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Burckhardt, la storia

Sullo studio della storia
(Uber geschichtliche Studium [Weltgeschichtliche Betrachtungen, 1868-1873])
di Jacob Burckhardt
Trad. di Mazzino Montinari
Boringhieri, 1958
Pagine 310

In queste sue lezioni pubblicate postume nel 1905 -anche con delle manipolazioni1- Burckhardt rifiuta le concezioni storicistiche che interpretano il divenire storico come lo sviluppo progressivo di un’idea, di un valore, di una qualsiasi Provvidenza. Cerca, piuttosto, di vedere la storia nella sua più concreta e non garantita empiria, a partire comunque da tre grandi concetti: stato, religione, cultura.
Lo stato e la religione sono per Burckhardt elementi statici, di controllo, alla fine sempre oppressivi. La cultura, invece, è la dimensione dinamica, libera, viva e costantemente nuova. Essa è «la quintessenza di tutto ciò che si è formato spontaneamente per promuovere la vita materiale e come espressione della vita spirituale e morale» (pp. 42-43). In quanto tale, essa costituisce la critica delle altre due strutture, «l’orologio che rivela l’ora in cui la forma e il contenuto in esse non coincidono più» (74).
Attraverso ampie pennellate ed efficaci excursus, Burckhardt enuncia una serie di tesi che saranno condivise e rielaborate da Nietzsche, il quale in uno dei biglietti del 4 gennaio 1889 definì il collega basileese «il nostro grande, grandissimo maestro»2. Tra queste tesi: il pluralismo metodologico; la Grecia come il luogo dove cultura e arte hanno avuto i migliori esiti, senza che però questo implichi la romantica e «fantastica predilezione per una antica e idealizzata Atene» (151); il cristianesimo come tipica religione dei passivi e dei dogmatici, che non è stata nemmeno capace di migliorare la condotta morale dei suoi adepti; il riconoscimento del conflitto come elemento dinamico della storia; la critica alle società massificate, i cui membri si adeguano sempre a chi meglio garantisce loro «tranquillità e guadagni» (239). Alle masse Burckhardt contrappone le «individualità possenti [che] si impongono e indicano le direzioni» (80-81).
Oscillando tra pragmatismo e metafisica, disincanto e progetto, Burckhardt si pone alla confluenza di numerosi itinerari della cultura e del pensiero moderno. Lo studioso riservato, il silenzioso maestro, insegna a Nietzsche «che in generale non si valuti la vita terrena più di quel che merita» (193). Era la stessa convinzione di Platone: «Certo è vero che le vicende umane non meritano poi una grande considerazione, ma è anche vero che bisogna pur occuparsene, per quanto possa essere un compito ingrato»3. Questo compito è la storia.

Note

1. Nel 1998 Einaudi ha pubblicato una nuova edizione, presentandola con queste parole: «Le lezioni che Burckhardt tenne all’Università di Basilea tra il 1868 e il 1873, uno dei momenti salienti della moderna riflessione storiografica. Condotta sui manoscritti originali, la nuova edizione a cura di Maurizio Ghelardi restituisce gli appunti dello storico svizzero alla loro vera natura, facendo giustizia delle deformazioni nate dalle precedenti manipolazioni e riproducendo le frequenti osservazioni critiche che Burckhardt annotava in margine ai fogli».

2. F. Nietzsche,  Briefe. Januar 1887 – Januar 1889, in «Nietzsche Briefwechsel. Kritische Gesamtausgabe», herausgegeben von Giorgio Colli und Mazzino Montinari, vol. III/5, de Gruyter, Berlin-New York 1984, lettera 1245, p. 574. Nel recente quinto e ultimo volume della traduzione italiana dell’Epistolario (Adelphi, 2011) la lettera si trova a p. 889.

3. Platone, Leggi, 803 a, trad. di R. Radice.

 

Giovanni Passannante

Sergio Colabona
Passannante
Con: Fabio Troiano (Passannante), Ulderico Pesce (Pesce), Andrea Satta (Satta), Alberto Gimignani (Marchitelli), Bebo Storti (il ministro), Maria Letizia Gorga (madre di Passannante)
Italia, 2011
Trailer del film

 

È una storia istruttiva. Giovanni Passannante era nato a Salvia di Lucania nel 1849. Poverissimo ma desideroso di apprendere, riuscì a imparare a leggere e a scrivere ed entrò in contatto con i mazziniani e con gli anarchici. Nel 1878 barattò la sua giacca con un coltellino per compiere un attentato dimostrativo contro Umberto I, in visita a Napoli. Conoscendo lo Statuto albertino, Passannante sperava di essere giudicato dal Senato in quanto responsabile di un tentato regicidio. Ma il governo e le polizie lo definirono pazzo, consegnandolo a un tribunale ordinario che lo condannò a morte. Umberto I commutò la pena in ergastolo. E fu questa la vendetta del re. Passannante venne infatti sepolto vivo in una cella bassa, buia, umidissima perché posta sotto il livello del mare, davanti all’isola d’Elba. Legato a una pesante catena lunga pochi centimetri, venne lasciato per decenni imputridire nei propri escrementi. Soltanto un’eccezionale complessione fisica lo fece -per sua disgrazia- sopravvivere. Quando un deputato lo visitò, rimase così sconvolto da attivarsi per chiederne il trasferimento. E Giovanni morì nel 1910, cieco e folle, in un manicomio criminale.
Ma non bastava, no, non bastava tutto questo. Sua madre, i fratelli e le sorelle furono anch’essi reclusi -senza aver mai commesso nulla- in un manicomio. E dopo la morte la testa di Passannante venne mozzata e il cranio e il cervello vennero dati a Lombroso. Poi rimasero per anni nel Museo criminale di Roma, sotto la dicitura di “criminale abituale”.
Ulderico Pesce è un attore che va raccontando da anni questa storia e che insieme a un cantante -Andrea Satta- e a un giornalista -Marchitelli- ha perorato davanti a ben quattro ministri di Grazia e Giustizia ciò che Antigone impose a se stessa anche a costo della morte: dare sepoltura al fratello. Incredibile è che soltanto nel 2007 i pochi resti -il corpo venne disperso- di Passannante vennero infine portati dal Museo romano al suo paese d’origine e lì tumulati. Ma, ancora una volta, senza cerimonie né ricordi. E tutto ciò mentre ai Savoia è stato permesso di tornare in Italia.

Il film racconta questa vicenda alternando la ricostruzione storica con le scene -grottesche- della perorazione verso i ministri e con parti dello spettacolo di Pesce. Un film che andava realizzato per sottrarre alla damnatio memoriae un uomo che non fece mai del male a nessuno se non a se stesso e che la ferocia dell’«Italia Unita» ha offeso da vivo e da morto.
Ma non è ancora finita. Non soddisfatti del male inflitto alla sua famiglia, i regnanti d’Italia imposero che il paese natale si dovesse chiamare Savoia di Lucania, nome che tuttora possiede. Chi impone i nomi impone se stesso. Ed è anche per questo che al paesino della Basilicata andrebbe restituito il vero nome, non insozzato da quello di un’infima dinastia di rozzi provinciali che soltanto delle circostanze estremamente fortunate portarono alla conquista dell’intera penisola. I Savoia sono sempre stati, e continuano a essere, un clan meschino e vigliacco. Dall’infoiato Vittorio Emanuele II al firmatario delle leggi razziali Vittorio Emanuele III, per tacere dei successori. Bene fece Gaetano Bresci a giustiziare Umberto I non soltanto per i fatti di Milano del 1898 ma anche per la strazio e la vendetta attuate contro Passannante. I nomi, le parole, sono la vita stessa degli umani. E che piazze e strade d’Italia siano dedicate ai Savoia assassini invece che alle loro vittime -dai cinque fucilati di Bronte del 1860 a Dirk Geerd Hamer nel 1978- è una vergogna nazionale.
Una storia istruttiva della miseria del potere.

Lo sguardo umano

Abdel Kechiche
Venere nera
(Venus noire)
Con: Yahima Torrès (Saartjie), Andre Jacobs (Caezar), Olivier Gourmet (Réaux)
Francia-Italia-Belgio, 2011
Trailer del film

Nel 1810 a Londra una donna del Sudafrica viene esposta come fenomeno da baraccone. Il suo guardiano domatore la mostra al pubblico in una gabbia da cui la tira fuori come fosse una selvaggia, suscitando un’esitazione eccitante. È la Venere ottentotta. Pochi anni dopo, a Parigi, la donna viene presentata in feste aristocratiche più o meno licenziose. L’eco dello spettacolo arriva ai naturalisti dell’Università che pagano i suoi padroni per studiarne il corpo e misurarne ogni dettaglio, soprattutto le grandi natiche e la particolarissima estensione delle piccole labbra della vulva. Quando la donna rifiuta di mostrarsi completamente nuda agli scienziati viene picchiata dai suoi sfruttatori. La degradazione subita la conduce a un bordello e poi per le strade, sino a che sifilide e tubercolosi non la uccidono. Questa la vicenda di Saartjie Baartman. Il corpo venne venduto dopo la morte agli stessi naturalisti che non erano riusciti a studiarla in vita come pretendevano. Un calco dell’intera persona a grandezza naturale, gli organi genitali e il cervello conservati nella formalina costituirono oggetto di lezione di anatomia razziale da parte di insigni studiosi, tra i quali Georges Cuvier. Costoro affermarono con sicurezza che la conformazione del cranio, del volto e del sedere di questa “femmina” la avvicinava assai più all’orangotango che all’Homo sapiens sapiens. Soltanto nel 2002 i resti e lo scheletro di Saartjie vennero restituiti al Sudafrica e trovarono finalmente sepoltura.

Il film si chiude proprio sulle immagini reali dell’arrivo delle spoglie di Saartjie Baartman in Africa. Si apre, invece, su una lezione tenuta da Cuvier, nella quale lo scienziato espone le proprie opinioni razziste come un dato del tutto evidente, empiricamente e razionalmente evidente. Merito non piccolo di questo film è dunque contribuire a smascherare ancora una volta la presunta neutralità delle scienze dure, le quali in realtà -come tra gli altri Foucault e Kuhn hanno dimostrato- costituiscono uno dei più formidabili strumenti al servizio del potere degli Stati e dei pregiudizi diffusi nelle società. Ma non è questo a dare senso e valore al film. Neppure lo è la critica al razzismo che intride la storia europea come quella di tutti gli altri continenti e civiltà. La magia di Venus noire sta nell’essere una descrizione dello sguardo umano. Non succede infatti nulla in questo film. Tutto quello che accade è dentro e intorno al corpo di Saartjie, nei suoi occhi. Il suo sguardo rimane sempre colmo di una profonda dignità, qualunque cosa accada, anche quando viene toccata, derisa, violata non soltanto dalle mani degli altri ma anche e soprattutto dai loro sguardi famelici, sprezzanti, curiosi, lascivi, violenti, umilianti, volgari, arroganti, avidi, gelidi. Lo sguardo di Saartjie e quello di tutti gli altri appaiono in un tessuto di primi e primissimi piani scolpiti da una cinepresa in moto perpetuo, che mostra come lo sguardo umano sia uno sguardo di ferocia.

Romanticismo e oltre

3 febbraio 2011 –  Teatro dal Verme – Milano
Chopin – Beethoven
Direttore: Antonello Manacorda
Pianoforte: Pietro De Maria
Orchestra «I Pomeriggi Musicali di Milano»

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C’è qualcosa di estenuato nel Romanticismo, specialmente in quello musicale, qualcosa di nichilistico, al di là della dolcezza. Questa è la sensazione -personalissima, certo- che mi pervade all’ascolto di Chopin. Come l’impressione di una rinuncia alla vita, di un lento accomiatarsi dalle ragioni forti del piacere, sostituito da una passione tutta interiore; dalla padronanza di sé sconfitta dalla malinconia; dalla geometria musicale barocca al cui posto si elevano costruzioni timbriche e armoniche intessute di pianto. Anche il Concerto  n.2 op. 21 non sfugge a questa identità, pur nella scrittura ancora mozartiana e nella forza in alcuni momenti dell’orchestra.

Forza che invece pervade la musica di Beethoven e la rende fuori dal tempo, libera da una identificazione completa con la propria epoca pur dovendo a essa l’inevitabile tributo di un’identità geniale e solitaria. Tra le opere del Maestro di Bonn, una delle più comprese dai suoi contemporanei fu probabilmente la Sinfonia n. 5 op. 67, proprio per quel suo cipiglio eroico e iperindividualista con cui già si presenta nelle prime note, delle quali Wilhelm Furtwängler disse che «non ci troviamo di fronte a un tema, nel senso corrente della parola, ma a quattro battute che svolgono il ruolo di un’epigrafe, di un titolo-sigla scolpito a caratteri cubitali» (citato da Edgar Vallora, Note di sala, p. 9). Troppo celebre la Quinta per dover aggiungere qualcosa, se non l’apprezzamento per l’esecuzione di Antonello Manacorda, che ha cercato di attenuare i caratteri più “destinali” di questa musica facendone emergere invece la profonda serenità, espressa dai fiati nel movimento meno scolpito e più apollineo, l’Andante con moto, che qui propongo all’ascolto nell’esecuzione della Staatskapelle Dresden diretta da Herbert Blomstedt.

Dittatura e democrazia

Le origini sociali della dittatura e della democrazia
Proprietari e contadini nella formazione del mondo moderno

di Barrington Moore jr

(Social Origins of Dictatorship and Democracy. Lord and Pesant in the Making of the Modern World, Bacon Press, Boston 1966)
A cura di Domenico Settembrini
Presentazione di Luciano Gallino
Einaudi, Torino 1979 (1969)
Pagine XXIV-612

Il sottotitolo di questo libro ne indica con esattezza l’argomento. Contadini e proprietari terrieri hanno fornito un contributo decisivo alla formazione delle strutture sociali contemporanee ma con esiti ben differenti e anche paradossali. Leggi il seguito »

Beethoven, l’umano

Beethoven. Sinfonie nn. 6-8-7

17 giugno 2010 – Teatro degli Arcimboldi – Milano
Orchestra «I Pomeriggi Musicali di Milano»
Direttore Antonello Manacorda

Una calma piena di tempesta, una serenità pronta a esplodere in energia. Anche questo è la Sesta sinfonia beethoveniana. Meno note e meno ascoltate ma altrettanto capaci di parlare in musica dell’umano, delle sue aspirazioni, della tristezza e della forza, sono le due sinfonie successive. In particolare, il secondo movimento della Settima -l’Allegretto- è uno dei vertici raggiunti da Beethoven. In quel suo mescolarsi di ritmi lancinanti, di marcia verso l’ignoto e di profonda pace è come se parlasse il demone stesso della musica per dire che cosa davvero sia la condizione umana in questo mondo e nel tempo.
L’esecuzione di Manacorda e dell’Orchestra dei Pomeriggi musicali è molto interessante nel suo rifiuto del sentimentalismo e del titanismo -due diversi e complementari aspetti della tracotanza del soggetto e dunque del limite romantico- a favore di una forma limpida e volta a restituire la cupezza e la solarità inscindibili di questa musica.

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[L'esecuzione che qui si può ascoltare è quella di Wilhelm Furtwängler  e  dei Wiener Philharmoniker (1954)]

Nabucco

Teatro Carlo Felice – Genova
Nabucco
(1842)
di Giuseppe Verdi
Libretto di Temistocle Solera
Direttore d’orchestra Daniel Oren
Regia di Saverio Marconi
Scene di Alessandro Camera
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice, Maestro del Coro Ciro Visco.
Con Dimitra Theodossiou (Abigaille), Devid Cecconi (Nabucco), Tiziana Carraro (Fenena), Luiz-Ottavio Faria (Zaccaria)
Sino al 2 marzo 2010

Bellissime le scene di questo spettacolo. Giuseppe Camera ha ideato un anfiteatro dentro il quale una struttura circolare si alza e si abbassa ad aprire e a chiudere ambienti; le pareti esterne del cono sono riempite di scrittura ebraica o cuneiforme. La regia, invece, mi è parsa piuttosto statica. Diseguali gli interpreti, pacato e forte il coro, filologica la direzione di Oren. Gli spiriti risorgimentali sono ancora vibranti in questa musica e la scelta del Nabucco -primo successo di Giuseppe Verdi- come opera che apre la stagione del Carlo Felice è forse anche un omaggio ai 150 anni dell’Unità d’Italia.

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[ Esecuzione del Coro di Roma della RAI - Direzione d'orchestra di Fernando Previtali (1951) ]

SCAPIGLIATURA. Un “pandemonio” per cambiare l’arte

Milano – Palazzo Reale
Sino al 22 novembre 2009

Un gruppo di scontenti e ribelli, «vero pandemonio del secolo…serbatoio…dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti». Questo, nelle parole di Cletto Arrighi, volle essere la Scapigliatura. Una delle prime, esitanti avanguardie. Ancora troppo vicina allo spirito romantico, all’eccesso di sentimento e di ribellione etica che spesso è di ostacolo a una vera rottura degli schemi concettuali. E tuttavia fu una prima dissoluzione della forma, un inizio nell’itinerario teso a comprendere come non nella materia ma nella mente stia la ricchezza della percezione, dello spazio, del senso. È nella scultura di Medardo Rosso che tutto questo perviene forse alla sua massima espressione, in quel bronzo così denso e insieme così dinamico, puro movimento dell’interpretazione di chi guarda.

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(Medardo Rosso, Conversazione in giardino)

I Promessi Sposi

di Alessandro Manzoni
1840
Audiolibro – A cura di Vittorio Volpi
LiberLiber, 2007

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«Sopire, troncare, troncare e sopire»…(cap. 19). Il cuore del Potere, la sua logica profonda. Omertà perché «a stare zitti non si sbaglia mai» afferma Don Abbondio (cap. 32), i siciliani confermano: “cu picca parrà, ma’ si pintì”. Prepotenze mafiose di padroni locali. Raccomandazioni contro le leggi, l’equità, la giustizia. Corruzione capillare dei funzionari (consoli), dei sindaci (podestà), degli avvocati. I «bravi» e i «birri» posti sullo stesso piano, descritti come strumenti diversi ma convergenti dell’autorità legale e illegale. Una «svisceratezza servile» da parte della “gente comune” (cap. 22) che è la vera ragione del dominio degli uomini e dei politici di malaffare.

Carestie che tolgono l’anima agli umani, agli animali, alle cose. Rivolte «il cui clamore non è che silenzio» (P.P.Pasolini, Le ceneri di Gramsci, «L’Appennino, VII»). Leggi il seguito »

Monet. Il tempo delle ninfee

Milano – Palazzo Reale
Sino al 27 settembre 2009

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Il giardino di Claude Monet a Giverny, le stampe giapponesi delle quali fu appassionato collezionista, le fotografie quasi indistinguibili dalle stampe, la foto di Nadar che ritrae lo sguardo dell’artista come fosse scolpito, un filmato che lo vede al lavoro. E ovunque, nelle sale di Palazzo Reale, la vibrazione delle forme e dei colori, le ninfee come segno e promessa di un segreto che sta nella luce e nell’occhio che la assorbe. L’artista scrisse che «tutti i miei sforzi sono volti a realizzare il maggior numero possibile di immagini intimamente collegate a realtà sconosciute». Un dipinto dal titolo Glicine (1919-20) sembra finalmente cogliere e restituire le sfumature più intime della realtà e dello sguardo, della sintesi attiva che la mente compie sul mondo.

E sono soprattutto le quattro versioni qui presenti del Ponte giapponese a esprimere l’identità profonda della materia con la percezione/visione. In questi dipinti la figura si frantuma e si dissolve progressivamente in impressione pura del colore. A proposito delle sue ninfee, Monet disse una volta a Thiébault-Sisson che «l’effet, d’ailleurs, varie incessamment. Non seulement d’une saison à l’autre, mais d’une minute a l’autre, car ces fleurs d’eau sont loin d’être tout le spectacle; elles n’en sont, à vrai dire, que l’accompagnement. L’essentiel du motif est le miroir d’eau dont l’aspect, à tout instant, se modifie grâce aux pans de ciel qui s’y reflètent, et qui y répandent la vie et le mouvement. Le nuage qui passe, la brise qui fraîchit, le grain qui menace et qui tombe, le vent qui souffle et s’abat brusquement, la lumière qui décroît et qui renaît, autant de causes, insaisissables pour l’œil des profanes, qui transforment la teinte et défigurent les plans d’eau» («Les Nymphéas de Claude Monet», Revue de l’Art, luglio 1927, p. 44).





Musorgskij – Emerson Lake & Palmer

7 maggio 2009
Centro Culture Contemporanee Zo – Catania
Associazione Musicale Etnea

Modest Musorgskij.
QUADRI DI UN’ESPOSIZIONE.
Aki Kuroda, pianoforte. Emerson Lake & Palmer, video al Lyceum Theatre 09.12.1970

La contaminazione è davvero una delle strutture fondamentali del mondo. I visionari Quadri di un’esposizione di Musorgskij (1874) acquistano splendida vitalità un secolo dopo la loro composizione nell’esecuzione progressive e psichedelica degli ELP. Le dissonanze e le percussioni che intridono l’originale vengono esaltate dall’energia e dalla creatività del trio. Ma anche la dolcezza di alcuni dei quadri -The Sage, ad esempio- riceve pieno accoglimento ed espressione dalla voce di Greg Lake.

La pianista Aki Kuroda ha creato uno spettacolo nel quale alterna la propria esecuzione solistica dell’opera musorgskijana con il video completo della performance ELP. Mano a mano che le due versioni procedono e si fondono, il pianoforte assume toni sempre più jazzistici e sincopati, sino al potente finale della Grande porta di Kiev. Una bellissima idea, un grande divertimento. In Rete si trovano facilmente i video del concerto Emerson Lake & Palmer. Ne propongo uno qui sotto, per farsi un’idea.

Il Gabbiano

di Anton Cechov
Versione di Martin Crimp
Traduzione di Leslie Csuth
Con Donatella Bartoli, Elisabetta Ferrari, Mariano Nieddu, Alberto Onofrietti, Roberta Rovelli, Paolo Summaria
Regia di Sandro Mabellini
Teatro Litta – Milano
Sino al 10 maggio 2009

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Il Gabbiano ritorna su una scena del tutto spoglia, dove tre coppie danzano il disperato gioco dell’amore non corrisposto, degli incroci che non si colgono, delle aspirazioni ridimensionate, della vita-teatro. Sul palcoscenico solo un paio di microfoni, parlando nei quali e dando le spalle  alla sala gli attori diventano anche gli altri personaggi. Quando, invece, sono Konstantin e Nina, Arkadina e Trigorin, Medvedenko e Maša, gli attori si rivolgono al pubblico, che è dunque attivamente coinvolto nella rappresentazione.

Cechov non è mai semplice da recitare e da vedere. La regia di Sandro Mabellini -basata sulla asciutta versione di Martin Crimp- ne condensa senso e gesti traendo dal testo tutta la possibile contemporaneità, che vuol dire sempre la classicità di un’opera. Gli inserti musicali vanno da Mozart al rock e sono sempre rispettosi del contesto. La recitazione si fa spesso danza. La metafora del gabbiano viene esplicitata e diventa il corpo di un’attrice. La prima parte dello spettacolo rimane tuttavia povera e solo nel finale acquista la densità di un dramma esplicitamente shakespeariano, così come Cechov lo aveva voluto.

Bouvard e Pécuchet

di Gustave Flaubert
(Bouvard et Pécuchet, 1881)
Trad. di Camillo Sbarbaro
Con un saggio di Lionel Trilling
Einaudi, Torino 1982
Pagine XXXIII-243

bouvard

 

I due protagonisti di questa parabola non possono esser dimenticati facilmente. Da un lato sono dei personaggi reali, con le loro inconfondibili fisionomie, con il perfetto delinearsi dei caratteri. Dall’altro costituiscono una sferzante allegoria. Pur se ingenui, precipitosi, superficiali, imprudenti, i due impiegati che, ricevuta una cospicua eredità, decidono di apprendere tutto ciò che possa essere appreso -scienze agrarie, pedagogia, letteratura, medicina, archeologia, chimica, ingegneria, astronomia…- rimangono i più autentici tra gli esseri che costellano il romanzo. Composto insieme al Dictionnaire des idées reçues, e a esso strettamente legato, questo singolare capolavoro rappresenta infatti un’antologia della stupidità universale. Leggi il seguito »

Beethoven – Große Fuge

27 aprile 2009 - Spazio Teatro 89 - Milano
Raccontare la musica. Il Romanticismo di Ludwig van Beethoven
Con Raffaele Cifani (pianoforte e percorso didattico) – Claudio Giacomazzi (violoncello)

Un’associazione privata -BovisArte- e due enti locali -il Comune di Milano e il Consiglio di Zona 7- hanno promosso un’iniziativa assai bella: far gustare la musica sia dal punto di vista estetico sia da quello tecnico attraverso tre ascolti dedicati a Bach, Beethoven e Shostakovich. Il pianista Raffaele Cifani spiega dunque anche con l’aiuto di immagini le partiture, la loro genesi, il contesto storico-artistico nel quale nascono, le difficoltà e le peculiarità di ciascuna. Insieme al violoncellista Claudio Giacomazzi, Cifani esegue poi i brani dei quali ha parlato. Leggi il seguito »

Georges Seurat, Paul Signac e i neoimpressionisti

Milano – Palazzo Reale

Divisionismo e pointillisme hanno rappresentato la grande svolta nel passaggio dall’arte ottocentesca a quella contemporanea. Definiti anche come neoimpressionisti, Seurat, Lucienne Pissarro, Luce, van Rysselberghe, Cross, Delavallée, Angrand, Signac partono sì dai maestri dell’Impressionismo ma arrivano a esiti del tutto originali. È quest’ultimo -Paul Signac- l’artista principale della mostra. Nelle sue opere diventa chiarissimo come i punti di colore sparsi sulla tela con grande rispetto per le leggi della pittura -contrasto, mescolanza, gradazione- lascino ai processi cerebrali di chi guarda la formazione dei volumi e degli sfondi. Leggi il seguito »