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Inter / Vallum

Roberto Ciaccio
Inter / Vallum

Milano – Palazzo Reale
Sino al 20 novembre 2011
A cura di Remo Bodei, Kurt W. Forster, Arturo Schwarz

La Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale è uno dei luoghi più stranianti di Milano. Quasi fuori dal tempo con le sue colonne, le statue, gli specchi che sono sopravvissuti al bombardamento subìto da parte dell’aviazione inglese durante la II guerra mondiale. Non ci sono più i grandi lampadari, l’arredamento, gli affreschi. Rimane un vasto spazio. Vuoto. E che diventa sede di volta in volta di alcune delle iniziative più originali della città.
È per questo luogo che Roberto Ciaccio ha pensato una Suite di opere dal titolo Revenants. Grandi lastre di ferro, rame, ottone, zinco. Incise, dipinte, stampate in modo che la differenza dell’una con l’altra sia minima, eppure ci sia. Ne scaturisce una serialità che torna -appunto- su se stessa ogni volta mutata, più fonda, più inquieta, più calma. Una grande semplicità nasconde e rivela la stratificazione concettuale ed estetica che Ciaccio ha coltivato e accumulato negli anni e che si rivela in opere quali Annotazioni di luce, dedicate agli Holzwege heideggeriani; nello studio di filosofi come Bergson, Husserl, Merleau-Ponty, Benjamin, Derrida, Barthes; nella continuità con la musica di Stockhausen, in particolare con Mantra, l’opera per due pianoforti e modulatore ad anello eseguita nella stessa sala in occasione dell’inaugurazione della mostra. Di Mantra Ciaccio coglie «il suono vibrante e modulato -quasi l’inquietante oscillazione di una grande lamiera in uno spazio oscuro- suono in espansione o in contrazione, così voluto da Stockhausen nelle tredici sezioni della partitura, suono-evento che induce uno stato ipnotico, meditativo, contemplativo e risveglia, secondo l’interpretazione dei mantra, energie psichiche e mentali che, in un processo di illuminazione iniziatica, incontrano quell’energia cosmica che tutto pervade» (R.Ciaccio, Energia. Suoni e visioni. Risonanze Revenants, nel catalogo edito da Skira, p. 52). È Stockhausen, infatti, a dire della propria opera che «the unified construction of MANTRA is a musical miniature of the unified macro-structure of the cosmos, just as it is a magnification into the acoustic time-field of the unified micro-structure of the harmonic vibrations in notes themselves» (Ivi, p. 95).
Il tempo e la luce sono le questioni che l’artista pone a se stesso e a chi attraversa le sue opere. Nutrito delle ombre di Caravaggio, della «lucidità ottica della visione» di Vermeer (A.Schwarz, Roberto Ciaccio, poeta della luce, ivi, p. 105), Ciaccio coniuga la luce al tempo. Ma ciò non sembra restituirgli pace, piuttosto moltiplica l’angoscia e il desiderio di «sottrarre l’istante al fluire del tempo» (E.Restagno, Quattro passi con un artista del nostro tempo, ivi, 83). È forse per tale ragione che in queste opere tutto sembra fermo, preso nell’immobilità della ripetizione, limine della morte.
Nelle lastre di Ciaccio domina una verticalità viola, bianca, nera, grigia, fatta di croci che sembrano scudi posti a difesa di città antiche, di specchi che riflettono il buio delle cose, ma una verticalità che diventa anche la sottile lama di luce che taglia la tenebra dando senso e pienezza alla materia. E la materia stessa non è altro che energia, misura, abisso, caos racchiuso dentro spranghe di ferro. Opaco è l’attraversamento del mondo e di se stessi ma nel silenzio della sala vibra il mantra della materia, l’inquietudine di suoni primordiali.

Barocco

Stagione 2011-2012 dell’Associazione Musicale Etnea
7 ottobre 2011 –  Palazzo Biscari – Catania
Balli italiani
Variazioni a tre nell’Italia barocca
Musiche di Merula, Marini, Pesenti, Vivaldi, Falconiero,Vitali, Corelli, Reali
Sonatori de la Gioiosa Marca

Gioiosa è davvero la musica quando chi la esegue si diverte e si fa una sola cosa con quei suoni che ci ricordano come l’esistenza sia un intrico di geometria e di scarto dal prevedibile, dal già fissato. E allora gli attimi possono danzare, come si faceva al ritmo delle ciaccone, delle passacaglie, delle follie, dei capricci, del passo e mezzo, che rendono il Barocco una festa permanente, malinconica, aritmetica.
I sonatori della marca trevigiana hanno interpretato tale repertorio con la lievità e il rigore da cui queste musiche sono scaturite. E come regalo ulteriore ci hanno offerto due brani di Marco Uccellini (1603 ca. – 1680), uno dei quali è l’Aria sopra la Bergamasca che propongo all’ascolto e che invito a ballare  :-D

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Sultans of Swing

Dire Straits
(1978)

Una chitarra immortale, quella di Mark Knopfler.
Una canzone sul piacere di suonare, sulla musica come scopo.

You check out Guitar George
he knows all the chords
Mind he’s strictly rhythm he
doesn’t want to make it cry or sing
And an old guitar is all he can afford
When he gets up under the lights to play his thing
And Harry doesn’t mind if
he doesn’t make the scene
He’s got a daytime job he’s doing alright
He can play the honky tonk just like anything
Saving it up for Friday night
With the Sultans with the Sultans of Swing.

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Romanticismo e oltre

3 febbraio 2011 –  Teatro dal Verme – Milano
Chopin – Beethoven
Direttore: Antonello Manacorda
Pianoforte: Pietro De Maria
Orchestra «I Pomeriggi Musicali di Milano»

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C’è qualcosa di estenuato nel Romanticismo, specialmente in quello musicale, qualcosa di nichilistico, al di là della dolcezza. Questa è la sensazione -personalissima, certo- che mi pervade all’ascolto di Chopin. Come l’impressione di una rinuncia alla vita, di un lento accomiatarsi dalle ragioni forti del piacere, sostituito da una passione tutta interiore; dalla padronanza di sé sconfitta dalla malinconia; dalla geometria musicale barocca al cui posto si elevano costruzioni timbriche e armoniche intessute di pianto. Anche il Concerto  n.2 op. 21 non sfugge a questa identità, pur nella scrittura ancora mozartiana e nella forza in alcuni momenti dell’orchestra.

Forza che invece pervade la musica di Beethoven e la rende fuori dal tempo, libera da una identificazione completa con la propria epoca pur dovendo a essa l’inevitabile tributo di un’identità geniale e solitaria. Tra le opere del Maestro di Bonn, una delle più comprese dai suoi contemporanei fu probabilmente la Sinfonia n. 5 op. 67, proprio per quel suo cipiglio eroico e iperindividualista con cui già si presenta nelle prime note, delle quali Wilhelm Furtwängler disse che «non ci troviamo di fronte a un tema, nel senso corrente della parola, ma a quattro battute che svolgono il ruolo di un’epigrafe, di un titolo-sigla scolpito a caratteri cubitali» (citato da Edgar Vallora, Note di sala, p. 9). Troppo celebre la Quinta per dover aggiungere qualcosa, se non l’apprezzamento per l’esecuzione di Antonello Manacorda, che ha cercato di attenuare i caratteri più “destinali” di questa musica facendone emergere invece la profonda serenità, espressa dai fiati nel movimento meno scolpito e più apollineo, l’Andante con moto, che qui propongo all’ascolto nell’esecuzione della Staatskapelle Dresden diretta da Herbert Blomstedt.

Departures

(Okuribito)
di Yojiro Takita
Giappone, 2008
Con Masahiro Motoki (Daigo Kobayashi), Ryoko Hirosue (Mika Kobayashi), Tsutomu Yamazaki (Ikuei Sasaki), Kazuko Yoshiyuki (Tsuyako Yamashita), Takashi Sasano (Shokichi Hirata).

Trailer del film

Daigo è un giovane violoncellista che rimane senza lavoro; risponde a un annuncio riguardante “assistenza ai viaggi” e si ritrova assunto in una agenzia che si occupa sì di viaggi ma soltanto di quello definitivo. Dopo le prime reazioni di sconcerto, Daigo apprende la raffinata e antica arte della tanatoestetica, del rendere belli i morti prima della loro cremazione, in modo che i familiari ne conservino un ricordo di armonia e non di decadenza. A poco a poco, e sotto la saggia e ironica guida dell’anziano Ikuei, Daigo intraprende un itinerario dentro il senso che il morire ha per gli umani. Cura, esattezza, amore, costituiscono le condizioni affinché i familiari di chi non c’è più possano ancora sentire vicina la persona che sta per andarsene per sempre. A questo punto, neppure il rifiuto e le accuse della moglie e degli amici -venuti a sapere del suo nuovo lavoro- costituiranno per Daigo una ragione di sconfitta. L’incontro finale con il padre, che lo aveva abbandonato all’età di sei anni, suggella la riconciliazione col dolore che intesse la vita.

Premio Oscar come miglior film straniero del 2009, Departures è insieme delicato e forte, umoristico e drammatico, sentimentale e oggettivo. Basato sull’antico rispetto giapponese per i morti -e su una cura dei cadaveri che somiglia a quella praticata nell’Egitto antico- affronta con misura e con la giusta ironia un tema che non è mai semplice da esporre. Tutta l’opera è intessuta della passione di Daigo per il violoncello e per la musica che sa restituire vita a ogni cosa trascorsa.

[Sul numero 4 (ottobre 2010) di Vita pensata si può leggere una più ampia recensione ]

Vita pensata n. 4 – Ottobre 2010

È uscito il numero 4 di Vita pensata, Rivista mensile di filosofia

Indice del numero di ottobre 2010

[Miei contributi]

La bellezza (con Giusy Randazzo), p. 4

The Man from Earth (con Giusy Randazzo), pp. 49-51

Una stagione al Piccolo, pp. 52-54

Contaminazioni, pp. 58-59

Et voilà i robot, pp. 63-65

Il concerto

di Radu Mihaileanu
(Le concert)
Francia, Italia, Romania, Belgio 2009
Con Tahar Aleksei Guskov (Andreï Filipov), Dmitri Nazarov (Sacha Grossman), Mélanie Laurent (Anne-Marie Jacquet), Miou-Miou (Guylène de La Rivière) Valeri Barinov (Ivan Gavrilov)
Trailer del film

Andreï Filipov osò opporsi a Brezhnev che voleva estromettere i musicisti ebrei dal Bolshoi e per questo venne ridotto da direttore d’orchestra a uomo delle pulizie. Mentre è intento al suo lavoro, arriva un fax da Parigi con l’invito a tenervi un concerto. Come invaso da un sogno, Andreï torna a riunire i vecchi compagni e con l’aiuto di una pittoresca folla di gitani arriva in Francia, dove -dopo molte traversie- riesce a suonare insieme alla violinista Anne-Marie Jacquet, celebre, giovane, bravissima e anche in qualche modo legata al Bolshoi. L’esecuzione del Concerto per Violino e Orchestra di Tchaikovsky suggella la potenza della musica e della fiaba.

Tonalità favolistica che Radu Mihaileanu aveva già utilizzato in Train de vie. Gli ebrei che in quel film erano in fuga dai Lager nazionalsocialisti sono ora stati umiliati da un altro totalitarismo burocratico e ottuso. All’ironia -che diventa anche autoironia verso il mondo ebraico- e all’umorismo, il regista aggiunge qui lo squarcio su una realtà storica troppo spesso nascosta, quella per la quale il comunismo sovietico fu anch’esso duramente antisemita in molte delle sue fasi.
Certo, a volte la favola è troppo favola ma in questo film si ride, si ascolta della buona musica e si riflette.

Vita pensata n. 2, Agosto 2010

È uscito il numero 2 di Vita pensata, Rivista mensile di filosofia

Indice di questo numero

[Miei contributi]

Pensare, uno stile di vita (con Giusy Randazzo)
p. 4

Elias Canetti, il nemico della morte
pp. 25-28

Baaria, frammenti di Sicilia (con Giusy Randazzo)
pp. 38-40

Bonaparte, gli abiti, le lampade
pp. 45-46

Husserl. Lezioni sulla sintesi attiva
pp. 54-55