Cartier-Bresson visitò l’Unione Sovietica nel 1954 e nel 1972. All’indomani della morte di Stalin e nel pieno della Guerra Fredda. Ma ciò che il suo sguardo incomparabile sa cogliere è la costante antropologica che precede di molto le rivoluzioni e che a esse sopravvive. I santi, le icone, la fede che traspira dagli sguardi sono gli stessi sia che vengano rivolti alle Madonne ortodosse sia che abbiano come oggetto Stalin e gli altri santi del partito comunista. L’entusiasmo e la dedizione di milioni di russi al regime sembrano autentici. I bambini in divisa delle scuole elementari si alternano a una borsa oggetto di desiderio delle massaie moscovite; le gigantografie di Lenin -per quanto enormi tanto da coprire interi palazzi- sembrano sparire al confronto con gli immensi spazi della Russia profonda. La sensazione è che le tradizioni culturali, religiose, simboliche siano sopravvissute anche al dogmatismo rivoluzionario e che invece si stiano dissolvendo a contatto con il liberismo, che tutto riduce a merce e moneta. L’occhio di Cartier-Bresson suggerisce forse una triste verità: gli umani si adattano meglio alla servitù del gregge che alla libertà della polis.
di Philippe Lioret
Francia, 2009
Con: Vincent Lindon (Simon), Firat Ayverdi (Bilal), Audrey Dana (Marion), Derya Ayverdi (Mina) Trailer del film
Bilal è riuscito ad arrivare a Calais dall’Iraq curdo. A piedi, con ogni mezzo disponibile, subendo per una settimana le sevizie dell’esercito turco. Ora ha solo da attraversare la Manica per giungere a Londra dalla sua Mina, che però il padre ha destinato a un matrimonio combinato. Fallito un tentativo coi camion dei trafficanti, Bilal vuole imparare a nuotare perfettamente, in modo da raggiungere da solo l’Inghilterra. Chiede l’aiuto di Simon, un ex campione e ora istruttore in una piscina. Simon è solo, sta per divorziare senza neppure essere stato capace «di attraversare la strada per fermarla, mentre Bilal vuole attraversare il mare». Tra il ragazzo e Simon nasce un legame forte e insieme tenero, sobrio e profondo, che induce l’uomo a rischiare il carcere per l’amico venuto da lontano. A ottocento metri dal sogno, il sogno si infrange.
Con molto sentimento ma nessuna retorica, in modo sobrio e coinvolgente, con degli attori straordinari -a partire da Vincent Lindon-, il film descrive una realtà di dolore che attraversa il nostro continente in ogni sua parte. La polizia francese distrugge persino i contenitori dei volontari che vogliono offrire un pasto ai clandestini. La legislazione italiana ordina di lasciare i clandestini alle loro malattie e alla morte. Con i nostri eserciti portiamo guerra, fuoco e distruzione tra popoli lontani migliaia di chilometri, che nulla ci hanno fatto e che vorrebbero solo essere lasciati in pace, alle loro culture. E al frutto di queste guerre, ai profughi che cercano salvezza e fortuna, rispondiamo coi mastini. Che cosa è mai diventata l’Europa cristiana, l’Europa dei Lumi, l’Europa cosmopolita? Un fortino che pensa di salvarsi mostrandosi spietato coi deboli e servile con i padroni del mondo.
« “Sbaglia chi dice che il Pdl è una caserma”, ma “non è nemmeno un albergo a ore”. Secondo Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, esiste una minoranza all’interno del partito che “fa azioni politiche ignorando quello che pensano tutti gli altri”» (Fonte: Repubblica, 21-11-2009 )
Ah, come parla l’inconscio! Affermare che il partito della destra puttanesca non sia «un albergo a ore» è, appunto, una conferma da rimozione. Quel partito, infatti, pullula più di ogni altro di soggetti venduti e comprati; di prostitute dalla carriera politica folgorante, il cui merito è allietare le membra del Capo; di magnaccia e ruffiani (cfr. Videocracy); di minchiaintesta. Eh sì, il Pdl è proprio un albergo a ore, di lusso -senza dubbio- di grande lusso ma pur sempre un bordello.
«L’Italia è sempre più corrotta. O almeno è percepita come tale. Il nuovo rapporto di Transparency ha fatto precipitare il Belpaese dalla 55ma posizione dell’anno scorso alla 63ma di quest’anno, con un punteggio di 4,3 contro il 4,8 del 2008. Meglio dell’Italia si piazzano la Turchia e la Slovacchia. I Paesi meno corrotti sono la Nuova Zelanda e la Danimarca, quelli che fanno peggio sono la Somalia e l’Afghanistan»
( Fonte: la Repubblica, 17 novembre 2009 )
Tra i tanti casi, situazioni, complicità, immense facce toste che lo confermano, uno dei più chiari -ma meno discussi, anche dalla cosiddetta “opposizione”- è quello di Nicola Cosentino, viceministro dell’economia, con una richiesta di arresto da parte della magistratura per «concorso esterno in associazione camorristica». E che rimane dentro il governo italiano, come se fosse cosa normale. Normale infatti è, per uno degli stati e dei popoli più corrotti al mondo.
Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia) sono i sette giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo che hanno stabilito all’unanimità quanto segue: Leggi il seguito »
Due volte, tanti anni fa, un amico che conosceva quegli ambienti mi disse che la mafia non c’entrava molto, che era stata l’esecutrice di volontà politiche: dopo la morte di Dalla Chiesa e dopo la strage che uccise Borsellino e la sua scorta. Fui un ingenuo a non credergli. Adesso capisco che aveva ragione. Il procuratore Piero Grasso ha ammesso con chiarezza l’esistenza di una “trattativa” tra lo Stato e la Mafia, due entità in Italia spesso complici. [Fonte: la Repubblica]. Trattativa che portò all’«accelerazione probabile della strage di Borsellino, [che] può allora essere servita a riattivare, ad accelerare la trattativa con i rappresentanti delle istituzioni. (…) Anche via D’Amelio – sospetta Grasso – potrebbe essere stata fatta per “riscaldare” la trattativa. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Carlo Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici». Peccato.
di Anonimo Anonymous
Tbook, Milano 2009
Pagine 171
Questo libro va descritto e commentato su due piani. Uno è quello dei suoi contenuti, l’altro è la forma in cui appare. Partiamo dal primo. Leggi il seguito »
Più narcotizzante degli apparati di festa e di gloria coi quali i sovrani assoluti stupivano la plebe; più pervasivo delle ideologie totalitarie che imponevano -invece- l’adesione attiva delle folle; più efficace della costrizione e della violenza, il controllo spettacolare dell’informazione è una delle espressioni del primato della metapolitica, dei simboli, delle credenze, prima che dell’economia e della politica. Un insegnamento gramsciano che i capi del XX secolo e del presente hanno ben assimilato e del quale fanno uso per imporre e rendere legittime le decisioni più gravi: il colonialismo umanitario del XXI secolo nei Balcani e nel Vicino Oriente; l’occupazione dei Paesi “alleati” (solo nel nostro territorio sono installate oltre 100 basi militari statunitensi o della Nato); la realizzazione -in Italia- dei programmi massonici dell’associazione fuorilegge P2 mediante la pratica arrogante, demente, autoritaria e ghignante dell’attuale governo (a questa Loggia Berlusconi era iscritto con la tessera numero 1816).
Tutto viene ormai accolto, digerito e perfino sostenuto da quella carne da televisione che sono diventate le masse, compresi -al loro interno- intellettuali, professori, giornalisti.
Vedere questo film è stato un grande, puro divertimento. Videocracy è fatto di un montaggio intelligente e sempre meditato, di musiche capaci di cogliere la natura tragica di immagini frivole, dell’epopea del Presidente che si intreccia con l’analogo sogno di un giovane operaio. Vi prende forma e figura un mondo surreale e realissimo nel quale il potente L.M. -agente e creatore di stelle televisive- rivendica di essere un mussoliniano e mostra sorridendo dei filmati nazionalsocialisti sul proprio cellulare; nel quale un re dei paparazzi -F.C.- accusa di malvagità il Potere e di sé dice d’essere «un moderno Robin Hood, che toglie ai ricchi per dare a se stesso»; nel quale la storia delle televisioni commerciali, e del loro dilagare nelle case e nelle menti, diventa ed è la storia dell’Italia contemporanea. Un intreccio inestricabile di epica e di farsa, di casalinghe che si spogliano e di istituzioni che applaudono.
Il commento è sempre discreto e sobrio poiché le immagini, davvero, parlano da sole. «Basta apparire», è la frase conclusiva di L.M. posta a epigrafe dei due finali: bellissimo il primo, con ragazze che ballano frenetiche e uguali in un silenzio siderale; meditativo il secondo, col lento incedere del Capo sorridente tra ali di folla che plaude. La politica nell’epoca della sua riproducibilità televisiva.
Immondo è certo il Presidente ma più immondo ancora è il suo Pubblico.
(Wissenschaft als Beruf – Politik als Beruf, 1918)
di Max Weber
Traduzione di Antonio Giolitti
Einaudi, Torino 1994
Pagine XLII-121
In due conferenze tenute nel 1918 all’Università di Monaco, Max Weber raccoglie il senso delle sue riflessioni e della sua dottrina. Affrontando il problema della scienza e della politica come Beruf, vocazione e professione, Weber enuncia alcuni dei temi chiave del suo pensiero: le modalità attraverso le quali si seleziona una classe dirigente; lo Stato quale organismo che «esige per sé (con successo) il monopolio della forza fisica legittima» (pag. 48); i tre tipi di potere e le loro caratteristiche: tradizione, carisma, norma; etica della convinzione ed etica della responsabilità; scienza contemporanea e specializzazione; razionalità e disincantamento del mondo. Leggi il seguito »
In una lettera pubblicata sul quotidiano Il Gazzettino di Venezia del 20 maggio 2009 Mariastella Gelmini risponde al ministro Zaia a proposito dell’importanza dei dialetti. In tale missiva si leggono le seguenti affermazioni: «Da subito ho attuato provvedimenti per legare la scuola al proprio territorio. I professori ad esempio devono sempre più provenire dalla stessa regione nella quale insegna. (…) Ogni regione deve poter strutturare un sistema educativa in linea con le richieste del mondo del lavoro della zona. Allo stesso modo la spinta verso il futuro e la modernizzazione non può non essere accompagnato dalla valorizzazione della cultura, ivi compresa la lingua e il dialetto. Per questo la polemica è distituita di qualsiasi fondamento soprattutto per chi è rivolta ad una persona che abita al confine con il Veneto (…)».
Il testo è proprio quello che avete letto, zeppo di errori. Si potrebbe pensare a uno scherzo verso la Ministra se la lettera non fosse leggibile in un luogo ufficiale quale la Rassegna stampa della Camera dei Deputati. Tuttavia non volevo crederci e ho cercato il testo anche sul sito del quotidiano. L’ho trovato. Come spesso accade, contenuto e forma son tutt’uno.
Fermiamoci un poco. Esattamente per 25 minuti, distribuiti in tre video. Cerchiamo di osservare un esempio della tenace e vincente strategia gramsciana che ha condotto Berlusconi a diventare in modo del tutto naturale capo del governo dopo aver instillato per venti anni nel corpomente individuale e sociale delle immagini televisive ben precise e funzionali al suo progetto finanziario e politico. L’egemonia culturale -e cioè la creazione e il controllo dei simboli, delle parole, delle immagini- ha generato inevitabilmente la presa del potere. Marx ha sbagliato nel ritenere che quanto chiamiamo cultura sia subordinato alla struttura economica. È vero, piuttosto, il contrario.
Il corpo delle donne è un fattore decisivo di tale egemonia. Il corpo che è anche strumento e prodotto viene ricondotto soltanto a strumento e prodotto. La natura temporale del corpo è annullata in un lifting immobile e mostruoso, letteralmente.
Questo pacato e terribile documento di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi mostra la verità dell’affermazione di Pier Paolo Pasolini sulla televisione come negazione della corporeità.
Chiedo alle donne che lo vedranno: perché?
«È una vicenda personale che mi addolora, che rientra nella dimensione privata, e di cui mi pare doveroso non parlare». Eh no, Signor Presidente del Milan, lei non è autorizzato a dire questo, a ricondurre la vicenda alla dimensione “privata”. Lei, che da vent’anni mescola e confonde ogni evento della sua vita con ogni sorta di ambizione politica e finanziaria. Lei che ha fatto della sua persona lo spot vivente di un partito. Lei che parla sempre di tutto e le cui parole tracimano da ogni anfratto dell’universo televisivo. Lei che addita se stesso all’intera nazione come esempio da seguire, imitare, venerare in tutto ciò che fa, dalle vacanze al mare al G8, dalle finali di Coppa Campioni all’amicizia con varie ragazze (l’accusa che ora le rivolge la sua consorte), dalle urla londinesi di “Mr. Obama, Mr. Obama!” sino alle lacrime abruzzesi. Lei ha voluto fare della sua esistenza una “vita inimitabile”, la vita del Re. E, ci ha mostrato Norbert Elias, per i sovrani barocchi nulla c’era di privato: la pubblicità perenne del loro agire costituiva una delle condizioni del loro diritto al potere sull’intera nazione. Il disgusto che sua moglie prova di fronte ai suoi comportamenti rappresenta, pertanto, un fatto politico, come tutti quelli che la riguardano. Lo ha voluto lei.
Per quanto io la disprezzi, le rivolgo un consiglio sincero: non sottovaluti il potere e la tenacia di una donna. L’inizio del declino potrebbe giungere da lì, da una signora umiliata e offesa. Un declino che mi auguro rapido e totale, per il bene dell’intera Italia e, forse, anche della sua famiglia.
L’intolleranza è intrinseca soltanto alla natura del monoteismo: un dio unico è, per sua natura, un dio geloso, che non tollera nessun altro dio accanto a sé. Invece gli dèi politeistici, per loro natura, sono tolleranti, essi vivono e lasciano vivere. In primo luogo, tollerano volentieri i loro colleghi, gli dèi della stessa religione, e poi questa stessa tolleranza si estende anche agli dèi stranieri, che perciò vengono accolti con ospitalità, e col tempo ottengono perfino il diritto di cittadinanza, come dimostra anzitutto l’esempio dei romani, i quali accolsero volentieri gli dèi della Frigia, dell’Egitto e altri dèi stranieri. Perciò sono soltanto le religioni monoteistiche a offrirci lo spettacolo delle guerre e delle persecuzioni religiose, nonché dei processi agli eretici e della distruzione delle immagini degli dèi stranieri, della distruzione dei templi indiani e dei colossi egiziani, che per tre millenni avevano guardato il sole. — Arthur Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, volume II, Adelphi, pp. 470-471