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	<title>agb &#187; passioni</title>
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		<title>Tutto in famiglia</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 13:33:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dogtooth (Kynodontas) di Yorgos Lanthimos Grecia 2009 Con: Christos Stergioglou (il padre), Michelle Valley (la madre), Aggeliki Papoulia (la figlia maggiore), Mary Tsoni (la figlia minore), Hristos Passalis (il figlio), Anna Kalaitzidou (Christina) Trailer del film Due sorelle, un fratello, i genitori. Una villa isolata, circondata da un muro. I tre figli non ne sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Dogtooth</strong><br />
(<em>Kynodontas</em>)<br />
di <strong>Yorgos Lanthimos</strong><br />
Grecia 2009<br />
Con: Christos Stergioglou (il padre), Michelle Valley (la madre), Aggeliki Papoulia (la figlia maggiore), Mary Tsoni (la figlia minore), Hristos Passalis (il figlio), Anna Kalaitzidou (Christina)<br />
<a href="http://www.mymovies.it/film/2009/dogtooth/trailer/" target="_blank"> Trailer del film</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/05/canino.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10850" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="canino" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/05/canino.jpg" alt="" width="235" height="335" /></a>Due sorelle, un fratello, i genitori. Una villa isolata, circondata da un muro. I tre figli non ne sono mai usciti. Padre e madre hanno insegnato loro tutto. Hanno insegnato quanto pericoloso sia il mondo che sta fuori e la sicurezza, invece, della propria casa. Hanno insegnato che i gatti sono animali terribili che divorano i bambini, che gli aerei cadono nel giardino, che il pube si chiama tastiera, che la parola fica vuol dire “grande lampada” e che “mare” indica una poltrona. Hanno insegnato che un ragazzo può comunque lasciare la casa quando perde uno dei canini, “destro o sinistro che sia, non importa quale”. E molto altro ancora hanno insegnato, soprattutto a competere duramente fra loro tre. Ogni tanto arriva una donna che soddisfa le esigenze sessuali del figlio, sino a quando tradisce la fiducia dei genitori che la sostituiranno con una delle sorelle. Ma la volontà di conoscere, liberi, il mondo sembra che non possa essere cancellata neppure da questo orrore travestito da agiata serenità familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">La scena chiave del film non accade dentro la villa. Consiste nel dialogo tra il padre e un allevatore di cani che gli spiega come la sua azienda sia capace di addestrare un animale secondo i desideri del suo padrone: servizievole, aggressivo, giocherellone, solitario. Come lo vuole lui. È il sogno di questi genitori comportamentisti, i quali programmano a tavolino -come Rousseau e come Watson- ciò che i loro figli dovranno essere: «Datemi una dozzina di neonati di sana e robusta costituzione fisica e lasciate che li tiri su in un ambiente scelto da me e garantisco che di qualunque di loro potrò fare qualunque cosa: medico, avvocato, artista, capovendite, e, sì, persino straccione o ladro, indipendentemente dalle sue capacità, tendenze, inclinazioni, abilità, vocazioni, e dalla razza dei suoi antenati» (J.B.Watson, <em>Behaviorism</em>, Norton 1930, p. 104).<br />
Il coacervo di proiezioni del non essere dei genitori nell’essere dei figli è uno degli elementi che rendono la famiglia un’istituzione emotivamente insostenibile. Come <em>Teorema</em> di Pasolini e <em>Gruppo di famiglia in un interno</em> di Visconti ma in modo assai diverso da entrambi, lo stile iperrealista e raffinato, asciutto e insieme grottesco di questo bellissimo film restituisce per intero la claustrofobica perversione dell’amore familiare.</p>
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		<title>Il bianco/nero delle Eumenidi</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 17:37:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Thonet delle Eumenidi Fotografie di Vittorio Graziano Cucine dell’ex Monastero dei Benedettini &#8211; Catania Sino al 25 maggio 2012 Gli occhi, le mani. Lo sguardo fisso, sereno, malizioso, altero, semplice, inquieto, ironico. Uno sguardo rivolto all’obiettivo di Vittorio Graziano. Quarantacinque donne guardano in questo modo. E ci guardano. Sono avvocate, studentesse, ingegnere, giornaliste, odontoiatre, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>La Thonet delle Eumenidi</strong><br />
Fotografie di Vittorio Graziano<br />
Cucine dell’ex Monastero dei Benedettini &#8211; Catania<br />
Sino al 25 maggio 2012</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/05/graziano.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-10828" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="graziano" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/05/graziano.jpg" alt="" width="235" height="235" /></a>Gli occhi, le mani. Lo sguardo fisso, sereno, malizioso, altero, semplice, inquieto, ironico. Uno sguardo rivolto all’obiettivo di Vittorio Graziano. Quarantacinque donne guardano in questo modo. E ci guardano. Sono avvocate, studentesse, ingegnere, giornaliste, odontoiatre, manager, artiste. Ritratti la cui bellezza e fascino sono davvero capaci di dire a chi troppo a lungo dovesse fissarne la magia «così ti macero vivo, ti strascino sotterra» (Eschilo, <em>Eumenidi</em>, v. 267; trad. di Ezio Savino). Ogni donna è probabilmente la madre dentro la cui vulva si vuole tornare, si dispera di tornare. Ogni donna è questo gorgo fascinoso e tremendo dentro cui vivere e annullarsi. Gli oggetti che tengono in mano e le sedie Thonet sulle quali poggiano sono oggetti apotropaici con i quali il fotografo -maschio- cerca di distanziare da sé la loro potenza. Ma nulla di familiare c’è nella donna, se non la vita stessa tutta intera che dà. «Nel mondo umano esse destinano tutto, con chiara esattezza. Assegnano a uno canti di gioia, a un altro una vita opaca di pianto» (Ivi, vv. 952-955).<br />
Incedono belle e terribili in questo bianco e nero dei loro ritratti. Davvero ogni fotografia è un’immagine funebre, che nell’illusione di arrestare il tempo indica la fine che verrà. La donna è questa vita/morte, è Moira/Eumenide insieme.</p>
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		<title>L&#8217;ostinata passione</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 08:38:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
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		<description><![CDATA[L’Olimpiade di Antonio Vivaldi (1734) Testo di Pietro Metastasio Atto II, 15; Aria Gemo In un Punto e Fremo &#8211; Allegro Rinaldo Alessandrini, Concerto Italiano &#38; Sara Mingardo «Gemo in un punto e fremo fosco mi sembra il giorno ho cento affanni intorno ho mille furie in sen. Con la sanguigna face m&#8217;arde Megera il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><em>L’Olimpiade</em></strong><br />
di <strong>Antonio Vivaldi</strong> (1734)<br />
Testo di Pietro Metastasio<br />
Atto II, 15; Aria <strong><em>Gemo In un Punto e Fremo</em></strong> &#8211; Allegro<br />
Rinaldo Alessandrini, Concerto Italiano &amp; Sara Mingardo</p>
<p><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/05/Vivaldi_-lOlimpiade.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10811" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Vivaldi_ l'Olimpiade" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/05/Vivaldi_-lOlimpiade-335x300.jpg" alt="" width="268" height="240" /></a>«Gemo in un punto e fremo<br />
fosco mi sembra il giorno<br />
ho cento affanni intorno<br />
ho mille furie in sen.<br />
Con la sanguigna face<br />
m&#8217;arde Megera il petto<br />
m&#8217;empie ogni vena Aletto<br />
del freddo suo velen»</p>
<p style="text-align: justify;">L’amore, un’ossessione. Questo «infinito abbassato al livello dei barboncini» (Céline, <em>Viaggio al termine della notte</em>, Corbaccio 1992, p. 14), «questa troppo facile parola» pronta a farsi «la bugia più fonda / il regno del più umile dolore». L’amore, eppure, rimane una forza ostinata che l’<em>ostinato</em> musicale di Vivaldi trasforma in un andare nell’inquietudine, nella lotta, nel sangue.</p>
<p style="text-align: left;">
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		<title>Nietzsche</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 19:53:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Diventa necessario! Diventa limpido! Diventa bello! Diventa sano!» (Frammenti postumi 1882-1884. Parte I, 5[1/198]). Diventa necessario come una ruota che scende sul piano inclinato del tempo ma che proprio per questo –nel suo movimento scandito e inesorabile- si fa essa stessa temporalità consapevole, vivente e vissuta. Diventa limpido come una mente che ha fatto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«Diventa necessario! Diventa limpido! Diventa bello! Diventa sano!» (<em>Frammenti postumi 1882-1884. Parte I</em>, 5[1/198]).<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>necessario</strong></span> come una ruota che scende sul piano inclinato del tempo ma che proprio per questo –nel suo movimento scandito e inesorabile- si fa essa stessa temporalità consapevole, vivente e vissuta.<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>limpido</strong></span> come una mente che ha fatto di sé il riflesso creativo del mondo abbandonando per sempre la pretesa di esserne padrona, di possedere senza tremore se stessa, i sentimenti, gli altri umani, la natura. L’alterità, infatti, è sempre in fuga, sempre pronta ad allontanarsi dalle nostre volontà di dominio e controllo sull’accadere, sulle altrui passioni, sui corpi e le cose che pure vorremmo continuamente con noi, che vorremmo diventassero<em> </em>noi.<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>bello</strong></span> come tutto ciò che ha vinto la dismisura, ha rinunciato allo squilibrio dell’inutile ferocia, della meschinità, dell’invidia, del ‘così fan tutti’; che sorride a se stesso perché è all’intero che sorride.<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>sano</strong></span><em> </em>perché guarito dalla contrapposizione tra <em>io </em>e <em>mondo</em>, tra soggetto e oggetto, tra umanità e natura.<br />
Un corpomente <em>necessario</em>, <em>limpido</em>, <em>bello</em>, <em>sano</em> si immerge nella vita senza più giudicarla, senza più negarla ma anche senza più volerla, come una goccia che scorre nel fiume del tempo che siamo.<br />
Questo, forse, significa una frase che è un magnifico vortice concettuale: «Io sono troppo pieno e così dimentico me stesso, tutte le cose sono dentro di me e non vi è null’altro che tutte le cose. Dove sono finito io?» (<em>Così parlò Zarathustra</em>, variante al § 4 della Prefazione). L’io è finito in quel mondo trasfigurato e in quei cieli esultanti nei quali Nietzsche colse infine la sua pienezza.<br />
Isabelle von Ungern-Sternberg disse di lui che era un «Creso del pensiero che aveva dei mondi da regalare». Da parte sua, quest&#8217;uomo sapeva di aver versato una «goccia di <em>balsamo</em> […] e questo non sarà dimenticato». No, non lo è stato.</p>
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		<title>Squilli di fanfara lontana</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 08:09:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<category><![CDATA[carnalità]]></category>
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		<description><![CDATA[Recensione a Squilli di fanfara lontana di Giuseppe O. Longo Mobydick, Faenza 2010 in Resine. Quaderni liguri di cultura numero 130, IV trimestre 2011, pagine 121-122]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Recensione a<br />
<strong><em>Squilli di fanfara lontana<br />
</em></strong>di <strong>Giuseppe O. Longo</strong><br />
Mobydick, Faenza 2010</p>
<p style="text-align: center;">in <strong>Resine. Quaderni liguri di cultura</strong><br />
numero 130, IV trimestre 2011, pagine 121-122</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/04/resine_130.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10715" title="resine_130" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/04/resine_130.jpg" alt="" width="270" height="375" /></a></p>
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		<title>Fantasmi/Illusioni</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2012 16:47:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Teatro Manzoni &#8211; Milano Questi fantasmi! di Eduardo De Filippo Con: Carlo Giuffrè, Piero Pepe, Maria Rosaria Carli, Claudio Veneziano, Antonella Lori, Francesco D’Angelo, Pina Perna Regia di Carlo Giuffrè Produzione: Teatro Stabile di Napoli Sino al 22 aprile 2012 I fantasmi sono ciò che vogliamo credere. Sono le nostre speranze, le illusioni, le pervicaci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Teatro Manzoni &#8211; Milano<br />
<strong><a href=" http://www.teatromanzoni.it/manzoni/questi-fantasmi " target="_blank">Questi fantasmi!</a></strong><br />
di <strong>Eduardo De Filippo</strong><br />
Con: Carlo Giuffrè, Piero Pepe, Maria Rosaria Carli, Claudio Veneziano, Antonella Lori, Francesco D’Angelo, Pina Perna<br />
Regia di <strong>Carlo Giuffrè</strong><br />
Produzione: Teatro Stabile di Napoli<br />
Sino al 22 aprile 2012</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/04/Questi_fantasmi_Giuffrè.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10491" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Questi_fantasmi_Giuffrè" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/04/Questi_fantasmi_Giuffrè-238x300.jpg" alt="" width="238" height="300" /></a>I fantasmi sono ciò che vogliamo credere. Sono le nostre speranze, le illusioni, le pervicaci credenze, i valori, i ricordi. E tutti ci aggrappiamo a essi come naufraghi al legno, convinti che una qualche entità potente «ci abbia presi in simpatia» e che, dopo averci mostrato i primi segni della sua grazia, continuerà a beneficarci per sempre. E se a un certo momento sembrerà svanire come ombra lasciandoci soli, saremo disposti ad aspettarla anche di notte, fuori e al freddo, pur di implorarla di tornare all’antico favore. E quando ci apparirà, ancora una volta e per l’ultima volta, sentiremo da lei le parole che volevamo sentire, sentiremo che c’è ancora speranza.<br />
Così Pasquale Lojacono prende per un benevolo fantasma l’amante della giovane moglie Maria, che gli fa trovare in una giacca i soldi di cui ha sempre bisogno. Per Maria, e per tutti coloro che conoscono la situazione, Pasquale è un farabutto, uno sfruttatore, un uomo che non vale niente. Ma, nell’ultimo e decisivo colloquio con il fantasma, Pasquale comunica con disperata passione il proprio bisogno di amare e di essere amato. E di essere pronto a credere in qualsiasi cosa per questo. Almeno, lui è sincero.<br />
Il grande testo di Eduardo è voltato in farsa da Carlo Giuffrè, bravo come interprete ma non altrettanto come regista. I toni sono da vaudeville e banali appaiono le trovate sonore e visive. <em>Questi fantasmi!</em> è invece un dramma che certo diverte -e molto- ma che facendo sorridere comunica, come l’arte fa sempre, la verità senza illusioni del mondo.</p>
<p>[È possibile <a href="http://www.youtube.com/watch?v=fdl7Ubnhh94" target="_blank">vedere la commedia</a> nella splendida interpretazione dello stesso De Filippo]</p>
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		<title>Melotti / La materia</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 14:38:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fausto Melotti MADRE &#8211; Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina &#8211; Napoli A cura di Germano Celant Sino al 9 aprile 2012 I sette savi stanno lì, in piedi, immobili, senza volto e con tutti i volti, senza identità e con tutte le identità. Guardano oltre i loro compagni, oltre gli spazi nei quali di volta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.museomadre.it/mostre_show.cfm?id=113" target="_blank">Fausto Melotti</a></strong><br />
MADRE &#8211; Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina &#8211; Napoli<br />
A cura di Germano Celant<br />
Sino al 9 aprile 2012</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/melotti_sette_savi.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-10314" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="melotti_sette_savi" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/melotti_sette_savi-400x300.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a>I sette savi</em> stanno lì, in piedi, immobili, senza volto e con tutti i volti, senza identità e con tutte le identità. Guardano oltre i loro compagni, oltre gli spazi nei quali di volta in volta si trovano, oltre il divenire. Questi savi sono la perfezione della materia. La materia cieca, inconsapevole e dunque libera da ogni dolore, da ogni amore, da ogni caduta. Puro divenire di molecole. Una perfetta freddezza che è anche l’unica perfetta gioia che nel mondo -nell’universo, intendo- possa essere data.<br />
Le allegorie plastiche di Melotti dedicate alla <em>Pittura</em>, alla <em>Decorazione</em>, all’<em>Architettura </em>assumono sembianze umane ma non riescono neppure esse a nascondere che la pittura è pigmento sparso su superfici, la decorazione è alternanza di colori e di forme, l’architettura è roccia, marmo, legno, cemento disposto ad accogliere ma indifferente a chi abita.<br />
E così le altre opere in terracotta e in metallo a volte prendono nomi allegorici, evocativi, solenni e grati. Ma più spesso sono <em>Senza titolo</em>, come senza titolo è la materia. Una volta Melotti disse che «enormi affreschi non li guardi. Un foglio bianco con una sola linea e ne resti incantato».</p>
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		<title>L&#8217;Altro</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2012 17:35:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il primo dogma dell’amore è l’esistenza dell’altro, il suo primo errore è credere che tale esistenza sia reale. E invece la realtà è una molteplicità frammentata, sfaccettata, irriducibile allo sguardo, al concetto e all’azione: «Così il breve tragitto delle sue labbra verso la guancia di Albertine crea dieci Albertine, e trasforma un banale essere umano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il primo dogma dell’amore è l’esistenza dell’altro, il suo primo errore è credere che tale esistenza sia reale. E invece la realtà è una molteplicità frammentata, sfaccettata, irriducibile allo sguardo, al concetto e all’azione: «Così il breve tragitto delle sue labbra verso la guancia di Albertine crea dieci Albertine, e trasforma un banale essere umano in una dea dalle molte teste» (Beckett, <em>Proust</em>, SE 2004, p. 37), tanto che quando l’avrà perduta il Narratore dice a se stesso  che «pour me consoler, ce n’est pas une, c’est d’innombrables Albertine que j’aurais dû oublier» (<em>À la recherche du temps perdu</em>, Gallimard, Paris 1999, p. 1693).<br />
Perché accade questo? Che cosa fa dei corpi altrui, posti davanti a noi, aperti al nostro sguardo, pronti alla conversazione, a volte intrecciati nelle mani, nella bocca, negli organi genitali, che cosa li mantiene sideralmente distanti? Non lo spazio, è evidente, ma il tempo. Analizzando la natura temporale dell’amore Proust disvela, come nessun altro artista o filosofo ha mai fatto, la ragione per la quale si tratta di un sentimento tragico.</p>
<p style="text-align: justify;">«Et je comprenais l’impossibilité où se heurte l’amour. Nous nous imaginons qu’il a pour objet un être couché devant nous, enfermé dans un corps. Hélas! Il est l’extension de cet ètre à tous les points de l’espace et du temps que cet être a occupés et occupera. Si nous ne possédons  pas son contact avec tel lieu, avec telle heure, nous ne le possédons pas. Or nous ne pouvons toucher tous ces points» (<em>Recherche</em>, p. 1677). E ancora: «Et pourtant, je ne me reandais pas compte qu’il y avait longtemps que j’aurais dû cesser de voir Albertine, car elle était entrée pour moi dans cette période lamentable où un être, disséminé dans l’espace et dans le temps, n’est plus pour nous une femme, mais une suite d’événemets sur lequels nous ne pouvons faire la lumière, une suite de problèmes insolubles, une mer que nous essayons ridiculement, comme Xerxès, de battre pour la punir de ce qu’elle a englouti. Une fois cette période commencée, on est forcément vaincu» (<em>Recherche</em>, p. 1680). E definisce l’amore come «l’espace et le temps rendus sensibles au cœur» (<em>Recherche</em>, p.  1893).</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro è una meta irraggiungibile, foriera di angoscia, gettata nell’attesa, intessuta di gelosia, sciolta nell’acido di quei sospetti nei quali immergiamo ogni evento ricordato. Questo è il lavoro della mente amorosa, l’incessante attività di un’ermeneutica della diffidenza che nessuna certezza potrà mai conseguire poiché tale sicurezza ha come condizione l’intero temporale nel quale l’altro distende il proprio corpo negli anni. Il ricordo incessante della persona che amiamo diventa così l’abitudine all’angoscia che la sua inevitabile distanza rappresenta. Abitudine che è una delle figure temporali più potenti e pervasive dell’esistenza umana.<br />
Per Proust la via d’uscita, l’unica, non è etica né psicologica. È la parola. La scrittura ci libera dall’assurdo dei giorni e dei sentimenti assurdi per trasfigurare giorni e sentimenti nella parola che salva: «Comment a-t-on le courage de souhaiter vivre, comment peut-on faire un mouvement pour se préserver de la mort, dans un monde où l’amour n’est provoqué que par le mensonge et consiste seulement dans notre besoin de voir nos souffrances apaisées par l’être qui nous a fait souffrir?» (<em>Recherche</em>, p. 1673).</p>
<p style="text-align: justify;">[A Proust, in particolare alla <a href="http://www.vitapensata.eu/2012/03/12/beckettproust/" target="_blank">lettura beckettiana della <em>Recherche</em></a>, è dedicato uno degli articoli del numero 14 -marzo 2012- di <em><a href="http://www.vitapensata.eu" target="_blank">Vita pensata</a></em>, dove si trovano anche le traduzioni dei brani citati]</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>La montagna incantata</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 20:09:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Der Zauberberg, 1924) di Thomas Mann Trad. di Bice Giachetti-Sorteni Dall’Oglio editore, Milano 1980 Due volumi &#8211; Pagine 379 e 406 &#160; Un libro immenso e inquietante, che descrive lo spazio della storia in un luogo e in un istante particolari i quali però assumono una dimensione metatemporale. Il tempo è al centro dell’opera, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">(<em>Der Zauberberg</em>, 1924)<br />
di <strong>Thomas Mann</strong><br />
Trad. di Bice Giachetti-Sorteni<br />
Dall’Oglio editore, Milano 1980<br />
Due volumi &#8211; Pagine 379 e 406</p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/zauberberg.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10079" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="zauberberg" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/zauberberg.jpg" alt="" width="218" height="368" /></a>Un libro immenso e inquietante, che descrive lo spazio della storia in un luogo e in un istante particolari i quali però assumono una dimensione metatemporale. Il tempo è al centro dell’opera, come in Proust. Ma diversamente da Proust non c’è qui alcuna tensione verso la memoria. Piuttosto, c’è l’ambizione di un tempo puro, di un tempo altro. Il tempo non vi è calcolato ma viene esperito nella sua neutra immediatezza, per la quale «anni densi di avvenimenti trascorrono molto più lentamente di altri poveri, vuoti, leggeri, che il vento soffia via. […] Una uniformità ininterrotta abbrevia grandi periodi di tempo in un modo incredibile e spaventoso» (Vol. I, p. 116). Nonostante secoli di cristianesimo, la rappresentazione del tempo torna a farsi circolare e soprattutto diventa rispettosa del suo enigma, del suo essere «un mistero privo di essenza, inafferrabile e potente» (II, 5).<br />
In questa temporalità senza tempo si svolge l’iniziazione di Hans Castorp alla vita. Uomo semplice, borghese senza eccessivi conflitti e aspirazioni, Castorp si trova a partecipare al grande spettacolo della conoscenza e della morale. Il mondo in cui si muove è un teatro tutto letterario e <em>proprio per questo</em> veramente reale. Una pervasiva ironia e una scettica ambiguità danno voce e carne ai grandi princìpi, agli archetipi, ai concetti. E tutto ciò senza che i personaggi nei quali idee, archetipi e concetti prendono corpo e forma risultino minimamente artificiosi.<br />
Il romanzo è immerso in un’atmosfera nichilistica ben riassunta dalle parole di Clawdia Chauchat: «<em>Il nous semble qu’il est plus moral de se perdre et même de se laisser dépérir que de se conserver</em>» (I, 376; il corsivo e il francese sono dell’Autore). Nell’incontro e nel conflitto tra Occidente e Oriente, pensiero e natura, ragione e magia -conflitto che attraversa l’intero romanzo- Hans Castorp catalizza intelletto e corporeità, si fa testimone e vittima della dissoluzione di un mondo, dell’Europa alle soglie del suicidio, alla vigilia della Prima guerra mondiale.<br />
Insieme a lui vivono altre allegorie: la mediocrità volgare della signora Sthör; la regalità dionisiaca di Peeperkorn «sacerdote danzante» (II, 254); la lucidità umanistica di Settembrini, per il quale la parola è civiltà; il radicalismo religioso e comunistico di Naphta, che unifica Gregorio Magno e la dittatura del proletariato in una palingenesi millenaristica; il militarismo obbediente e devoto alla bandiera di Gioachino; il bonario ed eccentrico dottor Behrens. È un universo di comportamenti e di caratteri che rendono il sanatorio di Davos una metafora del mondo, con tutto il suo male, la sua stoltezza, la sua violenza.<br />
<span id="more-10076"></span>Il «monte del peccato» (II, 402) è una piovra continuamente tesa ad afferrare altre vittime tra i suoi tentacoli, è un trionfo della morte nella morte del tempo. Non a caso l’improvviso ritorno di Castorp in pianura a causa della tragedia bellica acquista quasi un senso di rinascita dopo la costante dissoluzione vissuta sulla montagna incantata. Al di sopra, eppure, sembrano rimanere incontaminati, dietro l’apparenza di un’intima partecipazione al male, la misteriosa antica bellezza di Clawdia e la calma tollerante di Hans. I dialoghi tra loro due e Peeperkorn sono singolari e perturbanti ma testimoniano di una lucida razionalità, di uno sceverare l’interiorità fin nei più reconditi meandri, di un amore verso la «forma» che non è «pedanteria» ma umana civiltà (I, 377). Clawdia rimane tuttavia una venere tartara e indolente, Hans un preoccupante figlio della vita troppo facilmente attratto dall’ambigua grandezza della <strong>morte</strong>, dell’<strong>amore</strong>, della <strong>malattia</strong>. Una triade costante nella poetica di Thomas Mann, per il quale il corpo è a volte una cosa sola con il <em>Geist</em>, altre è invece principio di dissolutezza.<br />
<em>Der Zauberberg</em> è intriso di una palpitante luminosità, che si racchiude e si schiude nel finale del romanzo, quando in mezzo a rumori di sfacelo e a bagliori di guerra germina la luce di un sentimento d’amore legato alla «festa mondiale della morte» ma che al di là del «malo delirio che incendia intorno a noi la notte piovosa» (II, 406) ha saputo essere pura forma di una bellezza antica.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I draghi e le ragazze</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 14:49:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Millennium. Uomini  che odiano le donne (The Girl with the Dragon Tattoo) di David Fincher USA, 2011 Con: Rooney Mara (Lisbeth Salander), Daniel Craig (Mikael Blomkvist), Stellan Skarsgård, (Martin Vanger), Christopher Plummer (Henrik Vanger) Trailer del film David Fincher gira un film che non è certo un semplice remake della precedente opera di Niels Arden [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Millennium. Uomini  che odiano le donne</strong><br />
(<em>The Girl with the Dragon Tattoo</em>)<br />
di <strong>David Fincher</strong><br />
USA, 2011<br />
Con: Rooney Mara (Lisbeth Salander), Daniel Craig (Mikael Blomkvist), Stellan Skarsgård, (Martin Vanger), Christopher Plummer (Henrik Vanger)<br />
<a href=" http://www.mymovies.it/film/2011/thegirlwiththedragontattoo/trailer/" target="_blank"> Trailer del film</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/Millennium.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-9976" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Millennium" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/Millennium-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a>David Fincher gira un film che non è certo un semplice remake della <a href="http://www.biuso.eu/2009/07/13/uomini-che-odiano-le-donne/" target="_blank">precedente opera di Niels Arden Oplev</a> (2009). Entrambi seguono la trama del romanzo di Stieg Larsson ma Fincher imprime sulle immagini un sigillo destinale, una profondità estetica che fa emergere ancora di più il viluppo di sadismo individuale, di ferocia familiare, di tragedia storica che rappresenta la cifra del romanzo. I volti sono come scavati in quella terra dura e splendida che è la Svezia, sineddoche dell’umanità. Impulsi irrefrenabili, segreti sepolti, violenze dei padri sulle figlie. Uomini e donne che odiano se stessi.</p>
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