Archivi dei tag: percezione

Mente & cervello 88 – Aprile 2012

È spontaneo, facile, quasi istintivo scorgere negli oggetti e nelle situazioni più diverse dei volti o dei profili umani: montagne, fette di pane, rocce, liquidi e tanto altro, diventano facilmente occhi, naso, bocca. La ragione è evidente: «I volti sono indispensabili per la nostra sopravvivenza […], una buona parte del cervello è dedicata a individuare e riconoscere facce. […] Non essere in grado di notare un ghigno poco amichevole, ci potrebbe mettere in grave pericolo» (R. Wiseman, p. 80). Qui sta anche la radice della miriade di credenze nel paranormale, la facilità con la quale suoni, forme, immagini vengono attribuiti a entità e a potenze misteriose. Siamo infatti «progettati per credere» (questo è il titolo dell’articolo di Wiseman) «ma lo stesso meccanismo che ci permette di arrivare rapidamente a conclusioni esatte a partire da pochi dati può anche generare falsi positivi, o persino portarci completamente fuori controllo» (Id., 77).
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Vita pensata 14 – Marzo 2012

È uscito il numero 14 di Vita pensata, Rivista di filosofia

 

 

[Miei contributi]

Editoriale: Cinema/Mondo (con Giusy Randazzo), p. 4

Van Gogh, Gauguin, il viaggio (con Giusy Randazzo), pp. 48-49

Artemisia (con Giusy Randazzo), pp. 50-51

Melancholia pp. 52-53

Santa Giovanna dei macelli pp. 58-61

Beckett/Proust pp. 73-75

Indice (in formato pdf)

Mente & cervello 85 – Gennaio 2012

Le leggi fondamentali del design sono semplici. La mente umana sembra preferire infatti oggetti grandi, arrotondati, simmetrici e complessi. Le ragioni sono intuibili e sono di carattere anche evolutivo. Evolutiva è pure la ragione della visione cromatica, che la selezione ha fatto emergere nella nostra specie «perché è utile a individuare efficacemente la frutta nel folto della foresta» (F.Sgorbissa, p. 61). Non solo: i colori  costituiscono una delle più efficaci espressioni del potere della mente e di una delle sue decisive articolazioni, il linguaggio. Nel dibattito serrato tra culturalisti e biologisti, infatti, alcuni ritengono che «la struttura del linguaggio modifica il modo in cui concettualizziamo gli oggetti del mondo», tanto che persino «i nomi che diamo ai colori alterano il modo in cui li vediamo» (Id., 58). Agli undici (o forse dodici) colori focali di base di molte lingue europee si contrappongono linguaggi nei quali i colori di base sono di numero minore e assumono caratteristiche diverse. Ma credo che anche in questo caso una contrapposizione rigida tra natura e cultura impedisca di comprendere la continuità senza separazione dell’umano e della sua coscienza.

Alla coscienza è dedicato il dossier di questo numero di Mente & cervello. La coscienza è un’esperienza percettiva -forme, colori (appunto), odori-, cognitiva -pensieri, nozioni, informazioni-, fenomenica -che cosa si prova a essere e a fare qualcosa-, corporea -«le competenze cognitive, e anche le capacità coscienti, sono il risultato dell’interazione del nostro corpo con l’ambiente, più che di astratte manipolazioni simboliche di rappresentazioni mentali. […] È dunque dal corpo, anche robotico, che dobbiamo iniziare a cercare gli elementi di base della coscienza» (S.Gozzano, 41). Il fondamento cerebrale della coscienza è indubbio ma esso non è sufficiente a spiegarne la ricchezza: «Studiare la coscienza soltanto sulla base di ciò che si accende o non si accende in un cervello è limitativo: se una teoria della coscienza senza una conferma sperimentale è zoppa, gli esperimenti senza una teoria sottostante sono ciechi» (D.Ovadia, 28).

Fra gli altri temi, di particolare interesse è l’intervista di Ranieri Salvadorini allo psichiatra Corrado De Rosa, autore di un libro sui Medici della camorra. Chiamati come periti di parte, questi psichiatri fanno di tutto per ingannare la magistratura, ottenere ricoveri in ospedale e da lì facilitare la fuga dei camorristi. Si tratta di «un sistema dove quotidianamente si combinano impreparazione clinica, superficialità, mancanza di etica professionale, malafede e paura, con il risultato di favorire le commistioni tra psichiatria e mafie. […] I clan, poi, pagano molto bene. Il loro tariffario prevede anche 10.000 euro per una sola perizia. Lo Stato per quella stessa perizia paga meno di 400 euro lordi» (73-74).

Tra le recensioni ce n’è una dedicata a Filosofia dell’umorismo di John Morreall. Vi si ricordano le parole pronunciate da Oscar Wilde sul letto di morte: «Questa carta da parati è atroce: uno di noi due se ne deve andare» (105). Questa sì che è coscienza della nostra finitudine.

La materia, lo specchio

Anish Kapoor
Milano – Rotonda della Besana
A cura di Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni
Sino al 9 ottobre 2011

Sette grandi opere dentro la struttura regolare e magnifica della Rotonda della Besana. Al centro domina My Red Homeland, una grande installazione fatta di cera rossa, con un braccio in acciaio che passando sull’enorme massa la spiana e la trasforma a ogni istante. Tra le colonne dell’antica chiesa si riverberano sei specchi a forma di parallelepipedo, di parabole, di curve. Specchi che creano intensi effetti spaziali e danno vita all’opera, la quale esiste soltanto quando una figura consapevole la attraversa, si riflette, riflette. In S-Curve l’ordine perfetto del convesso si sbriciola subito nella dissoluzione del concavo. E viceversa. Non Object (Door) deforma il corpomente che vi si specchia, Non Object (Plane) gli trasmette una magia tridimensionale che -avvicinandosi ancora- diventa luce bianchissima che a guardarla stordisce. Quasi una droga estetica. E in ogni punto di questo luogo a croce greca si crea un nuovo artefatto, una rinnovata visione. «Oltre Oriente e Occidente» recita la presentazione della mostra di questo artista/architetto nato a Bombay nel 1954. Di più: oltre soggetto e oggetto, contenuto e forma, materia e sguardo. Il mondo è tutto nella visione e la visione è cosmica.

Dissolvenze

Museo del Novecento
Milano

 

Milano, una sera d’estate. Guardo il cielo che offre a occidente gli ultimi bagliori turchesi. Guardo questa luce che si incunea tra i campanili, i palazzi, le guglie del Duomo. La osservo dai piani più alti del nuovo Museo del Novecento, dalla sua terrazza che offre in tutto il suo splendore la visione del cuore della città. L’Arengario, che sta accanto al Palazzo Reale e alla sinistra del grande tempio, è stato ristrutturato a fondo dagli architetti Italo Rota e Fabio Fornasari, che hanno creato una struttura elicolidale che conduce dalla metropolitana e dalla piazza ai piani espositivi, dai quali le grandi vetrate permettono alla luce e alla città di entrare nel Museo. Davvero molto bello, semplice e funzionale.

Nel Museo hanno finalmente trovato sede le collezioni di arte del Novecento e contemporanea di proprietà del Comune di Milano, in particolare quella donata dai coniugi Jucker. Dopo aver percorso la spirale, si viene accolti dal magnifico Quarto Stato di Pelizza da Volpedo (1901), un omaggio divisionista e raffinato al proletariato ma anche alla Scuola di Atene di Raffaello. Si arriva poi alla prima sala che contiene alcuni -pochi- dipinti dei grandi maestri europei del Novecento: Braque, Kandinskij, Picasso, Modigliani, Mondrian, Matisse, Klee.

Inizia così il lungo percorso che dal Futurismo -soprattutto i capolavori pittorici e plastici di Boccioni- attraverso l’esperienza di Novecento, lo Spazialismo, l’Informale, l’Astrattismo, la pittura analitica, l’arte povera, conduce sino al presente. Dopo la prima sala il Museo ospita solo artisti italiani ma certamente ci sono tutti i più importanti e ha poco senso fare dei nomi (segnalo soltanto lo spazio giustamente particolare che viene dato a Lucio Fontana nel piano più alto dell’edificio).

Piuttosto, va ribadita una verità banale ma non per questo meno significativa a proposito della relatività di concetti quali Tradizione, Avanguardia, Moderno. Il percorso testimonia efficacemente infatti, anche per la sua dimensione relativamente contenuta, come le espressioni che in un certo momento appaiono innovative sino alla provocazione -Futurismo, Cubismo, i Concetti spaziali di Fontana, i Corpi d’aria di Manzoni- col passare del tempo diventino dei classici, sostituiti nella loro funzione provocatoria da altre innovazioni che si trasformeranno anch’esse in paradigmi tranquillamente accettati da tutti. Anche per questo nell’ambito artistico -e, in generale, in quello culturale- non hanno alcun senso il tradizionalismo e il rimanere ancorati a stilemi e a forme come se essi costituissero la vera arte, la vera letteratura, la vera filosofia, il vero teatro, la vera musica. Se c’è un carattere che accomuna l’intensa e istruttiva esperienza estetica che questo Museo fa vivere, è proprio il dinamismo della vita individuale e collettiva, che si riflette ed esprime nell’incessante innovazione di ciò che chiamiamo arte.

E poi un’altra verità, altrettanto ovvia ma anch’essa significativa. Mano a mano che si procede nel Novecento e nel presente le figure si diradano, il realismo si sbriciola, le forme si dissolvono, l’opera coincide sempre più con il semplice materiale di cui è fatta, come è evidente in Fontana, nel grande Alberto Burri, nella sabbia di Giulio Turcato, nelle tele non lavorate di Giorgio Griffa, nella straordinaria Superficie magnetica di Davide Boriani -opera che in nessun istante è uguale a se stessa-, negli ambienti in cui si entra per vivere con l’intero corpo delle esperienze visuali/percettive (ancora Boriani, Giovanni Anceschi, Gianni Colombo, Gabriele De Vecchi, Luciano Fabro), nell’imponente libreria dal titolo Scultura d’ombra di Claudio Parmiggiani, l’opera più recente tra quelle esposte (2010), fatta di fumo e di fuliggine (davvero, non è una metafora). E tutto questo testimonia -al di là di ogni ingenuo realismo delle filosofie classiche ma anche di alcune loro riproposizioni nel presente- che la mente umana vede forme e figure là dove ci sono soltanto macchie di colore e ammassi di atomi, testimonia che la Gestalt e quindi il senso non stanno nella materia ma nell’occhio che la guarda.

Mente & cervello 78 – Giugno 2011

Tutto ciò che colpisce il cervello ci distrugge. Ogni ricordo, emozione, sentimento, concetto, tratto della personalità ha una corrispondenza puntuale nelle diverse, articolate e complesse aree che compongono l’encefalo. Il morbo di Alzheimer cancellando i neuroni dissolve le capacità cognitive della persona. Una malattia analoga e però meno nota è la demenza frontotemporale (FTD), che all’Alzheimer somiglia ma colpisce prima e riguarda più gli aspetti emotivi e sociali della vita che quelli mnestici. «Vedere qualcuno perdere le proprie emozioni è ancora più duro che assistere al crollo delle capacità cognitive di una persona. “Il fatto che qualcuno che amiamo ci riconosce ancora ma non mostra più interesse per noi sembra ferirci molto di più”. È un tipo di rifiuto che non ci rende tristi. “Ci rende furiosi”» (I. Chen, pp. 84-85).

Nel corpo tutto si radica, tutto accade, tutto si fa parola, comunicazione, silenzio. Le azioni e i pensieri, i gesti pubblici e il flusso interiore, le convenzioni sociali e le tecnologie (come la scrittura) sono elementi convergenti a spiegare il nostro vivere. Infatti, anche una dimensione così fondamentale e così apparentemente astratta «come il concetto di tempo si basa sulle sensazioni e azioni del corpo» (M. Cattaneo, 3); lo confermano alcuni fatti scoperti da Lynden Miles e dai suoi colleghi: «ripensare al passato fa inclinare le persone di un paio di millimetri all’indietro, mentre pensare al futuro le fa inclinare impercettibilmente in avanti. Altre ricerche rivelano che gli esseri umani pensano al tempo come se occupasse fisicamente un posto nello spazio, con il passato a sinistra e il futuro a destra, in coerenza con il fatto che, nelle culture occidentali, la scrittura procede da sinistra a destra» (S. Carpenter, 47). Ciò che siamo soliti definire concreto e astratto è una medesima realtà unitaria, la quale si esprime in diverse forme. Le metafore che utilizziamo ogni momento costituiscono il segnale forse più evidente di tale unità:

Come mai alziamo reverenti lo sguardo a coloro che rispettiamo, ci abbassiamo al livello di coloro che disdegniamo e pensiamo con calore a quelli cui vogliamo bene? Per quale ragione nascondiamo i nostri sporchi segreti e ci laviamo le mani di quel che ci preoccupa? Perché ponderiamo le più gravi questioni e ci sentiamo sollevati da un peso quando prendiamo una decisione? Per quale motivo ci voltiamo indietro a considerare il passato che abbiamo alle spalle, e procediamo in avanti verso il futuro? (Id., 43).

Tutto accade nella mente, come già sapeva Aristotele (De anima, III, 431b) e come confermano gli studi sulla percezione visiva: «Quello a cui assistiamo è, in realtà, un capolavoro del cervello. Nel mondo fisico, infatti, non esistono colori, ma soltanto emissioni elettromagnetiche di una data lunghezza d’onda» (T. Grüter, 97). La distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno affonda nelle strutture neurologiche profonde, poiché «il mondo come noi lo conosciamo viene costruito nel cervello, gli occhi forniscono soltanto i dati grezzi» (Id., 100).

Anche questo numero di Mente & cervello si occupa della prossima edizione, la V, del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) che uscirà nel 2013. Ebbene, tra le novità previste c’è la cancellazione dall’elenco delle malattie mentali del “disturbo di personalità narcisistico”. Non tutti gli psichiatri condividono tale decisione ma questo conferma che la malattia mentale è anche un fatto costruito,  una struttura sociale, qualcosa quindi che accade sì nel cervello e nel corpo ma anche nel tempo e nell’ambiente.

Mente & cervello 74 – Febbraio 2011

La plasticità del cervello è enorme, esso possiede «una capacità apparentemente infinita di cambiare,  adattandosi millisecondo per millisecondo» (C.H. Kinsley e E.A. Meyer, p. 102). Fra le tante prove di tale potenza ci sono le illusioni ottiche, già illustrate nei due numeri precedenti di Mente & cervello e che qui arrivano allo spettacolare fuoco d’artificio illustrato dai titoli di tre articoli di Susana Martinez-Conde e Stephen L. Macknik: Falso movimento, Scolpire l’illusione, Cibo per la mente. Il triangolo impossibile di Penrose, le prospettive cangianti di Escher, le ombre di Shigeo Fukuda, il cubo tribarra di Guido Moretti provano come il “semplice fatto” della visione sia una realtà di inimmaginabile complessità nella quale convergono fattori cerebrali, processi evolutivi, condizionamenti culturali, attese, desideri, abitudini. Una vera e affascinante sintesi dell’identità psicosomatica della persona umana, già saputa da artisti come Giuseppe Arcimboldo -che con frutta, verdura, ortaggi, libri costruisce figure umane- e dalla lunga schiera dei suoi continuatori. Leggi il seguito »

Mente & cervello 73 – Gennaio 2011

«La nostra esperienza del mondo, e la capacità di interagire con esso, passa interamente per il nostro corpo», esso «è l’oggetto di gran lunga più familiare al mondo», tanto che gli strumenti -l’artificio- costruiti per estendere le capacità delle mani diventano per il cervello esattamente come le mani, una loro parte naturale (P.Haggard e M.R.Longo, pp. 102-103).

L’insieme di strutture e funzioni che è il corpo è capace di individuare prima di tutto i volti di altri umani, poiché è attraverso loro che transitano le intenzioni amichevoli oppure ostili, affettuose o indifferenti, in una parola transita la relazionalità. E poiché la visione è un insieme di «processi probabilistici con cui il cervello costruisce la realtà» (G.Sabato, 105), i volti sono in gran parte il risultato di una costruzione del tutto mentale, sul fondamento anche di pochissimi e scarni dati empirici. Si osservi la locandina del film Premonition e se ne avrà un esempio, uno soltanto tra le migliaia che è possibile indicare. A pag. 71 di questo numero di Mente & cervello, infatti, alcune efficaci immagini impongono al lettore la percezione di un viso anche là dove ci sono soltanto «una sala sbarrata da un cordone, una penna USB, un rubinetto, un vecchio telefono, una palla da bowling e un ciocco di legno» (S.Martinez-Conde e S.L.Macknik). «Ciò che vedo è un significato», afferma Wittgenstein (Osservazioni sulla filosofia della psicologia, I, § 869, Adelphi 1990, p. 246) e ha perfettamente ragione, anche perché «gran parte della nostra esperienza quotidiana è data da analoghi processi di riempimento degli spazi vuoti tra un’informazione e l’altra, in cui prendiamo ciò che sappiamo del mondo e lo usiamo per immaginare quel che non sappiamo» (S.Martinez-Conde e S.L.Macknik, 81) Leggi il seguito »

Mente & cervello 72 – Dicembre 2010

La sensazione di essere liberi è tra le più belle e gratificanti che si possano provare. Liberi dal dolore e dalle angosce, prima di tutto. Liberi anche dalla dipendenza verso le persone e le cose. Se la prima però -quella dalle persone- è di fatto illusoria poiché siamo animali sociali e strutture comunitarie, anche la seconda -quella dalle cose- è continuamente sottoposta alle più diverse forme di dipendenza.

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Vita pensata 5 – Novembre 2010

È uscito il numero 5 di Vita pensata, Rivista mensile di filosofia

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[Miei contributi]

Editoriale: Colori (con Giusy Randazzo), p. 4

Segno, pp. 5-8

Francesca Woodman (con Giusy Randazzo), pp. 46-48

Pinocchio in Love, Pinocchio in Death, pp. 48-49

Il banchiere anarchico, p. 56

Giornale di Metafisica 1/2010, pp. 60-61

Yayoi Kusama. I want to live forever

Milano – Padiglione d’Arte Contemporanea
Sino al 14 febbraio 2010

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Un mondo fatto di colori intensi, di zucche gigantesche, di pois che riempiono oggetti e spazi, di luci psichedeliche, di ambienti ricoperti da reti. E soprattutto gli Infinity Nets, installazioni semplici e straordinarie, nelle quali si guarda dentro una scatola e si vede la propria immagine moltiplicata in strutture tridimensionali, all’infinito; nelle quali si entra in una stanza -dal titolo Aftermath of Obliteration of Eternity- fatta di specchi, lampade e acqua e non si ha più la percezione delle pareti, dell’alto o del basso, del limite e dell’intorno e si ha invece la sensazione che altre dimensioni siano possibili alla percezione e alla mente.
Un inesausto creare, quello di Yayoi Kusama, venato di sottile angoscia ma salvato dall’intuizione del sempre e dell’ovunque che intesse la nostra ambizione di viventi.

Alessandro Papetti. Il ciclo del tempo

Milano – Cortile di Palazzo Reale
Sino al 20 settembre 2009

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Esplicitamente ispirata alle grandi tele che Claude Monet costruì a Giverny, l’opera di Papetti è composta di tre grandi installazioni a spirale, dedicate rispettivamente all’acqua, all’aria, al bosco.
Il ciclo dell’acqua è abitato da numerosi personaggi immersi in un colore dantesco, come se dalla nera pioggia si aspettassero una qualche disperata e necessaria purificazione. Nel ciclo del vento una sola donna costituisce il fuoco del vortice orizzontale che la investe. Il bosco diventa la corsa verticale dello spaziotempo e dello sguardo umano che lo coglie.
Quello di Papetti è un figurativismo denso di materia, di percezione estrema che continuamente rinvia alle sensazioni interiori dei paesaggi, delle situazioni, degli enigmi. Anche tale complessità è il tempo, il suo ciclo.

Monet. Il tempo delle ninfee

Milano – Palazzo Reale
Sino al 27 settembre 2009

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Il giardino di Claude Monet a Giverny, le stampe giapponesi delle quali fu appassionato collezionista, le fotografie quasi indistinguibili dalle stampe, la foto di Nadar che ritrae lo sguardo dell’artista come fosse scolpito, un filmato che lo vede al lavoro. E ovunque, nelle sale di Palazzo Reale, la vibrazione delle forme e dei colori, le ninfee come segno e promessa di un segreto che sta nella luce e nell’occhio che la assorbe. L’artista scrisse che «tutti i miei sforzi sono volti a realizzare il maggior numero possibile di immagini intimamente collegate a realtà sconosciute». Un dipinto dal titolo Glicine (1919-20) sembra finalmente cogliere e restituire le sfumature più intime della realtà e dello sguardo, della sintesi attiva che la mente compie sul mondo.

E sono soprattutto le quattro versioni qui presenti del Ponte giapponese a esprimere l’identità profonda della materia con la percezione/visione. In questi dipinti la figura si frantuma e si dissolve progressivamente in impressione pura del colore. A proposito delle sue ninfee, Monet disse una volta a Thiébault-Sisson che «l’effet, d’ailleurs, varie incessamment. Non seulement d’une saison à l’autre, mais d’une minute a l’autre, car ces fleurs d’eau sont loin d’être tout le spectacle; elles n’en sont, à vrai dire, que l’accompagnement. L’essentiel du motif est le miroir d’eau dont l’aspect, à tout instant, se modifie grâce aux pans de ciel qui s’y reflètent, et qui y répandent la vie et le mouvement. Le nuage qui passe, la brise qui fraîchit, le grain qui menace et qui tombe, le vent qui souffle et s’abat brusquement, la lumière qui décroît et qui renaît, autant de causes, insaisissables pour l’œil des profanes, qui transforment la teinte et défigurent les plans d’eau» («Les Nymphéas de Claude Monet», Revue de l’Art, luglio 1927, p. 44).





Mente & Cervello 53 – Maggio 2009

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L’utilizzo del lettino sul quale far stendere i pazienti fu suggerito a Freud non da un’esigenza intrinseca all’analisi ma solo dal fatto -assai più banale- che «non sopportava di dover guardare in faccia il paziente e di essere osservato per tante ore al giorno»; e anche questo conferma il sostanziale disinteresse del fondatore della psicoanalisi «per gli aspetti specificamente terapeutici, a fronte di un’attrazione per le questioni teoriche» (A. Castiello d’Antonio, pp. 46-47).

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Inis Mor

 Catania – Ex Monastero dei Benedettini 
Sino al 25 aprile 2009

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La pittura è sguardo, è vibrazione della mente sul mondo. È una poiesi che a volte intende riflettere ciò che l’occhio percepisce, altre vuole -invece- inventare forme. Ma non si dà contrasto tra realismo e astrattismo perché la bellezza -come sapeva il Kant della terza Critica- sta nell’occhio di chi guarda. Sta nello sguardo di chi crea. È anche per questo che l’artista irlandese Jane Proctor può dipingere e descrivere l’isola Inis Mor senza che sulla carta appaiano onde e prati. Del mare e dei campi, infatti, si distilla la serialità, la ripetuta potenza della natura, la ricerca umana di regolarità nel mondo.