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	<title>agb &#187; Mente &amp; cervello</title>
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		<title>Mente &amp; cervello 85 &#8211; Gennaio 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 11:27:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le leggi fondamentali del design sono semplici. La mente umana sembra preferire infatti oggetti grandi, arrotondati, simmetrici e complessi. Le ragioni sono intuibili e sono di carattere anche evolutivo. Evolutiva è pure la ragione della visione cromatica, che la selezione ha fatto emergere nella nostra specie «perché è utile a individuare efficacemente la frutta nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/MC_85.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9850" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_85" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/MC_85.jpg" alt="" width="200" height="259" /></a>Le leggi fondamentali del <strong>design</strong> sono semplici. La mente umana sembra preferire infatti oggetti grandi, arrotondati, simmetrici e complessi. Le ragioni sono intuibili e sono di carattere anche evolutivo. Evolutiva è pure la ragione della <strong>visione cromatica</strong>, che la selezione ha fatto emergere nella nostra specie «perché è utile a individuare efficacemente la frutta nel folto della foresta» (F.Sgorbissa, p. 61). Non solo: i colori  costituiscono una delle più efficaci espressioni del potere della mente e di una delle sue decisive articolazioni, il linguaggio. Nel dibattito serrato tra culturalisti e biologisti, infatti, alcuni ritengono che «la struttura del linguaggio modifica il modo in cui concettualizziamo gli oggetti del mondo», tanto che persino «i nomi che diamo ai colori alterano il modo in cui li vediamo» (Id., 58). Agli undici (o forse dodici) colori focali di base di molte lingue europee si contrappongono linguaggi nei quali i colori di base sono di numero minore e assumono caratteristiche diverse. Ma credo che anche in questo caso una contrapposizione rigida tra natura e cultura impedisca di comprendere la continuità senza separazione dell’umano e della sua coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla <strong>coscienza</strong> è dedicato il dossier di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/12/27/news/mente_cervello-751263/" target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em>.</a> La coscienza è un’esperienza <strong>percettiva</strong> -forme, colori (appunto), odori-, <strong>cognitiva</strong> -pensieri, nozioni, informazioni-, <strong>fenomenica</strong> -che cosa si prova a essere e a fare qualcosa-, <strong>corporea</strong> -«le competenze cognitive, e anche le capacità coscienti, sono il risultato dell’interazione del nostro corpo con l’ambiente, più che di astratte manipolazioni simboliche di rappresentazioni mentali. […] È dunque dal corpo, anche robotico, che dobbiamo iniziare a cercare gli elementi di base della coscienza» (S.Gozzano, 41). Il fondamento cerebrale della coscienza è indubbio ma esso non è sufficiente a spiegarne la ricchezza: «Studiare la coscienza soltanto sulla base di ciò che si accende o non si accende in un cervello è limitativo: se una teoria della coscienza senza una conferma sperimentale è zoppa, gli esperimenti senza una teoria sottostante sono ciechi» (D.Ovadia, 28).</p>
<p style="text-align: justify;">Fra gli altri temi, di particolare interesse è l’intervista di Ranieri Salvadorini allo psichiatra Corrado De Rosa, autore di un libro sui <em>Medici della camorra</em>. Chiamati come periti di parte, questi psichiatri fanno di tutto per ingannare la magistratura, ottenere ricoveri in ospedale e da lì facilitare la fuga dei camorristi. Si tratta di «un sistema dove quotidianamente si combinano impreparazione clinica, superficialità, mancanza di etica professionale, malafede e paura, con il risultato di favorire le commistioni tra psichiatria e mafie. […] I clan, poi, pagano molto bene. Il loro tariffario prevede anche 10.000 euro per una sola perizia. Lo Stato per quella stessa perizia paga meno di 400 euro lordi» (73-74).</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le recensioni ce n’è una dedicata a <em>Filosofia dell’umorismo</em> di John Morreall<em>. </em>Vi si ricordano le parole pronunciate da <strong>Oscar Wilde</strong> sul letto di morte: «Questa carta da parati è atroce: uno di noi due se ne deve andare» (105). Questa sì che è coscienza della nostra finitudine.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 84 –  Dicembre 2011</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 14:14:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel recensire questa Rivista dedico ogni volta uno spazio consistente a malattie, sindromi, sciagure di vario genere. È forse triste ma anche inevitabile, visto che il corpomente è “na scarfoglia i cipulla”, vale a dire (la definizione è della mia nonna paterna -Giuseppa-, donna davvero straordinaria) una foglia di cipolla, fragile e sottile, pronta dunque [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/MC_84.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9572" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_84" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/MC_84.jpg" alt="" width="200" height="258" /></a>Nel recensire questa Rivista dedico ogni volta uno spazio consistente a malattie, sindromi, sciagure di vario genere. È forse triste ma anche inevitabile, visto che il corpomente è “na scarfoglia i cipulla”, vale a dire (la definizione è della mia nonna paterna -Giuseppa-, donna davvero straordinaria) una foglia di cipolla, fragile e sottile, pronta dunque a sbriciolarsi. Mi sono ricordato di quella definizione leggendo la risposta che Leonardo Tondo dà a un lettore che delinea un vero e proprio «ritratto di una depressione»; lo psichiatra scrive infatti che «la depressione si infila spesso nei gangli vitali di una persona, e talvolta è difficile mandarla via perché sembra più congeniale alle nostre emozioni della felicità» (p. 7). Ciò vuol dire che c’è qualcosa che ci attira verso il baratro dello star male, che la prospettiva di esser felici ci spaventa a volte più di una condizione di profonda tristezza. Perché? Rispondere a tale domanda significherebbe comprendere una parte consistente dell’enigma umano. E sospetto che la risposta coinvolga anche quel particolare -e distruttivo- sentimento che è il <strong>senso di colpa</strong>, il quale secondo molti psicologi ha degli effetti positivi o addirittura necessari per evitare atti di ferocia e di crudeltà. E tuttavia penso che il senso di colpa debba rimanere sempre a livelli bassissimi poiché alla lunga distrugge le relazioni umane, la serenità, le vite. Una ragione di questa sua pericolosa caratteristica sta nel fatto che la colpa è -in modo solo apparentemente paradossale- «un’emozione narcisistica» in quanto «chi si sente in colpa tende a mettere le proprie azioni al centro del mondo» (P.E. Cicerone, 76), attribuendo sempre a se stesso la responsabilità di ogni male, credendosi insomma onnipotente. Ma non basta: provare sensi di colpa verso qualcuno ci autorizza a detestarlo con il conforto di una buona coscienza. In definitiva nutrire eccessivi sensi di colpa vuol dire essere essenzialmente egoisti. Ecco perché chi -come ad esempio Nietzsche- invita a sbarazzarsi di questa orrida zavorra lo fa anche come atto d’amore verso se stessi e verso gli altri. Se ne deduce che le <strong>religioni</strong> che sul senso di colpa fondano gran parte del loro potere -a partire dall’ebraismo, con la sua storiella di Adamo ed Eva- sono nemiche di ogni concordia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’articolo filosoficamente più interessante di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/11/21/news/dicembre_2011-681801/ " target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em></a> è dedicato a un breve resoconto sulla questione del <strong>libero arbitrio</strong> [il testo si può leggere per intero in inglese sul sito di <em><a href="http://www.nature.com/news/2011/110831/full/477023a.html" target="_blank">Nature</a></em>]. Gli esperimenti neurologici di <strong>Libet</strong> e di <strong>Haynes</strong> hanno mostrato come ancora prima «che il soggetto fosse consapevole di aver preso una decisione il suo cervello aveva già scelto» e che dunque «la consapevolezza di aver preso una decisione potrebbe essere nient’altro che un’appendice biochimica, priva della pur minima influenza sulle azioni della persona» (K.Smith, 96). Il dibattito su queste ricerche è amplissimo e intenso; per farsene un’idea consiglio la lettura di <em>Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il problema del libero arbitrio</em>, a cura di De Caro, Lavazza e Sartori, Codice edizioni, 2010. Qui mi limito a rilevare -con l’autrice dell’articolo- che bisogna prima di tutto mettersi d’accordo su che cosa si intenda con l’espressione <em>libero arbitrio</em>: «Alcuni filosofi lo definiscono come la capacità di prendere decisioni razionali in assenza di coercizione. Altre definizioni lo situano in un contesto di natura cosmica: al momento della decisione, e considerando come dato tutto ciò che è accaduto in passato, sarebbe stato possibile giungere a una decisione diversa. Altri restano legati all’idea che ci sia un’ “anima” di natura non fisica a governare le decisioni» (99). Si aggiunga a questo il problema metodologico che nasce dal fatto che gli esperimenti di Libet, di Haynes e di altri neurologi si riferiscono a situazioni di estrema semplicità: «Premere un pulsante o giocare a un videogioco è ben lontano dal preparare una tazza di tè, candidarsi alla presidenza della Repubblica o commettere un delitto» (100). L’ostacolo più grave al dialogo tra filosofi e neuroscienziati è comunque un altro e consiste nel fatto che questi ultimi si attardano spesso -ed è certo singolare- su una <strong>concezione dualistica dell’umano</strong>. Parlare infatti di una precedenza dell’attività <em>neuronale</em> su quella <em>mentale </em>o viceversa significa rimanere in un ambito nel quale mente e cervello sono distinti; il paradigma cartesiano si mostra così assai più potente e pervasivo di quanto anche i suoi avversari pensino.<br />
La successione cronologica individuata da Libet e Haynes costituisce un importantissimo contributo tecnico sulle dinamiche dell’encefalo ma non può essere assunta a metodo di soluzione  di una questione che va molto oltre la scansione cerebrale e che ha bisogno invece di tutta l’attenzione fenomenologica che soltanto la filosofia può offrire. Bisogna dunque con tranquillità affermare che sul problema del libero arbitrio continuano a dare una plausibile soluzione le argomentazioni di <strong>Spinoza</strong> e di <strong>Schopenhauer</strong>. Queste sì capaci di togliere fondamento all’illusione del libero arbitrio.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 83 &#8211; Novembre 2011</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:13:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La voce umana è una straordinaria funzione della corporeità vivente, capace di modulare suoni, emozioni, significati, giudizi, concezioni del mondo, desideri. Essa «ci presenta al nostro interlocutore, che può dedurne facilmente il sesso e attribuirci altre caratteristiche come un’età anagrafica, il livello culturale, lo stato emotivo e tratti personali come il livello di sicurezza o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/MC_83.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9418" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_83" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/MC_83.jpg" alt="" width="200" height="257" /></a>La <strong>voce</strong> umana è una straordinaria funzione della corporeità vivente, capace di modulare suoni, emozioni, significati, giudizi, concezioni del mondo, desideri. Essa «ci presenta al nostro interlocutore, che può dedurne facilmente il sesso e attribuirci altre caratteristiche come un’età anagrafica, il livello culturale, lo stato emotivo e tratti personali come il livello di sicurezza o insicurezza» (P.E.Cicerone, p. 86).  E se accade di sentire la nostra propria voce registrata ci stupiamo e ci chiediamo se davvero sia nostra, «perché quando ci ascoltiamo la percepiamo dall’interno, e quindi diversa da come la sentono gli altri» (Id., 89).<br />
Anche i <strong>sogni</strong> vengono dal profondo della corporeità e da millenni resistono al tentativo di comprenderne davvero dinamica e funzione. Credo che abbia sostanzialmente ragione la teoria neurobiologica denominata «“ipotesi di attivazione-sintesi”, secondo cui i sogni non significano nulla: sono semplici impulsi elettrici cerebrali che estraggono a caso pensieri e immagini dalla nostra memoria e che organizziamo in storie al nostro risveglio nel naturale tentativo di dar loro un senso» (S.van der Linden, 102). Questa loro insignificanza non contrasta comunque con il fatto che i sogni svolgano una importantissima funzione di <em>difesa</em> attraverso la costruzione di possibili scenari diurni, di <em>rafforzamento</em> della memoria del vissuto, di <em>elaborazione</em> delle emozioni che ci scuotono. Ma, naturalmente, nulla profetizzano e a nulla si riferiscono al di là del corpomente.<br />
Da dentro deriva quella tristezza di fondo ma spesso creativa che Aristotele chiamava <strong>malinconia</strong> (e non “depressione”, come afferma S.Carson, 43), che si può attenuare con i sali di litio (poiché siamo fatti di chimica) ma che rimane difficile da superare del tutto perché -secondo l’esperienza anche personale di Kay Jamison Redfield- «bipolari si nasce, non si diventa» (D. Ovadia, 55). Psicologa che ha subìto e subisce sulla propria carne -sino a vari tentativi di suicidio- la depressione maniacale, Kay Jamison cerca giustamente di sfatare il legame romantico tra genio e follia, affermando che «se la malattia mentale può agire da catalizzatore per l’artista, la creatività esiste a prescindere dalla malattia. E per rendere al massimo, per riuscire a produrre, non si può stare male. […] La produttività, la creatività, sgorgano con la massima forza quando gli opposti si conciliano, quando il buio della depressione e la perdita di controllo legata alla mania si conciliano in un nuovo equilibrio» (<em>Ibidem</em>).<br />
Ma dentro di noi, fitto nella corporeità che siamo, sta soprattutto il <strong>tempo</strong>. Alla lettera. Lo conferma un articolo di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/10/26/news/mente_cervello-633360/" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> dedicato al problema di chi lavora nei turni di notte. Il ritmo circadiano che intesse la vita viene infatti in questi casi stravolto, poiché di luce siamo fatti come di tempo. La luce passa dagli occhi. E tuttavia non sono i coni e i bastoncelli a farci percepire il ritmo temporale bensì altre cellule sensoriali, le cellule gangliari retiniche che contengono la <strong>melanopsina</strong>, la quale regola l&#8217;orologio interno.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Appena la luce di una determinata lunghezza d’onda colpisce le cellule gangliari retiniche, queste, attraverso il nervo ottico, inviano segnali al cervello verso un fascio di neuroni grande come un chicco di riso e contenente circa 10.000 cellule per ogni emisfero. Questo gruppo di neuroni si trova, da entrambi i lati, sopra l’incrocio tra il nervo ottico destro e il nervo ottico sinistro -chiasma ottico- e viene chiamato nucleo soprachiasmatico o NSC. Il NSC, a sua volta, “comunica l&#8217;orario” a tutte le cellule del corpo, per mezzo di impulsi nervosi e di neurotrasmettitori immessi nel circolo sanguigno. È così che, proprio come un grande orologio che governa l&#8217;organismo, regola i processi biologici di tessuti e organi&#8221;. (T.Kantermann, 76)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il NSC intensifica di giorno la propria attività, riducendo in questo modo la quantità di melatonina (l’ormone del sonno) presente nel sangue. È così che viviamo. L’orologio che siamo si fa svegliare chimicamente dalla luce percepita e decodificata dalla melanopsina. La <strong>luce</strong> diventa così subito tempo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il nostro orologio interno può essere paragonato a un’altalena per bambini che viene spinta continuamente. A seconda del punto di oscillazione in cui riceve la spinta, l’altalena accelera, rallenta o continua a oscillare nello stesso modo. Nel caso del nostro orologio interno, la spinta corrisponde alla luce: a seconda dell’orario in cui entra in gioco la luce, l’orologio si sposta in avanti, indietro o continua a battere il tempo come sempre. (Id., 77)</p>
</blockquote>
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		<title>Mente &amp; cervello 82 – Ottobre 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 15:01:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/MC_82.jpg"><img class="size-medium wp-image-9157 alignright" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_82" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/MC_82-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" /></a>Hans-Georg Gadamer, 102. Bertrand Russell, 98. Ernst Jünger, 103. Karl Popper, 92. Sono gli anni di vita di alcuni filosofi del Novecento. Una bella età, vero? È soltanto una piccola conferma empirica di quanto l’<strong>epidemiologia cognitiva</strong> va scoprendo con «risultati inequivocabili: più bassa è l’intelligenza di una persona, misurata secondo i test, e maggiore è il rischio che questa corre di avere una vita breve, di andare incontro a disturbi sia fisici che mentali in tarda età e di morire a causa di malattie cardiovascolari, suicidio o incidente» (I.J.Deary, A.Weiss, G.D.Batty, p. 28). Certo, si potrebbero fare altrettanti nomi di personaggi intelligentissimi morti piuttosto giovani. E dunque «forse non è essere intelligenti il fattore chiave per vivere a lungo; l’aspetto cruciale potrebbe essere agire e prendere decisioni da persona intelligente» (Id., 33), come -ad esempio- non fumare, evitare di dare troppa importanza a quanto ci succede, guardarsi dalle passioni distruttive.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-9155"></span>Dell’intelligenza umana è parte assolutamente centrale la parola. Il linguaggio è davvero l’acquario nel quale noi, pesci parlanti, nuotiamo per l’intera esistenza. «Il mondo del felice è un altro che quello dell’infelice» (L. Wittgenstein, <em>Tractatus logico-philosophicus</em>, trad. di A.G. Conte, Einaudi 1980, prop. 6.43, p. 80). Perché? Una ragione sta nel fatto che tutto ciò che si vive, compreso il dolore e la gioia, lo si vive in maniera linguistica, lo si pensa in termini che hanno un significato. «<em>I limiti del mio linguaggio</em> significano i limiti del mio mondo» (Ivi, prop. 5.6, p. 63) e dunque gli eventi assumono la loro valenza più profonda in relazione non soltanto a come accadono ma anche a come li penso e li dico. Perché «tutto si risolve in un cervello che cerca senso nelle cose, anche dove non esiste» (P. Garzia, recensione a <em>La bella e la bestia: arte e neuroscienze</em>, p. 105). Alla <strong>linguisticità del mondo</strong> <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Ottobre_2011/1349509" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> dedica vari articoli, tutti di carattere empirico e che offrono dunque ampie conferme alla tesi di Wittgenstein, condivisa -in modi diversi- da Heidegger e da Gadamer: «Le persone di lingua madre diversa vivono davvero in mondi concettualmente diversi?». Sì, perché «la madrelingua influenza il nostro modo di pensare» e «quando impariamo una nuova lingua, di fatto ci impadroniamo di un modo nuovo di pensare» (K. Wilhelm, pp. 36, 39 e 40). È assai interessante il fatto che tutto questo sia legato anche alla percezione e rappresentazione spaziotemporale. Mentre infatti chi  -come gli europei- scrive da sinistra a destra si raffigura lo scorrere temporale in modo orizzontale, «i cinesi che parlano la lingua mandarina raffigurano lo scorrere del tempo come un movimento verticale» e se si costringono europei e cinesi a modificare la direzione spaziale «la cosa stravolge anche la loro percezione del tempo» (Id., p. 40).</p>
<p style="text-align: justify;">Si susseguono sempre più le evidenze sperimentali che ampliano l’intelligenza agli <strong>animali non umani</strong>. Al di là del caso mediatico-sportivo del polpo Paul che “indovinò” tutti i pronostici dei mondiali di calcio sudafricani, i cefalopodi mostrano di possedere «capacità di apprendimento, orientamento, comunicazione», che sinora sono stati attribuiti soltanto ai vertebrati (N. Nosengo, p. 60) e persino «le api possono sperimentare qualcosa di simile all’umore» (J. Castro, p. 102).</p>
<p style="text-align: justify;">È o no parte dell’intelligenza il «“pregiudizio illuminista”, cioè l’idea che l’uomo sia un essere razionale e quindi nella sua forma più colta ed evoluta, tenda a rigettare il pensiero metafisico» (D. Ovadia, p. 55)? In realtà si tratta di una tesi metafisica tipica di Comte, giustificata dall’arroganza delle chiese e di molti gruppi religiosi i quali «affermano di voler governare tutti, quindi anche i non credenti, secondo principi ispirati da qualche credo» (Id., p. 56), mentre dove le religioni sanno stare al loro posto -come nei Paesi del Nord Europa- l’ateismo dichiarato e militante è assai meno diffuso. Dichiarato e militante è invece il <strong>fondamentalismo cristiano</strong> in nazioni come l’Italia -dove assume un aspetto istituzionale tramite la chiesa papista- e negli Stati Uniti, Paese nel quale «recentemente la Corte Costituzionale ha persino ribadito l’obbligo di prestare giuramento su un testo sacro di qualsiasi natura quando si partecipa a un processo. Persino sulle nostre banconote c’è scritto “crediamo in Dio”» (<em>Ibidem</em>).<br />
Tra i gruppi cristiani più singolari che operano negli USA ci sono gli anabattisti <strong>Amish</strong>, ai quali l’antropologo Andrea Borella ha dedicato una ricerca sin troppo simpatetica. Intervistato da P.E. Cicerone, Borella cerca infatti di spiegare e difendere le scelte di queste comunità, quali l’indifferenza verso qualsiasi conoscenza scientifica -che nelle loro scuole non viene studiata in alcuna forma-, «il rifiuto degli strumenti musicali, mentre il canto è ammesso […] quella che non è ammessa è l’arte fine a se stessa» (p. 79) e -elemento più noto- la volontà di non utilizzare quasi alcuno strumento tecnologico inventato dopo il Seicento.</p>
<p style="text-align: justify;">Un interessante articolo è, infine, dedicato al <strong>disturbo ossessivo-compulsivo</strong>, che «sembra nascere da un impulso a rivisitare gli stessi pensieri e compiere certe azioni, ancora e ancora» (M. Wenner Moyer, p. 67); l’impulso distruttivo ad “annullare il tempo”, come ha mostrato assai bene Elvio Fachinelli nel suo <em>La freccia ferma</em>.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 81 –  Settembre 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 07:26:20 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/09/MC_81.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8760" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_81" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/09/MC_81-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /></a>Che cos’è un <strong>rito</strong>? Come nasce? Quale funzione svolge? A queste domande cercano di rispondere da tempo discipline quali l’antropologia, l’etnologia, la sociologia della cultura, l’etologia. Un contributo importante può venire anche delle scienze della mente. Il ricco dossier di <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1349034" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> lo dimostra.<br />
«Nella definizione dei rituali -specialmente di quelli che non riguardano la realtà quotidiana- spiccano di solito quattro caratteristiche fondamentali: ruolo del corpo, formalità, modalità e trasformazione» (A. Michaels, p. 54). A essere coinvolto in un rito è sempre l’intero corpomente in modi formalmente stabiliti e rigorosi, con modalità che differenziano lo stesso gesto se compiuto nel quotidiano o se invece inserito in una forma rituale, avendo come obiettivo una trasformazione di condizione interiore o di status comunitario.<br />
I riti di iniziazione e di passaggio, ad esempio, sono tra i più importanti e prevedono tre fasi: di <em>separazione</em> dal luogo o dallo status precedente, <em>liminale</em> di transizione e di abolizione dell’ordine precedente, di <em>integrazione</em> nel nuovo luogo o nella nuova condizione. In generale, un rito fa parte di una ben precisa <em>cultura</em> e solo in quel contesto acquista il suo senso, si struttura in un <em>linguaggio</em> che spesso produce azioni -come quando un funzionario civile o religioso dichiara due persone marito e moglie-, ha una qualità <em>estetica</em> specifica e caratterizzante, segna una <em>interruzione</em> e un rallentamento del consueto flusso temporale attraverso il tempo della festa, del passaggio o del lutto. <span id="more-8757"></span><br />
I riti contribuiscono in modo determinante a legare una comunità -di qualsiasi ampiezza essa sia, dalla famiglia alle grandi religioni universali-, a creare e consolidare l’identità dei gruppi, a controllare e anche a reprimere i comportamenti dei loro membri, a costituire (come ha mostrato fra gli altri Pierre Bourdieu) un enorme capitale simbolico, sociale e culturale che offre sicurezza e che trasmette fiducia nella costanza delle relazioni e nel senso dell’esistere. I riti possono riuscire in questa impresa perché sono fatti di modalità oggettive trasmesse nel tempo -le tradizioni- e di emozioni personali e collettive ogni volta rinnovate.<br />
È per tutte queste ragioni che le forme rituali costituiscono uno dei più evidenti universali della specie umana, «che si riscontra in tutti i tempi e in tutte le culture: riti di passaggio, di purificazione, di guarigione, offerte di sacrifici, rituali che scandiscono la vita quotidiana ma anche i ritmi della politica e del potere» (Id., 52). I riti esprimono certamente la naturale inerzia dei comportamenti e tendono dunque a perpetuarsi sempre uguali a se stessi -basti pensare alle formule religiose, ai sacramenti, ai giuramenti solenni- e tuttavia non sono mai del tutto rigidi e immobili, rimanendo sempre aperti a variazioni che lentamente ne ridisegnano le forme e che soprattutto li tengono sempre in vita.<br />
Arcaismo e trasformazione, rigidità e dinamismo, razionalità ed emozioni, collocazione spaziotemporale e aspirazione all’universale. Se i riti sono così ricchi e complessi è anche perché essi costituiscono uno dei luoghi/momenti nei quali si incontrano sino a fondersi società e psiche, genetica e ambiente. «Perché dunque esistono i rituali? Da un lato le azioni ritualizzate e la loro evoluzione hanno radici molto profonde nella nostra psiche. […] Dall’altro i rituali hanno un’influenza decisiva sulla formazione dei gruppi. […] I rituali non sono quindi soltanto un’eredità dell’evoluzione biologica, ma ne rappresentano uno dei prodotti più pregiati, che costituisce una forza motrice essenziale per l’evoluzione delle società e delle culture umane» (H. Whitehouse, 85). I riti confermano dunque l’ipotesi che siamo costituiti inseparabilmente di <strong>geni</strong> e di <strong>ambiente</strong>, come sostiene anche un libro di John Medina (<em>Naturalmente intelligenti</em>)<em> </em>qui recensito da M. Capocci: «Tuttavia i “semi” che i genitori gettano devono poi avere a che fare con il “terreno”, cioè con i vincoli dei geni. Secondo Medina, le capacità intellettive vanno divise equamente: metà natura e metà cultura» (113).<br />
Negare la <strong>struttura innata </strong><strong>di molti comportamenti umani</strong> è del tutto insensato sia dal punto di vista empirico che da quello logico. Ed è, soprattutto, una forma grave di <strong>antropocentrismo</strong>, presupponendo che la specie umana possa sottrarsi alle determinazioni biologiche che intessono tutti i viventi. Ad esempio, i neonati umani e i pulcini mostrano entrambi una netta preferenza per musiche consonanti. E per quale motivo? «Poiché gli esseri viventi sembrano emettere soprattutto suoni consonanti, mentre i suoni ambientali tendono a essere meno regolari e più dissonanti, è possibile che questa preferenza aiuti i neonati ad avvicinarsi ai genitori o a membri della propria specie» (V.Murelli riferendo le ricerche di Cinzia Chiandetti e Giorgio Vallortigara, 27).<br />
Un impasto di natura e cultura sono anche i pregiudizi, la sessualità, lo sguardo. Su una forma diffusissima e grave di <strong>pregiudizio</strong> si sofferma G.Sabato, rilevando come anche in culture che sino a poco tempo fa avevano attribuito valore a corpi formosi (a volte sino alla grassezza) si diffonda sempre più il tipico pregiudizio occidentale che <em>grasso </em>coincida con <em>brutto</em>. Per quanto riguarda il <strong>sesso</strong>, in un articolo dedicato ai comportamenti ossessivi in questo campo, D.Ovadia ricorda che «l’orgasmo provoca un’attivazione generalizzata di quasi tutto il cervello, una sorta di momentaneo obnubilamento da eccessivo rilascio di neurotrasmettitori», soprattutto la serotonina -che dà benessere e serenità- e gli « oppioidi naturali, sostanze che aumentano il benessere generale e riducono la soglia del dolore» (42-43). Sarà per questo che molte persone vincolate alla castità appaiono spesso tristi e truci? A proposito dello <strong>sguardo</strong>, è stato osservato che anche un semplice manifesto appeso a una parete e rappresentante due occhi che ci guardano attentamente riduce i comportamenti antisociali; «il senso è chiaro: essere in grado di valutare velocemente se c’è un predatore in agguato ha un enorme valore evolutivo, e quindi l’attivazione neurale del sistema di rilevamento di qualcuno che ci guarda è veloce e automatico» (S. van der Linden, 111).<br />
Un testo interessante è dedicato alla <strong>memoria</strong> -in particolare al delicatissimo tema degli interrogatori e delle testimonianze in sede giudiziaria- la quale «è un processo ricostruttivo, nel senso che ciò che viene conservato non coincide con quanto è accaduto, dal momento che il ricordo non viene mai recuperato fedelmente ma sempre ricostruito a partire da uno stato emotivo» (B.F. Carillo, 103). Significativo è, infine, un articolo che si occupa della <strong><em>E-therapy</em></strong>. Nonostante i suoi limiti, sembra infatti che la terapia psicologica a distanza possa essere efficace: «costa meno, è più facile da organizzare, protegge la privacy del paziente, evita la possibilità di abusi fisici o sessuali da parte del terapeuta o del paziente ed è in grado di mettere a disposizione competenze specifiche nel caso di patologie più rare» (R. Epstein, 107). Forse si potrebbero eliminare del tutto gli psicoterapeuti, come anche <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/ELIZA" target="_blank">l’<strong>Eliza</strong> di Joseph Weizenbaum</a> ha in fondo dimostrato  <img src='http://www.biuso.eu/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8-)' class='wp-smiley' /> .</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 80 –  Agosto 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 14:30:34 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/08/MC_80_agosto_2011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8341" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_80_agosto_2011" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/08/MC_80_agosto_2011.jpg" alt="" width="83" height="107" /></a>Schopenhauer</strong> sostiene che «il mondo in cui un uomo vive dipende anzitutto dal suo modo di concepirlo. […] Quando ad esempio degli uomini invidiano altri per gli avvenimenti interessanti in cui si è imbattuta la loro vita, dovrebbero piuttosto invidiarli per la dote interpretativa che ha riempito siffatte vicende del significato, quale si rivela attraverso la loro descrizione» (<em>Parerga e Paralipomena</em>, tomo I, Adelphi 1981,<em> </em>p. 426). La cosiddetta “psicologia positiva” non fa che confermare questa <strong>natura ermeneutica della serenità</strong>, invitando a «imparare a gustare l’esperienza vissuta o a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento che ci ha resi felici» (R. Shankland e L. Bègue, 29). Di fronte all’enigma e alla durezza della vita bisognerebbe evitare sia ogni ottimismo superficiale sia una costante cupezza e praticare invece un ottimismo temperato che ci faccia essere «pessimisti solo per il tempo necessario», anche perché «essere ottimista è un vantaggio: anzitutto gli ottimisti sono in generale più felici della media, anche quando si trovano in situazioni difficili» (M. Forgeard e M. Seligman, 37 e 33). Essendo l’umano un’unità psicosomatica, l’energia con la quale evitiamo di dare un peso troppo angosciante alle difficoltà quotidiane salvaguarda la salute delle nostre cellule.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-8339"></span>Sbagliare, ad esempio, è umano e lo è anche continuare a commettere certi errori, poiché «l’errore non è una ragione per rinunciare. Si tratta invece di una conseguenza naturale di funzioni spirituali, che ci permettono di adattarci in modo più flessibile a un ambiente complesso. Così anche l’ostinata sicurezza ha un proprio valore, perché rafforza la fiducia nelle proprie capacità. E senza questo sentimento non riusciremmo neppure ad attraversare una strada» (A. Gielas, 83). <strong>Energia e disincanto</strong>, autostima e accettazione dei propri limiti non sono affatto in contraddizione e se coniugati ci aiutano a dare un maggiore equilibrio al <strong>nostro Sé</strong>, che è in realtà il «prodotto di una serie distribuita di strutture cerebrali» (U. Herwig, 72), alle quali Antonio Damasio ha dato il nome di proto-sé, sé nucleare e sé autobiografico. Anche Thomas Nagel e Roland Puccetti sostengono che «siamo in effetti l’unione di almeno due io, uno prevalente perché “insediato” nell’emisfero sinistro, funzionalmente responsabile delle capacità linguistiche e quindi “parlante”; l’altro meno appariscente poiché connesso all’emisfero destro, che sovrintende alle capacità geometriche e di visualizzazione e in ultima analisi “muto”» (S. Gozzano, 9). Ipotesi che Julian Jaynes ha formulato e spiegato in maniera profonda e suggestiva nel suo <em>Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza</em> (Adelphi, 2002).</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra identità si esprime in ogni gesto, espressione, postura, manifestazione, parola, decisione. Compreso l’abbigliamento. Numerose esperienze, alcune delle quali anche divertenti e riassunte alle pp.  84-89, hanno ormai dimostrato in modo convincente che l’<strong>abito fa il monaco</strong>, poiché «i vestiti sono ciò che più si nota in una persona, dopo il volto» (N. Guéguen, 89). Il nostro Sé affonda nella terra, nei suoi ritmi e nella sua potenza. E questo è vero alla lettera se si pensa che un comune batterio che vive nel terreno, il <em>Mycobacterium vaccae</em>, se iniettato in malati di cancro migliora il loro umore. La <strong>biofilia</strong> -il legame con la natura- della quale parla Edward O. Wilson è una caratteristica che per fortuna non perderemo mai, dato che l’<em>Homo sapiens</em> è un mammifero di grossa taglia che «necessita del contatto con la natura per mantenersi sano e felice» e questo accade anche e soprattutto dentro gli agglomerati urbani (K. Wilhelm, 92).</p>
<p style="text-align: justify;">Nutrire fiducia, vivere con energia, saper accettare limiti ed errori come qualcosa di fisiologico, essere consapevoli che siamo natura e siamo molteplici potrebbe aiutare non soltanto noi ma anche i nostri discendenti, se è vero che «variazioni di espressione genica che perdurano per l’intera vita […] si trasmettono addirittura alle generazioni successive, come una memoria genetica trasmessa ai figli per prepararli al mondo che li attende» (G. Sabato, 59), quella <strong>memoria genetica</strong> di cui<a href="http://www.vitapensata.eu/2011/04/09/tempo-genetico-e-memoria/" target="_blank"> le ricerche di Vincenzo Di Spazio</a> danno ampia testimonianza.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei maggiori limiti di <em><a href=" http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1348757" target="_blank">Mente &amp; cervello</a></em> è lo stesso di molta neurobiologia: dare per ovvio il valore della sperimentazione sui cosiddetti “animali da laboratorio”. Una formula inaccettabile e la cui insensatezza emerge qualche volta anche in queste pagine. Come nell’affermazione di Giovanni Sabato quando riconosce che «quel che vale nel topo non necessariamente vale per l’essere umano, come sanno i farmacologi» (55). È bene che lo sappiano tutti e che la smettano -farmacologi, neurobiologi, psicologi, medici- di torturare gli altri animali.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 79 &#8211; Luglio 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 13:41:06 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/07/MC_79.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-8281" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_79" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/07/MC_79.gif" alt="" width="83" height="107" /></a>La relazione che intercorre tra il <strong>cervello</strong> umano e il <strong>linguaggio</strong> è uno degli eventi più affascinanti e complessi della natura. Infatti «la nostra capacità di svolgere compiti come quello di individuare il significato di una parola ambigua è frutto di milioni di anni di evoluzione», tanto da rendere la struttura del linguaggio «misteriosa persino per noi esseri umani, che pure ne padroneggiamo l’uso» (J.K. Hartshorne, p. 68). È anche per questo che ogni tentativo di realizzare <strong>robot</strong> dotati di parola, delle intelligenze artificiali capaci di parlare, è sempre miseramente naufragato. A metà del Novecento <strong>Alan Turing</strong> e dopo di lui altri studiosi pronosticarono che entro pochi anni il linguaggio dei robot sarebbe stato indistinguibile da quello degli umani. Ma «in realtà stiamo ancora aspettando. […] Un robot veramente dotato della facoltà della parola non sembra essere più vicino a realizzarsi rispetto ad altre fantasie tecnologiche tipiche del secolo scorso, come le città sottomarine o le colonie marziane» (Ivi, 66).<br />
<span id="more-8279"></span>Ancora una volta, il cervello immerso nel mondo si rivela un organo enigmatico e aperto a sempre nuove scoperte. Rispetto alla classica struttura neuroni-assoni-dendriti-sinapsi, «nuove ricerche dimostrano infatti che alcune informazioni aggirano del tutto i neuroni, fluendo senza generare elettricità in rete di cellule, la cosiddetta glia» (R.F. Field, 90). Le <strong>cellule gliali</strong> costituiscono l’85% del cervello, rispetto al solo 15% rappresentato dai neuroni.</p>
<p style="text-align: justify;">L’interazione tra il cervello, l’intera corporeità e il mondo crea la nostra esperienza cosciente, le azioni, le opere, le credenze. E genera anche strumenti di difesa che a volte si trasformano in atteggiamenti, comportamenti, pensieri negativi o addirittura criminali. Alcune ricerche sulle scimmie rhesus sembrano, ad esempio, dimostrare le radici biologiche del <strong>pregiudizio</strong>, utilizzato come strumento di consolidamento del gruppo al quale si appartiene. E «dato che gran parte dei conflitti attuali ha origine dallo scontro tra gruppi sociali, impegnarsi per capire come ridurre i nostri pregiudizi è importante. Tuttavia, il nostro passato evolutivo suggerisce che per riuscirci serve un approccio diverso, il quale, tenendo conto di quanto sono radicati profondamente i pregiudizi nel nostro cervello, lavori in armonia con le nostre tendenze naturali, anziché contro di esse» (D. Grewal, 103).</p>
<p style="text-align: justify;">Tra gli altri argomenti del <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1348414" target="_blank">numero di luglio 2011 di <em>Mente &amp; cervello</em></a>, è interessante una ricerca sull’ “intelligenza dei molti” come <strong>intelligenza statistica</strong> che consente -in condizioni comunque molto precise e circoscritte- a un gruppo sufficientemente elevato di persone di prendere le decisioni più corrette anche se ciascuno dei soggetti rimane molto lontano dalle risposte giuste. Un’approfondita analisi è dedicata al problema della <strong>dipendenza dal fumo</strong> -«a ogni boccata, un fumatore inala oltre 3000 sostanze, di cui almeno 30 cancerogene» (E. Gromane C. Schweinzer, 50)- per la cui soluzione «molti studi indicano che le maggiori possibilità di successo sono offerte dalla combinazione di farmaci e terapia comportamentale» (Ivi, 48). A conferma della convergenza tra fattori cerebrali e mentali dalla quale sono partito.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 78 – Giugno 2011</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jun 2011 08:38:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tutto ciò che colpisce il cervello ci distrugge. Ogni ricordo, emozione, sentimento, concetto, tratto della personalità ha una corrispondenza puntuale nelle diverse, articolate e complesse aree che compongono l’encefalo. Il morbo di Alzheimer cancellando i neuroni dissolve le capacità cognitive della persona. Una malattia analoga e però meno nota è la demenza frontotemporale (FTD), che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/06/M6ìC_78_giugno_2011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8050" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M6ì&amp;C_78_giugno_2011" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/06/M6ìC_78_giugno_2011.jpg" alt="" width="83" height="107" /></a>Tutto ciò che colpisce il cervello ci distrugge. Ogni ricordo, emozione, sentimento, concetto, tratto della personalità ha una corrispondenza puntuale nelle diverse, articolate e complesse aree che compongono l’encefalo. Il morbo di Alzheimer cancellando i neuroni dissolve le capacità cognitive della persona. Una malattia analoga e però meno nota è la <strong>demenza frontotemporale</strong> (FTD), che all’Alzheimer somiglia ma colpisce prima e riguarda più gli aspetti emotivi e sociali della vita che quelli mnestici. «Vedere qualcuno perdere le proprie emozioni è ancora più duro che assistere al crollo delle capacità cognitive di una persona. “Il fatto che qualcuno che amiamo ci riconosce ancora ma non mostra più interesse per noi sembra ferirci molto di più”. È un tipo di rifiuto che non ci rende tristi. “Ci rende furiosi”» (I. Chen, pp. 84-85).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corpo tutto si radica, tutto accade, tutto si fa parola, comunicazione, silenzio. Le azioni e i pensieri, i gesti pubblici e il flusso interiore, le convenzioni sociali e le tecnologie (come la scrittura) sono elementi convergenti a spiegare il nostro vivere. Infatti, anche una dimensione così fondamentale e così apparentemente astratta «come il concetto di tempo si basa sulle sensazioni e azioni del corpo» (M. Cattaneo, 3); lo confermano alcuni fatti scoperti da Lynden Miles e dai suoi colleghi: «ripensare al passato fa inclinare le persone di un paio di millimetri all’indietro, mentre pensare al futuro le fa inclinare impercettibilmente in avanti. Altre ricerche rivelano che gli esseri umani pensano al tempo come se occupasse fisicamente un posto nello spazio, con il passato a sinistra e il futuro a destra, in coerenza con il fatto che, nelle culture occidentali, la scrittura procede da sinistra a destra» (S. Carpenter, 47). Ciò che siamo soliti definire <strong>concreto</strong> e <strong>astratto</strong> è una medesima realtà unitaria, la quale si esprime in diverse forme. Le metafore che utilizziamo ogni momento costituiscono il segnale forse più evidente di tale unità:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Come mai <em>alziamo</em> reverenti lo sguardo a coloro che rispettiamo, ci <em>abbassiamo</em> al livello di coloro che disdegniamo e pensiamo con <em>calore</em> a quelli cui vogliamo bene? Per quale ragione nascondiamo i nostri <em>sporchi</em> segreti e ci <em>laviamo</em> le mani di quel che ci preoccupa? Perché <em>ponderiamo </em>le più <em>gravi </em>questioni e ci sentiamo <em>sollevati</em> da un <em>peso</em> quando prendiamo una decisione? Per quale motivo ci voltiamo <em>indietro</em> a considerare il passato che abbiamo alle <em>spalle</em>, e procediamo in <em>avanti</em> verso il futuro? (Id., 43).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Tutto accade nella mente, come già sapeva Aristotele (<em>De anima</em>, III, 431b) e come confermano gli studi sulla <strong>percezione visiva</strong>: «Quello a cui assistiamo è, in realtà, un capolavoro del cervello. Nel mondo fisico, infatti, non esistono colori, ma soltanto emissioni elettromagnetiche di una data lunghezza d’onda» (T. Grüter, 97). La distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno affonda nelle strutture neurologiche profonde, poiché «il mondo come noi lo conosciamo viene costruito nel cervello, gli occhi forniscono soltanto i dati grezzi» (Id., 100).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1348151" target="_blank">questo numero di </a><em><a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1348151" target="_blank">Mente &amp; cervello</a></em> si occupa della prossima edizione, la V, del <strong>DSM</strong> (<em>Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders</em>) che uscirà nel 2013. Ebbene, tra le novità previste c’è la cancellazione dall’elenco delle malattie mentali del “disturbo di personalità narcisistico”. Non tutti gli psichiatri condividono tale decisione ma questo conferma che la malattia mentale è <em>anche</em> un fatto costruito,  una struttura sociale, qualcosa quindi che accade sì nel cervello e nel corpo ma anche nel tempo e nell’ambiente.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 77 &#8211; Maggio 2011</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 13:16:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il corpo è anche la relazione con lo spazio, la struttura prossemica che segna le diverse distanze alle quali permettiamo agli altri di incontrarci, la «bolla virtuale che circonda ciascuno di noi e dove la gente non penetra abitualmente, salvo per gesti sociali ammessi, come la stretta di mano» (N. Guéguen, p. 27). Penetrare con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/05/M§C_77.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7785" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M§C_77" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/05/M§C_77.jpg" alt="" width="83" height="107" /></a>Il <strong>corpo</strong> è anche la relazione con lo spazio, la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Prossemica" target="_blank">struttura prossemica</a> che segna le diverse distanze alle quali permettiamo agli altri di incontrarci, la «bolla virtuale che circonda ciascuno di noi e dove la gente non penetra abitualmente, salvo per gesti sociali ammessi, come la stretta di mano» (N. Guéguen, p. 27). Penetrare con maggiore o minore facilità nello spazio altrui, permettere che altri entrino nel nostro o proibirlo è una delle manifestazioni più chiare -perché in gran parte involontarie- della “<strong>dominanza</strong>”, di quel legame di ciascuno con ogni altro umano fatto anche di autorità e che sembra davvero non risparmiare «né le relazioni tra amici né quelle tra familiari o di coppia» (Id., 28).<br />
La “chimica del maschio dominante”, alla quale <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1347606" target="_blank">questo numero di </a><em><a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1347606" target="_blank">Mente &amp; cervello</a></em> dedica alcuni articoli, arriva al parossismo storico nel potere totalitario esercitato da alcuni gruppi, come quello nazionalsocialista. Della personalità di <strong>Hermann Goering</strong> si occupa lo psichiatra Douglas Kelley con il resoconto degli incontri che ebbe col vice di Hitler e Maresciallo del Reich, prima e durante il processo di Norimberga. Le conclusioni a cui Kelley pervenne furono che «Goering e i suoi accoliti fossero persone comuni, e che le loro personalità “potevano ripetersi oggi in qualsiasi paese del mondo”» (J. El-Hai, 53). Questo conferma che spiegare il nazionalsocialismo o qualsiasi altro fenomeno politico con la categoria della “pazzia” è del tutto privo di senso. Gli eventi storici hanno cause economiche, sociali, antropologiche e nessuna interpretazione soltanto psicologica e privata può darne conto.<br />
La tristezza della storia collettiva ha il suo riflesso in quella delle vite individuali. Anche per questo la medicalizzazione della tristezza sotto il nome di “<strong>depressione</strong>” è in gran parte scorretta e frutto degli interessi delle case farmaceutiche e di alcuni psichiatri, come documenta il libro di Gary Greenberg dedicato alla <em>Storia segreta del male oscuro</em>, recensito da M. Capocci (pp. 104-105). Ai «problemi difficili della vita» si può rispondere, certo, <em>anche</em> con dei farmaci -visto che siamo chimica che cammina- ma soprattutto con quell’«esercizio della saggezza» che aiuti a «fare pace con il proprio passato e a proiettarsi verso il futuro» (K. Baumann e M. Linden, pp. 84-89), visto che siamo tempo che cammina.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 76 – Aprile 2011</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2011 13:13:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il corpo è il luogo del potere, della memoria, delle passioni, dei significati. Ipermnesia e amnesia costituiscono forme patologiche dell’identità di un umano, che consiste nel ricordare e nel dimenticare, inseparabili. Il sonno, la cui funzione è rimasta per secoli un enigma, è necessario per selezionare e consolidare nel cervello le informazioni ricevute e le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/04/MC_76_aprile_2011.jpg"><img class="size-full wp-image-7480 aligncenter" title="M&amp;C_76_aprile_2011" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/04/MC_76_aprile_2011.jpg" alt="" width="83" height="104" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>corpo</strong> è il luogo del potere, della memoria, delle passioni, dei significati. Ipermnesia e amnesia costituiscono forme patologiche dell’identità di un umano, che consiste nel ricordare e nel dimenticare, inseparabili. Il <strong>sonno</strong>, la cui funzione è rimasta per secoli un enigma, è necessario per selezionare e consolidare nel cervello le informazioni ricevute e le esperienze vissute durante la veglia. Nessuna parte, sezione, area dell’encefalo conserva ricordi come un cassetto conserva dei documenti. L’ippocampo, la struttura cerebrale senza la quale si perde la memoria, costituisce «non la fonte o il magazzino della memoria, ma un mediatore essenziale per la sua formazione» (A.J. Greene, p. 61), «una stazione di passaggio per la conservazione dei ricordi a lungo termine» (Suzanne Corkin, intervistata da D. Ovadia, 45).<br />
<span id="more-7478"></span>La <strong>memoria</strong> non è una struttura ma è un processo distribuito in tutto il cervello e al di là di esso, nelle situazioni, nei contesti, negli oggetti la cui percezione riattiva la fotografia neuronale di ciò che una volta è stato percepito e vissuto: «quando ricordiamo un evento nella nostra mente si riattiva la rete di neuroni che si era formata durante la registrazione di quel momento, permettendoci di viverlo nuovamente. Ricordare, perciò, è rivivere» (Greene, 61). Una vita che è tale perché i ricordi sono pregni di significati. Dimenticare non significa rimuovere dei contenuti ma scollegare i nessi semantici tra di essi. «Ciò che viene perso nell’amnesia è dunque la capacità di collegare le cose e di attribuire loro un significato. Per una mente incapace di stabilire collegamenti, ogni istante è un evento isolato privo di continuità, ogni pensiero è slegato dagli altri, ogni insegnamento è privo di importanza, ogni persona è un estraneo, ogni evento è inaspettato» (Id., 63).</p>
<p style="text-align: justify;">La memoria è fatta di passioni, attese, traumi, speranze. Non ricordiamo i primi anni di vita, meno ancora il tempo fetale e tuttavia sembra che molta parte del carattere si formi ancor prima di venire alla luce, «le influenze esterne sul feto derivanti dall’alimentazione, la salute generale e il livello di stress della madre possono alterare lo sviluppo neurologico del nascituro» sino a «gettare nuova luce sulle cause che renderebbero alcune persone più inclini alla depressione o ad altre psicopatologie» (E. Musumeci, 23).<br />
Nei primi anni di vita -e, ancora una volta, dal terribile rapporto di un mammifero con la <strong>madre</strong>- si formano anche gli <strong>stili di legame affettivo</strong>, che Amir Levine e Rachel Heller hanno distinto in tre tipologie: sicuro, insicuro ansioso e insicuro evitante. Le prime «si sentono a proprio agio nell’intimità e sono generalmente calde e affettuose. Le persone ansiose bramano l’intimità, sono spesso preoccupate rispetto alle loro relazioni e tendono a dubitare della capacità del partner di ricambiare il loro amore. I soggetti evitanti fanno coincidere l’intimità con una perdita di indipendenza e cercano costantemente di ridurre al minimo la vicinanza» (70). I due studiosi offrono anche dei consigli per capire se l’incompatibilità negli stili di legame affettivo può creare delle relazioni senza futuro o se è possibile intervenire. Il dramma è, infatti, che «stili di attaccamento non compatibili possono causare una buona dose di infelicità in un rapporto anche quando due persone si amano profondamente» (73). Una bella formula è la seguente: «se desideri prendere la strada che porta all’indipendenza e alla felicità, trova la persona giusta da cui dipendere e poi percorrila insieme a lei» (72).<br />
La relazionalità, in particolare quella di coppia, è il punto nel quale di condensano carattere, ricordi, desideri. È il processo che accadendo plasma, trasforma, esalta o schianta l’entità temporale che siamo. E questo perché «il nostro cervello si è evoluto non solo per apprendere e ricordare, ma anche per gestire le relazioni: passate, presenti e future» (Greene, 63-64).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">[<a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1347214 " target="_blank">Indice del numero di aprile 2011 di </a><em><a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1347214 " target="_blank">Mente &amp; cervello</a></em><span style="font-size: 15.6px;">]</span></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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