Archivi dei tag: passioni

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di Lars Norén
Traduzione di Annuska Palme Sanavio
Teatro Studio – Milano
Regia di Carmelo Rifici
Con Giovanni Crippa, Elena Ghiaurov, Francesco Colella, Melania Giglio, Gianluigi Fogacci, Silvia Pernarella
Produzione Piccolo Teatro di Milano
Sino al 27 febbraio 2010

Svezia. Due coppie. Le loro esistenze durante il decennio 1989-1999, vissute tra viaggi, aeroporti, case editrici, ville toscane. Borghesi agiati e colti ma irrimediabilmente soli. Le due donne alla ricerca di una maternità che dia senso, i due uomini che oscillano tra indifferenza e avventure. Una follia sottile o conclamata li sfiora o li afferra. Sullo sfondo l’Europa e le sue guerre. Il tutto narrato e quasi fotografato in 30 scene, 30 dettagli di tempo.

La regia di Carmelo Rifici e le scene di Guido Buganza disegnano quelli che Marc Augè ha definito “non luoghi”, spazi aperti e sempre uguali nei vari continenti. Gli interpreti sono molto bravi e dediti completamente ai loro non facili personaggi. E tuttavia il testo rimane troppo didascalico, senza riuscire a cogliere l’epicità tragica dei modelli -Strindberg, Bergman-, preferendo uno stile piatto, un grigiore uniforme.

Il piacere dell’onestà

di Luigi Pirandello
Teatro Carignano – Torino
Con: Leo Gullotta (Angelo Baldovino), Martino Duane (Fabio Colli), Paolo Lorimer (Maurizio Setti), Mirella Mazzeranghi (Maddalena), Valentina Beotti (Agata Renni)
Produzione: Teatro Eliseo
Scene e costumi di Luigi Perego
Regia di Fabio Grossi
Sino al 28 febbraio 2010


Il protagonista, Angelo Baldovino, è disposto a sposare una ragazza messa incinta da un nobiluomo che non può farla sua moglie perché già maritato. In questo modo, il compagno e la madre della ragazza pensano di evitare lo scandalo e consentire al marchese di continuare a frequentare la casa. Baldovino è tuttavia persona capace di analizzare la realtà, le relazioni, i sentimenti con estrema lucidità. Il suo comportamento attento e rigoroso evidenzia la disonestà interiore degli altri personaggi e gli conquista l’affetto della ragazza.

È, questa, una delle commedie più profonde di Pirandello, colma di una comprensione dell’umano spietata e insieme dolente. Al di là della descrizione dell’ipocrisia perbenista e borghese, il testo è intriso di una tensione profonda tra la verità -che è il vero nome dell’onestà di cui qui si parla- e la sua impossibile incarnazione nel mondo. Perché una reale e costante trasparenza ucciderebbe le relazioni umane. È a questo che forse alludono le scene di Luigi Perego, imperniate su una casa le cui pareti sono di vetro. Il sogno rousseauviano di totale trasparenza è sempre destinato a trasformarsi in un incubo. Abbiamo tutti bisogno di uno spazio segreto nel quale conservare la nostra disonestà per continuare ad accettare quella degli altri.
Leo Gullotta è molto bravo nel dare corpo a questa maschera, pur non corrispondendo certo alle indicazioni di regia di Pirandello, che aveva immaginato Baldovino come assai più giovane.

Festa di famiglia

Teatro Franco Parenti – Milano
da Luigi Pirandello
drammaturgia e regia Mitipretese
collaborazione alla drammaturgia di Andrea Camilleri
con Manuela Mandracchia, Anna Gualdo, Sandra Toffolatti e Mariangeles Torres
e con Fabio Cocifoglia, Diego Ribon
Produzione Teatro Di Roma, Mercadante Teatro Stabile Di Napoli e Artisti Riuniti
Sino al 14 febbraio 2010

Una madre viene festeggiata dalle tre figlie nel giorno del suo sessantesimo compleanno. Emerge tutta la furia dei sentimenti, delle recriminazioni, delle memorie, dei fallimenti. Ma tra pianti, abbracci e canti si va avanti lo stesso.
Da Pirandello, anche se Pirandello sembra un pretesto per raccontare della Famiglia, della Madre, della violenza nei rapporti umani. Davvero bravissime le interpreti di uno spettacolo che alterna gesti estremi, risate, canzoni e arie eseguite a cappella. Di pirandelliano c’è soprattutto l’incrocio di tensioni che il drammaturgo chiamava «umorismo».

A Single Man

di Tom Ford
USA, 2009
Con: Colin Firth (George), Julianne Moore (Charlotte), Nicholas Hoult (Kenny), Matthew Goode (Jim), Jon Kortajarena (Carlos)
Trailer del film

Los Angeles, 1962. George Falconer, professore di letteratura, si schianta contro il dolore alla notizia che il compagno col quale vive da sedici anni è morto in un incidente stradale. Dopo alcuni mesi e un sogno nel quale, vestito impeccabilmente, bacia ancora una volta Jim appena morto, decide che quello sarà il suo ultimo giorno. Va a lezione, passa da un negozio, prepara tutto per il dopo -comprese delle indicazioni su come dovrà essere annodata la cravatta del proprio abito funebre-, cena con una sua antica amica e amante, va al bar per le sigarette. E lì incontra un suo allievo che lo riporta alla vita. Ma la vita è implacabile.

Il film è tratto dal romanzo di Christopher Isherwood. Tom Ford è uno stilista alla sua prima opera. Opera elegantissima e raffinata, nella quale i temi di fondo della nostra esistenza -passioni, morte, solitudine- vibrano con singolare verità d’accenti e senza mai scadere nel banale o nel sentimentalismo. Piuttosto, è il contrasto tra la bellezza della forma e la tragedia del tessuto a lasciare un’eco profonda, come di una inesorabile e insensata casualità, che è lo stesso nome del Fato.

Mente & cervello 62 – Febbraio 2010

La catastrofe dell’Italia contemporanea non è soltanto culturale, etica, antropologica. È anche economica. La disoccupazione è arrivata all’8,3 per cento, anche se il pifferaio che ci porta verso il baratro riesce coi suoi strumenti -televisione, stampa- a nascondere pure tale dato statistico. Le conseguenze sulla psiche di una condizione senza lavoro sono devastanti e coinvolgono l’identità profonda di una persona, il suo presente, le attese, le memorie.

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Complices

di Frédéric Mermoud
Con Cyril Descours (Vincent), Nina Meurisse (Rebecca), Gilbert Melki (Cagan), Emmanuelle Devos (Mangin), Joanna Preis.
Francia-Svizzera, 2009
Trailer del film

Vincent e Rebecca, poco più che adolescenti, si incontrano, si amano, superano anche la rivelazione del prostituirsi di lui, del suo vivere in un gorgo dalle conseguenze drammatiche.
Cominciando dalla fine della vicenda, il montaggio alterna il sentimento dei due ragazzi e l’inchiesta della polizia, condotta da un commissario poco ligio alla procedura e molto attento all’umanità delle persone che incontra. Un noir interiore e con protagonista la sempre bella Parigi, anche quando è tenebrosa. Ma soprattutto un film sulla solitudine profonda degli umani, di qualunque età, e sul paradossale dualismo che permette di vendere il proprio corpo illudendosi di rimanere liberi, come se il corpo fosse l’Altro quando invece è il più intimo .

Hopper, l’attesa

Edward Hopper
Milano – Palazzo Reale
Sino al 31 gennaio 2010

James Hillman ha scritto che le finestre di Hopper sono come quelle di Rembrandt e di Vermeer. Forse ha inteso dire che esse aprono frammenti di speranza ma in realtà chiudono gli umani in un’angoscia che sembra inoltrepassabile.
Dagli inizi francesi, in particolare l’assai amato Degas, Edward Hopper ha costruito quadro dopo quadro la metafisica degli Stati Uniti d’America in ciò che essa ha di migliore e quindi di più straziante. L’architettura vi diventa tutto lo spazio e la natura mostra il segreto del proprio dolore: la luce. Perché questa luce di Hopper illumina il nodo che stringe solitudine e individualismo in un legame che non si può sciogliere. Gli umani, quasi sempre soli appunto, diventano colore e forma di una struttura unitaria, fatta di cielo e di pali del telefono, di letti in stanze vuote e di mare. Come un Beckett figurativo, Hopper dà sostanza all’attesa, perenne sconfinata e tragica, di qualcosa che dovrà pur arrivare e il cui più probabile nome è la morte. La prova che il mondo è privo di senso è del tutto formale, sta nella prospettiva apparentemente realistica ma intimamente distorta delle scene con le quali questo Maestro ha dipinto un nulla fatto di luce.

Mente & cervello 61 – Gennaio 2010

Che cosa rende gli umani felici? Che cosa, invece, li dispera? Le risposte sono naturalmente plurali e complesse. E tuttavia c’è anche una semplicità di fondo nella nostra specie. Siamo entità assetate d’amore, perché essere amati e amare significa raggiungere l’acmé della relazionalità che ci costituisce e significa avere la conferma del nostro valore da parte di chi riteniamo essere il valore stesso della vita: l’altro che amiamo.
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Qual candido fiore

Da Orlando furioso
di Antonio Vivaldi
Aria di Medoro

Lajos Kozma, Claudio Scimone & I Solisti Veneti

vivaldi

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Einblicke

di Arnold Gehlen
(Gesamtausgabe, Band 7)
Vittorio Klostermann, Frankfurt am Main 1978
Pagine 589

gehlen

Einblicke, impressioni e sguardi sul presente, elaborati da Gehlen in venticinque anni (dal 1950 al 1976) di interventi, conferenze, articoli, analisi, tutte caratterizzate da una estrema lucidità nella comprensione delle radici e delle conseguenze dei fatti sociali e culturali.

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Mente & cervello 60 – Dicembre 2009

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«La medicina, data la complessità e le variabili del corpo umano, non può essere una scienza esatta» (P. Garzia, p. 32). È questa, probabilmente, la chiave più plausibile per ragionare sul miracoloso. Che cosa c’entra? Molto. Leggi il seguito »

Passioni

I monoteismi impongono una cura chirurgica delle passioni, il cui effetto è l’opposto dell’equilibrata soluzione greca che consiste nel dare di tanto in tanto uno sfogo festoso alle cattive inclinazioni. È questo l’elemento etico del paganesimo rimasto fin dal principio incomprensibile all’ordine morale ebraico, cristiano e islamico. I Greci riconoscevano l’inevitabilità del desiderio e della violenza insiti nella natura umana e invece di tentare ingenuamente di estirparli preferivano dar loro una legittimazione sociale e una ritualizzazione che favorisse l’espressione dell’estremo conservando nel contempo il controllo delle sue manifestazioni. Si tratta di una forma di libertà interiore e comportamentale la quale non si mutila della dimensione ebbra e dionisiaca che abita al fondo dei cuori umani non ancora spenti. Tenta piuttosto di consentirle uno sfogo moderato atto a salvaguardare sia l’elemento orgiastico che quello razionale.

Stanley Kubrick

di Aa.Vv.
A cura di Hans-Peter Reichmann
Giunti Arte Mostre Musei, Firenze-Milano 2007
Pagine 382

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Plato is Philosophy and Philosophy is Plato. L’affermazione di Emerson potrebbe essere volta in questa forma: Kubrick is Cinema and Cinema is Kubrick. La perfezione tecnica, la forza delle immagini, l’unitarietà del percorso che da Day of the Fight (1951) conduce a Eyes Wide Shut (1999), la continua innovazione e un classicismo fuori dal tempo, sono alcune delle ragioni che giustificano l’identificazione tra Stanley Kubrick e l’arte cinematografica.

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Io, Don Giovanni

di Carlos Saura
Austria / Italia / Spagna, 2009
Con: Lorenzo Balducci (Da Ponte), Lino Guanciale (Mozart), Tobias Moretti (Casanova) Emilia Verginelli (Annetta), Ennio Fantastichini (Salieri), Ketevan Kemolidze (Adriana Ferrarese / Donna Elvira), Francesca Inaudi (Costanza), Sergio Foresti (Leporello), Borja Quiza (Don Giovanni)
Fotografia di Vittorio Storaro
Trailer del film

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Nato ebreo, convertito al cattolicesimo per poter studiare; diventato prete ma anche massone, poeta e drammaturgo; amico di Giacomo Casanova e da lui protetto; condannato all’esilio dall’Inquisizione veneziana, Lorenzo Da Ponte incontra a Vienna Salieri e Mozart, con il quale scrive e compone delle opere splendenti. L’argomento dell’ultima gli è suggerito da Casanova e il risultato è una riscrittura radicale di un mito ormai antico: Don Giovanni. All’inizio scettico, Mozart penetra sempre più nelle pieghe del personaggio e nei versi di Da Ponte, sino a generare il dramma giocoso più conturbante dell’intera storia della musica.

Finalmente un film che pone al centro il testo del Don Giovanni mozartiano e il suo autore. Conquistatore egli stesso, Lorenzo Da Ponte è una figura simbolo del Settecento e della lotta di quel secolo per la libertà della creazione intellettuale. Carlos Saura immerge la vicenda del fascinoso abate nella piena teatralità dei luoghi -ricostruiti con palese finzione- e mette in scena un Don Giovanni fatto di tenebra e di luce, che giunge al culmine nell’incontro (anticipato sin dalla prima inquadratura del film) tra il libertino e il Commendatore, una sinestesia nella quale la musica si fa colore -il bianco della statua vivente, il nero delle forze infere, il rosso dei fiumi di lava che avvolgono Don Juan- e lo spazio è diviso in un controcampo che al volume incombente del fantasma oppone la forza vitale dell’uomo dei piaceri. La grandezza di Don Giovanni sta anche nel rompere e invertire lo schema moralistico: «Chi a una è fedele / con le altre è crudele».

La carne degli angeli

di Alda Merini
con venti opere inedite di Mimmo Paladino
Frassinelli, Milano 2003
Pagine 128

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Se poesia è anche scorgere fra le pieghe dello spazio l’invisibile, gli angeli, «pulviscolo amoroso e traccia dell’amore divino» (pag. 54), sono «queste forme senza vesti e ornatissime, questi desideri chiari che hanno lingue di solo silenzio, questa pioggia di grazia che cade sulle nostre miserie» (53). Leggi il seguito »