatologie non può che coinvolgere la sua percezione e rappresentazione. Il distacco dalla realtà, qualunque forma essa assuma, è un distacco dal fondamento temporale della vita umana.<span id="more-4771"></span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il patologico, mostrandoci che il fenomeno del tempo e probabilmente anche quello dello spazio si situano e si organizzano nella coscienza malata <em>diversamente</em> da come lo concepiamo di solito, mette in rilievo caratteri essenziali di questi fenomeni che, proprio a motivo della poca distanza che ci separa da essi nella vita passerebbero inosservati o sarebbero considerati del tutto naturali. (8)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il disorientamento temporale si accompagna quasi sempre a un disorientamento nello spazio; la malattia psichica è anche una rinuncia alla dimensione fondamentale del futuro, a quello slancio verso l&#8217;ha da essere il cui rallentamento e diminuzione produce «ora l&#8217;impossibilità di liquidare le situazioni presenti, ora il sentimento di una determinazione ineluttabile a opera del passato» (279). Della complessità esistenziale e psicologica, della sua varietà, si perdono le differenze e rimane l&#8217;identità; si dissolve il molteplice a favore dell&#8217;uno; si perde il tempo nel dominio dello spazio. Nello spazio, infatti, «noi cerchiamo il simile e l&#8217;identico, nel tempo viviamo il nuovo e il dissimile» (314-315).<br />
La schizofrenia è in gran parte il risultato di tale dinamica esclusiva ed escludente, che tende ad arrestare lo slancio della vita interiore in «<em>atti senza domani, atti congelati, atti a corto circuito, atti che non tendono a concludere</em>» (265), tanto da poter dire che lo schizofrenico venga «attirato solo da quello che è spazio, che solo così si senta a suo agio, e che fugga tutto ciò che è divenire e tempo» (262).</p>
<p style="text-align: justify;">Se una caratteristica primaria del tempo è il divenire incessante di questa “massa liquida” (Bergson) che sta ovunque intorno e dentro all&#8217;io e che plasma l&#8217;«io-qui-adesso» (258) del corpo umano, i processi morbosi consistono anche e proprio nel ridurre tale struttura a una immobilità densa e senza futuro, nella quale i ricordi tendono ad assumere sempre più la figura deformata della persecuzione e di una infinita tristezza. La memoria, infatti, non si limita a registrare l&#8217;accaduto ma lo reinventa di continuo. La malattia mentale è una reinvenzione parziale, statica, deformata sino all&#8217;allucinazione.<br />
Di contro, gli stati d&#8217;equilibrio -sempre fragili- della psiche consistono nel mantenimento della «innata <em>solidarietà</em><em> spazio-temporale</em>» che è «paragonabile a quella della solidarietà<em> organico-psichica</em>» (22). Ha quindi ragione Heidegger, (del cui libro del 1927 Minkowski afferma comunque di non aver potuto discutere) a definire il tempo come avvenire-essente stato-presentante, «gewesend-gegenwärtigende Zukunft» (<em>Sein und Zeit</em>, § 65, p. 916 dell&#8217;edizione Mondadori 2006) e il futuro come «il <em>fenomeno primario della temporalità originaria e autentica</em>» (Ivi, § 65, pp. 925-927).</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Minkowski, infatti, c&#8217;è un&#8217;asimmetria tra passato e futuro: «l&#8217;avvenire vissuto ci è dato incontestabilmente in modo più primitivo del passato. Esso reca con sé nella vita il fattore creatore, di cui il passato sembra essere interamente privo» (39). Ogni raggiungimento apre ad altri obiettivi, ogni luogo dispiega nuovi itinerari, ogni qui è un oltre. Dove ciò non accade il corpo è diventato salma. Perché anche questo è il tempo vissuto, «una riserva eterna e inestinguibile di forze, senza la quale non si potrebbe vivere» (76).</p>
<p style="text-align: justify;">I testi che compongono il libro furono redatti lungo una ventina d&#8217;anni e a volte emergono differenze e ripetizioni. Il fondamento è tuttavia sempre chiaro e unitario, radicato com&#8217;è nelle tesi bergsoniane e husserliane dei dati immediati della coscienza e delle visioni d&#8217;essenze. La prima parte è un <em>Saggio sull&#8217;aspetto temporale della vita</em>, la seconda mette alla prova i postulati teorici mediante il confronto con numerosi casi clinici. Il risultato è un testo che offre conferma anche empirica della ricchezza teoretica ed esistenziale della temporalità fenomenologica.</p>
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		<title>Guerra e pace</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 12:27:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La pace è un istante, la guerra è sempre. L&#8217;illusione della pace è il cadavere del pensiero. Il parmenidismo applicato ai rapporti umani -individuali e collettivi- è in realtà una necrofilosofia. La stasi è una consolazione per i deboli di cuore, per coloro che hanno timore della vita e del suo pulsare. Il tempo -il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La pace è un istante, la guerra è sempre. L&#8217;illusione della pace è il cadavere del pensiero. Il parmenidismo applicato ai rapporti umani -individuali e collettivi- è in realtà una necrofilosofia. La stasi è una consolazione per i deboli di cuore, per coloro che hanno timore della vita e del suo pulsare. Il tempo -il <em>pólemos</em> che scorre sempre e non si ferma mai- è per quanti accolgono la grandezza e il dolore del divenire. Certo, oltre il tempo si dà ancora essere. Ma è l&#8217;Indicibile.</p>
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		<title>Calder. La materia aria</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 16:21:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[CALDER Roma –  Palazzo delle Esposizioni Sino al 14 febbraio 2010 D&#8217;aria e di fil di ferro sono fatte le prime sculture di Alexander Calder, quasi impalpabili eppure materiche. A rappresentare animali, volti, eventi, miti (splendidi davvero Ercole e il leone e Romolo e Remo). Poi l&#8217;invenzione dei Mobiles, sculture non germinate dalla terra ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>CALDER</strong><br />
Roma –  <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=90" target="_blank">Palazzo delle Esposizioni</a><br />
Sino al 14 febbraio 2010</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2009/12/calder-untilted.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4125" title="calder untilted" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2009/12/calder-untilted.jpg" alt="" width="400" height="331" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;aria e di fil di ferro sono fatte le prime sculture di Alexander Calder, quasi impalpabili eppure materiche. A rappresentare animali, volti, eventi, miti (splendidi davvero <em>Ercole e il leone</em> e <em>Romolo e Remo</em>). Poi l&#8217;invenzione dei <em>Mobiles</em>, sculture non germinate dalla terra ma arrivate dal cielo. Opere che il vento muove e che sono dunque ogni volta rinnovate nello spazio. Vi si affiancano le grandi <em>Stabiles</em> come il magnifico <em>Tree</em> che sembra trasformare in vita l&#8217;inorganico.<br />
Più lieve è il mondo, più aerea la bellezza da quando questo tra i massimi scultori di sempre ha sradicato le opere dalla loro morta fissità e le ha rese movimento, gioco, volo. Come il grande <em>mobile</em> appeso al tetto e intitolato a una data: <em>Le 31 Janvier</em>. C&#8217;è qualcosa di ancestrale e di profondo in queste opere, come la rivelazione di ciò che la materia è davvero: non sostanza, sostrato, permanenza, costanza, ma spazio che si dilata, apre, trasforma, cangia, splende, a dire la propria identità col tempo.<br />
Una sezione della mostra espone le fotografie dedicate a Calder da Ugo Mulas, nelle quali il «gigante bambino» è una cosa sola con le sue opere, con l&#8217;aria.</p>
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		<title>Di alcune orme sopra la neve</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Aug 2009 16:49:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giuseppe O. Longo Mobydick, Faenza 2007 Pagine 256 «Un Dio distratto e impotente» (pag. 16) ha progettato il «Centro incoerente e smisurato» (224), la cui mappa infedele e parziale (o forse l&#8217;infedeltà abita nei luoghi stessi e non nelle mappe?) non convince Enrico, che decide dunque di ridisegnarla. Il Centro è un Istituto scientifico nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">di <strong>Giuseppe O. Longo</strong><br />
Mobydick, Faenza 2007<br />
Pagine 256</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2009/08/Longo_orme.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3010" title="Longo_orme" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2009/08/Longo_orme-149x300.jpg" alt="Longo_orme" width="149" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">«Un Dio distratto e impotente» (pag. 16) ha progettato il «Centro incoerente e smisurato» (224), la cui <strong>mappa</strong> infedele e parziale (o forse l&#8217;infedeltà abita nei luoghi stessi e non nelle mappe?) non convince Enrico, che decide dunque di ridisegnarla. Il Centro è un Istituto scientifico nel quale Enrico Hecker viene chiamato a lavorare su un progetto di ricerca dedicato ai raggi laser. Carattere riservato, serio e infantile, romantico e distante, intessuto dell&#8217;assenza del padre morto prima che lui nascesse, soggiogato dall&#8217;amore e dall&#8217;odio verso la <strong>Madre</strong> e i suoi ricatti affettivi, Enrico vede in questo incarico una via di liberazione e di compimento. Ma al Centro il tempo e la vita prendono una cadenza inquietante ed enigmatica.<span id="more-3009"></span> Il cameratismo maligno del collega Fayard, la casta e perturbante femminilità di Francesca, l&#8217;ostilità dell&#8217;Amministratore, sono forme diverse e dolorose dell&#8217;«abisso che separa ogni essere umano da ogni altro» (47).</p>
<p style="text-align: justify;">In questo suo lavorare, studiare, cercare la maglia rotta dell&#8217;armatura, Enrico incontra anche dei possibili messaggeri di <strong>salvezza</strong>: il vecchio tipografo Alvise, che aveva stampato quella mappa così poco esatta, il quale lo avverte che «fare la carta è necessario, ma non bisogna sperare di riuscirci» (183); la sensuale Magda, baciata in una vecchia carrozza, la materna Irma conosciuta mentre lava i panni al sole. Altre figure di tenebra, invece, lo sfiorano senza distruggerlo. «Come in sogno» (90) e facendo sogni rivelatori, Enrico oscilla tra la «secca e misurata esaltazione che dà la scienza» (171) e il bisogno quasi inevitabile e involontario di perlustrare i luoghi più reconditi del Centro, di segnarne le strade, di scioglierne le metafore sino «all&#8217;insieme di tutte le metafore», Dio (232). Ma l&#8217;Amministratore lo mette in guardia dal disvelamento dello <strong>spaziotempo</strong>: l&#8217;enigma va lasciato alla sua natura, alla «replicazione assurda e quasi demente» dei geni, «unici veri depositari e propagatori della vita, cioè in fondo di se stessi», mentre cervello e corpo sono nati «come macchina da sopravvivenza per i geni» (219). Quando Enrico si incammina lungo un sentiero secondario, l&#8217;unico a mancargli per completare un primo foglio della mappa, si smarrisce.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Guardò il Quadrivio e gli spuntarono lacrime di rabbia: tentare di raggiungerlo era stata una follia che gli aveva fatto perdere tempo prezioso e l’ultima luce del giorno. Ma almeno adesso tornare indietro sarebbe stato più facile: gli bastava seguire le proprie orme sulla neve; questo pensiero lo confortò. Cominciò a camminare senza più guardarsi intorno, mettendo con puntiglio i piedi sopra le orme che si vedevano appena, accendendo ogni tanto la lampada per risolvere un dubbio. Ma ad un tratto si accorse con disperazione che le impronte non c’erano più: si era lasciato ingannare da qualche forma estranea, aveva seguito una traccia illusoria» (250-251)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">È lo smarrimento che a volte sembra fare dei nostri giorni e della vita qualcosa di inevitabile e di incomprensibile. Nella stanza dell’Amministratore Enrico aveva scorto un quadretto illuminato da una lampada, il cui soggetto non gli era chiaro ma sembrava raffigurare alcune orme sopra la neve. Le orme sulle quali, poi, si chiuderà il romanzo. Tale vortice letterario e metafisico intesse domande e risposte che arrivano, sì, ma quando tutto è compiuto nel tempo finito: «La risoluzione del problema della vita si scorge allo sparir di esso» (Wittgenstein, <em>Tractatus logico-philosophicus</em>, 6.521).<br />
Un bellissimo romanzo, fisico e simbolico, angosciante e salvifico.</p>
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		<title>Recensione a: Un&#8217;ordinata ambiguità, di Giuseppe Raciti</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Dec 2008 18:38:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un&#8217;ordinata ambiguità. Per una genealogia dell&#8217;anarca di Giuseppe Raciti in Diorama letterario Numero 290 Pagine 38-39]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><strong>Un&#8217;ordinata ambiguità.<br />
Per una genealogia dell&#8217;anarca<br />
<span style="font-weight: normal;">di </span><a href="http://www.giusepperaciti.eu/" target="_blank">Giuseppe Raciti<br />
</a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="font-weight: normal;">in <em>Diorama letterario</em><br />
Numero 290<br />
Pagine 38-39</span></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="font-weight: normal;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-955" title="dl_2901" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2008/12/dl_2901-205x300.jpg" alt="dl_2901" width="205" height="300" /><br />
</span></strong></p>
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