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	<title>agb &#187; mente</title>
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		<title>Mente &amp; cervello 85 &#8211; Gennaio 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 11:27:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le leggi fondamentali del design sono semplici. La mente umana sembra preferire infatti oggetti grandi, arrotondati, simmetrici e complessi. Le ragioni sono intuibili e sono di carattere anche evolutivo. Evolutiva è pure la ragione della visione cromatica, che la selezione ha fatto emergere nella nostra specie «perché è utile a individuare efficacemente la frutta nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/MC_85.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9850" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_85" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/MC_85.jpg" alt="" width="200" height="259" /></a>Le leggi fondamentali del <strong>design</strong> sono semplici. La mente umana sembra preferire infatti oggetti grandi, arrotondati, simmetrici e complessi. Le ragioni sono intuibili e sono di carattere anche evolutivo. Evolutiva è pure la ragione della <strong>visione cromatica</strong>, che la selezione ha fatto emergere nella nostra specie «perché è utile a individuare efficacemente la frutta nel folto della foresta» (F.Sgorbissa, p. 61). Non solo: i colori  costituiscono una delle più efficaci espressioni del potere della mente e di una delle sue decisive articolazioni, il linguaggio. Nel dibattito serrato tra culturalisti e biologisti, infatti, alcuni ritengono che «la struttura del linguaggio modifica il modo in cui concettualizziamo gli oggetti del mondo», tanto che persino «i nomi che diamo ai colori alterano il modo in cui li vediamo» (Id., 58). Agli undici (o forse dodici) colori focali di base di molte lingue europee si contrappongono linguaggi nei quali i colori di base sono di numero minore e assumono caratteristiche diverse. Ma credo che anche in questo caso una contrapposizione rigida tra natura e cultura impedisca di comprendere la continuità senza separazione dell’umano e della sua coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla <strong>coscienza</strong> è dedicato il dossier di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/12/27/news/mente_cervello-751263/" target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em>.</a> La coscienza è un’esperienza <strong>percettiva</strong> -forme, colori (appunto), odori-, <strong>cognitiva</strong> -pensieri, nozioni, informazioni-, <strong>fenomenica</strong> -che cosa si prova a essere e a fare qualcosa-, <strong>corporea</strong> -«le competenze cognitive, e anche le capacità coscienti, sono il risultato dell’interazione del nostro corpo con l’ambiente, più che di astratte manipolazioni simboliche di rappresentazioni mentali. […] È dunque dal corpo, anche robotico, che dobbiamo iniziare a cercare gli elementi di base della coscienza» (S.Gozzano, 41). Il fondamento cerebrale della coscienza è indubbio ma esso non è sufficiente a spiegarne la ricchezza: «Studiare la coscienza soltanto sulla base di ciò che si accende o non si accende in un cervello è limitativo: se una teoria della coscienza senza una conferma sperimentale è zoppa, gli esperimenti senza una teoria sottostante sono ciechi» (D.Ovadia, 28).</p>
<p style="text-align: justify;">Fra gli altri temi, di particolare interesse è l’intervista di Ranieri Salvadorini allo psichiatra Corrado De Rosa, autore di un libro sui <em>Medici della camorra</em>. Chiamati come periti di parte, questi psichiatri fanno di tutto per ingannare la magistratura, ottenere ricoveri in ospedale e da lì facilitare la fuga dei camorristi. Si tratta di «un sistema dove quotidianamente si combinano impreparazione clinica, superficialità, mancanza di etica professionale, malafede e paura, con il risultato di favorire le commistioni tra psichiatria e mafie. […] I clan, poi, pagano molto bene. Il loro tariffario prevede anche 10.000 euro per una sola perizia. Lo Stato per quella stessa perizia paga meno di 400 euro lordi» (73-74).</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le recensioni ce n’è una dedicata a <em>Filosofia dell’umorismo</em> di John Morreall<em>. </em>Vi si ricordano le parole pronunciate da <strong>Oscar Wilde</strong> sul letto di morte: «Questa carta da parati è atroce: uno di noi due se ne deve andare» (105). Questa sì che è coscienza della nostra finitudine.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 84 –  Dicembre 2011</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 14:14:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel recensire questa Rivista dedico ogni volta uno spazio consistente a malattie, sindromi, sciagure di vario genere. È forse triste ma anche inevitabile, visto che il corpomente è “na scarfoglia i cipulla”, vale a dire (la definizione è della mia nonna paterna -Giuseppa-, donna davvero straordinaria) una foglia di cipolla, fragile e sottile, pronta dunque [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/MC_84.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9572" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_84" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/MC_84.jpg" alt="" width="200" height="258" /></a>Nel recensire questa Rivista dedico ogni volta uno spazio consistente a malattie, sindromi, sciagure di vario genere. È forse triste ma anche inevitabile, visto che il corpomente è “na scarfoglia i cipulla”, vale a dire (la definizione è della mia nonna paterna -Giuseppa-, donna davvero straordinaria) una foglia di cipolla, fragile e sottile, pronta dunque a sbriciolarsi. Mi sono ricordato di quella definizione leggendo la risposta che Leonardo Tondo dà a un lettore che delinea un vero e proprio «ritratto di una depressione»; lo psichiatra scrive infatti che «la depressione si infila spesso nei gangli vitali di una persona, e talvolta è difficile mandarla via perché sembra più congeniale alle nostre emozioni della felicità» (p. 7). Ciò vuol dire che c’è qualcosa che ci attira verso il baratro dello star male, che la prospettiva di esser felici ci spaventa a volte più di una condizione di profonda tristezza. Perché? Rispondere a tale domanda significherebbe comprendere una parte consistente dell’enigma umano. E sospetto che la risposta coinvolga anche quel particolare -e distruttivo- sentimento che è il <strong>senso di colpa</strong>, il quale secondo molti psicologi ha degli effetti positivi o addirittura necessari per evitare atti di ferocia e di crudeltà. E tuttavia penso che il senso di colpa debba rimanere sempre a livelli bassissimi poiché alla lunga distrugge le relazioni umane, la serenità, le vite. Una ragione di questa sua pericolosa caratteristica sta nel fatto che la colpa è -in modo solo apparentemente paradossale- «un’emozione narcisistica» in quanto «chi si sente in colpa tende a mettere le proprie azioni al centro del mondo» (P.E. Cicerone, 76), attribuendo sempre a se stesso la responsabilità di ogni male, credendosi insomma onnipotente. Ma non basta: provare sensi di colpa verso qualcuno ci autorizza a detestarlo con il conforto di una buona coscienza. In definitiva nutrire eccessivi sensi di colpa vuol dire essere essenzialmente egoisti. Ecco perché chi -come ad esempio Nietzsche- invita a sbarazzarsi di questa orrida zavorra lo fa anche come atto d’amore verso se stessi e verso gli altri. Se ne deduce che le <strong>religioni</strong> che sul senso di colpa fondano gran parte del loro potere -a partire dall’ebraismo, con la sua storiella di Adamo ed Eva- sono nemiche di ogni concordia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’articolo filosoficamente più interessante di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/11/21/news/dicembre_2011-681801/ " target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em></a> è dedicato a un breve resoconto sulla questione del <strong>libero arbitrio</strong> [il testo si può leggere per intero in inglese sul sito di <em><a href="http://www.nature.com/news/2011/110831/full/477023a.html" target="_blank">Nature</a></em>]. Gli esperimenti neurologici di <strong>Libet</strong> e di <strong>Haynes</strong> hanno mostrato come ancora prima «che il soggetto fosse consapevole di aver preso una decisione il suo cervello aveva già scelto» e che dunque «la consapevolezza di aver preso una decisione potrebbe essere nient’altro che un’appendice biochimica, priva della pur minima influenza sulle azioni della persona» (K.Smith, 96). Il dibattito su queste ricerche è amplissimo e intenso; per farsene un’idea consiglio la lettura di <em>Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il problema del libero arbitrio</em>, a cura di De Caro, Lavazza e Sartori, Codice edizioni, 2010. Qui mi limito a rilevare -con l’autrice dell’articolo- che bisogna prima di tutto mettersi d’accordo su che cosa si intenda con l’espressione <em>libero arbitrio</em>: «Alcuni filosofi lo definiscono come la capacità di prendere decisioni razionali in assenza di coercizione. Altre definizioni lo situano in un contesto di natura cosmica: al momento della decisione, e considerando come dato tutto ciò che è accaduto in passato, sarebbe stato possibile giungere a una decisione diversa. Altri restano legati all’idea che ci sia un’ “anima” di natura non fisica a governare le decisioni» (99). Si aggiunga a questo il problema metodologico che nasce dal fatto che gli esperimenti di Libet, di Haynes e di altri neurologi si riferiscono a situazioni di estrema semplicità: «Premere un pulsante o giocare a un videogioco è ben lontano dal preparare una tazza di tè, candidarsi alla presidenza della Repubblica o commettere un delitto» (100). L’ostacolo più grave al dialogo tra filosofi e neuroscienziati è comunque un altro e consiste nel fatto che questi ultimi si attardano spesso -ed è certo singolare- su una <strong>concezione dualistica dell’umano</strong>. Parlare infatti di una precedenza dell’attività <em>neuronale</em> su quella <em>mentale </em>o viceversa significa rimanere in un ambito nel quale mente e cervello sono distinti; il paradigma cartesiano si mostra così assai più potente e pervasivo di quanto anche i suoi avversari pensino.<br />
La successione cronologica individuata da Libet e Haynes costituisce un importantissimo contributo tecnico sulle dinamiche dell’encefalo ma non può essere assunta a metodo di soluzione  di una questione che va molto oltre la scansione cerebrale e che ha bisogno invece di tutta l’attenzione fenomenologica che soltanto la filosofia può offrire. Bisogna dunque con tranquillità affermare che sul problema del libero arbitrio continuano a dare una plausibile soluzione le argomentazioni di <strong>Spinoza</strong> e di <strong>Schopenhauer</strong>. Queste sì capaci di togliere fondamento all’illusione del libero arbitrio.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 83 &#8211; Novembre 2011</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:13:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La voce umana è una straordinaria funzione della corporeità vivente, capace di modulare suoni, emozioni, significati, giudizi, concezioni del mondo, desideri. Essa «ci presenta al nostro interlocutore, che può dedurne facilmente il sesso e attribuirci altre caratteristiche come un’età anagrafica, il livello culturale, lo stato emotivo e tratti personali come il livello di sicurezza o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/MC_83.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9418" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_83" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/MC_83.jpg" alt="" width="200" height="257" /></a>La <strong>voce</strong> umana è una straordinaria funzione della corporeità vivente, capace di modulare suoni, emozioni, significati, giudizi, concezioni del mondo, desideri. Essa «ci presenta al nostro interlocutore, che può dedurne facilmente il sesso e attribuirci altre caratteristiche come un’età anagrafica, il livello culturale, lo stato emotivo e tratti personali come il livello di sicurezza o insicurezza» (P.E.Cicerone, p. 86).  E se accade di sentire la nostra propria voce registrata ci stupiamo e ci chiediamo se davvero sia nostra, «perché quando ci ascoltiamo la percepiamo dall’interno, e quindi diversa da come la sentono gli altri» (Id., 89).<br />
Anche i <strong>sogni</strong> vengono dal profondo della corporeità e da millenni resistono al tentativo di comprenderne davvero dinamica e funzione. Credo che abbia sostanzialmente ragione la teoria neurobiologica denominata «“ipotesi di attivazione-sintesi”, secondo cui i sogni non significano nulla: sono semplici impulsi elettrici cerebrali che estraggono a caso pensieri e immagini dalla nostra memoria e che organizziamo in storie al nostro risveglio nel naturale tentativo di dar loro un senso» (S.van der Linden, 102). Questa loro insignificanza non contrasta comunque con il fatto che i sogni svolgano una importantissima funzione di <em>difesa</em> attraverso la costruzione di possibili scenari diurni, di <em>rafforzamento</em> della memoria del vissuto, di <em>elaborazione</em> delle emozioni che ci scuotono. Ma, naturalmente, nulla profetizzano e a nulla si riferiscono al di là del corpomente.<br />
Da dentro deriva quella tristezza di fondo ma spesso creativa che Aristotele chiamava <strong>malinconia</strong> (e non “depressione”, come afferma S.Carson, 43), che si può attenuare con i sali di litio (poiché siamo fatti di chimica) ma che rimane difficile da superare del tutto perché -secondo l’esperienza anche personale di Kay Jamison Redfield- «bipolari si nasce, non si diventa» (D. Ovadia, 55). Psicologa che ha subìto e subisce sulla propria carne -sino a vari tentativi di suicidio- la depressione maniacale, Kay Jamison cerca giustamente di sfatare il legame romantico tra genio e follia, affermando che «se la malattia mentale può agire da catalizzatore per l’artista, la creatività esiste a prescindere dalla malattia. E per rendere al massimo, per riuscire a produrre, non si può stare male. […] La produttività, la creatività, sgorgano con la massima forza quando gli opposti si conciliano, quando il buio della depressione e la perdita di controllo legata alla mania si conciliano in un nuovo equilibrio» (<em>Ibidem</em>).<br />
Ma dentro di noi, fitto nella corporeità che siamo, sta soprattutto il <strong>tempo</strong>. Alla lettera. Lo conferma un articolo di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/10/26/news/mente_cervello-633360/" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> dedicato al problema di chi lavora nei turni di notte. Il ritmo circadiano che intesse la vita viene infatti in questi casi stravolto, poiché di luce siamo fatti come di tempo. La luce passa dagli occhi. E tuttavia non sono i coni e i bastoncelli a farci percepire il ritmo temporale bensì altre cellule sensoriali, le cellule gangliari retiniche che contengono la <strong>melanopsina</strong>, la quale regola l&#8217;orologio interno.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Appena la luce di una determinata lunghezza d’onda colpisce le cellule gangliari retiniche, queste, attraverso il nervo ottico, inviano segnali al cervello verso un fascio di neuroni grande come un chicco di riso e contenente circa 10.000 cellule per ogni emisfero. Questo gruppo di neuroni si trova, da entrambi i lati, sopra l’incrocio tra il nervo ottico destro e il nervo ottico sinistro -chiasma ottico- e viene chiamato nucleo soprachiasmatico o NSC. Il NSC, a sua volta, “comunica l&#8217;orario” a tutte le cellule del corpo, per mezzo di impulsi nervosi e di neurotrasmettitori immessi nel circolo sanguigno. È così che, proprio come un grande orologio che governa l&#8217;organismo, regola i processi biologici di tessuti e organi&#8221;. (T.Kantermann, 76)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il NSC intensifica di giorno la propria attività, riducendo in questo modo la quantità di melatonina (l’ormone del sonno) presente nel sangue. È così che viviamo. L’orologio che siamo si fa svegliare chimicamente dalla luce percepita e decodificata dalla melanopsina. La <strong>luce</strong> diventa così subito tempo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il nostro orologio interno può essere paragonato a un’altalena per bambini che viene spinta continuamente. A seconda del punto di oscillazione in cui riceve la spinta, l’altalena accelera, rallenta o continua a oscillare nello stesso modo. Nel caso del nostro orologio interno, la spinta corrisponde alla luce: a seconda dell’orario in cui entra in gioco la luce, l’orologio si sposta in avanti, indietro o continua a battere il tempo come sempre. (Id., 77)</p>
</blockquote>
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		<title>La mente, il cosmo</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 17:03:07 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/plato.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9367" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="plato" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/plato.jpg" alt="" width="216" height="233" /></a></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il Platone più pitagorico delinea una compiuta immagine del cosmo. Una sorta di mito definitivo nel quale ogni elemento della natura trova piena giustificazione nel legame con ogni altro. Il metodo di indagine è descritto con chiarezza e si fonda sulla distinzione metafisica fra l’essere e il divenire. Il primo, «ciò che è sempre e non ha generazione», va indagato con la pura logica, strumento della ragione. Il secondo, «ciò che si genera perennemente e non è mai essere», è il mondo empirico coglibile tramite i sensi (<em>Timeo</em>, 27D-28A, trad. di Giovanni Reale). L’uno è il mondo vero, l’altro è apparenza, ma ciò non implica nel <em>Timeo</em> un dualismo ontologico radicale. Per Platone l’essere è sempre il meglio, il mondo è il Bene. «L’universo è la più bella delle cose che sono state generate, e l’Artefice è la migliore delle cause» (29A). La positività delle cose è data dalla vita che tutte le permea -anche quelle apparentemente più passive: «questo mondo è un essere vivente, dotato di anima e di intelligenza» (30B)- e dalla costituzione secondo ordine e misura. Il Demiurgo ha portato l’essere dal disordine, dalla confusione, dalla molteplicità all’armonia della misura e del ritmo. Ecco perché Platone fa discendere la filosofia dall’astronomia, modello supremo –nel mondo fisico- di un ordine ciclico ed eterno.<br />
Nell&#8217;andamento necessario di questo testo il filosofo ripercorre la propria vicenda esistenziale e teoretica proiettandola sullo sfondo cosmico e naturale. Quanta fiducia e gratitudine per la propria identità vibra nella esaltazione della stirpe greca, «la migliore e la più bella stirpe degli uomini» (23B), che non è mai cresciuta, rimasta sempre giovane, tanto che «un Greco che sia vecchio, non c’è!» (22B). Platone sembra giocare con il cosmo e con i pensieri, al modo di un dio. Se il <em>Timeo</em> è, come si ipotizza, uno degli ultimi scritti di Platone, in esso il filosofo rintraccia ed esprime –nonostante e al di là di ogni disinganno politico- l’unità inscindibile fra la mente e il cosmo, l’ordine interiore e la perfezione dei cieli. Era forse questa la dottrina esoterica dell’insegnamento orale: l’Essere è Bene e il filosofo è colui che ne comprende la necessità superando, con immane fatica, la propria personale tragedia di uomo.</p>
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		<title>Tempo e significato</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 16:37:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tempo e significato in Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia Vol. 2 [2011], n. 1, pp. 56-65 &#160;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ol style="text-align: center;"><em><strong><a href="http://www.rifp.it/ojs/index.php/rifp/article/view/rifp.2011.0006" target="_blank">Tempo e significato<br />
</a></strong></em>in <strong>Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia<br />
</strong>Vol. 2 [2011], n. 1, pp. 56-65</ol>
<ol style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/rifp.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-9266" title="rifp" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/rifp.gif" alt="" width="160" height="208" /></a></ol>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
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		<title>Oggetti</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 19:04:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Alexius Meinong TEORIA DELL’OGGETTO (Über Gegenstandstheorie [1904] &#8211; Selbstdarstellung [1920]) A cura di Emanuele Coccia Quodlibet, Macerata 2003 Pagine 132 Il volume raccoglie il testo fondamentale di Alexius Meinong -Über Gegenstandstheorie, del 1904- e la Presentazione personale da lui redatta nel 1920 in vista di un’opera dedicata all’autopresentazione dei filosofi contemporanei. Nel loro insieme, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Alexius Meinong<br />
<strong>TEORIA DELL’OGGETTO</strong><br />
(<em>Über Gegenstandstheorie</em> [1904] &#8211; <em>Selbstdarstellung</em> [1920])<br />
A cura di Emanuele Coccia<br />
Quodlibet, Macerata 2003<br />
Pagine 132</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/Meinong.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9223" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Meinong" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/Meinong-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>Il volume raccoglie il testo fondamentale di Alexius Meinong -<em>Über Gegenstandstheorie</em>, del 1904- e la <em>Presentazione personale</em> da lui redatta nel 1920 in vista di un’opera dedicata all’autopresentazione dei filosofi contemporanei. Nel loro insieme, i due saggi delineano con chiarezza una delle ipotesi più originali e interessanti sul rapporto tra la mente umana e gli altri enti.<br />
Meinong parte dall’intenzionalità per arrivare a una teoria generale dell’oggetto. Non si può conoscere senza conoscere e rappresentarsi qualcosa. La filosofia, nella varietà delle sue articolazioni, è la scienza che si occupa di questi vissuti interni. E sin qui siamo in un ambito sia psicologico sia fenomenologico. Ma l’obiettivo di Meinong è assai diverso e consiste nel delineare una «trattazione teoretica dell’oggetto in quanto tale» (p. 23). Ma che cosa significa “oggetto in quanto tale”? È l’oggetto «indifferente all’esistenza [<em>daseinsfrei</em>]. Ho chiamato <em>teoria dell’oggetto</em> [<em>Gegenstandstheorie</em>] questa scienza dell’oggetto in quanto tale o dell’oggetto puro» (82).<br />
Ponendosi al di là del pregiudizio a favore del reale, tale teoria si occupa di tutti gli enti: quelli ai quali è possibile attribuire un’esistenza nella realtà (<em>Existenz</em>) e quelli che pur non esistendo possiedono in ogni caso consistenza (<em>Bestand</em>). <em>Existieren</em> e <em>Bestehen</em> significano entrambi in tedesco “esistere” ma nell’utilizzo di Meinong -e nella traduzione di Coccia- il primo si riferisce all’esistere empirico, il secondo all’esistere in quanto tale. Tutto ciò che esiste consiste ma non tutto ciò che consiste deve anche esistere.<br />
<span id="more-9219"></span>Quali sono dunque gli oggetti che pur essendoci non esistono? Sono molti. Prima di tutto gli oggetti matematici e geometrici. Numeri e forme geometriche, infatti, non possiedono esistenza empirica, sono non reali: «Non si vorrà certo accusare la matematica di estraneità alla realtà» e tuttavia «l’essere a cui la matematica in quanto tale deve interessarsi non è mai l’esistenza e mai essa si spinge in questo senso oltre la consistenza [<em>Bestand</em>]: una linea retta esiste così poco quanto un angolo retto e un poligono regolare quanto una circonferenza» (25-26). La matematica è dunque sostanzialmente un settore della teoria dell’oggetto. Si può dire che essa costituisca la «teoria speciale dell’oggetto», la quale nella sua forma generale si occupa di numerosi altri oggetti (47). Essa tratta, infatti, anche di  oggetti quali “identità e differenza”, la quantità di libri in una biblioteca, il numero delle diagonali di un poligono, gli antipodi, i significati, gli oggetti impossibili, quelli assurdi, come il quadrato rotondo o la montagna dorata. Essa affronta, inoltre, gli “oggettivi” e cioè i contenuti di molte proposizioni e giudizi. Ad esempio:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quando dico “è vero, che ci sono antipodi” non è agli antipodi ma all’oggettivo “ci sono antipodi” che la verità è attribuita. Ciascuno comprenderà immediatamente che l’esistenza degli antipodi è qualcosa che certo può consistere [<em>bestehen</em>] ma da parte sua non può esistere. Ciò vale anche per tutti gli altri oggettivi, così che ogni conoscenza che ha per oggetto un oggettivo rappresenta al tempo stesso un caso di conoscenza di un non-esistente. (25)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">L’esistenza stessa è un tale oggettivo e quindi essa «non esiste, ma può solo consistere» (87).<br />
Da tutto ciò si comprende che per Meinong l’oggetto appartiene all’ontologia e non alla teoria della conoscenza. La <em>Gegenstandstheorie</em> è dunque una scienza autonoma rispetto alla gnoseologia e a ogni altro sapere. Autonoma anche dalla metafisica, che pure sembrerebbe lo sfondo e l’ambito naturale di un discorso siffatto. Rispetto alla metafisica, la teoria dell’oggetto è a priori, è più ampia e universale. Affermazioni teoreticamente assai forti, queste, ma ben difese da Meinong, il quale scrive che</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">la metafisica ha senza dubbio a che fare con la totalità di ciò che esiste, ma la totalità di ciò che esiste, con inclusione di quanto è esistito ed esisterà, è infinitamente piccola se paragonata alla totalità degli oggetti della conoscenza [<em>Erkenntnisgegenstände</em>]. Che tutto ciò sia trascurato con tanta leggerezza si deve certamente al fatto che l’interesse particolarmente vivo per il reale, interesse che appartiene alla nostra natura, porta all’eccesso per cui si considera il non-reale come un puro nulla o, più precisamente, a considerarlo come qualcosa che non offrirebbe in alcun modo alla conoscenza dei punti di aggancio, oppure forse alcuni, ma solo scarsamente apprezzabili.<br />
Quanto poco una simile opinione sia dalla parte della ragione lo mostrano facilmente gli oggetti ideali [<em>ideale</em> <em>Gegenstände</em>], che hanno sì una certa consistenza, consistono [<em>bestehen</em>] ma non esistono affatto e perciò non possono essere in nessun modo reali. Uguaglianza e diversità, ad esempio, sono oggetti di questo tipo: essi consistono forse in questa o quella situazione tra realtà fattuali, ma non costituiscono alcun frammento di realtà. (24)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Appartiene alla teoria dell’oggetto tutto ciò che può essere predicato e conosciuto di un oggetto senza tener conto della sua esistenza. È questo un sapere illimitato, universale e a priori, il cui oggetto è  «tutto il dato», mentre la metafisica sarebbe una scienza «a posteriori che del dato sottopone ad analisi ciò che appunto può esser preso in considerazione dalla conoscenza empirica, cioè tutta la realtà», la quale -dovrebbe essere ormai chiaro- non coincide con tutto ciò che è possibile conoscere (55-57).<br />
La logica del non esistente, del fuoriessente [<em>auβerseiend</em>], viene da Meinong espressa con alcune formule efficaci: «ci sono oggetti per i quali vale che siffatti oggetti non ci sono» (28), il che significa che il puro oggetto si pone al di là dell’essere e del non essere. «L’essere (inteso nel suo senso più ampio) che si ha davanti a sé in ogni oggettivo, si rivela o come <em>essere</em> in senso stretto (il paradigma è: “A è”) o come <em>esser-così</em> (“A è B”) o come <em>con-essere </em>(“se A, allora B”)» (87). L’esser così, l’essere in un certo modo dell’oggetto, è un campo di indagine che prescinde dalla questione relativa all’esistere o al non esistere dello stesso oggetto. «Non v’è dunque alcun dubbio: ciò che è destinato ad essere oggetto di conoscenza non deve per questo necessariamente esistere» (27).<br />
In tal modo l’analisi di Meinong si pone anche oltre idealismo e realismo, ed è in ogni caso lontanissima dal soggettivismo che pretende di creare il mondo: «Per questo l’afferrare non può mai creare il suo oggetto o anche solo modificarlo, ma solo sceglierlo per così dire dalla molteplicità di ciò che è già dato (per lo meno come fuori-essente)» (112).<br />
Il pensiero di Meinong affronta anche altri ambiti, quali la teoria del valore, i sentimenti -che il filosofo pone in un ingiustificato rapporto di anteriorità logica rispetto ai desideri-, il libero arbitrio. Per tutti vale un’osservazione significativa e condivisibile formulata nel paragrafo conclusivo della <em>Presentazione personale</em>: «L’arte di rendere quanto è già popolare ancora più popolare e, per ciò stesso, di diventar popolari mi è stata interdetta; e per quanto possa esser utile per introduzioni e digressioni retoriche, la filosofia non è mai stata del resto realmente popolare nell’esercizio della scienza» (126). Questo pensatore rigoroso e inclassificabile enuncia accenti personali di grande intensità quando accenna al tramonto del proprio giorno, al «destino di tutto ciò che è umano, la caducità […]. Tra non molto lo stesso destino esigerà da me in modo ancor più evidente un tributo personale. Spero che il mio sforzo e le mie aspirazioni siano riuscite ad accrescere durevolmente le generazioni future nel sapere o per lo meno nella speranza del sapere, non importa se in misura modesta» (79).<br />
È parte di tale caducità dell’umano il fatto che «la ricerca scientifica è destinata solo eccezionalmente a condurre a risultati permanenti e definitivi: ciò che essa porta alla luce ha espletato il suo compito se è divenuto punto di partenza per nuove e migliori elaborazioni», che altri -continua- potranno e dovranno «proseguire in forma autonoma» (120). Ed è in questo spirito che sarebbe da porre una domanda sullo statuto del tempo all‘interno della <em>Gegenstandstheorie</em>. Il tempo, infatti, è un oggetto intessuto di molteplicità. Esso <em>esiste</em> certamente nella fisicità dei movimenti naturali e nel divenire del cosmo. Ma anche <em>consiste</em> nella sua dimensione più interiore di ritmo matematico, di significato sonoro, di percezione della durata, di temporalità sociale e di convenzione strumentale. E ritorna a essere esistente nei corpi che vivono e che quindi vanno verso la propria dissoluzione. In questa sua natura plurale e irradiante, il tempo è forse l’oggetto per eccellenza, il quale è e consiste, sta e diviene, trasforma ogni altro ente ed è in se stesso il suo proprio mutare.</p>
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		<title>Intervista su Come internet cambia la nostra mente</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 19:38:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; Il numero di ottobre 2011 della rivista svizzera Ticino Management (anno XXIII, n. 10) ha dedicato ampio spazio al rapporto tra tecnologia informatica, mente umana e società. Su questi temi sono stato intervistato anch&#8217;io. Del dossier segnalo due articoli ai quali ho più direttamente contribuito: Se non ora, quando? (pp. 46-49) e Fine della geografia? (pp. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/Ticino_Management_10_2011.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9208" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Ticino_Management_10_2011" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/Ticino_Management_10_2011-221x300.jpg" alt="" width="155" height="210" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il numero di ottobre 2011 della rivista svizzera <em><a href="http://saas.it.yousee.net/gallery/view.asp?seq=1054&amp;path=111020103251" target="_blank">Ticino Management</a></em> (anno XXIII, n. 10) ha dedicato ampio spazio al rapporto tra tecnologia informatica, mente umana e società. Su questi temi sono stato intervistato anch&#8217;io. Del dossier segnalo due articoli ai quali ho più direttamente contribuito: <em>Se non ora, quando?</em> (pp. 46-49) e <em>Fine della geografia?</em> (pp. 56-59).</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 82 – Ottobre 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 15:01:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/MC_82.jpg"><img class="size-medium wp-image-9157 alignright" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_82" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/MC_82-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" /></a>Hans-Georg Gadamer, 102. Bertrand Russell, 98. Ernst Jünger, 103. Karl Popper, 92. Sono gli anni di vita di alcuni filosofi del Novecento. Una bella età, vero? È soltanto una piccola conferma empirica di quanto l’<strong>epidemiologia cognitiva</strong> va scoprendo con «risultati inequivocabili: più bassa è l’intelligenza di una persona, misurata secondo i test, e maggiore è il rischio che questa corre di avere una vita breve, di andare incontro a disturbi sia fisici che mentali in tarda età e di morire a causa di malattie cardiovascolari, suicidio o incidente» (I.J.Deary, A.Weiss, G.D.Batty, p. 28). Certo, si potrebbero fare altrettanti nomi di personaggi intelligentissimi morti piuttosto giovani. E dunque «forse non è essere intelligenti il fattore chiave per vivere a lungo; l’aspetto cruciale potrebbe essere agire e prendere decisioni da persona intelligente» (Id., 33), come -ad esempio- non fumare, evitare di dare troppa importanza a quanto ci succede, guardarsi dalle passioni distruttive.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-9155"></span>Dell’intelligenza umana è parte assolutamente centrale la parola. Il linguaggio è davvero l’acquario nel quale noi, pesci parlanti, nuotiamo per l’intera esistenza. «Il mondo del felice è un altro che quello dell’infelice» (L. Wittgenstein, <em>Tractatus logico-philosophicus</em>, trad. di A.G. Conte, Einaudi 1980, prop. 6.43, p. 80). Perché? Una ragione sta nel fatto che tutto ciò che si vive, compreso il dolore e la gioia, lo si vive in maniera linguistica, lo si pensa in termini che hanno un significato. «<em>I limiti del mio linguaggio</em> significano i limiti del mio mondo» (Ivi, prop. 5.6, p. 63) e dunque gli eventi assumono la loro valenza più profonda in relazione non soltanto a come accadono ma anche a come li penso e li dico. Perché «tutto si risolve in un cervello che cerca senso nelle cose, anche dove non esiste» (P. Garzia, recensione a <em>La bella e la bestia: arte e neuroscienze</em>, p. 105). Alla <strong>linguisticità del mondo</strong> <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Ottobre_2011/1349509" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> dedica vari articoli, tutti di carattere empirico e che offrono dunque ampie conferme alla tesi di Wittgenstein, condivisa -in modi diversi- da Heidegger e da Gadamer: «Le persone di lingua madre diversa vivono davvero in mondi concettualmente diversi?». Sì, perché «la madrelingua influenza il nostro modo di pensare» e «quando impariamo una nuova lingua, di fatto ci impadroniamo di un modo nuovo di pensare» (K. Wilhelm, pp. 36, 39 e 40). È assai interessante il fatto che tutto questo sia legato anche alla percezione e rappresentazione spaziotemporale. Mentre infatti chi  -come gli europei- scrive da sinistra a destra si raffigura lo scorrere temporale in modo orizzontale, «i cinesi che parlano la lingua mandarina raffigurano lo scorrere del tempo come un movimento verticale» e se si costringono europei e cinesi a modificare la direzione spaziale «la cosa stravolge anche la loro percezione del tempo» (Id., p. 40).</p>
<p style="text-align: justify;">Si susseguono sempre più le evidenze sperimentali che ampliano l’intelligenza agli <strong>animali non umani</strong>. Al di là del caso mediatico-sportivo del polpo Paul che “indovinò” tutti i pronostici dei mondiali di calcio sudafricani, i cefalopodi mostrano di possedere «capacità di apprendimento, orientamento, comunicazione», che sinora sono stati attribuiti soltanto ai vertebrati (N. Nosengo, p. 60) e persino «le api possono sperimentare qualcosa di simile all’umore» (J. Castro, p. 102).</p>
<p style="text-align: justify;">È o no parte dell’intelligenza il «“pregiudizio illuminista”, cioè l’idea che l’uomo sia un essere razionale e quindi nella sua forma più colta ed evoluta, tenda a rigettare il pensiero metafisico» (D. Ovadia, p. 55)? In realtà si tratta di una tesi metafisica tipica di Comte, giustificata dall’arroganza delle chiese e di molti gruppi religiosi i quali «affermano di voler governare tutti, quindi anche i non credenti, secondo principi ispirati da qualche credo» (Id., p. 56), mentre dove le religioni sanno stare al loro posto -come nei Paesi del Nord Europa- l’ateismo dichiarato e militante è assai meno diffuso. Dichiarato e militante è invece il <strong>fondamentalismo cristiano</strong> in nazioni come l’Italia -dove assume un aspetto istituzionale tramite la chiesa papista- e negli Stati Uniti, Paese nel quale «recentemente la Corte Costituzionale ha persino ribadito l’obbligo di prestare giuramento su un testo sacro di qualsiasi natura quando si partecipa a un processo. Persino sulle nostre banconote c’è scritto “crediamo in Dio”» (<em>Ibidem</em>).<br />
Tra i gruppi cristiani più singolari che operano negli USA ci sono gli anabattisti <strong>Amish</strong>, ai quali l’antropologo Andrea Borella ha dedicato una ricerca sin troppo simpatetica. Intervistato da P.E. Cicerone, Borella cerca infatti di spiegare e difendere le scelte di queste comunità, quali l’indifferenza verso qualsiasi conoscenza scientifica -che nelle loro scuole non viene studiata in alcuna forma-, «il rifiuto degli strumenti musicali, mentre il canto è ammesso […] quella che non è ammessa è l’arte fine a se stessa» (p. 79) e -elemento più noto- la volontà di non utilizzare quasi alcuno strumento tecnologico inventato dopo il Seicento.</p>
<p style="text-align: justify;">Un interessante articolo è, infine, dedicato al <strong>disturbo ossessivo-compulsivo</strong>, che «sembra nascere da un impulso a rivisitare gli stessi pensieri e compiere certe azioni, ancora e ancora» (M. Wenner Moyer, p. 67); l’impulso distruttivo ad “annullare il tempo”, come ha mostrato assai bene Elvio Fachinelli nel suo <em>La freccia ferma</em>.</p>
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		<title>Consilience</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 15:14:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’armonia meravigliosa Dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza di Edward O. Wilson (Consilience, 1998) Trad. di Roberto Cagliero Mondadori, 1999 Pagine 370 Il titolo italiano di quest’opera cerca, senza riuscirci, di restituire la densità di contenuto di un termine dell’inglese arcaico come Consilience. Coincidenza, convergenza, unificazione; questo è il plesso semantico che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>L’armonia meravigliosa</strong></em><br />
<em> <strong>Dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza</strong></em><br />
<span style="font-size: small;">di </span><strong>Edward O. Wilson<br />
</strong>(<em>Consilience</em>, 1998)<br />
<span style="font-size: medium;">Trad. di Roberto Cagliero<br />
</span><span style="font-size: medium;">Mondadori, 1999<br />
</span><span style="font-size: medium;">Pagine 370</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/consilience.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8874" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="consilience" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/consilience.jpg" alt="" width="128" height="198" /></a>Il titolo italiano di quest’opera cerca, senza riuscirci, di restituire la densità di contenuto di un termine dell’inglese arcaico come <em>Consilience</em>. Coincidenza, convergenza, unificazione; questo è il plesso semantico che il titolo originale intende evocare. Convergenza tra che cosa? Tra il sapere scientifico e quello umanistico, non due campi separati e distinti -come induce a pensare lo specialismo che va diventando una palude di discipline minori dentro le quali affonda la comprensione del mondo- ma due ramificazioni dell’unico sapere umano e naturale, da apprendere nella sua unitarietà originaria e profonda. <strong>La complessità del mondo è incomprensibile senza una visione capace di sintetizzare </strong><em><strong>science</strong></em><strong> e </strong><em><strong>humanities</strong></em>. Infatti,</span></p>
<blockquote><p>l’idea centrale della visione coincidente del mondo è che tutti i fenomeni tangibili, dalla nascita delle stelle al funzionamento delle istituzioni sociali, sono fondati su processi materiali in ultima analisi riconducibili alle leggi della fisica, indipendentemente dalla tortuosità e dalla durata delle sequenze (pag. 305).</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Comprendere la condizione umana significa anzitutto capire i geni e la cultura. E non come ambiti e funzioni autonome ma nella loro essenziale <em>coevoluzione</em>. L&#8217;evoluzione del cervello e quella dei comportamenti hanno proceduto insieme per milioni di anni. La radice di molti dei pericoli che sovrastano la Terra e l’umanità risiede proprio nel fatto che da alcuni millenni -dalla Rivoluzione neolitica- l’evoluzione culturale è diventata incomparabilmente più veloce di quella genetica. Tuttavia, ancora oggi</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>la cultura è creata dalla mente comune e ogni mente individuale a sua volta è il prodotto del cervello umano, che è strutturato geneticamente. I geni e la cultura sono dunque collegati in modo inscindibile. Ma il collegamento è flessibile, in termini finora quasi del tutto incommensurabili. Ed è nel contempo tortuoso: i geni codificano regole epigenetiche, che sono i percorsi neurologici e gli aspetti regolari dello sviluppo cognitivo grazie ai quali la mente individuale si assembla. La mente cresce dalla nascita fino alla morte assorbendo parti della cultura esistente che trova disponibili, avvalendosi di selezioni guidate dalle regole epigenetiche ereditate dal cervello individuale</em> (144, corsivo dell’Autore).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">I concetti chiave sui quali si fonda questo tentativo di unificazione della conoscenza sono i seguenti: <strong>epigenesi, natura umana, naturalismo etico, panteismo biologico.<span id="more-8867"></span></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’<em>epigenesi</em> «definisce lo sviluppo di un organismo sotto l’influsso congiunto dell’eredità e dell’ambiente» (221-222). Educazione e geni, storia e biologia, appreso e innato non sono per nulla in conflitto tra di loro proprio perché «nell’ampia zona che sta a metà tra le visioni estreme del Modello Standard delle Scienze Sociali e il determinismo genetico, le scienze sociali sono essenzialmente compatibili con quelle naturali» (216).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’<em>Homo sapiens</em> è una specie appartenente all’ordine dei Primati, la cui identità è data dalle regole epigenetiche, dalle «regolarità ereditarie dello sviluppo mentale che spingono l’evoluzione culturale in una direzione e non in un’altra, collegando così i geni con la cultura» (188). Non c’è nulla di fatalistico in una simile visione dell’umanità. Nessun sociobiologo ha mai sostenuto che le forme specifiche di cultura, i valori di una popolazione, le sue credenze, siano dettati dai geni. Sono gli scienziati sociali, invece, ad assolutizzare una delle due dimensioni, ignorando -a volte ostentatamente- i contributi della genetica e dello studio del cervello umano, l’organo dal quale, dopotutto, nasce ogni pensiero, valore, principio di comportamento. Anche a causa di tale ignoranza, gli scienziati sociali vengono regolarmente colti di sorpresa dallo sviluppo dei fenomeni che pure studiano con assiduità, data la tipica tendenza a sopravvalutare i sistemi ideologici (credenze religiose, dottrine politiche, strutture economiche) a detrimento di concause di tipo biologico (territorialismo, disponibilità delle risorse, aggressività intraspecifica). La cultura è certo lo scarto della nostra specie rispetto a ogni altra ma anch’essa è -e altro non potrebbe essere- il prodotto più recente della storia genetica dell’umanità. All&#8217;ingenuo antropocentrismo dominante nelle scienze sociali e umane bisogna opporre il dato di fatto che «la nostra specie e il suo modo di pensare sono un prodotto, e non il fine, dell’evoluzione» (35). L’universo non è stato certo pensato a misura di una specie abitante su un piccolo pianeta alla periferia della Via Lattea. Piuttosto che crederci padroni della Terra, converrebbe -prima di tutto a noi stessi- mostrarci rispettosi della miriade di forme di vita con le quali conviviamo e da cui dipende la nostra sopravvivenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Sta qui la necessità di un’<em>etica naturalistica</em>, i cui capisaldi possono essere così sintetizzati: centralità del corpo; coesistenza di passione e razionalità; rifiuto della credenza nel libero arbitrio; altruismo e <em>fitness</em>. L’etica nasce dal basso del corpo e delle sue esperienze e non dall’alto di una rivelazione. Certo, aggiunge Wilson, «la fiducia nel libero arbitrio è biologicamente proficua. In sua mancanza la mente, imprigionata nel fatalismo, rallenterebbe e finirebbe per deteriorarsi» (137).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’ultima -ma decisiva- espressione della <em>consilience</em> è ciò che potremmo definire <em>panteismo biologico.</em> Wilson riconosce la profondità del bisogno del sacro nell’uomo e individua nelle realtà fisiche scoperte dalla scienza un fascino superiore a quello delle cosmologie religiose.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Qual è lo scopo finale di questa proposta scientifica? Contribuire, ancora una volta, a capire chi e cosa siamo e -da qui- comprendere una serie di gravi questioni per tentare di affrontarle meglio. Il problema principale è la progressiva <strong>scomparsa della biodiversità</strong>, causata soprattutto dalle enormi esigenze materiali della specie umana: «la crescita della popolazione può essere giustamente definita il mostro della Terra» (331) e contro di essa bisogna operare con consapevolezza, convinzione e decisione, pena la scomparsa della maggior parte degli ecosistemi, delle specie viventi e, infine, della stessa umanità.<br />
</span><span style="font-size: medium;">Cervello e cultura sono dunque unificati da questo libro in una prospettiva biologica che è materialistica senza però essere riduzionistica.</span></p>
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		<title>Mente &amp; cervello 81 –  Settembre 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 07:26:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/09/MC_81.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8760" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_81" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/09/MC_81-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /></a>Che cos’è un <strong>rito</strong>? Come nasce? Quale funzione svolge? A queste domande cercano di rispondere da tempo discipline quali l’antropologia, l’etnologia, la sociologia della cultura, l’etologia. Un contributo importante può venire anche delle scienze della mente. Il ricco dossier di <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1349034" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> lo dimostra.<br />
«Nella definizione dei rituali -specialmente di quelli che non riguardano la realtà quotidiana- spiccano di solito quattro caratteristiche fondamentali: ruolo del corpo, formalità, modalità e trasformazione» (A. Michaels, p. 54). A essere coinvolto in un rito è sempre l’intero corpomente in modi formalmente stabiliti e rigorosi, con modalità che differenziano lo stesso gesto se compiuto nel quotidiano o se invece inserito in una forma rituale, avendo come obiettivo una trasformazione di condizione interiore o di status comunitario.<br />
I riti di iniziazione e di passaggio, ad esempio, sono tra i più importanti e prevedono tre fasi: di <em>separazione</em> dal luogo o dallo status precedente, <em>liminale</em> di transizione e di abolizione dell’ordine precedente, di <em>integrazione</em> nel nuovo luogo o nella nuova condizione. In generale, un rito fa parte di una ben precisa <em>cultura</em> e solo in quel contesto acquista il suo senso, si struttura in un <em>linguaggio</em> che spesso produce azioni -come quando un funzionario civile o religioso dichiara due persone marito e moglie-, ha una qualità <em>estetica</em> specifica e caratterizzante, segna una <em>interruzione</em> e un rallentamento del consueto flusso temporale attraverso il tempo della festa, del passaggio o del lutto. <span id="more-8757"></span><br />
I riti contribuiscono in modo determinante a legare una comunità -di qualsiasi ampiezza essa sia, dalla famiglia alle grandi religioni universali-, a creare e consolidare l’identità dei gruppi, a controllare e anche a reprimere i comportamenti dei loro membri, a costituire (come ha mostrato fra gli altri Pierre Bourdieu) un enorme capitale simbolico, sociale e culturale che offre sicurezza e che trasmette fiducia nella costanza delle relazioni e nel senso dell’esistere. I riti possono riuscire in questa impresa perché sono fatti di modalità oggettive trasmesse nel tempo -le tradizioni- e di emozioni personali e collettive ogni volta rinnovate.<br />
È per tutte queste ragioni che le forme rituali costituiscono uno dei più evidenti universali della specie umana, «che si riscontra in tutti i tempi e in tutte le culture: riti di passaggio, di purificazione, di guarigione, offerte di sacrifici, rituali che scandiscono la vita quotidiana ma anche i ritmi della politica e del potere» (Id., 52). I riti esprimono certamente la naturale inerzia dei comportamenti e tendono dunque a perpetuarsi sempre uguali a se stessi -basti pensare alle formule religiose, ai sacramenti, ai giuramenti solenni- e tuttavia non sono mai del tutto rigidi e immobili, rimanendo sempre aperti a variazioni che lentamente ne ridisegnano le forme e che soprattutto li tengono sempre in vita.<br />
Arcaismo e trasformazione, rigidità e dinamismo, razionalità ed emozioni, collocazione spaziotemporale e aspirazione all’universale. Se i riti sono così ricchi e complessi è anche perché essi costituiscono uno dei luoghi/momenti nei quali si incontrano sino a fondersi società e psiche, genetica e ambiente. «Perché dunque esistono i rituali? Da un lato le azioni ritualizzate e la loro evoluzione hanno radici molto profonde nella nostra psiche. […] Dall’altro i rituali hanno un’influenza decisiva sulla formazione dei gruppi. […] I rituali non sono quindi soltanto un’eredità dell’evoluzione biologica, ma ne rappresentano uno dei prodotti più pregiati, che costituisce una forza motrice essenziale per l’evoluzione delle società e delle culture umane» (H. Whitehouse, 85). I riti confermano dunque l’ipotesi che siamo costituiti inseparabilmente di <strong>geni</strong> e di <strong>ambiente</strong>, come sostiene anche un libro di John Medina (<em>Naturalmente intelligenti</em>)<em> </em>qui recensito da M. Capocci: «Tuttavia i “semi” che i genitori gettano devono poi avere a che fare con il “terreno”, cioè con i vincoli dei geni. Secondo Medina, le capacità intellettive vanno divise equamente: metà natura e metà cultura» (113).<br />
Negare la <strong>struttura innata </strong><strong>di molti comportamenti umani</strong> è del tutto insensato sia dal punto di vista empirico che da quello logico. Ed è, soprattutto, una forma grave di <strong>antropocentrismo</strong>, presupponendo che la specie umana possa sottrarsi alle determinazioni biologiche che intessono tutti i viventi. Ad esempio, i neonati umani e i pulcini mostrano entrambi una netta preferenza per musiche consonanti. E per quale motivo? «Poiché gli esseri viventi sembrano emettere soprattutto suoni consonanti, mentre i suoni ambientali tendono a essere meno regolari e più dissonanti, è possibile che questa preferenza aiuti i neonati ad avvicinarsi ai genitori o a membri della propria specie» (V.Murelli riferendo le ricerche di Cinzia Chiandetti e Giorgio Vallortigara, 27).<br />
Un impasto di natura e cultura sono anche i pregiudizi, la sessualità, lo sguardo. Su una forma diffusissima e grave di <strong>pregiudizio</strong> si sofferma G.Sabato, rilevando come anche in culture che sino a poco tempo fa avevano attribuito valore a corpi formosi (a volte sino alla grassezza) si diffonda sempre più il tipico pregiudizio occidentale che <em>grasso </em>coincida con <em>brutto</em>. Per quanto riguarda il <strong>sesso</strong>, in un articolo dedicato ai comportamenti ossessivi in questo campo, D.Ovadia ricorda che «l’orgasmo provoca un’attivazione generalizzata di quasi tutto il cervello, una sorta di momentaneo obnubilamento da eccessivo rilascio di neurotrasmettitori», soprattutto la serotonina -che dà benessere e serenità- e gli « oppioidi naturali, sostanze che aumentano il benessere generale e riducono la soglia del dolore» (42-43). Sarà per questo che molte persone vincolate alla castità appaiono spesso tristi e truci? A proposito dello <strong>sguardo</strong>, è stato osservato che anche un semplice manifesto appeso a una parete e rappresentante due occhi che ci guardano attentamente riduce i comportamenti antisociali; «il senso è chiaro: essere in grado di valutare velocemente se c’è un predatore in agguato ha un enorme valore evolutivo, e quindi l’attivazione neurale del sistema di rilevamento di qualcuno che ci guarda è veloce e automatico» (S. van der Linden, 111).<br />
Un testo interessante è dedicato alla <strong>memoria</strong> -in particolare al delicatissimo tema degli interrogatori e delle testimonianze in sede giudiziaria- la quale «è un processo ricostruttivo, nel senso che ciò che viene conservato non coincide con quanto è accaduto, dal momento che il ricordo non viene mai recuperato fedelmente ma sempre ricostruito a partire da uno stato emotivo» (B.F. Carillo, 103). Significativo è, infine, un articolo che si occupa della <strong><em>E-therapy</em></strong>. Nonostante i suoi limiti, sembra infatti che la terapia psicologica a distanza possa essere efficace: «costa meno, è più facile da organizzare, protegge la privacy del paziente, evita la possibilità di abusi fisici o sessuali da parte del terapeuta o del paziente ed è in grado di mettere a disposizione competenze specifiche nel caso di patologie più rare» (R. Epstein, 107). Forse si potrebbero eliminare del tutto gli psicoterapeuti, come anche <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/ELIZA" target="_blank">l’<strong>Eliza</strong> di Joseph Weizenbaum</a> ha in fondo dimostrato  <img src='http://www.biuso.eu/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8-)' class='wp-smiley' /> .</p>
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