La cosiddetta “vita concreta”, quella vita che la gente ignorante contrappone alla filosofia, si rivela di fatto incapace di affrontare l’esistenza e la sua lotta contro l’assurdo. La vita intruppata, superficiale, annoiata e volgare non può che soccombere al dominio della morte, data la totale assenza di una domanda consapevole sul significato dell’esserci. Per chi si è liberato dall’illusione del vivere “concreto” e rifiuta di darsi alle fedi, alla disperazione, al cinismo, alla banalità, -per chi, insomma, vuole pensare- la vita diventa un mezzo della conoscenza, una perenne curiosità infantile, la costruzione -faticosa ma esaltante- di quel senso che gli “uomini pratici” spesso non possiedono e la cui assenza condanna all’inconsistenza le loro vuote vite.
Diagora era stato un grande atleta, più volte premiato a Olimpia. Ebbe un giorno la gioia di assistere anche alla vittoria dei suoi tre ragazzi negli agoni olimpici. Osannato dalla folla e abbracciato dai figli -che gli offrirono in dono le proprie corone-, ricevette da uno spartano questo saluto: «Muori ora, Diagora, perché certo non potrai salire all’Olimpo». (Plutarco, Vita di Pelopida).
Faust muore -secondo il patto che aveva sottoscritto- quando nel colmo della gioia dice all’attimo, al tempo, «Verweile doch, du bist so schön!» (Fermati, dunque, sei così bello!) (Faust, vv. 1700 e 11582). Goethe, autore di questo verso, sembra che sia morto invocando la luce: «Mehr Licht! Mehr Licht!» (Più luce, più luce!). Così muoiono i pagani. Uno dei loro poeti scrisse che morire in Sicilia, isola di tripudi e di sfacelo, «è acquietarsi nella luce».
Milano – Padiglione d’Arte Contemporanea
Sino al 12 settembre 2010

Ashman è il nome col quale Zhang Huan sintetizza la propria visione eroica dell’esistere.
Dei video mostrano il silenzio del protagonista mentre compie i suoi pellegrinaggi dentro le città, tra la cenere, il ghiaccio, offrendo il proprio corpo agli elementi. Alcune fotografie lo ritraggono mentre gioca con la propria pelle o coi monumenti romani. Quadri di grandi dimensioni compongono una celebrazione gloriosa e funerea della Cina comunista, della Cina contemporanea. Altri dipinti rappresentano insetti, operai, soldati. Imponenti Buddha fatti di materiali diversi segnano l’immobilità della storia, del dolore, del niente. Uno di essi è composto di cenere che a poco a poco si disfa trasformando in vuoto lo spazio prima occupato dal Buddha.
Dominano dunque in questa mostra il grigio, la cenere, i teschi, la disgregazione. Su tutto una silenziosa ed elegante disperazione, insieme materica e interiore.
aprile 2010
La morte
di Vladimir Jankélévitch
(La Mort, Flammarion, Paris 1977 [1966] )
Trad. di Valeria Zini
A cura di Enrica Lisciani Petrini
Einaudi, Torino 2009
Pagine XXXVI-474

Tra le tante sciagure dell’esistenza, almeno una ci è stata risparmiata: nessuno conosce con certezza la data del proprio morire. I Greci attribuiscono a Prometeo questo dono. Lo attribuiscono non a caso al titano che regalò agli umani la tecnica. Due modi questi -tecnica e ignoranza del morire- che consentono alla specie di affrontare ogni giorno l’esserci. Di questo mito Jankélévitch afferma che esso «ci concede (…) una modalità del futuro illusoria» (pag. 142). Leggi il seguito »
di Tom Ford
USA, 2009
Con: Colin Firth (George), Julianne Moore (Charlotte), Nicholas Hoult (Kenny), Matthew Goode (Jim), Jon Kortajarena (Carlos)
Trailer del film

Los Angeles, 1962. George Falconer, professore di letteratura, si schianta contro il dolore alla notizia che il compagno col quale vive da sedici anni è morto in un incidente stradale. Dopo alcuni mesi e un sogno nel quale, vestito impeccabilmente, bacia ancora una volta Jim appena morto, decide che quello sarà il suo ultimo giorno. Va a lezione, passa da un negozio, prepara tutto per il dopo -comprese delle indicazioni su come dovrà essere annodata la cravatta del proprio abito funebre-, cena con una sua antica amica e amante, va al bar per le sigarette. E lì incontra un suo allievo che lo riporta alla vita. Ma la vita è implacabile.
Il film è tratto dal romanzo di Christopher Isherwood. Tom Ford è uno stilista alla sua prima opera. Opera elegantissima e raffinata, nella quale i temi di fondo della nostra esistenza -passioni, morte, solitudine- vibrano con singolare verità d’accenti e senza mai scadere nel banale o nel sentimentalismo. Piuttosto, è il contrasto tra la bellezza della forma e la tragedia del tessuto a lasciare un’eco profonda, come di una inesorabile e insensata casualità, che è lo stesso nome del Fato.
Edward Hopper
Milano – Palazzo Reale
Sino al 31 gennaio 2010

James Hillman ha scritto che le finestre di Hopper sono come quelle di Rembrandt e di Vermeer. Forse ha inteso dire che esse aprono frammenti di speranza ma in realtà chiudono gli umani in un’angoscia che sembra inoltrepassabile.
Dagli inizi francesi, in particolare l’assai amato Degas, Edward Hopper ha costruito quadro dopo quadro la metafisica degli Stati Uniti d’America in ciò che essa ha di migliore e quindi di più straziante. L’architettura vi diventa tutto lo spazio e la natura mostra il segreto del proprio dolore: la luce. Perché questa luce di Hopper illumina il nodo che stringe solitudine e individualismo in un legame che non si può sciogliere. Gli umani, quasi sempre soli appunto, diventano colore e forma di una struttura unitaria, fatta di cielo e di pali del telefono, di letti in stanze vuote e di mare. Come un Beckett figurativo, Hopper dà sostanza all’attesa, perenne sconfinata e tragica, di qualcosa che dovrà pur arrivare e il cui più probabile nome è la morte. La prova che il mondo è privo di senso è del tutto formale, sta nella prospettiva apparentemente realistica ma intimamente distorta delle scene con le quali questo Maestro ha dipinto un nulla fatto di luce.
novembre 2009
di Aa.Vv.
A cura di Hans-Peter Reichmann
Giunti Arte Mostre Musei, Firenze-Milano 2007
Pagine 382

Plato is Philosophy and Philosophy is Plato. L’affermazione di Emerson potrebbe essere volta in questa forma: Kubrick is Cinema and Cinema is Kubrick. La perfezione tecnica, la forza delle immagini, l’unitarietà del percorso che da Day of the Fight (1951) conduce a Eyes Wide Shut (1999), la continua innovazione e un classicismo fuori dal tempo, sono alcune delle ragioni che giustificano l’identificazione tra Stanley Kubrick e l’arte cinematografica.
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Pubblicato giorno
30 novembre 2009
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Roma – Complesso del Vittoriano
Sino al 7 febbraio 2010

Dada è gioco, gratuità, slancio oltre i significati, nichilismo che sa come senso non si dia se non quello che alle forme e al tempo noi per avventura, fortuna, talento riusciamo a offrire. È il divertimento che dando a ognuno il compito di scegliere una parola all’insaputa dell’altro crea la prima frase -celebre, inquietante, enigmatica e insensata- che da allora divenne il nome stesso del gioco: «Il cadavere squisito berrà il vino nuovo».
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(The Dumb Waiter)
di Harold Pinter
Teatro Franco Parenti – Milano
traduzione di Alessandra Serra
interpretazione e regia di Lorenzo Costa e Ivana Monti
produzione Teatro Garage di Genova
Sino al 1 novembre 2009

In una camera d’albergo-ristorante d’infimo ordine Gus e Ben aspettano istruzioni da Wilson sulla loro prossima vittima. Killer professionisti, il giovane Gus ha commesso però un errore nell’ultimo lavoro e l’inquietudine lo attanaglia sempre più. Dai piani superiori del palazzo arrivano richieste di cibo espresse con un linguaggio-codice che diventa sempre più chiaro sino al finale sospeso in un istante nel quale tutto può accadere.
Materassi e lenzuola dei letti che arredano la camera sono nerissimi, catafalchi nei quali i due aspettano la morte. Il Gus di Ivana Monti è diventato dunque una donna, a esprimere la complessità, l’inquietudine, l’emotività del personaggio rispetto all’impassibile e professionale Ben. Pinter ha la capacità di porre di fronte all’assoluto con mezzi lessicali di apparente poverissima banalità. I due personaggi non esprimono un solo concetto ma dal tessuto del loro parlare di fiammiferi, di tazze da the, di salatini, di squadre di calcio, emerge per intero la prigione sociale e metafisica degli umani. Lorenzo Costa e Ivana Monti dialogano col pubblico alla fine della rappresentazione, con un gesto insolito e utile a comprendere scelte registiche e chiave di lettura del testo.
Teatro Libero – Milano
(Die Frau von früher, 2004)
di Roland Schimmelpfennig
Con: Corrado d’Elia, Alice Arcuri, Monica Faggiani, Laura Ferrari, Marco Taddei
Regia di Sergio Maifredi
Sino al 18 luglio 2009

Frank e Claudia stanno per lasciare la loro casa e trasferirsi lontano. Bussa alla porta Romy, conosciuta da Frank da ragazzo -ventiquattro anni prima- e da allora mai più rivista. Romy gli ricorda la promessa di eterno amore e reclama Frank tutto per sé. Lasciata fuori di casa, la donna viene colpita con un sasso scagliato da Andreas, figlio dei due. Temendo di averla uccisa, il ragazzo la riporta dentro. Né lui né i suoi genitori partiranno.
Personaggi che si muovono a scatti, che parlano a blocchi; l’azione descritta da una voce narrante e costruita su dei rewind-forward, sull’andare avanti e indietro nelle ventiquattro ore in cui si svolge il dramma. Un Corrado d’Elia capace di restituire per intero la natura vuota e meccanica di Frank; le attrici isteriche, dolci e implacabili. Riferimenti al teatro greco, a Medea, alle Trachinie, al coro che scandisce. E soprattutto la capacità di entrare a fondo nei rapporti umani, nella consustanzialità del tempo e della morte, dei quali la comparsa di Romy è figura. Il grottesco inseparabile dal tragico. La tragedia amnesica dell’esistere.
(Das Weiße Band)
di Michael Haneke
Austria, Francia, Germania 2009
Con: Christian Fredel (il Maestro), Burghart Klaußner (il Pastore), Susanne Lothar (l’Ostetrica), Ulrich Tukur (il Barone), Rainer Bock (il Medico), Leonie Benesch (Eva)
Fotografia di Christian Berger
Palma d’oro al Festival di Cannes 2009

1914. In un villaggio della Germania del Nord si verificano inspiegabili fatti di violenza. Il medico cade da cavallo per un filo invisibile teso tra gli alberi, una contadina muore nella segheria, due bambini -il figlio del barone e quello dell’ostetrica- vengono seviziati, un uomo si suicida, un magazzino è dato alle fiamme. Dentro le case si sfoga una violenza più formale ma altrettanto dura. Specialmente nella famiglia dell’integerrimo pastore domina la violenza del padre verso i figli, i quali la diffondono a loro volta nel villaggio…
Un bianco e nero secco e antico disegna la vicenda corale della mostruosità umana. È lo stesso contesto cristiano protestante dentro cui Nietzsche comprese, con la sua profonda limpidezza interiore, la falsità strumentale delle morali, la ferocia del monoteismo, la perversione delle persone per bene. Costruito come un thriller antropologico, Das Weiße Band descrive l’esistenza quotidiana di una piccola comunità simile a tante, dove anche gli eventi più estremi diventano del tutto plausibili, dove bambini e adulti seguono gli stessi impulsi distruttivi. Bravissimi i giovani interpreti, specialmente nel dialogo in cui la figlia del medico spiega al fratello più piccolo il fatto che tutti debbano morire. È uno dei momenti chiave di un film elegantissimo nelle soluzioni formali e inquietante nella colpa collettiva.
in Sicily Black
A cura di Antonino Di Giovanni – Giacomo Alessandro Fangano – Rosaria Sardo
A&B – Bonanno Editore
Acireale-Roma, 2009
Pagine 34-38

giugno 2009
di Carlo Emilio Gadda
Presentazione di Gianfranco Contini
Nota di Raffaella Rodondi
Garzanti, Milano 2001 (1963)
Pagine 343

In questi racconti variamente pensati, composti e pubblicati, Gadda smaschera ancora una volta la banalità, l’ipocrisia e l’orrore. La guerra è l’insensata disperazione con la quale gli umani e la storia si puniscono del fatto d’esserci. La morale -la sua stessa possibilità- è una finzione. L’idolatria verso l’infanzia è strumentale bisogno di non morire. Il tempo è «lieve suasore d’ogni rinuncia» (pag. 162). Il tempo. Un lampo proustiano sembra insinuarsi e splendere in queste pagine così materiche, dolorose e raffinate: «Terra vestita d’agosto, v’erano sparsi i nomi, i paesi» (141). Proustiano è anche l’erotismo alto e profondo di alcuni racconti, come Cugino barbiere, La sposa di campagna e il molto amato dall’Autore San Giorgio in casa Brocchi.
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Pubblicato giorno
7 giugno 2009
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di Kathryn Bigelow
USA, 2008
Con: Jeremy Renner (Sergente Maggiore William James), Anthony Mackie (Sergente JT Sanborn). Ralph Fiennes (Caposquadra mercenari), Guy Pearce (Sergente Matt Thompson), David Morse (Colonnello Reed)
Trailer del film

Un gruppo di artificieri statunitensi opera nell’Iraq ridotto a una landa desolata. L’ultimo arrivato è il sergente William James, un uomo che sembra non temere nulla e che affronta in modo persino incosciente i rischi più gravi. Tra sentimenti opposti -cinismo, sentimentalismo, solitudine e cameratismo- la guerra diventa una vera droga che divora tempo, vite, affetti.
Tecnicamente molto buono, capace sempre di spingere e tenere la tensione al punto giusto, il film di Kathryn Bigelow riconosce apertamente il fatto che l’esercito e la cultura statunitensi sono oggetto di ripudio e di odio da parte delle popolazioni sottomesse. Questo plausibile sfondo politico si articola tuttavia in una narrazione “privata” che rimane troppo patriottica. Su tutto, comunque, domina l’insensatezza, l’addiction della morte.
marzo 2009

La memoria corporea -la più radicale e costante- si struttura e consolida nel sonno, il quale «è un processo poderosamente attivo (…) determinante per la buona qualità della nostra vita, in particolare per le attività cognitive più raffinate, come la memoria» (P.Garzia, p. 104). Dormire bene -e cioè profondamente e tra le sei e otto ore per notte- è nello stesso tempo causa ed effetto di un’esistenza equilibrata.
Misura che manca del tutto alle molteplici espressioni della follia che questo numero di M&C documenta, a volte in modo anche crudo. Leggi il seguito »
Pubblicato giorno
16 marzo 2009
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