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Per la politica, contro la televisione

Una delle dimostrazioni ai miei occhi più chiara dell’intelligenza politica di Beppe Grillo è la seguente dichiarazione (8.5.2012):

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Se il MoVimento 5 Stelle avesse scelto la televisione per affermarsi, oggi sarebbe allo zero qualcosa per cento. Partecipare ai talk show fa perdere voti e credibilità non solo ai presenti, ma all’intero MoVimento. Nei talk show il dibattito avviene con conduttori di lungo corso e con le mummie solidificate dei partiti. C’è l’omologazione con il passato. Che senso ha confrontarsi con Veltroni o con Gasparri in prima serata? Più che spiegarlo e ribadirlo non posso fare. Comunque chi partecipa ai talk show deve sapere che d’ora in poi farà una scelta di campo.
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e, prima ancora, (21.4.2012):

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I talk show televisivi sono un’arma contro il MoVimento 5 Stelle. Sono spazi poco igienici dove chi partecipa viene omologato alle scorie del Sistema. Infatti, se ti siedi accanto a Renzi o alla Santanchè sei omologato. Chi ascolta gli scarsi minuti che ti vengono accordati ti qualifica come un’espressione dei partiti. Chi si siede su quella poltroncina, su quella sedia, è alla mercé di conduttori schierati che hanno due obiettivi: lo share e l’obbedienza al partito o allo schieramento di riferimento.
[...] Siamo cresciuti in Rete, ci siamo sviluppati con l’esempio dei fatti nei Comuni, con il passaparola. La televisione è controllata in ogni sua piccola parte dai partiti. Uno “stupid box”. “Farsi vedere” dai cittadini “altrimenti non si cresce” è una solenne cazzata. O per alcuni una scusa per dare spazio al proprio ego.
È bene ricordare che chiunque faccia parte del MoVimento 5 Stelle, oggi ci sono 200.000 iscritti, ha la stessa dignità. È un MoVimento di massa dove chiunque può prendere e dare il testimone. La rivoluzione non sarà televisiva. La televisione è in mano al potere costituito. O ti oscura o deforma il tuo messaggio. I movimenti degli Indignados o dei Pirati svedesi sono nati e si sviluppano in Rete, non in prima serata televisiva. Ogni volta che parlano Bersani e Casini c’è uno spostamento di voti verso il MoVimento 5 Stelle, ogni volta che un esponente del M5S si fa ingabbiare in un talk show questi voti ritornano ai partiti. La nostra voce è la Rete, senza non avremmo neppure lo 0,1%. Entrare in uno studio in cui tutti, ma proprio tutti sono contro di te e non hai neppure il diritto di parola, perché ti viene tolta al momento opportuno da conduttori prezzolati, è fare il gioco dei partiti. Per chi non lo sapesse ancora, le televisioni appartengono ai partiti insieme ai giornalisti. Senza alcuna eccezione.
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Condivido pienamente. Da anni.

 

Poliziesco

Diaz
di Daniele Vicari
Italia, 2012
Con: Jennifer Ulrich (Alma Koch), Claudio Santamaria (Max Flamini), Elio Germano (Luca Gualtieri), Ralph Amussou (Etienne), Renato Scarpa (Anselmo Vitali), Mattia Sbragia (Armano Carnera)
Trailer del film

C’è qualcosa che non funziona se le riunioni dei capi dei Paesi democratici si tengono in città blindate e in stato d’assedio. Funziona ancora meno se in una di queste città -Genova, luglio 2001- i servizi segreti permettono l’afflusso di gruppi militarizzati. E smette del tutto di funzionare se centinaia di poliziotti in assetto di guerra irrompono di notte in una scuola dove dormono giovani e meno giovani e picchiano selvaggiamente, ripetutamente, fanaticamente gli ospiti inermi. Non contenti, portano ragazzi e ragazze nella caserma di Bolzaneto e li torturano.
La verità, però, è che tutto questo ha funzionato benissimo. Perché ha applicato l’indicazione di Mao Zedong di “colpirne uno per educarne cento”. Da allora, infatti, i movimenti di protesta sono stati più rari e più prudenti. Le persone ci pensano più di una volta prima di rischiare la vita e le ossa sotto i tonfa dei poliziotti.
Poliziotti che hanno fatto il loro mestiere di servi dei poteri criminali che a Genova stabilirono la politica economica ultraliberista che ci sta portando alla rovina. Le violenze e le torture del 2001 vennero decise a freddo dai capi di governo e dai padroni delle banche in vista di una strategia di repressione del pensiero critico tramite una vecchia tattica che gli stati utilizzano da almeno due secoli: infiltrarsi, provocare, diffondere il terrore, reprimere.
Di tutto questo Diaz racconta con efficacia la brutale azione dei servi ma tace quasi del tutto sulle volontà dei padroni. Non compaiono nemmeno i reali nomi dei poliziotti che sono stati condannati per lesioni, falsa testimonianza, violenza privata (in Italia il reato di tortura non esiste). Non compaiono i responsabili politici -Scajola ministro degli Interni; Fini, vicepresidente del consiglio presente non si sa a che titolo nella sala operativa della Questura nei giorni del G8; Castelli ministro della giustizia presente a Bolzaneto la notte delle torture. Compare solo un filmato nel quale Silvio Berlusconi recita le sue consuete menzogne anche sui fatti di Genova.
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I sovversivi

Guardate questa persona. Un tranquillo, anziano signore, vero? Un pensionato dalla faccia serena. Un nonno che immaginiamo circondato dai suoi bei nipotini. No. È la fotografia di uno degli umani più feroci del Novecento. È Jorge Rafael Videla, presidente dell’Argentina dal 1976 al 1981. In un’intervista concessa al giornalista Ceferino Reato Videla afferma che le 30.000 persone massacrate, torturate, uccise, gettate dagli aerei militari, fatte sparire sotto il suo regime e per suo comando furono il necessario «prezzo da pagare per vincere la guerra contro la sovversione […]. Bisognava eliminare un bel mucchio di persone che non si poteva portare davanti alla giustizia e neanche fucilare»; «Per non provocare proteste dentro e fuori il paese, si arrivò alla decisione che quella gente “desapareciera”, scomparisse». In ogni caso, continua Videla, «Dio sa quello che fa e perché lo fa. Io accetto la volontà di Dio e credo che Dio mi abbia sempre tenuto per mano». Non so se lo abbia guidato la mano di Dio ma certamente lo ha fatto quella della Chiesa argentina, quella degli Stati Uniti d’America -la “più grande democrazia del pianeta” per i fessi che ci credono-, i quali incoraggiarono, sostennero e protessero una delle dittature più efferate del Novecento. I militari assassini furono guidati anche dal gioco del calcio e dalla vittoria dell’Argentina ai mondiali del 1978, un successo che regalò loro il plauso delle folle. Il “calcio e lo sport fuori dalla politica”? Un’altra favola per gli sprovveduti.
Sovversivi dell’ordine furono i generali e ammiragli Emilio Eduardo Massera, Roberto Eduardo Viola, Leopoldo Galtieri, Reynaldo Bignone, Orlando Ramón Agosti e il loro capo Videla.

Sic transit gloria mundi

«Uno stillicidio di tragicomici maneggiamenti degni della peggior commedia all’italiana, con il figlio tonto -e la famiglia tutta-  a gozzovigliare in Porsche o ristrutturare case sgraffignando assegni sotto il naso di tutti i politici leghisti, che in questi anni hanno solo pazientato facendo finta di non vedere. Quanto alla base, frignerà pure ma le toccherà rifondare pure il linguaggio, “Roma ladrona” è già slogan del passato, roba primitiva. Tutti sanno che il figlio Renzo è una barzelletta vivente e che sulla famiglia & friends (il cosiddetto cerchio magico) da anni se ne dicevano di ogni colore» (Luca Fazio, il Manifesto, 6.4.2012, p. 5).
Un’ottima sintesi dell’identità leghista, di questi similumani che si sono fatti ingannare per decenni da uno che è stato lasciato dalla prima moglie quando costei si accorse che la laurea in medicina era una pura menzogna e che il marito ogni mattina usciva con la valigetta sanitaria per andare non all’ospedale ma al bar. Neppure Lino Banfi e Alvaro Vitali messi insieme raggiungono l’intelligenza populistica della Lega Nord.

[7.4.12. Questa commedia italica e terrona diventa sempre più grottesca e triste. Dalle dichiarazioni -messe a verbale- delle segretarie amministrative della Lega Nord viene fuori che la senatrice Rosy Mauro ha preso una laurea in Svizzera spendendo 130 mila euro e che Renzo Bossi ne sta prendendo un'altra per la medesima cifra in un'università privata di Londra. Che questi due soggetti non abbiano neppure tentato di laurearsi negli atenei pubblici italiani è motivo di onore per il nostro sistema universitario].

Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia

Nuova edizione
Villaggio Maori Edizioni
Catania, 2012
Collana I Saggi del Villaggio

ISBN 978-88-906119-3-3
Pagine 176
€ 14,00

 

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Terremoti

Scossa
di Carlo Lizzani – Ugo Gregoretti – Francesco Maselli – Nino Russo
Italia, 2012
Con: Lucia Sardo, Paolo Briguglia, Massimo Ranieri, Amanda Sandrelli, Gianfranco Quero
Trailer del film

 

Quattro diversi modi di raccontare il terremoto che nel dicembre del 1908 sconvolse Messina e la Calabria.  Modi diversi ma tra di loro in continuità. Lizzani narra il saluto tra una madre e il figlio che va al lavoro. Poche ore dopo è l’apocalisse. La donna rimane imprigionata sotto la macerie. Implora aiuto ma non lo riceve né da una vicina di casa, né dai soldati, né da un ladro. Neppure il figlio riesce a evitare che Speranza -così si chiama- muoia.
Gregoretti mette in scena il reportage che un giornalista piemontese preparò raggiungendo la Calabria e la Sicilia pochi giorni dopo il terremoto. L’inefficienza politica, l’incapacità della pubblica amministrazione, la presunzione di risolvere tutto da parte dei potenti sono le stesse che hanno caratterizzato le tante tragedie italiane successive.
Citto Maselli firma un breve episodio nel quale un detenuto emerso dalle macerie del carcere torna a casa e cerca di liberare la moglie ma è scambiato per uno sciacallo dai soldati russi arrivati in soccorso e viene quindi fucilato.
Nino Russo racconta dello “zio Turi”, un pescatore al quale le autorità dichiarano di requisire il capanno che ha sul mare per dargli in cambio una nuova casa “entro quindici giorni”. Si susseguono anni e decenni, la “carta” che documenta l’impegno dell’amministrazione ingiallisce ma nulla accade. Turi si rivolge a un avvocato liberale, poi a un gerarca fascista, poi a un prete democristiano, infine a un impiegato dei giorni nostri, il quale non crede ai suoi occhi quando si ritrova davanti un uomo che dovrebbe avere all’incirca 160 anni. Ma il pescatore gli spiega che la casa è un suo diritto e sino a che non l’avrà ottenuto non toglierà il disturbo morendo.

Quattro episodi diversi e diseguali tra di loro: dalla narrazione tradizionale di Lizzani -con un’ottima Lucia Sardo a interpretare Speranza- al documentarismo di Gregoretti; dal più breve e più debole contributo di Maselli al surreale percorso di Russo dentro un secolo di disinteresse, abbandono, prepotenza nei confronti di una delle tante vittime della sciagura. La tragedia non è di allora, la tragedia è ora, con il Belice cancellato, con l’Irpinia trionfante di affari camorristici, con la gioia dei palazzinari amici del governo Berlusconi che hanno esultato alla notizia che all’Aquila c’era stata una fortissima scossa.

Macelli

Piccolo Teatro / Teatro Grassi – Milano
Santa Giovanna dei macelli
di Bertolt Brecht
Trad. di Ruth Leiser e Franco Fortini
Scene di Margherita Palli
Con: Maria Paiato (Giovanna Dark), Paolo Pierobon (Mauler), Giovanni Ludeno (Cridle), Alberto Mancioppi (Weinberg), Roberto Ciufoli (Graham), Francesco Migliaccio (Meyers), Michele Maccagno  (Lennox), Fausto Russo Alesi (Slift), Francesca Ciocchetti (Signora Luckerniddle), Massimo Odierna  (Gloomb), Michele Maccagno (Paulus Snyder), Elisabetta Scarano (Marta), Gianluigi Fogacci (Operaio).
Regia di Luca Ronconi
Produzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa – The State Academic Maly Theatre of Russia, Mosca
Sino al 5 aprile 2012

 

[Una recensione più ampia è stata pubblicata sul numero 14/marzo 2012 di Vita pensata]

Chicago. I grandi macelli. Macchine di sterminio a pieno regime negli anni Venti del Novecento, a pieno regime negli anni Dieci del XXI secolo. Secondo alcuni storici quei macelli furono uno dei modelli ai quali il Nazionalsocialismo si ispirò per i suoi Lager. In essi, infatti, l’obiettivo era ed è ottenere il maggior numero di cadaveri nel più breve tempo e con il minor dispendio possibile di energia e di danaro.
Le stesse procedure che massacrano gli altri animali distruggono anche le esistenze degli addetti alle fabbriche/mattatoi. I signori della carne ritengono che cinquantamila o settantamila operai e le loro famiglie possano essere lasciati a casa, licenziati, ridotti in miseria. Si tratta di «plebe senza principi morali». È tra questa plebe che Giovanna Dark cerca di diffondere la Parola del Signore attraverso i sorrisi, i tamburi e le minestre calde dell’Esercito della Salvezza.
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Tempo debito

In Time
di Andrew Niccol
USA, 2011
Con Justin Timberlake (Will Salas), Amanda Seyfried (Sylvia Weis), Cillian Murphy (Raymond Leon), Vincent Kartheiser (Philippe Weis), Olivia Wilde (Rachel Salas), Alex Pettyfer (Fortis)
Trailer del film

Venticinquenni. Gli umani appaiono tutti al massimo venticinquenni. Sono infatti geneticamente programmati per rimanere sempre fermi a questa età. Compiuta la quale, però, possiedono ancora soltanto un anno di vita e poi saranno “azzerati”. A meno che riescano a guadagnare o a rubare del tempo. L’implacabile timer che appare sul loro braccio sinistro segna l’abbreviarsi e l’allungarsi della vita di ciascuno. In questo futuro distopico si viene quindi pagati non in danaro ma in minuti, ore, giorni. E tutto ciò che si compra lo si acquista con la stessa moneta. Il tempo è diventato danaro, alla lettera. Ma queste norme non valgono per tutti. Un’élite ben protetta e rinchiusa nel suo quartiere elegante e dorato possiede un patrimonio temporale che avvicina molti dei suoi membri all’immortalità. E il sistema viene naturalmente difeso dalla polizia dei guardiani del tempo. La ragione di tutto questo sembra risiedere in un eccesso demografico che non potendo garantire a tutti gli umani la sopravvivenza deve periodicamente eliminarne un buon numero.
La madre di Will Salas muore a causa di un banale contrattempo; è in quel momento che il figlio decide di utilizzare il secolo di vita regalatogli da un immortale per combattere contro l’aristocrazia chiusa nel suo fortino e per donare tempo/vita a tutti. In quest’impresa sarà aiutato da Sylvia, figlia di uno dei più grandi magnati della finanza temporale.

L’idea alla base del film è molto intrigante. La realizzazione segue troppo tuttavia i canoni spettacolari e ottimistici del cinema hollywoodiano, risultando spesso banale. Non mancano inoltre varie evidenti incongruenze e ingenuità narrative. Apprezzabile, invece, è la chiara struttura metaforica dell’opera, che in realtà non parla del futuro ma di noi, oggi. Noi che siamo sempre più dominati da un’oligarchia finanziaria mondiale che gode di patrimoni inconcepibili mentre invece interi popoli -la Grecia, ad esempio- vengono ridotti con assoluto cinismo alla fame e alla rovina. Karl Marx sostiene che il plusvalore, ciò da cui proviene il profitto del capitale, si genera dal tempo/lavoro sottratto ai produttori. Questo film esprime un’idea analoga. In un articolo pubblicato sul numero 16 (febbraio 2012, pp. 4-5) di Alfabeta2 («Un tremendo futuro alle spalle? Archeologia della dittatura finanziaria») Federico Campagna scrive che «fu grazie a una politica spericolata di prestito sulla vita dei lavoratori che gli sforzi titanici dell’industrializzazione europea divennero possibili nel XVIII e XIX secolo. Il sistema salariale forniva, poi, ai debitori (i capitalisti e lo Stato) un metodo vagamente legittimo di pagamento del debito. Tuttavia i salari non potevano mai coprire gli interessi sul prestito illimitato di tempo e di lavoro sulla vita dei lavoratori. […] Mancando la possibilità di appartenere a una collocazione fisica, la categoria di debito trova il suo posto nell’orizzonte del tempo. La sua posizione nella linea del tempo, comunque non è stabile. […] Per definizione il debito può esistere solo in una rincorsa incessante della propria coda, come un obiettivo mancato». Il risultato qui e ora di questo tempo/debito? «L’antropologo anarchico David Graeber ha notato recentemente una cosa: dato che il debito è una promessa, quando gli Stati europei hanno dovuto scegliere se rompere la loro promessa con i banchieri o con i loro popoli hanno scelto senza esitazione la seconda opzione». È questo il fondamento delle politiche di Mario Monti, di Angela Merkel, di Nicolas Sarkozy, di Barack Obama, dei governanti ellenici. Burattini politici in mano alla finanza mondiale, ladri di tempo, di lavoro e di risorse che sottraggono alle loro nazioni in recessione per donarle alle banche e ai santuari mondiali della finanza. Basti pensare che la Banca Centrale Europea ha erogato un prestito di 500 miliardi di euro alle banche europee con il tasso dell’1% mentre poi le banche stesse applicano tassi molto alti ai loro debitori, praticando inoltre una politica creditizia assai rigida. Quei governanti sono dunque traditori dei loro popoli.
Uno dei fondamenti del film di Niccol è l’idea darwiniana della sopravvivenza del più forte. Emblematico l’episodio in cui Will e Sylvia si trovano davanti alla cassaforte nella quale è conservato un patrimonio di un milione di anni. La ragazza intuisce che il numero della combinazione è questo: 12021809, la data della nascita di Darwin. Come si vede, de te fabula narratur (Orazio, Satire, I, 1, 69).

Nota
Per un’analisi più estetico-tecnica del film, consiglio la puntuale recensione di Mario Gazzola su posthuman.it

Asor Usa

Sul Manifesto di oggi è stato pubblicato un commento di Alberto Asor Rosa dal titolo I sette pilastri della saggezza. Un articolo sconcertante. Conoscevo Asor Rosa come un fine storico del presente, oltre che un italianista di valore. E invece decenni di militanza nella sinistra marxiana producono ora questo aborto di analisi, questo peana di un governo semplicemente feroce:
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Insomma: un governo non più “di parte”, ma singolarmente “super partes”, e quindi autorevole ed efficace non a dispetto ma in considerazione esattamente della sua natura non rappresentativa.
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Menzogna, menzogna ideologica pura. Il segnale lessicale più evidente della nullità di questo futile e insieme emblematico testo sta in una omissione. Mai una volta, infatti, si pronuncia il nome del vero padrone, di chi sta dietro e sopra Bruxelles, l’Unione Europea e tutta questa monnezza ultraliberista: gli Stati Uniti d’America. Non una sola esplicita critica alla grande finanza senza patria ma che negli USA ha la propria terra promessa. Napolitano e Monti sono degli atlantisti di ferro, che stanno consegnando l’Italia mani e piedi alla colonizzazione nordamericana. E Asor Rosa li presenta come specchiati esempi di italianità!
Che pena, veramente.

Hoover, il potere

J. Edgar
di Clint Eastwood
USA, 2011
Con: Leonardo DiCaprio (J. Edgard Hoover), Judi Dench (Madre di Hoover), Armie Hammer (Clyde Tolson), Naomi Watts (Helen Gandy)
Trailer del film

J.Edgar Hoover fu direttore dell’FBI dal 1924 al 1972, data della sua morte. Lo rimase con otto presidenti degli USA. Basterebbe questo dato cronologico-politico per comprendere che quest’uomo fu tra i più potenti del Novecento, capace di trasformare una struttura investigativa secondaria in una macchina il cui funzionamento si basava sullo spionaggio, sul ricatto universale, sull’intimidazione, sulla violenza, sulla menzogna sistematica. I fascicoli riservati, da lui raccolti nella sua infinita carriera, divennero leggendari e anche se poi scomparsi influenzarono decisamente e a fondo la politica statunitense, interna ed estera. Hoover nutriva un autentico odio nei confronti di chiunque si ispirasse anche lontanamente alle idee socialiste, ai diritti civili, a principi di equità sociale. Una delle sue prime vittime fu l’anarchica Emma Goldman, una delle ultime Martin Luther King.

«Si, mamma», è questa una delle chiavi interpretative del film. Hoover non si sposò mai e sembra avesse tendenze omosessuali. La venerazione verso la madre, l’ubbidienza al suo intransigente moralismo religioso, vengono visti come la fonte primaria dei comportamenti di Hoover. Nel descrivere un simile personaggio, Eastwood si muove sul crinale tra i dati storici che ne rivelano sempre più il carattere perverso e la scelta di far prevalere il punto di vista del protagonista. La struttura del film è infatti a incastro, con Hoover anziano che detta le sue memorie e quindi racconta le azioni compiute e gli eventi vissuti. Li racconta, naturalmente, dalla sua visuale. Il tutto immerso in una tonalità cromatica e narrativa piuttosto fredda, che si ravviva in due scene: la violenta e appassionata dichiarazione d’amore tra lui e il suo principale collaboratore Clyde Tolson; la dettatura alla sua decennale segretaria e amica Helen Gandy di una lettera calunniosa scritta allo scopo di indurre Martin Luther King a rifiutare il premio Nobel per la pace. A intervalli regolari e implacabili emerge la figura della madre, un’autentica Erinni possessiva e adorante il figlio.
Qualcosa di funereo intride tutto il film.

Le idi di marzo

(The Ides of March)
di George Clooney
Con Ryan Gosling (Stephen Meyers), George Clooney (Mike Morris), Philip Seymour Hoffman (Paul Zara), Paul Giamatti (Tom Duffy), Evan Rachel Wood (Molly Stearns), Marisa Tomei (Ida Horowicz)
USA, 2011
Trailer del film

Elezioni primarie per stabilire chi debba essere il candidato democratico alla presidenza degli USA. Il governatore Mike Morris ha ottime probabilità e un ufficio stampa di grande qualità, in cui emerge il giovane e intelligentissimo Stephen Meyers. Lo staff del candidato avversario deve fare qualcosa per neutralizzare questo idealista della causa. Il doppio gioco, l’inganno, la minaccia, il ricatto diventano le armi di un vero e proprio bellum omnium contra omnes. Alla fine, Stephen impara come si fa.

«Etica, nulla è più importante dell’etica» è la frase che conclude la campagna di Morris, tipico democratico di sinistra (liberal li chiamano negli USA). Dietro di lui e dentro di lui le cose vanno ben diversamente dalle «ruffianate per gli elettori» (definizione del responsabile del suo ufficio stampa). Clooney indaga nei meandri privati e mediatici del sistema statunitense ma si tiene lontano da ciò che pesa davvero: la potenza di condizionamento totale dei fabbricanti d’armi, dei petrolieri, della finanza speculativa. In ogni caso, si tratta di un film dall’impianto classico, piacevole da seguire e che fa nascere anche nei più ingenui spettatori qualche dubbio sulla “più grande democrazia del pianeta”.

Speculare alla speculazione

Il numero 15 (dicembre 2011) di Alfabeta2 pubblica un ampio dossier dal titolo «Debito Crisi Potere» che spiega con chiarezza e lucidità le dinamiche politico-economiche che stiamo subendo e le cui vere modalità nulla hanno a che vedere con quanto stampa, televisione e governo vanno enunciando. Andrea Fumagalli così descrive il meccanismo della speculazione:

Alcune grandi società iniziano a vendere i titoli di Stato dei paesi che, a loro giudizio (d’accordo con le società di rating), corrono il rischio di avere difficoltà di finanziamento. Ne consegue il deprezzamento del valore dei titoli, inducendo aspettative negative sul loro valore atteso nel futuro. I tassi d’interesse relativi all’emissione dei nuovi titoli iniziano a crescere, ampliando il differenziale (spread) con l’interesse sui titoli di Stato considerati più sicuri (come quelli tedeschi). Tale tendenza si autoalimenta sino a creare un’emergenza […] che obbliga la Banca Centrale a intervenire comprando i titoli di Stato in cambio di nuova liquidità monetaria e, allo stesso tempo, chiedendo e imponendo misure economiche drastiche volte fittiziamente a ridurre il deficit pubblico. È il segnale che la speculazione ha vinto. Tutto ciò è abbastanza noto. Ciò che è meno noto è che, in contemporanea, il valore dei titoli derivati che assicurano i titoli di Stato (Credit Default Swaps, Cds) cresce enormemente, in modo proporzionale all’ampliarsi dello spread sui tassi di interesse. Ciò consente ai possessori dei Cds di poter lucrare elevate plusvalenze.

Chi sono tali “possessori”? Sono cinque grandi banche, tra le quali la Deutsche Bank, che nei primi mesi del 2011 «inizia a vendere circa 7 miliardi di titoli di Stato italiani (Btp)». C’è di peggio: «È noto che Mario Monti, stimato economista, è, oltre che presidente europeo della Trilateral, anche International Advisor di Goldman Sachs, una delle società finanziarie che controllano, come Deutsche Bank, il mercato dei Cds». Che cosa significa? Significa che a curare la malattia italiana è stato chiamato uno degli agenti patogeni che l’ha prodotta. Per quanto capillare e massiccia, la propaganda non può quindi nascondere che «le linee di politica economica che vengono imposte all’Italia (come alla Grecia) non hanno come obiettivo il risanamento dei conti pubblici, ma lo scopo di sancire esplicitamente il primato del potere economico-finanziario su quello politico (dal controllo sociale politico-mediatico al controllo disciplinare della finanza)». Fumagalli ne deduce un «diritto al default» da parte degli stati, anche perché «solo un terzo del debito pubblico italiano ha a che fare con l’attività di risparmio. Il resto è pura speculazione, nella maggior parte dei casi, internazionale» (Aspetti della dittatura finanziaria, p. 8).
Francesco Indovina conferma che «non pagare il debito è una scelta politica che un governo alternativo a quello attuale dovrebbe prendere» poiché «i provvedimenti presi e allo studio sono finalizzati a salvare la speculazione e le banche che a quella tengono il sacco» (Niente è come prima, p. 9). La verità è che «oggi, l’esplosione del debito pubblico in Europa è dovuta principalmente ai piani di salvataggio del mondo bancario e finanziario dopo la crisi del 2008» (Stefano Lucarelli, Il debito pubblico come tragedia culturale, p. 10).
Senza un’alternativa che deve essere in primo luogo culturale e poi di conseguenza politica -ma che governo, parlamento e stampa sembrano ignorare del tutto- «il ruolo del nostro paese, di questa Italia impoverita e depressa, all’interno dell’Europa sarà probabilmente quello di fornire una riserva di forza lavoro dequalificata e sottopagata; di fungere da discarica per i rifiuti dei paesi economicamente più forti, e da fornitrice di servizi finanziari occulti tramite le nostre mafie. Questa profonda involuzione renderà il nostro paese in sostanza un paese del Terzo Mondo» (Marino Badiale e Fabrizio Tringali, L’euro non è un dogma, p. 11).
Chi sono i veri “patrioti”? Coloro che svendono la Nazione alla speculazione delle grandi banche senza patria o quanti si sforzano di comprendere e che quindi non cadono nella favola dei “decreti salva-Italia”? Decreti che attuano in realtà «una prassi alla Robin Hood rovesciata: prendere al povero per dare al ricco. La prassi abituale del finanzcapitalismo, che drena reddito dai lavoratori dipendenti a favore di una cosca ristretta di azionisti, banksters e speculatori» (Augusto Illuminati, Bauci e Filemone, p. 13).

Una favola politica

Miracolo a Le Havre
(Le Havre)
Di Aki Kaurismäki
Con André Wilms (Marcel Marx), Kati Outinen (Arletty), Jean-Pierre Darroussin (Monet), Blondin Miguel (Idrissa), Elina Salo (Claire), Evelyne Didi (Yvette), Jean-Pierre Léaud (L’informatore), Laika (la cagnetta).
Finlandia, Francia, Germania 2011
Trailer del film

Marcel Marx fa il lustrascarpe tra la stazione e il porto di Le Havre. Ama molto la moglie, con la quale conduce una vita assai modesta ma dignitosa, sino a quando lei si ammala gravemente ed è costretta a rimanere in ospedale. La polizia della città arresta dei clandestini provenienti dal Gabon. Uno di loro, il piccolo Idrissa, riesce a fuggire. Marcel lo accoglie e lo protegge, insieme con tutto il quartiere, spendendo per lui il proprio denaro e riuscendo così a farlo partire di nascosto per l’Inghilterra dove si trova la madre del ragazzo. Intanto Arletty, la moglie, al medico il quale le dice che «a volte i miracoli accadono» risponde: «Non nel mio quartiere». Ma non è detto.

Come sempre in Kaurismäki il film è sobrio, poetico, ironico e straniante. Il tema dell’immigrazione percorre ormai in modi diversi la cinematografia europea ma forse nessuno come il regista finlandese è in grado di cogliere la profondità di questa tragedia, data la sua lunga consuetudine con personaggi da sempre ai margini della città umana. Una tragedia che qui diventa anche paradossale, nella  quale il personaggio forse più bello è un commissario di polizia dall’aspetto truce ma che agisce in difesa degli ultimi. Le Havre è un film che dimostra come si possano creare delle favole molto lontane dai modi e dai canoni del tutto falsi e apologetici del cinema disneyano-hollywoodiano che da più di mezzo secolo ammorba l’educazione e le credenze degli europei, bambini o adulti che siano.

Facci ridere

Su La Sicilia Andrea Lodato dà un’interpretazione del trionfo televisivo dei comici che mi trova del tutto concorde. Vi si contesta, tra l’altro, il fatto «che questo Paese, appena uscito dalla palude della cultura (?) berlusconista, oggi abbia tutto questo bisogno di riderci su. Non solo, per lo meno. Invece è una sganasciata generale, anche alla radio, aggiungo. Non c’è network, non c’è canale Rai (terzo escluso, ma quella è un’oasi), che non abbiano trasmissioni dove ogni trenta secondi i conduttori si scompisciano di risate, senza senso». In effetti, sembra che il pubblico televisivo e cinematografico non aspetti altro che dei barzellettieri travestivi da attori per finalmente conciliarsi con la realtà.
Leggendo l’articolo di Lodato ho pensato subito a una delle molte affermazioni demistificatrici della Scuola di Francoforte: «Non appena aggiunge una parola di spiegazione, l’ironia si distrugge. Essa presuppone quindi l’idea di ciò che è di per sé evidente e -in origine- della risonanza sociale. Solo dove si ammette un consenso stringente dei soggetti, è superflua la riflessione soggettiva, l’esecuzione dell’atto concettuale. Chi ha con sé il pubblico che ride, non ha bisogno di fornire dimostrazioni. […] L’ironia è passata, ad intervalli, dalla parte degli oppressi, specialmente quando, in realtà, essi non erano già più tali. Ma, prigioniera della propria forma, non si è mai del tutto liberata dall’eredità autoritaria, dalla malignità che non ammette obiezioni. […] Contro la sanguinosa serietà della società totale, che ha assorbito la sua controistanza -l’obiezione impotente che era, un tempo, il precipitato dell’ironia- non c’è più che la sanguinosa serietà, la verità compresa» (Theodor W. Adorno, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa [1951], Einaudi 1994,  § 134, pp. 253-256).
Non ridono con la levità degli uomini liberi ma con l’intimo tratto servile di chi proietta nel buffone la propria impotenza.

I filosofi

«La politica è una scienza, che si deve imparare, e non un modo per vivere senza lavorare (nel migliore dei casi) o per delinquere e arricchirsi impunemente (nel peggiore e molto diffuso). Spero che arrivino a capire che, come nessuno può diventare medico, ingegnere, magistrato (e tante altre cose) senza studi regolari, esami e correlativi diplomi, così nessuno dovrebbe esercitare la professione di “politico” (che vuol dire gestire lo Stato) solo per esperienza pratica, militanza nei partiti, tirocini da portaborse (di nuovo nel migliore dei casi) o per ricchezza, spregiudicatezza e legami criminali» ( Bruno Tinti, Il Fatto quotidiano, 25.11.2011 ).
«Non ci sarebbe tregua dei mali nelle Città, e forse neppure nel genere umano […] se prima i filosofi non raggiungessero il potere negli Stati, oppure se quelli che oggi si arrogano il titolo di re e di sovrani non si mettessero a filosofare seriamente, sì da far coincidere nella medesima persona l’una funzione e l’altra -ossia il potere politico e la filosofia- e da mettere fuori gioco quei molti che ora perseguono l’una cosa senza l’altra» (Platone, Repubblica, 473 d, trad. di R. Radice).
Al filosofo, dunque, bisognerà affidare il potere, a chi si è dedicato con impegno, metodo e passione alla ricerca sugli enti e sull’umano. Il potere deve andare al filosofo poiché soltanto a lui appare «il legame originario di tutte queste cose» (Id., Epinomide, 992 a); costui non solo saprà governare in maniera disinteressata ma non potrà fare a meno di proiettare sulla materia politica il rigore, la necessità, la freddezza del cosmo.