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	<title>agb &#187; Mente &amp; cervello</title>
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		<title>Mente &amp; cervello 88 – Aprile 2012</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 16:53:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È spontaneo, facile, quasi istintivo scorgere negli oggetti e nelle situazioni più diverse dei volti o dei profili umani: montagne, fette di pane, rocce, liquidi e tanto altro, diventano facilmente occhi, naso, bocca. La ragione è evidente: «I volti sono indispensabili per la nostra sopravvivenza […], una buona parte del cervello è dedicata a individuare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/04/MC_88.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10613" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Printed from aghirardi" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/04/MC_88.jpg" alt="" width="186" height="234" /></a>È spontaneo, facile, quasi istintivo scorgere negli oggetti e nelle situazioni più diverse <strong>dei volti o dei profili umani</strong>: montagne, fette di pane, rocce, liquidi e tanto altro, diventano facilmente occhi, naso, bocca. La ragione è evidente: «I volti sono indispensabili per la nostra sopravvivenza […], una buona parte del cervello è dedicata a individuare e riconoscere facce. […] Non essere in grado di notare un ghigno poco amichevole, ci potrebbe mettere in grave pericolo» (R. Wiseman, p. 80). Qui sta anche la radice della miriade di credenze nel <strong>paranormale</strong>, la facilità con la quale suoni, forme, immagini vengono attribuiti a entità e a potenze misteriose. Siamo infatti «progettati per credere» (questo è il titolo dell’articolo di Wiseman) «ma lo stesso meccanismo che ci permette di arrivare rapidamente a conclusioni esatte a partire da pochi dati può anche generare falsi positivi, o persino portarci completamente fuori controllo» (Id., 77).<br />
<span id="more-10610"></span>Il corpomente non è affatto passivo, è chiaro, ma è invece un vero e proprio facitore di mondo. Non c’è alcuna implicazione idealistica e tantomeno solipsistica o irrazionale nel celebre esperimento mentale quantistico «del “gatto di Schrödinger” che, chiuso in una scatola e invisibile al mondo, è teoricamente sia vivo sia morto, finché un osservatore esterno non contribuisce, con la sua sola presenza, a farlo precipitare in uno stato di decoerenza, decretandone la vita o la morte nella realtà» (D. Ovadia, 68). La ricerca sulla <em>quantum mind</em>, la spiegazione quantistica della coscienza, è uno degli ambiti scientifici più fascinosi, fecondi e dagli sviluppi potenzialmente enormi. Come afferma Giuseppe Vitiello, fisico dell’Università di Salerno, «la coscienza non è un fenomeno quantitativo: non esiste un numero al di sopra del quale posso dire che una persona è cosciente e al di sotto del quale faccio diagnosi di incoscienza. La coscienza è un fenomeno qualitativo. Come posso misurare la qualità? Posso farlo sostituendo i quanti con i qualia, che rappresentano l’unità qualitativa dell’esperienza cosciente» (Id.,70). L’ipotesi a questo proposito più articolata è probabilmente quella di <strong>Penrose-Hameroff</strong>, esposta ne <em>La mente nuova dell’imperatore</em> (Rizzoli, 1992), che qui viene così riassunta:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Questo tipo di “attività quantistica” avviene nel cervello a livello dei microtubuli, strutture che hanno la funzione di sostenere la cellula, come uno scheletro, e trasportare al suo interno i neurotrasmettitori. I microtubuli sono composti da una proteina, la tubulina, che contiene alcuni elettroni delocalizzati. Sono questi che, sempre secondo Hameroff e il suo complesso modello matematico, governano i fenomeni quantistici all’interno della singola cellula, fenomeni che possono propagarsi in tutto il cervello attraverso le giunzioni tra neuroni, dando luogo a una manifestazione quantistica su vasta scala in una determinata area del cervello. Da questa emergerebbe l’esperienza cosciente, profondamente ancorata nella geometria dello spazio-tempo (e quindi da noi percepita come reale). Esisterebbe anche un marcatore di questa attività cosciente: le onde theta, già considerate dai neurofisiologi come segnale di attività cerebrale consapevole e registrabili con un normale elettroencefalogramma. Esse sarebbero, in sostanza, l’impronta dell’attività quantistica del cervello. (Id., 71-73)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente si tratta di ipotesi ma credo che soltanto proposte teoriche così complesse possano contribuire a «capire come quel “silenzioso e grigio contenitore di molecole senza odori, sapori e temperatura, di atomi e di campi elettromagnetici in vibrazione” che è la realtà, diventi il “luogo pieno di rumori, colori e odori in cui il cervello ci fa vivere”», come scrive G. Sabato (pp. 104-105) recensendo un importante libro di Arnaldo Benini dedicato alla <em>Coscienza imperfetta</em> (Garzanti, 2012). <strong>Ciò che chiamiamo </strong><em>realtà</em><strong> è davvero un coacervo di atomi e di molecole, al quale una qualche mente cosciente -non necessariamente e solo quella umana- dà ordine, costruzione, significato.</strong> Con buona pace di qualunque <em>realismo</em>, vecchio o nuovo, ingenuo o sofisticato.<br />
Tra gli altri argomenti di <a href=" http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2012/03/26/news/aprile_2012-914326/ " target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em></a> segnalo un rigoroso ma chiaro articolo dedicato al <strong>morbo di Alzheimer</strong> -alle sue basi genetiche, cause ambientali, complessità clinica- nel quale si ammettono i grandi <strong>limiti</strong> (a mio parere la totale insostenibilità procedurale) <strong>della sperimentazione sugli altri animali</strong>. Anche a proposito delle ricerche sull’Alzheimer «c’è un copione che si è ripetuto spesso. Si individua una molecola chiave nel meccanismo della malattia. Si trovano farmaci in grado di interferire con questa molecola. Nei primi studi sugli animali il farmaco promette bene. Si passa quindi fiduciosi alla sperimentazione sull’uomo. Che fallisce» (G. Sabato, 96).<br />
Infine, un altro libro sulle cui tesi molti educatori dovrebbero riflettere: <em>Riscoprire l’autorità</em>, di Gino Aldi (Edizioni Enea, 2011). L’autore concorda con quanto anni fa sostenne <strong>Giuliana Ukmar</strong> nel suo <em>Se mi vuoi bene, dimmi di no</em> (Franco Angeli, 2003) e che ancor prima aveva affermato con chiarezza <strong>Maria Montessori</strong>, la quale era convinta che «lasciar fare quello che vuole al bambino che non ha sviluppato la volontà è tradire il senso di libertà» (cit. da C. Sgheri, 105). Gino Aldi scrive che</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«lasciar correre è più facile che porre dei limiti e dei contenimenti, dire sì e accontentare il bambino o il ragazzo nell’immediato è più facile, non crea conflitto, ma alla lunga nasce nel cuore dell’educando la sensazione di essere abbandonato a se stesso, di essere solo, senza una guida sicura, il che nel tempo porta a sviluppare un senso di frustrazione e rabbia molto più grande di quella che poteva essere prodotta da un semplice no». Ed è proprio nella scelta di evitare a tutti i costi il conflitto con i più piccoli -una scelta troppo spesso praticata dagli adulti, genitori o insegnanti che siano- che si cela un pericoloso malinteso del nostro tempo: quello che ci spinge a tenere lontani i bambini da qualsiasi dispiacere o sofferenza. In questo modo però «l’infanzia diventa un’età dell’oro dalla quale è conveniente non uscire mai perché in essa si vive un mondo edulcorato e depurato dal dolore, dalla frustrazione, dai pesi che la vita riserva» (<em>Ibidem</em>).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Chiarissimo, no? Sgheri così continua la sua recensione: «Senza stigmatizzare una generazione di adulti smarriti e sempre più spesso incapaci di assumersi a pieno l’enorme responsabilità dell’educare&#8230;». No, invece, bisogna proprio “stigmatizzare” i troppi genitori che “generano” -appunto- senza aver mai pensato alla responsabilità e alla difficoltà che comporta l’educare dei cuccioli umani alla complessità e alla durezza del vivere; genitori disgustosamente servi dei loro pargoli, la cui tirannia questi ultimi si illudono di poter esportare al di fuori della famiglia e non appena si accorgono che la realtà del mondo è un po’ più cattiva e che i loro genitori li hanno ingannati, cadono -a seconda dei caratteri- nella frustrazione, nella depressione, nella violenza, nell’arroganza; genitori che danno sempre e sistematicamente ragione ai loro figli-studenti contro maestre e professori, i quali devono subire di tutto dai figli/teppisti. Ma anche molti insegnanti hanno le loro responsabilità: vili, demagoghi, ipocriti, pronti a rinunciare al loro ruolo di adulti per non “avere grane” con i ragazzi, con i loro genitori, con i presidi. È così che nasce il figlio/studente/cittadino smidollato e insieme teppista, la cui rappresentazione più strepitosa si trova in un breve racconto di Friedrich Dürrenmatt dal titolo, per l’appunto, <em>Il figlio</em>.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 87 – Marzo 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Mar 2012 15:10:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Bellissime le «istantanee dal cervello» presentate alle pagine 50-55 di questo numero di Mente &#38; cervello. Sembrano davvero delle opere d’arte astratta e forse questo significa che l’arte concettuale è la più autentica forma di realismo, quella mediante la quale la mente umana rappresenta se stessa, la propria capacità di generare mondi, colori, forme. Così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/MC_87_marzo_12.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-10302" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_87_marzo_12" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/MC_87_marzo_12.jpg" alt="" width="190" height="242" /></a>Bellissime le «<strong>istantanee dal cervello</strong>» presentate alle pagine 50-55 di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2012/02/21/news/marzo_2012-863454/" target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em></a>. Sembrano davvero delle opere d’arte astratta e forse questo significa che l’arte concettuale è la più autentica forma di realismo, quella mediante la quale la mente umana rappresenta se stessa, la propria capacità di generare mondi, colori, forme.<br />
Così potente e plasmabile è il cervello da essere continuamente sottoposto a tentativi di controllo e di manipolazione. <strong>L’agone politico, lo spettacolo e la pubblicità</strong> hanno esattamente questo scopo. Un nuovo strumento di dominio è la connessione costante che la Rete permette. Anche per suo tramite «veniamo sottoposti a una pubblicità onnipresente: questa distruttrice delle capacità attenzionali non è altro che un uso metodico, a fini commerciali, di astuti furti di attenzione» (C. André, p. 35). La <strong>dispersione mentale</strong> è uno dei rischi impliciti nel <em>multitasking</em> che caratterizza ormai i comportamenti di molti di noi: «La moltitudine di sollecitazioni rende invece carente la nostra mente: carente di calma, di lentezza, di continuità. Tre nutrimenti vitali per le capacità attenzionali» (Id., 36).<br />
<span id="more-10299"></span>Un’altra forma di violenza linguistica è il <strong>sarcasmo</strong>, compagno feroce dell’ironia. A esso è dedicato un divertente articolo che ne mostra la funzione filogenetica e sociale di sostituto della violenza fisica: «Possiamo sostenere quindi che se da un giorno all’altro scomparisse il sarcasmo dalla faccia della terra ricominceremmo a tirarci i sassi e le lance? “È molto probabile” risponde Casadio» (M. Barberi, 69). La violenza sociale viene giudicata nei tribunali, ai quali la ricerca neurologica sembra offrire un nuovo strumento d’esame: il <strong>neuroimaging</strong> capace di evidenziare «anomalie che potrebbero compromettere la capacità di controllo» (V. Rita, 78). Tra i più entusiasti sostenitori di queste tecniche ci sono Giuseppe Sartori e Pietro Pietrini, le cui perizie hanno contribuito in modo determinante a far ottenere degli sconti di pena in due casi di omicidio. Se ne era accennato anche <a href="http://www.biuso.eu/2011/12/14/mente-cervello-84-–-dicembre-2011/ " target="_blank">in un precedente numero della Rivista </a>e anche questo nuovo articolo conferma tutte le perplessità che tale approccio suscita. L’illusione del libero arbitrio è in realtà una delle testimonianze più chiare e radicali di quell’<strong>antropocentrismo</strong> che un libro di Giorgio Vallortigara, recensito da D. Ovadia, giustamente critica sul fondamento di «due dei concetti base delle neuroscienze moderne: che non esiste una scala gerarchica tra gli esseri viventi (e nemmeno tra i loro cervelli, come dimostrano alcuni esperimenti su polli o pappagalli che mostrano doti inaspettate in particolari compiti cognitivi) e che il cervello non è un organo affidabile e non è stato costruito per darci una fotografia veritiera della realtà: un bel bagno di relativismo per le nostre radicate convinzioni antropocentriche» (105).<br />
Una delle prove più potenti del fatto che la “realtà” è anche un frutto della nostra mente è il <strong>tempo</strong>, il quale è una costruzione insieme psichica, biologica e sociale. Il cervello utilizza una maggiore quantità di energia quando si trova ad affrontare situazioni, problemi, oggetti nuovi. Questo spiega per quale motivo «per i giovani il tempo scorra più lentamente: per loro gran parte delle esperienze sono nuove -e sono quindi registrate in memoria- mentre gli anziani, per cui molte esperienze sono già note e non sono quindi registrate dal cervello, hanno la percezione che il tempo scorra più velocemente. I tempi delle nostre azioni e la percezione del tempo sono dunque in gran parte legati a una dimensione biologica» (A. Oliverio, 18). Anche le rappresentazioni spaziali del tempo, delle quali giustamente <strong>Bergson</strong> e <strong>Heidegger</strong> mostrano l’insufficienza e i rischi, sono radicate nel corpomente: «Le rappresentazioni dello spazio sono infatti fondamentali per raffigurare il tempo. Ci rappresentiamo il tempo “spazializzandolo” tramite artefatti culturali come gli orologi, le clessidre, i calendari. Inoltre descriviamo con i gesti le relazioni temporali e ci affidiamo a parole che indicano lo spazio -davanti, dietro, lungo, corto- per indicare ordine e lunghezza degli eventi» (<em>Ibidem</em>). È anche per questo che è così difficile pervenire a una comprensione del tempo puro. Ma senza tale comprensione non capiremo mai che cosa veramente siamo.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 86 &#8211; Febbraio 2012</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Feb 2012 19:26:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sezione più interessante di questo numero di Mente &#38; cervello è costituita forse dalle due paginette conclusive dedicate alle recensioni. Vi si parla, infatti, di tre libri fra di loro collegati e dedicati rispettivamente alle dipendenze, al piacere e al determinismo genetico. Nel suo L’istinto del piacere, Gene Wallenstein cerca di spiegare come mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/MC_86.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10041" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_86" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/MC_86.jpg" alt="" width="190" height="250" /></a>La sezione più interessante di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2012/01/26/news/febbraio_2012-817342/" target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em></a> è costituita forse dalle due paginette conclusive dedicate alle recensioni. Vi si parla, infatti, di tre libri fra di loro collegati e dedicati rispettivamente alle <strong>dipendenze</strong>, al <strong>piacere</strong> e al <strong>determinismo genetico</strong>. Nel suo <em>L’istinto del piacere</em>, Gene Wallenstein cerca di spiegare come mai «il nostro cervello è disposto a subire sacrifici, persino sofferenze, prefigurandosi un intenso piacere, anche di breve durata, che ne potrà derivare» (P.Garzia, p. 104). Una disponibilità che ha come effetto la possibile dipendenza da innumerevoli fonti di piacere, molte delle quali dannose. «Ciò che indirizza le nostre preferenze in termini di piacere varia, a volte moltissimo, non soltanto nelle diverse fasi della vita ma pure in rapporto all’ambiente. Potente motore evolutivo, il piacere orienta e guida ogni scelta della nostra vita» (Id., p. 105). “In rapporto all’ambiente”, certo, ma anche con una <strong>componente innata</strong> di estrema potenza. È quanto sostiene Dick Swaab -recensito da M.Capocci- in <em>Noi siamo il nostro cervello</em>. Il neurobiologo olandese ritiene infatti che noi diventiamo assai presto ciò che siamo: «È la vita intrauterina a decidere molti aspetti della nostra personalità: scelte sessuali, integrazione familiare, fragilità emotive, schizofrenia, nonché altri tratti più o meno patologici sono dovuti alla chimica che il feto esperisce all’interno del ventre materno, oltre che alla genetica ereditata dai genitori» (104).<br />
Ancora una volta, tuttavia, va superata la sterile contrapposizione tra ambiente e genetica. Gli umani sono degli animali sociali che plasmano il proprio cervello in relazione alla cultura e creano cultura con i neuroni. Alcuni esempi? Il <strong>sesso</strong>: «Per il comportamento sessuale il cervello è essenziale quanto gli organi riproduttivi» (K.Lambert, 41); le <strong>malattie</strong>, comprese le più gravi: «Negare l’esistenza di una relazione fra sistema immunitario e psicologia non è più possibile ai giorni nostri. Sono infatti troppe le prove che l’organizzazione psicologica o gli eventi stressanti possono influire sulla risposta immunitaria. La branca superspecialistica che se ne interessa è la psiconeuroendocrinoimmunologia, un termine complicato che indica soltanto le possibili interrelazioni fra sistema nervoso centrale, equilibri ormonali e sistema immunitario» (L.Tondo, 7); i <strong>sogni</strong>, i quali -al di là delle interpretazioni mitologiche o psicoanalitiche (che, in verità, sono quasi identiche, e anzi quelle freudiane sono ancor più arbitrarie di qualunque mito)- non sarebbero altro «che il pensiero di un cervello che si trova in uno stato biochimico diverso. Infatti le esigenze fisiologiche del sonno alterano il suo funzionamento» (D.Barret, 25-26); il <strong>sonno</strong> stesso -soprattutto quello REM- ha lo scopo psicosomatico di consolidare la memoria.<br />
Ma nell’umano la <strong>chimica</strong> è inseparabile dalla <strong>semantica</strong> e quindi «i nostri comportamenti e perfino le nostre reazioni fisiologiche dipendono in larga misura dall’immagine che abbiamo del mondo, più che dalla realtà stessa», come dimostra M.Barberi in un istruttivo e divertente articolo dedicato al <em>bluff</em> in tutte le sue forme e non soltanto in quelle classiche del poker (51-52). Il titolo, infatti, è «la vita è un bluff», per spiegare il quale serve una vera e propria ermeneutica <em>fisiologica</em> oltre che <em>filosofica</em>.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 85 &#8211; Gennaio 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 11:27:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le leggi fondamentali del design sono semplici. La mente umana sembra preferire infatti oggetti grandi, arrotondati, simmetrici e complessi. Le ragioni sono intuibili e sono di carattere anche evolutivo. Evolutiva è pure la ragione della visione cromatica, che la selezione ha fatto emergere nella nostra specie «perché è utile a individuare efficacemente la frutta nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/MC_85.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9850" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_85" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/MC_85.jpg" alt="" width="200" height="259" /></a>Le leggi fondamentali del <strong>design</strong> sono semplici. La mente umana sembra preferire infatti oggetti grandi, arrotondati, simmetrici e complessi. Le ragioni sono intuibili e sono di carattere anche evolutivo. Evolutiva è pure la ragione della <strong>visione cromatica</strong>, che la selezione ha fatto emergere nella nostra specie «perché è utile a individuare efficacemente la frutta nel folto della foresta» (F.Sgorbissa, p. 61). Non solo: i colori  costituiscono una delle più efficaci espressioni del potere della mente e di una delle sue decisive articolazioni, il linguaggio. Nel dibattito serrato tra culturalisti e biologisti, infatti, alcuni ritengono che «la struttura del linguaggio modifica il modo in cui concettualizziamo gli oggetti del mondo», tanto che persino «i nomi che diamo ai colori alterano il modo in cui li vediamo» (Id., 58). Agli undici (o forse dodici) colori focali di base di molte lingue europee si contrappongono linguaggi nei quali i colori di base sono di numero minore e assumono caratteristiche diverse. Ma credo che anche in questo caso una contrapposizione rigida tra natura e cultura impedisca di comprendere la continuità senza separazione dell’umano e della sua coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla <strong>coscienza</strong> è dedicato il dossier di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/12/27/news/mente_cervello-751263/" target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em>.</a> La coscienza è un’esperienza <strong>percettiva</strong> -forme, colori (appunto), odori-, <strong>cognitiva</strong> -pensieri, nozioni, informazioni-, <strong>fenomenica</strong> -che cosa si prova a essere e a fare qualcosa-, <strong>corporea</strong> -«le competenze cognitive, e anche le capacità coscienti, sono il risultato dell’interazione del nostro corpo con l’ambiente, più che di astratte manipolazioni simboliche di rappresentazioni mentali. […] È dunque dal corpo, anche robotico, che dobbiamo iniziare a cercare gli elementi di base della coscienza» (S.Gozzano, 41). Il fondamento cerebrale della coscienza è indubbio ma esso non è sufficiente a spiegarne la ricchezza: «Studiare la coscienza soltanto sulla base di ciò che si accende o non si accende in un cervello è limitativo: se una teoria della coscienza senza una conferma sperimentale è zoppa, gli esperimenti senza una teoria sottostante sono ciechi» (D.Ovadia, 28).</p>
<p style="text-align: justify;">Fra gli altri temi, di particolare interesse è l’intervista di Ranieri Salvadorini allo psichiatra Corrado De Rosa, autore di un libro sui <em>Medici della camorra</em>. Chiamati come periti di parte, questi psichiatri fanno di tutto per ingannare la magistratura, ottenere ricoveri in ospedale e da lì facilitare la fuga dei camorristi. Si tratta di «un sistema dove quotidianamente si combinano impreparazione clinica, superficialità, mancanza di etica professionale, malafede e paura, con il risultato di favorire le commistioni tra psichiatria e mafie. […] I clan, poi, pagano molto bene. Il loro tariffario prevede anche 10.000 euro per una sola perizia. Lo Stato per quella stessa perizia paga meno di 400 euro lordi» (73-74).</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le recensioni ce n’è una dedicata a <em>Filosofia dell’umorismo</em> di John Morreall<em>. </em>Vi si ricordano le parole pronunciate da <strong>Oscar Wilde</strong> sul letto di morte: «Questa carta da parati è atroce: uno di noi due se ne deve andare» (105). Questa sì che è coscienza della nostra finitudine.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 84 –  Dicembre 2011</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 14:14:15 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/MC_84.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9572" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_84" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/MC_84.jpg" alt="" width="200" height="258" /></a>Nel recensire questa Rivista dedico ogni volta uno spazio consistente a malattie, sindromi, sciagure di vario genere. È forse triste ma anche inevitabile, visto che il corpomente è “na scarfoglia i cipulla”, vale a dire (la definizione è della mia nonna paterna -Giuseppa-, donna davvero straordinaria) una foglia di cipolla, fragile e sottile, pronta dunque a sbriciolarsi. Mi sono ricordato di quella definizione leggendo la risposta che Leonardo Tondo dà a un lettore che delinea un vero e proprio «ritratto di una depressione»; lo psichiatra scrive infatti che «la depressione si infila spesso nei gangli vitali di una persona, e talvolta è difficile mandarla via perché sembra più congeniale alle nostre emozioni della felicità» (p. 7). Ciò vuol dire che c’è qualcosa che ci attira verso il baratro dello star male, che la prospettiva di esser felici ci spaventa a volte più di una condizione di profonda tristezza. Perché? Rispondere a tale domanda significherebbe comprendere una parte consistente dell’enigma umano. E sospetto che la risposta coinvolga anche quel particolare -e distruttivo- sentimento che è il <strong>senso di colpa</strong>, il quale secondo molti psicologi ha degli effetti positivi o addirittura necessari per evitare atti di ferocia e di crudeltà. E tuttavia penso che il senso di colpa debba rimanere sempre a livelli bassissimi poiché alla lunga distrugge le relazioni umane, la serenità, le vite. Una ragione di questa sua pericolosa caratteristica sta nel fatto che la colpa è -in modo solo apparentemente paradossale- «un’emozione narcisistica» in quanto «chi si sente in colpa tende a mettere le proprie azioni al centro del mondo» (P.E. Cicerone, 76), attribuendo sempre a se stesso la responsabilità di ogni male, credendosi insomma onnipotente. Ma non basta: provare sensi di colpa verso qualcuno ci autorizza a detestarlo con il conforto di una buona coscienza. In definitiva nutrire eccessivi sensi di colpa vuol dire essere essenzialmente egoisti. Ecco perché chi -come ad esempio Nietzsche- invita a sbarazzarsi di questa orrida zavorra lo fa anche come atto d’amore verso se stessi e verso gli altri. Se ne deduce che le <strong>religioni</strong> che sul senso di colpa fondano gran parte del loro potere -a partire dall’ebraismo, con la sua storiella di Adamo ed Eva- sono nemiche di ogni concordia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’articolo filosoficamente più interessante di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/11/21/news/dicembre_2011-681801/ " target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em></a> è dedicato a un breve resoconto sulla questione del <strong>libero arbitrio</strong> [il testo si può leggere per intero in inglese sul sito di <em><a href="http://www.nature.com/news/2011/110831/full/477023a.html" target="_blank">Nature</a></em>]. Gli esperimenti neurologici di <strong>Libet</strong> e di <strong>Haynes</strong> hanno mostrato come ancora prima «che il soggetto fosse consapevole di aver preso una decisione il suo cervello aveva già scelto» e che dunque «la consapevolezza di aver preso una decisione potrebbe essere nient’altro che un’appendice biochimica, priva della pur minima influenza sulle azioni della persona» (K.Smith, 96). Il dibattito su queste ricerche è amplissimo e intenso; per farsene un’idea consiglio la lettura di <em>Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il problema del libero arbitrio</em>, a cura di De Caro, Lavazza e Sartori, Codice edizioni, 2010. Qui mi limito a rilevare -con l’autrice dell’articolo- che bisogna prima di tutto mettersi d’accordo su che cosa si intenda con l’espressione <em>libero arbitrio</em>: «Alcuni filosofi lo definiscono come la capacità di prendere decisioni razionali in assenza di coercizione. Altre definizioni lo situano in un contesto di natura cosmica: al momento della decisione, e considerando come dato tutto ciò che è accaduto in passato, sarebbe stato possibile giungere a una decisione diversa. Altri restano legati all’idea che ci sia un’ “anima” di natura non fisica a governare le decisioni» (99). Si aggiunga a questo il problema metodologico che nasce dal fatto che gli esperimenti di Libet, di Haynes e di altri neurologi si riferiscono a situazioni di estrema semplicità: «Premere un pulsante o giocare a un videogioco è ben lontano dal preparare una tazza di tè, candidarsi alla presidenza della Repubblica o commettere un delitto» (100). L’ostacolo più grave al dialogo tra filosofi e neuroscienziati è comunque un altro e consiste nel fatto che questi ultimi si attardano spesso -ed è certo singolare- su una <strong>concezione dualistica dell’umano</strong>. Parlare infatti di una precedenza dell’attività <em>neuronale</em> su quella <em>mentale </em>o viceversa significa rimanere in un ambito nel quale mente e cervello sono distinti; il paradigma cartesiano si mostra così assai più potente e pervasivo di quanto anche i suoi avversari pensino.<br />
La successione cronologica individuata da Libet e Haynes costituisce un importantissimo contributo tecnico sulle dinamiche dell’encefalo ma non può essere assunta a metodo di soluzione  di una questione che va molto oltre la scansione cerebrale e che ha bisogno invece di tutta l’attenzione fenomenologica che soltanto la filosofia può offrire. Bisogna dunque con tranquillità affermare che sul problema del libero arbitrio continuano a dare una plausibile soluzione le argomentazioni di <strong>Spinoza</strong> e di <strong>Schopenhauer</strong>. Queste sì capaci di togliere fondamento all’illusione del libero arbitrio.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 83 &#8211; Novembre 2011</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:13:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La voce umana è una straordinaria funzione della corporeità vivente, capace di modulare suoni, emozioni, significati, giudizi, concezioni del mondo, desideri. Essa «ci presenta al nostro interlocutore, che può dedurne facilmente il sesso e attribuirci altre caratteristiche come un’età anagrafica, il livello culturale, lo stato emotivo e tratti personali come il livello di sicurezza o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/MC_83.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9418" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_83" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/MC_83.jpg" alt="" width="200" height="257" /></a>La <strong>voce</strong> umana è una straordinaria funzione della corporeità vivente, capace di modulare suoni, emozioni, significati, giudizi, concezioni del mondo, desideri. Essa «ci presenta al nostro interlocutore, che può dedurne facilmente il sesso e attribuirci altre caratteristiche come un’età anagrafica, il livello culturale, lo stato emotivo e tratti personali come il livello di sicurezza o insicurezza» (P.E.Cicerone, p. 86).  E se accade di sentire la nostra propria voce registrata ci stupiamo e ci chiediamo se davvero sia nostra, «perché quando ci ascoltiamo la percepiamo dall’interno, e quindi diversa da come la sentono gli altri» (Id., 89).<br />
Anche i <strong>sogni</strong> vengono dal profondo della corporeità e da millenni resistono al tentativo di comprenderne davvero dinamica e funzione. Credo che abbia sostanzialmente ragione la teoria neurobiologica denominata «“ipotesi di attivazione-sintesi”, secondo cui i sogni non significano nulla: sono semplici impulsi elettrici cerebrali che estraggono a caso pensieri e immagini dalla nostra memoria e che organizziamo in storie al nostro risveglio nel naturale tentativo di dar loro un senso» (S.van der Linden, 102). Questa loro insignificanza non contrasta comunque con il fatto che i sogni svolgano una importantissima funzione di <em>difesa</em> attraverso la costruzione di possibili scenari diurni, di <em>rafforzamento</em> della memoria del vissuto, di <em>elaborazione</em> delle emozioni che ci scuotono. Ma, naturalmente, nulla profetizzano e a nulla si riferiscono al di là del corpomente.<br />
Da dentro deriva quella tristezza di fondo ma spesso creativa che Aristotele chiamava <strong>malinconia</strong> (e non “depressione”, come afferma S.Carson, 43), che si può attenuare con i sali di litio (poiché siamo fatti di chimica) ma che rimane difficile da superare del tutto perché -secondo l’esperienza anche personale di Kay Jamison Redfield- «bipolari si nasce, non si diventa» (D. Ovadia, 55). Psicologa che ha subìto e subisce sulla propria carne -sino a vari tentativi di suicidio- la depressione maniacale, Kay Jamison cerca giustamente di sfatare il legame romantico tra genio e follia, affermando che «se la malattia mentale può agire da catalizzatore per l’artista, la creatività esiste a prescindere dalla malattia. E per rendere al massimo, per riuscire a produrre, non si può stare male. […] La produttività, la creatività, sgorgano con la massima forza quando gli opposti si conciliano, quando il buio della depressione e la perdita di controllo legata alla mania si conciliano in un nuovo equilibrio» (<em>Ibidem</em>).<br />
Ma dentro di noi, fitto nella corporeità che siamo, sta soprattutto il <strong>tempo</strong>. Alla lettera. Lo conferma un articolo di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/10/26/news/mente_cervello-633360/" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> dedicato al problema di chi lavora nei turni di notte. Il ritmo circadiano che intesse la vita viene infatti in questi casi stravolto, poiché di luce siamo fatti come di tempo. La luce passa dagli occhi. E tuttavia non sono i coni e i bastoncelli a farci percepire il ritmo temporale bensì altre cellule sensoriali, le cellule gangliari retiniche che contengono la <strong>melanopsina</strong>, la quale regola l&#8217;orologio interno.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Appena la luce di una determinata lunghezza d’onda colpisce le cellule gangliari retiniche, queste, attraverso il nervo ottico, inviano segnali al cervello verso un fascio di neuroni grande come un chicco di riso e contenente circa 10.000 cellule per ogni emisfero. Questo gruppo di neuroni si trova, da entrambi i lati, sopra l’incrocio tra il nervo ottico destro e il nervo ottico sinistro -chiasma ottico- e viene chiamato nucleo soprachiasmatico o NSC. Il NSC, a sua volta, “comunica l&#8217;orario” a tutte le cellule del corpo, per mezzo di impulsi nervosi e di neurotrasmettitori immessi nel circolo sanguigno. È così che, proprio come un grande orologio che governa l&#8217;organismo, regola i processi biologici di tessuti e organi&#8221;. (T.Kantermann, 76)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il NSC intensifica di giorno la propria attività, riducendo in questo modo la quantità di melatonina (l’ormone del sonno) presente nel sangue. È così che viviamo. L’orologio che siamo si fa svegliare chimicamente dalla luce percepita e decodificata dalla melanopsina. La <strong>luce</strong> diventa così subito tempo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il nostro orologio interno può essere paragonato a un’altalena per bambini che viene spinta continuamente. A seconda del punto di oscillazione in cui riceve la spinta, l’altalena accelera, rallenta o continua a oscillare nello stesso modo. Nel caso del nostro orologio interno, la spinta corrisponde alla luce: a seconda dell’orario in cui entra in gioco la luce, l’orologio si sposta in avanti, indietro o continua a battere il tempo come sempre. (Id., 77)</p>
</blockquote>
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		<title>Mente &amp; cervello 82 – Ottobre 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 15:01:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/MC_82.jpg"><img class="size-medium wp-image-9157 alignright" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_82" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/MC_82-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" /></a>Hans-Georg Gadamer, 102. Bertrand Russell, 98. Ernst Jünger, 103. Karl Popper, 92. Sono gli anni di vita di alcuni filosofi del Novecento. Una bella età, vero? È soltanto una piccola conferma empirica di quanto l’<strong>epidemiologia cognitiva</strong> va scoprendo con «risultati inequivocabili: più bassa è l’intelligenza di una persona, misurata secondo i test, e maggiore è il rischio che questa corre di avere una vita breve, di andare incontro a disturbi sia fisici che mentali in tarda età e di morire a causa di malattie cardiovascolari, suicidio o incidente» (I.J.Deary, A.Weiss, G.D.Batty, p. 28). Certo, si potrebbero fare altrettanti nomi di personaggi intelligentissimi morti piuttosto giovani. E dunque «forse non è essere intelligenti il fattore chiave per vivere a lungo; l’aspetto cruciale potrebbe essere agire e prendere decisioni da persona intelligente» (Id., 33), come -ad esempio- non fumare, evitare di dare troppa importanza a quanto ci succede, guardarsi dalle passioni distruttive.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-9155"></span>Dell’intelligenza umana è parte assolutamente centrale la parola. Il linguaggio è davvero l’acquario nel quale noi, pesci parlanti, nuotiamo per l’intera esistenza. «Il mondo del felice è un altro che quello dell’infelice» (L. Wittgenstein, <em>Tractatus logico-philosophicus</em>, trad. di A.G. Conte, Einaudi 1980, prop. 6.43, p. 80). Perché? Una ragione sta nel fatto che tutto ciò che si vive, compreso il dolore e la gioia, lo si vive in maniera linguistica, lo si pensa in termini che hanno un significato. «<em>I limiti del mio linguaggio</em> significano i limiti del mio mondo» (Ivi, prop. 5.6, p. 63) e dunque gli eventi assumono la loro valenza più profonda in relazione non soltanto a come accadono ma anche a come li penso e li dico. Perché «tutto si risolve in un cervello che cerca senso nelle cose, anche dove non esiste» (P. Garzia, recensione a <em>La bella e la bestia: arte e neuroscienze</em>, p. 105). Alla <strong>linguisticità del mondo</strong> <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Ottobre_2011/1349509" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> dedica vari articoli, tutti di carattere empirico e che offrono dunque ampie conferme alla tesi di Wittgenstein, condivisa -in modi diversi- da Heidegger e da Gadamer: «Le persone di lingua madre diversa vivono davvero in mondi concettualmente diversi?». Sì, perché «la madrelingua influenza il nostro modo di pensare» e «quando impariamo una nuova lingua, di fatto ci impadroniamo di un modo nuovo di pensare» (K. Wilhelm, pp. 36, 39 e 40). È assai interessante il fatto che tutto questo sia legato anche alla percezione e rappresentazione spaziotemporale. Mentre infatti chi  -come gli europei- scrive da sinistra a destra si raffigura lo scorrere temporale in modo orizzontale, «i cinesi che parlano la lingua mandarina raffigurano lo scorrere del tempo come un movimento verticale» e se si costringono europei e cinesi a modificare la direzione spaziale «la cosa stravolge anche la loro percezione del tempo» (Id., p. 40).</p>
<p style="text-align: justify;">Si susseguono sempre più le evidenze sperimentali che ampliano l’intelligenza agli <strong>animali non umani</strong>. Al di là del caso mediatico-sportivo del polpo Paul che “indovinò” tutti i pronostici dei mondiali di calcio sudafricani, i cefalopodi mostrano di possedere «capacità di apprendimento, orientamento, comunicazione», che sinora sono stati attribuiti soltanto ai vertebrati (N. Nosengo, p. 60) e persino «le api possono sperimentare qualcosa di simile all’umore» (J. Castro, p. 102).</p>
<p style="text-align: justify;">È o no parte dell’intelligenza il «“pregiudizio illuminista”, cioè l’idea che l’uomo sia un essere razionale e quindi nella sua forma più colta ed evoluta, tenda a rigettare il pensiero metafisico» (D. Ovadia, p. 55)? In realtà si tratta di una tesi metafisica tipica di Comte, giustificata dall’arroganza delle chiese e di molti gruppi religiosi i quali «affermano di voler governare tutti, quindi anche i non credenti, secondo principi ispirati da qualche credo» (Id., p. 56), mentre dove le religioni sanno stare al loro posto -come nei Paesi del Nord Europa- l’ateismo dichiarato e militante è assai meno diffuso. Dichiarato e militante è invece il <strong>fondamentalismo cristiano</strong> in nazioni come l’Italia -dove assume un aspetto istituzionale tramite la chiesa papista- e negli Stati Uniti, Paese nel quale «recentemente la Corte Costituzionale ha persino ribadito l’obbligo di prestare giuramento su un testo sacro di qualsiasi natura quando si partecipa a un processo. Persino sulle nostre banconote c’è scritto “crediamo in Dio”» (<em>Ibidem</em>).<br />
Tra i gruppi cristiani più singolari che operano negli USA ci sono gli anabattisti <strong>Amish</strong>, ai quali l’antropologo Andrea Borella ha dedicato una ricerca sin troppo simpatetica. Intervistato da P.E. Cicerone, Borella cerca infatti di spiegare e difendere le scelte di queste comunità, quali l’indifferenza verso qualsiasi conoscenza scientifica -che nelle loro scuole non viene studiata in alcuna forma-, «il rifiuto degli strumenti musicali, mentre il canto è ammesso […] quella che non è ammessa è l’arte fine a se stessa» (p. 79) e -elemento più noto- la volontà di non utilizzare quasi alcuno strumento tecnologico inventato dopo il Seicento.</p>
<p style="text-align: justify;">Un interessante articolo è, infine, dedicato al <strong>disturbo ossessivo-compulsivo</strong>, che «sembra nascere da un impulso a rivisitare gli stessi pensieri e compiere certe azioni, ancora e ancora» (M. Wenner Moyer, p. 67); l’impulso distruttivo ad “annullare il tempo”, come ha mostrato assai bene Elvio Fachinelli nel suo <em>La freccia ferma</em>.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 81 –  Settembre 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 07:26:20 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/09/MC_81.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8760" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_81" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/09/MC_81-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /></a>Che cos’è un <strong>rito</strong>? Come nasce? Quale funzione svolge? A queste domande cercano di rispondere da tempo discipline quali l’antropologia, l’etnologia, la sociologia della cultura, l’etologia. Un contributo importante può venire anche delle scienze della mente. Il ricco dossier di <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1349034" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> lo dimostra.<br />
«Nella definizione dei rituali -specialmente di quelli che non riguardano la realtà quotidiana- spiccano di solito quattro caratteristiche fondamentali: ruolo del corpo, formalità, modalità e trasformazione» (A. Michaels, p. 54). A essere coinvolto in un rito è sempre l’intero corpomente in modi formalmente stabiliti e rigorosi, con modalità che differenziano lo stesso gesto se compiuto nel quotidiano o se invece inserito in una forma rituale, avendo come obiettivo una trasformazione di condizione interiore o di status comunitario.<br />
I riti di iniziazione e di passaggio, ad esempio, sono tra i più importanti e prevedono tre fasi: di <em>separazione</em> dal luogo o dallo status precedente, <em>liminale</em> di transizione e di abolizione dell’ordine precedente, di <em>integrazione</em> nel nuovo luogo o nella nuova condizione. In generale, un rito fa parte di una ben precisa <em>cultura</em> e solo in quel contesto acquista il suo senso, si struttura in un <em>linguaggio</em> che spesso produce azioni -come quando un funzionario civile o religioso dichiara due persone marito e moglie-, ha una qualità <em>estetica</em> specifica e caratterizzante, segna una <em>interruzione</em> e un rallentamento del consueto flusso temporale attraverso il tempo della festa, del passaggio o del lutto. <span id="more-8757"></span><br />
I riti contribuiscono in modo determinante a legare una comunità -di qualsiasi ampiezza essa sia, dalla famiglia alle grandi religioni universali-, a creare e consolidare l’identità dei gruppi, a controllare e anche a reprimere i comportamenti dei loro membri, a costituire (come ha mostrato fra gli altri Pierre Bourdieu) un enorme capitale simbolico, sociale e culturale che offre sicurezza e che trasmette fiducia nella costanza delle relazioni e nel senso dell’esistere. I riti possono riuscire in questa impresa perché sono fatti di modalità oggettive trasmesse nel tempo -le tradizioni- e di emozioni personali e collettive ogni volta rinnovate.<br />
È per tutte queste ragioni che le forme rituali costituiscono uno dei più evidenti universali della specie umana, «che si riscontra in tutti i tempi e in tutte le culture: riti di passaggio, di purificazione, di guarigione, offerte di sacrifici, rituali che scandiscono la vita quotidiana ma anche i ritmi della politica e del potere» (Id., 52). I riti esprimono certamente la naturale inerzia dei comportamenti e tendono dunque a perpetuarsi sempre uguali a se stessi -basti pensare alle formule religiose, ai sacramenti, ai giuramenti solenni- e tuttavia non sono mai del tutto rigidi e immobili, rimanendo sempre aperti a variazioni che lentamente ne ridisegnano le forme e che soprattutto li tengono sempre in vita.<br />
Arcaismo e trasformazione, rigidità e dinamismo, razionalità ed emozioni, collocazione spaziotemporale e aspirazione all’universale. Se i riti sono così ricchi e complessi è anche perché essi costituiscono uno dei luoghi/momenti nei quali si incontrano sino a fondersi società e psiche, genetica e ambiente. «Perché dunque esistono i rituali? Da un lato le azioni ritualizzate e la loro evoluzione hanno radici molto profonde nella nostra psiche. […] Dall’altro i rituali hanno un’influenza decisiva sulla formazione dei gruppi. […] I rituali non sono quindi soltanto un’eredità dell’evoluzione biologica, ma ne rappresentano uno dei prodotti più pregiati, che costituisce una forza motrice essenziale per l’evoluzione delle società e delle culture umane» (H. Whitehouse, 85). I riti confermano dunque l’ipotesi che siamo costituiti inseparabilmente di <strong>geni</strong> e di <strong>ambiente</strong>, come sostiene anche un libro di John Medina (<em>Naturalmente intelligenti</em>)<em> </em>qui recensito da M. Capocci: «Tuttavia i “semi” che i genitori gettano devono poi avere a che fare con il “terreno”, cioè con i vincoli dei geni. Secondo Medina, le capacità intellettive vanno divise equamente: metà natura e metà cultura» (113).<br />
Negare la <strong>struttura innata </strong><strong>di molti comportamenti umani</strong> è del tutto insensato sia dal punto di vista empirico che da quello logico. Ed è, soprattutto, una forma grave di <strong>antropocentrismo</strong>, presupponendo che la specie umana possa sottrarsi alle determinazioni biologiche che intessono tutti i viventi. Ad esempio, i neonati umani e i pulcini mostrano entrambi una netta preferenza per musiche consonanti. E per quale motivo? «Poiché gli esseri viventi sembrano emettere soprattutto suoni consonanti, mentre i suoni ambientali tendono a essere meno regolari e più dissonanti, è possibile che questa preferenza aiuti i neonati ad avvicinarsi ai genitori o a membri della propria specie» (V.Murelli riferendo le ricerche di Cinzia Chiandetti e Giorgio Vallortigara, 27).<br />
Un impasto di natura e cultura sono anche i pregiudizi, la sessualità, lo sguardo. Su una forma diffusissima e grave di <strong>pregiudizio</strong> si sofferma G.Sabato, rilevando come anche in culture che sino a poco tempo fa avevano attribuito valore a corpi formosi (a volte sino alla grassezza) si diffonda sempre più il tipico pregiudizio occidentale che <em>grasso </em>coincida con <em>brutto</em>. Per quanto riguarda il <strong>sesso</strong>, in un articolo dedicato ai comportamenti ossessivi in questo campo, D.Ovadia ricorda che «l’orgasmo provoca un’attivazione generalizzata di quasi tutto il cervello, una sorta di momentaneo obnubilamento da eccessivo rilascio di neurotrasmettitori», soprattutto la serotonina -che dà benessere e serenità- e gli « oppioidi naturali, sostanze che aumentano il benessere generale e riducono la soglia del dolore» (42-43). Sarà per questo che molte persone vincolate alla castità appaiono spesso tristi e truci? A proposito dello <strong>sguardo</strong>, è stato osservato che anche un semplice manifesto appeso a una parete e rappresentante due occhi che ci guardano attentamente riduce i comportamenti antisociali; «il senso è chiaro: essere in grado di valutare velocemente se c’è un predatore in agguato ha un enorme valore evolutivo, e quindi l’attivazione neurale del sistema di rilevamento di qualcuno che ci guarda è veloce e automatico» (S. van der Linden, 111).<br />
Un testo interessante è dedicato alla <strong>memoria</strong> -in particolare al delicatissimo tema degli interrogatori e delle testimonianze in sede giudiziaria- la quale «è un processo ricostruttivo, nel senso che ciò che viene conservato non coincide con quanto è accaduto, dal momento che il ricordo non viene mai recuperato fedelmente ma sempre ricostruito a partire da uno stato emotivo» (B.F. Carillo, 103). Significativo è, infine, un articolo che si occupa della <strong><em>E-therapy</em></strong>. Nonostante i suoi limiti, sembra infatti che la terapia psicologica a distanza possa essere efficace: «costa meno, è più facile da organizzare, protegge la privacy del paziente, evita la possibilità di abusi fisici o sessuali da parte del terapeuta o del paziente ed è in grado di mettere a disposizione competenze specifiche nel caso di patologie più rare» (R. Epstein, 107). Forse si potrebbero eliminare del tutto gli psicoterapeuti, come anche <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/ELIZA" target="_blank">l’<strong>Eliza</strong> di Joseph Weizenbaum</a> ha in fondo dimostrato  <img src='http://www.biuso.eu/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8-)' class='wp-smiley' /> .</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 80 –  Agosto 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 14:30:34 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/08/MC_80_agosto_2011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8341" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_80_agosto_2011" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/08/MC_80_agosto_2011.jpg" alt="" width="83" height="107" /></a>Schopenhauer</strong> sostiene che «il mondo in cui un uomo vive dipende anzitutto dal suo modo di concepirlo. […] Quando ad esempio degli uomini invidiano altri per gli avvenimenti interessanti in cui si è imbattuta la loro vita, dovrebbero piuttosto invidiarli per la dote interpretativa che ha riempito siffatte vicende del significato, quale si rivela attraverso la loro descrizione» (<em>Parerga e Paralipomena</em>, tomo I, Adelphi 1981,<em> </em>p. 426). La cosiddetta “psicologia positiva” non fa che confermare questa <strong>natura ermeneutica della serenità</strong>, invitando a «imparare a gustare l’esperienza vissuta o a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento che ci ha resi felici» (R. Shankland e L. Bègue, 29). Di fronte all’enigma e alla durezza della vita bisognerebbe evitare sia ogni ottimismo superficiale sia una costante cupezza e praticare invece un ottimismo temperato che ci faccia essere «pessimisti solo per il tempo necessario», anche perché «essere ottimista è un vantaggio: anzitutto gli ottimisti sono in generale più felici della media, anche quando si trovano in situazioni difficili» (M. Forgeard e M. Seligman, 37 e 33). Essendo l’umano un’unità psicosomatica, l’energia con la quale evitiamo di dare un peso troppo angosciante alle difficoltà quotidiane salvaguarda la salute delle nostre cellule.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-8339"></span>Sbagliare, ad esempio, è umano e lo è anche continuare a commettere certi errori, poiché «l’errore non è una ragione per rinunciare. Si tratta invece di una conseguenza naturale di funzioni spirituali, che ci permettono di adattarci in modo più flessibile a un ambiente complesso. Così anche l’ostinata sicurezza ha un proprio valore, perché rafforza la fiducia nelle proprie capacità. E senza questo sentimento non riusciremmo neppure ad attraversare una strada» (A. Gielas, 83). <strong>Energia e disincanto</strong>, autostima e accettazione dei propri limiti non sono affatto in contraddizione e se coniugati ci aiutano a dare un maggiore equilibrio al <strong>nostro Sé</strong>, che è in realtà il «prodotto di una serie distribuita di strutture cerebrali» (U. Herwig, 72), alle quali Antonio Damasio ha dato il nome di proto-sé, sé nucleare e sé autobiografico. Anche Thomas Nagel e Roland Puccetti sostengono che «siamo in effetti l’unione di almeno due io, uno prevalente perché “insediato” nell’emisfero sinistro, funzionalmente responsabile delle capacità linguistiche e quindi “parlante”; l’altro meno appariscente poiché connesso all’emisfero destro, che sovrintende alle capacità geometriche e di visualizzazione e in ultima analisi “muto”» (S. Gozzano, 9). Ipotesi che Julian Jaynes ha formulato e spiegato in maniera profonda e suggestiva nel suo <em>Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza</em> (Adelphi, 2002).</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra identità si esprime in ogni gesto, espressione, postura, manifestazione, parola, decisione. Compreso l’abbigliamento. Numerose esperienze, alcune delle quali anche divertenti e riassunte alle pp.  84-89, hanno ormai dimostrato in modo convincente che l’<strong>abito fa il monaco</strong>, poiché «i vestiti sono ciò che più si nota in una persona, dopo il volto» (N. Guéguen, 89). Il nostro Sé affonda nella terra, nei suoi ritmi e nella sua potenza. E questo è vero alla lettera se si pensa che un comune batterio che vive nel terreno, il <em>Mycobacterium vaccae</em>, se iniettato in malati di cancro migliora il loro umore. La <strong>biofilia</strong> -il legame con la natura- della quale parla Edward O. Wilson è una caratteristica che per fortuna non perderemo mai, dato che l’<em>Homo sapiens</em> è un mammifero di grossa taglia che «necessita del contatto con la natura per mantenersi sano e felice» e questo accade anche e soprattutto dentro gli agglomerati urbani (K. Wilhelm, 92).</p>
<p style="text-align: justify;">Nutrire fiducia, vivere con energia, saper accettare limiti ed errori come qualcosa di fisiologico, essere consapevoli che siamo natura e siamo molteplici potrebbe aiutare non soltanto noi ma anche i nostri discendenti, se è vero che «variazioni di espressione genica che perdurano per l’intera vita […] si trasmettono addirittura alle generazioni successive, come una memoria genetica trasmessa ai figli per prepararli al mondo che li attende» (G. Sabato, 59), quella <strong>memoria genetica</strong> di cui<a href="http://www.vitapensata.eu/2011/04/09/tempo-genetico-e-memoria/" target="_blank"> le ricerche di Vincenzo Di Spazio</a> danno ampia testimonianza.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei maggiori limiti di <em><a href=" http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1348757" target="_blank">Mente &amp; cervello</a></em> è lo stesso di molta neurobiologia: dare per ovvio il valore della sperimentazione sui cosiddetti “animali da laboratorio”. Una formula inaccettabile e la cui insensatezza emerge qualche volta anche in queste pagine. Come nell’affermazione di Giovanni Sabato quando riconosce che «quel che vale nel topo non necessariamente vale per l’essere umano, come sanno i farmacologi» (55). È bene che lo sappiano tutti e che la smettano -farmacologi, neurobiologi, psicologi, medici- di torturare gli altri animali.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 79 &#8211; Luglio 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 13:41:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La relazione che intercorre tra il cervello umano e il linguaggio è uno degli eventi più affascinanti e complessi della natura. Infatti «la nostra capacità di svolgere compiti come quello di individuare il significato di una parola ambigua è frutto di milioni di anni di evoluzione», tanto da rendere la struttura del linguaggio «misteriosa persino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/07/MC_79.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-8281" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_79" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/07/MC_79.gif" alt="" width="83" height="107" /></a>La relazione che intercorre tra il <strong>cervello</strong> umano e il <strong>linguaggio</strong> è uno degli eventi più affascinanti e complessi della natura. Infatti «la nostra capacità di svolgere compiti come quello di individuare il significato di una parola ambigua è frutto di milioni di anni di evoluzione», tanto da rendere la struttura del linguaggio «misteriosa persino per noi esseri umani, che pure ne padroneggiamo l’uso» (J.K. Hartshorne, p. 68). È anche per questo che ogni tentativo di realizzare <strong>robot</strong> dotati di parola, delle intelligenze artificiali capaci di parlare, è sempre miseramente naufragato. A metà del Novecento <strong>Alan Turing</strong> e dopo di lui altri studiosi pronosticarono che entro pochi anni il linguaggio dei robot sarebbe stato indistinguibile da quello degli umani. Ma «in realtà stiamo ancora aspettando. […] Un robot veramente dotato della facoltà della parola non sembra essere più vicino a realizzarsi rispetto ad altre fantasie tecnologiche tipiche del secolo scorso, come le città sottomarine o le colonie marziane» (Ivi, 66).<br />
<span id="more-8279"></span>Ancora una volta, il cervello immerso nel mondo si rivela un organo enigmatico e aperto a sempre nuove scoperte. Rispetto alla classica struttura neuroni-assoni-dendriti-sinapsi, «nuove ricerche dimostrano infatti che alcune informazioni aggirano del tutto i neuroni, fluendo senza generare elettricità in rete di cellule, la cosiddetta glia» (R.F. Field, 90). Le <strong>cellule gliali</strong> costituiscono l’85% del cervello, rispetto al solo 15% rappresentato dai neuroni.</p>
<p style="text-align: justify;">L’interazione tra il cervello, l’intera corporeità e il mondo crea la nostra esperienza cosciente, le azioni, le opere, le credenze. E genera anche strumenti di difesa che a volte si trasformano in atteggiamenti, comportamenti, pensieri negativi o addirittura criminali. Alcune ricerche sulle scimmie rhesus sembrano, ad esempio, dimostrare le radici biologiche del <strong>pregiudizio</strong>, utilizzato come strumento di consolidamento del gruppo al quale si appartiene. E «dato che gran parte dei conflitti attuali ha origine dallo scontro tra gruppi sociali, impegnarsi per capire come ridurre i nostri pregiudizi è importante. Tuttavia, il nostro passato evolutivo suggerisce che per riuscirci serve un approccio diverso, il quale, tenendo conto di quanto sono radicati profondamente i pregiudizi nel nostro cervello, lavori in armonia con le nostre tendenze naturali, anziché contro di esse» (D. Grewal, 103).</p>
<p style="text-align: justify;">Tra gli altri argomenti del <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1348414" target="_blank">numero di luglio 2011 di <em>Mente &amp; cervello</em></a>, è interessante una ricerca sull’ “intelligenza dei molti” come <strong>intelligenza statistica</strong> che consente -in condizioni comunque molto precise e circoscritte- a un gruppo sufficientemente elevato di persone di prendere le decisioni più corrette anche se ciascuno dei soggetti rimane molto lontano dalle risposte giuste. Un’approfondita analisi è dedicata al problema della <strong>dipendenza dal fumo</strong> -«a ogni boccata, un fumatore inala oltre 3000 sostanze, di cui almeno 30 cancerogene» (E. Gromane C. Schweinzer, 50)- per la cui soluzione «molti studi indicano che le maggiori possibilità di successo sono offerte dalla combinazione di farmaci e terapia comportamentale» (Ivi, 48). A conferma della convergenza tra fattori cerebrali e mentali dalla quale sono partito.</p>
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