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	<title>agb &#187; Kubrick</title>
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	<description>un barlume di fasto</description>
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		<title>Melancholia</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 16:44:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Lars Von Trier Con: Kirsten Dunst (Justine), Charlotte Gainsbourg (Claire), Kiefer Sutherland (John), Charlotte Rampling (Gaby), Alexander Skarsgård (Michael), Stellan Skarsgård (Jack), John Hurt (Dexter) Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011 Trailer del film La Melencolia I di Albrecht Dürer è una figura circondata dagli strumenti e dai segni della conoscenza e tuttavia intensamente perduta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">di <strong>Lars Von Trier</strong><br />
Con: Kirsten Dunst (Justine), Charlotte Gainsbourg (Claire), Kiefer Sutherland (John), Charlotte Rampling (Gaby), Alexander Skarsgård (Michael), Stellan Skarsgård (Jack), John Hurt (Dexter)<br />
Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011<br />
<a href="http://www.mymovies.it/film/2011/melancholia/trailer/" target="_blank"> Trailer del film</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/melancholia_bianco.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9288" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="melancholia_bianco" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/melancholia_bianco-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>La <em>Melencolia I</em> di Albrecht Dürer è una figura circondata dagli strumenti e dai segni della conoscenza e tuttavia intensamente perduta nella contemplazione di un doloroso pensiero. «C&#8217;è falsità nel nostro sapere, e l&#8217;oscurità è così saldamente radicata in noi che perfino il nostro cercare a tentoni fallisce» scrisse Dürer<a href="#1"><sup>1</sup></a><span style="font-size: small;"> </span>nella lucida e disincantata consapevolezza che la nostra ignoranza delle cose rimane, per quanto si estenda la nostra conoscenza, inoltrepassabile. Ignoranza del senso delle cose e anche, con più modestia, del destino del nostro pianeta. Al quale sempre più si sta avvicinando un corpo celeste molto più grande, il suo nome è Melancholia, pronto ad assorbire dentro la propria energia tutto ciò che la Terra è stata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il preludio dal <em>Tristano e Isotta </em>di Richard Wagner è la malinconia fatta musica. Possiede tutta la forza paradossale e struggente di questo sentimento. Le sue note intessono il <strong>Prologo</strong> del film. Una sequenza onirica nella quale una sposa emerge dalla terra e non riesce a liberarsi dal suo viluppo, i pianeti danzano l‘uno intorno all’altro, dal cielo piovono grandine e uccelli, una madre con il figlio in braccio affonda in prati troppo morbidi, dalle dita di una donna si espandono lampi.<br />
E poi <strong>Justine</strong>, la sposa. Che insieme al marito arriva in ritardo alla festa preparata per loro dalla sorella Claire e dal cognato John nel bellissimo castello in riva al mare che è la loro dimora. Eleganza, misura, fasto e sorrisi si sbriciolano poco a poco di fronte alla profonda ferocia sociale che riposa dietro i riti e le convenzioni, pronta a svegliarsi, a sbranare, a distruggere. La madre di Justine e Claire esprime con pubblico sarcasmo il proprio disprezzo verso la farsa che tutti in quel momento vede protagonisti, verso la finzione collettiva. La sposa si allontana lungamente lasciando nell’imbarazzo gli invitati. Con l’inevitabilità di un piano inclinato, è la catastrofe.<br />
Infine <strong>Claire</strong>, che ospita di nuovo la sorella, la sua malattia -tristezza la chiamavano gli antichi, depressione è il suo nome attuale-, la sua distanza da ogni evento, emozione, paura. Invece Claire è terrorizzata da Melancholia, che sempre più si avvicina inesorabile a noi. Il marito cerca di tranquillizzarla, prepara l’emergenza, scruta continuamente il cielo. Ma infine non reggerà. Le due sorelle e il bambino di Claire costruiscono una capanna trasparente nel prato. E attendono. Dopo l’ultima scena è il silenzio. Non più una parola né un’immagine. E neppure una nota.</p>
<p style="text-align: justify;">Risuona invece in chi ha guardato questo film qualcosa di antico che si chiama catarsi. Lars von Trier è riuscito a trasformare in immagini ciò che probabilmente prova chi sta sentendo avvicinarsi la fine. Quel pianeta è infatti come il monolito di <em>2001. Odissea nello spazio</em>. È figura di <strong>Ananke</strong>, della Necessità che ci supera infinitamente e tutto avvolge. È figura della morte e della vita intrecciate e dominatrici del cosmo. Anche tra i minerali, tra i pianeti, tra le stelle. Anch’essi nascono, durano e si dissolvono. Ma nel volgersi della materia e della sua energia, «la vita è qualcosa di negativo» -questo sostiene von Trier-, una breve parentesi di sofferenza destinata a tornare nel grande fuoco.<br />
«Perittoì mén eisi pántes oi melacholikoí ou dià nóson, allà dià physin; i “melanconici” sono persone eccezionali non per malattia ma per natura» è l’affermazione conclusiva dell’aristotelico <em>Problemata 30,1</em><sup><a href="#2">2</a></sup>. Il genio malinconico e gnostico di questo regista ha costruito un capolavoro che offre all’arte cinematografica l’estrema tensione della totalità e della verità ultima delle cose -la verità del mondo è la <strong>morte</strong>- e a chi guarda dona lo stupore di aver visto millenni di pensiero sull’umano e sul cosmo diventare una sola immagine.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="1"></a>1. Cit. in R. Klibansky, E. Panofsky, F. Saxl, <em>Saturno e la melanconia</em>, Einaudi 1983, p. 341<br />
<a name="2"></a>2. Trad. di C. Angelino e E. Salvaneschi, il melangolo 1981, p. 27</p>
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		<title>Bach &#8211; Barry Lindon</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 15:50:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Concerto in Do minore per 2 clavicembali -  BWV 1060: II. Adagio di Johann Sebastian Bach (eseguito dalla Wurttemberg Chamber Orchestra) Dalla colonna sonora di Barry Lindon (Stanley Kubrick, 1975) Barry Lindon è un&#8217;opera di stupefacente bellezza e di profonda crudeltà. Rivedendola appare sempre diversa. È un trattato sulla pittura del Settecento -ogni inquadratura è una citazione- ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Concerto in Do minore per 2 clavicembali</em> -  BWV 1060: II. Adagio<br />
di <strong>Johann Sebastian Bach<br />
</strong>(eseguito dalla Wurttemberg Chamber Orchestra)<br />
Dalla colonna sonora di <strong>Barry Lindon</strong> (Stanley Kubrick, 1975)</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/06/Classical-Kubrick.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7900" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Classical Kubrick" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/06/Classical-Kubrick-300x300.jpg" alt="" width="210" height="210" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><em>Barry Lindon</em> è un&#8217;opera di stupefacente bellezza e di profonda crudeltà. Rivedendola appare sempre diversa. È un trattato sulla pittura del Settecento -ogni inquadratura è una citazione- ma la sua luce è funebre. L’ossessione e la morte, di cui il cinema di Kubrick è fatto, l&#8217;attraversano dal primo all’ultimo fotogramma. Lo scavo nell’umano si fa appassionante e gelido. È l’opera formalmente più splendida del regista e <em>insieme</em> la più feroce.<br />
Come sempre in Kubrick, la musica diventa la sostanza stessa dell&#8217;immagine. L&#8217;<em>Adagio</em> dal Concerto BWV 1060 scandisce la calma discesa nel dolore, la fredda gloria di un enigma disvelato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Vita pensata n. 3 &#8211; Settembre 2010</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 14:55:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È uscito il numero 3 di Vita pensata, Rivista mensile di filosofia Indice di questo numero (pdf) [Miei contributi] L&#8217;individuo, la società (con Giusy Randazzo), p. 4 Arnold Gehlen, natura e istituzioni, pp. 27-34 Kubrick, va in scena la fotografia (con Giusy Randazzo), pp. 49-51 Nabucco, una metafora, pp. 51-52 Céline, gli umani, la medicina, pp. 60-62]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align: center;">È uscito il numero 3 di <a href="http://www.vitapensata.eu" target="_blank">Vita pensata</a>, Rivista mensile di filosofia</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5624" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px; float: left;" title="Rivista Settembre-copertina" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/09/Rivista-Settembre-copertina-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" /></p>
<p><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/09/Vita-pensata-Indice-in-pdf.pdf" target="_blank">Indice di questo numero (pdf)</a></p>
<p>[Miei contributi]</p>
<p><a href="http://www.vitapensata.eu/2010/09/01/n-3-settembre-2010-lindividuo-la-societa/" target="_blank">L&#8217;individuo, la società</a> (con Giusy Randazzo), p. 4</p>
<p><a href="http://www.vitapensata.eu/2010/09/01/arnold-gehlen-natura-e-istituzioni/" target="_blank">Arnold Gehlen, natura e istituzioni</a>, pp. 27-34</p>
<p><a href="http://www.vitapensata.eu/2010/09/01/kubrick-va-in-scena-la-fotografia/" target="_blank">Kubrick, va in scena la fotografia</a> (con Giusy Randazzo), pp. 49-51</p>
<p><a href="http://www.vitapensata.eu/2010/09/01/nabucco-una-metafora/" target="_blank"><em>Nabucco</em>, una metafora</a>, pp. 51-52</p>
<p><a href="http://www.vitapensata.eu/2010/09/01/celine-gli-umani-la-medicina/" target="_blank">Céline, gli umani, la medicina</a>, pp. 60-62</p>
</div>
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		<title>Kubrick fotografo 1945-1950</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 08:13:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Milano – Palazzo della Ragione A cura di Rainer Crone Sino al 4 luglio 2010 Diciassettenne, Kubrick venne assunto dalla rivista Look, per la quale realizzò dei servizi fotografici che testimoniano della precocità di uno sguardo che attraverso le immagini -immobili o in movimento che siano- è stato capace di cogliere il segreto della vita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Milano – <a href="http://www.mostrakubrick.it/ " target="_blank">Palazzo della Ragione<br />
</a>A cura di Rainer Crone<br />
Sino al 4 luglio 2010</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/07/Kubrick_Autoritratto.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5347" title="Kubrick_Autoritratto" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/07/Kubrick_Autoritratto-400x266.jpg" alt="" width="400" height="266" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Diciassettenne, Kubrick venne assunto dalla rivista <em>Look</em>, per la quale realizzò dei servizi fotografici che testimoniano della precocità di uno sguardo che attraverso le immagini -immobili o in movimento che siano- è stato capace di cogliere il segreto della vita e delle cose e trasformare il quotidiano in epica. Come per i film, i temi sono i più diversi ma in tutti è assolutamente riconoscibile una forza veritativa che coglie e disvela l&#8217;enigma dentro persone, fatti, oggetti, situazioni, e tale enigma sa portare alla luce, letteralmente. Il gioco delle luci e delle ombre è infatti già cinematografico, denso di un&#8217;inquietudine sospesa e definitiva.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Veicoli per il trasporto dei detenuti; l&#8217;epopea di un lustrascarpe ragazzino; dietro le quinte del  circo; una giovane attrice e il suo ambiente; la vita accademica della Columbia University e dell&#8217;Università del Michigan; la città degli orfani di Mooseheart; il jazz; un viaggio in Portogallo. Questi i temi documentati dalle circa duecento fotografie della mostra. Mondi diversi che acquistano senso e unità nell&#8217;occhio profondamente partecipe e insieme totalmente tecnico di Stanley Kubrick.</p>
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		<title>Haendel &#8211; Sarabande</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 12:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Suite No.4 &#8211; Sarabande da Music from the Films of Stanley Kubrick (Barry Lindon)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: center;">
<p><strong>Suite No.4 &#8211; Sarabande</strong></p>
</div>
<p style="text-align: center;">da <em>Music from the Films of Stanley Kubrick </em>(<em><strong>Barry Lindo</strong><strong>n</strong></em>)</p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/03/KubricK_2001_Music.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4636" title="KubricK_2001_Music" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/03/KubricK_2001_Music.jpg" alt="" width="300" height="301" /></a></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
]]></content:encoded>
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		<title>Stanley Kubrick</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 13:38:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Aa.Vv. A cura di Hans-Peter Reichmann Giunti Arte Mostre Musei, Firenze-Milano 2007 Pagine 382 Plato is Philosophy and Philosophy is Plato. L’affermazione di Emerson potrebbe essere volta in questa forma: Kubrick is Cinema and Cinema is Kubrick. La perfezione tecnica, la forza delle immagini, l’unitarietà del percorso che da Day of the Fight (1951) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">di <strong>Aa.Vv.</strong><br />
A cura di Hans-Peter Reichmann<br />
Giunti Arte Mostre Musei, Firenze-Milano 2007<br />
Pagine 382</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2009/11/kubrick_giunti.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3929" title="kubrick_giunti" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2009/11/kubrick_giunti.jpg" alt="kubrick_giunti" width="300" height="324" /></a></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;"><em>Plato is Philosophy and Philosophy is Plato</em>. L’affermazione di Emerson potrebbe essere volta in questa forma: <em>Kubrick is Cinema and Cinema is Kubrick</em>. La perfezione tecnica, la forza delle immagini, l’unitarietà del percorso che da <em>Day of the Fight</em> (1951) conduce a <em>Eyes Wide Shut</em> (1999), la continua innovazione e un classicismo fuori dal tempo, sono alcune delle ragioni che giustificano l’identificazione tra Stanley Kubrick e l’arte cinematografica.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3927"></span>«Lettore vorace, interessato a ogni argomento» (A. Frewin, p. 170), radicato nella cultura europea –i nonni paterni provenivano dalla Mitteleuropa-, Kubrick assorbe, rielabora, esprime e ricrea temi e domande filosofiche. E lo fa con la forza dirompente delle immagini, dei <strong>significanti</strong> e dei significati non verbali, di icone e simboli che non possono né devono essere <em>spiegati</em>. Il senso dei suoi film è evidente e nello stesso tempo inaccessibile anche perché essi vogliono descrivere la realtà del mondo e della psiche ma lo fanno con un atteggiamento di radicale disincanto nei confronti del potere comunicativo delle parole: «In a film, however, I think the images, the music, the editing and the emotions of the actors are the principal tools you have to work with. Language is important but I would put it after those elements» (cit. da R.M. Fischer, p. 230).</p>
<p style="text-align: justify;">L’opera di Kubrick è una filosofia non verbale, iconica, sorretta da una <strong>logica</strong> lucida e da una matura <strong>antropologia</strong>. Non solo per i numerosi e più o meno espliciti riferimenti –la War Room del <em>Dr. Strangelove</em> è la Caverna platonica; HAL 9000 e il monolito sono simboli del pensiero tecnico e cosmico, della potenza e della fragilità di ogni «ragione strumentale» (V. Fischer, p. 157)…- ma soprattutto per la potenza di uno <strong>sguardo fenomenologico</strong> che non giudica bensì mostra, che esclude ogni psicologismo nella analisi e comprensione delle azioni umane, per attingere invece alle strutture biologiche, storiche, archetipiche della nostra specie. La caratteristica filosofica più importante del cinema di Kubrick è il suo profondo rispetto nei confronti della realtà e cioè degli enti, degli eventi e dei processi. Per questo «non esiste uno stile kubrickiano. Il Kubrick cineasta si caratterizza proprio per il fatto che il suo modo di procedere creativo si adatta al soggetto in questione e si sviluppa a partire da quest’ultimo» (C. Appelt, p. 317).<br />
Il cosiddetto “perfezionismo” non è altro che una espressione di tale completa aderenza al reale, testimoniata dalle parole di Ken Adams a proposito di <em>Barry Lindon</em>, molto più che un aneddoto: «Facemmo ricerche sugli spazzolini da denti del periodo, sui contraccettivi, su una quantità di cose che alla fine non sono apparse sullo schermo» (R.M. Fischer, p. 223). Chi vuole descrivere il mondo deve infatti cominciare col rispettarlo e con l’averne cura in ogni sua componente.</p>
<p style="text-align: justify;">È tale riconoscimento filosofico della complessa unitarietà del reale a fare dell’opera kubrickiana una delle più riuscite espressioni di <strong>superamento dei dualismi</strong> che impediscono di comprendere l’essere. Kubrick, infatti, nel descrivere l’uomo e il suo  mondo coniuga in modo inestricabile ragione e sentimento, tragedia e ironia, comicità e disperazione, maschera e autenticità, “bene” e “male”. Davvero «il pubblico rimane privo di una morale della favola» (Ivi, p. 230).<br />
Kubrick filosofo sa da subito e conferma ogni volta che la <strong>lotta</strong> costituisce una condizione ineliminabile della <strong>corporeità</strong>, che <em>bìos</em> e <em>thanatos</em>, desiderio e guerra sono tra di loro intrecciati. Dagli scontri fra boxeur delle prime pellicole, passando per le guerre di <em>Fear and Desire</em>, <em>Spartacus</em>, <em>Paths of Glory</em>, <em>Dr. Strangelove</em>, <em>Barry Lindon</em>, attraversando la violenza estrema delle relazioni personali, familiari, sessuali e sociali di <em>Lolita</em>, <em>A Clockwork Orange</em>, <em>The Shining</em>, si arriva al culmine di <em>Full Metal Jacket</em>, «forse il film di guerra più radicale che sia mai stato girato. Nel film di Kubrick (…) l’opposizione tra guerra e umanità si rivela illusoria» (G. Seesslen, p. 276), illusione confermata da <em>Eyes Wide Shut</em>, il cui tema principale è probabilmente il proustiano “essere di fuga” che ogni umano rappresenta per l’altro, una impossibilità di possedere che trasforma le relazioni in una guerra e fa dell’amore un sogno e un incubo, maschera suprema del niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sguardo teoretico di Kubrick va ancora oltre e arriva a cogliere due cardini della comprensione filosofica: il <strong>determinismo</strong>, la <strong>verità nomade</strong>. In <em>The Killing</em> (<em>Rapina a mano armata</em>) l’intreccio di caso e necessità produce un perfetto meccanismo di eventi dal quale è impossibile uscire, così come il vero tema di <em>Arancia meccanic</em>a è il condizionamento biologico di ogni essere umano. La sottile e inspiegabile impressione di “innocenza” che nonostante tutto promana da Alex si fonda su questa inevitabilità del suo comportamento, per la quale non serve la rozza tecnologia della “cura Ludovico” e che invece acquista senso alla luce del principio deterministico enunciato da Schopenhauer: «operari sequitur esse, ergo unde esse inde operari» (<em>La libertà del volere umano</em>, Laterza, p. 118). Concezione che ha una sua profonda espressione metaforica nell’annotazione scritta da Kubrick in una bozza di sceneggiatura del progettato film su Napoleone: «forse è proprio così: il grande campione di scacchi non può battere il peggiore dei giocatori in meno di un determinato numero di mosse. A un osservatore casuale può sembrare che il dilettante possa tenergli testa, ma un vero scontro non c’è mai stato» (citato da E.M. Magel, p. 208); un “vero scontro” tra il singolo e la necessità “non c’è mai stato”, davvero.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>essere</strong>, il <strong>tempo</strong>, appaiono così per quello che sono: labirinti della <strong>mente</strong>. Il dedalo su cui Jack Torrance si sofferma e dentro il quale trova la morte è il labirinto temporale e interiore nel quale l’immobilità spaziale della figura congelata di Jack è identica all’immobilità temporale che fa di lui <em>da sempre</em> il custode dell’Overlook Hotel, come conferma la foto su cui il film si chiude: una festa del 1921. Il centro immobile del Tempo coincide con il suo eterno ritornare. Un’eternità che colloca <em>2001. A Space Odissey</em> al centro geometrico del pensiero di Kubrick, una centralità che rende profondamente unitaria la sua opera, un percorso nel quale ciascun film si collega a ogni altro attraverso una serie ricchissima di rimandi, temi, citazioni intertestuali, obiettivi, crescita sapienziale.<br />
L’occhio dello <em>Starchild</em> che chiude <em>2001</em> diventa nella prima immagine del film successivo l’occhio di Alex, così come l’avanzatissima intelligenza tecnologica di Hal -fattasi nemica dell’umano- apre alla intelligenza biologica dell’Overlook Hotel, un vero e proprio animale che divora la mente di chi lo abita fino a inglobarlo in sé. Lo scimmione preistorico diventa umano nel momento della violenza, il grande e grosso Palla di lardo diventa uomo anch’egli quando uccide il sergente suo aguzzino. Il peregrinare di David nel tempo diventa sia il cammino di ascesa e crollo sociale di Barry Lindon sia il viaggio del Dottor Harford nel labirinto del <em>desiderio</em> e della <em>paura</em>…Un vagabondare che caratterizza tutti i film e i personaggi di Kubrick e che si dispiega come nomadismo di una verità che riserva sempre nuovi luoghi, dimensioni e significati.</p>
<p style="text-align: justify;">La mobile verità del mondo genera il nomadismo della mente ed è da essa prodotto. In questo cammino, la possibilità è l’itinerario verso lo svelamento dell’enigma, il rischio è il precipitare verso la follia, verso le tenebre…ed è a questo punto che si mostra la <strong>radice filosofica e gnostica</strong> del pensiero di Kubrick. Il familiare diventa mostruoso, la <em>Heimat</em> –la dimora, la solida terra che ben si conosce- si trasforma nello <em>unheimlich</em>, nell’inquietante che non dà più punti di riferimento e dentro la cui oscurità ci si può perdere per sempre.  Ci sono due luoghi visuali in cui tenebre e luce sembrano trapassare l’uno nell’altro e fondersi: il primo è la scena conclusiva di <em>Dr.Strangelove</em> nella quale «accompagnato dall’idea che il mondo segua una legge matematico-divina, il cerchio di luce diventa l’immagine simbolica della forma di un cosmo irradiante/irradiato, infuocato e morente che, nella notte del cosmo, muore con la stessa rapidità con cui era nato» (B. Hars-Tschachotin, p. 116); il secondo è il duplice esito del labirinto di <em>Shining</em>: «dal momento che il labirinto combina due motivi collegati con l’infinito, uno dei quali è un motivo ornamentale che porta ad un vicolo cieco, chiuso, inguaribilmente pessimistico (l’eterno ritorno collegato a Jack), mentre l’altro, la spirale, è un motivo positivo, aperto, ottimistico (l’eterno divenire collegato a Danny), il labirinto simboleggia alla fine il trionfo del figlio sul padre, del “figlio della luce” sull’oscura violenza» (M.Ciment, cit. in U. von Keitz, p. 240).</p>
<p style="text-align: justify;">Dentro il cinema ma anche molto al di là di esso, il pensiero di Kubrick riconosce l’indistruttibilità del <strong>male</strong> e del <strong>dolore</strong>: Hal 9000/l’albergo della scintillanza/Jack Torrance e i suoi fantasmi/la pervasività del conflitto e della distruzione…sono la potenza delle tenebre. Ma l’occhio della mente cinematografica e filosofica può guardare la Medusa e non morire: gli occhi chiusi su questo mondo di sogno si aprono col cinema ad altre visioni perché –afferma Kubrick- «il vero scopo di un film è fare luce» (cit. da G. Seesslen, p. 278). Una foto di Weegee ritrae il giovane regista «misteriosamente ammantato nella materia stessa del cinema: luce e ombra» (D. Kothenschulte, p. 137). La stessa materia dei suoi pensieri.</p>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 08:20:59 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">di<strong> Brian De Palma</strong><br />
Con Kel O&#8217;Neill (Gabe Blix), Ty Jones (Jim Sweet), Izzy Diaz (Angel Salazar), Rob Devaney (L&#8217;avvocato Mccoy), Patrick Carroll (Reno Flake), Mike Figueroa (Il sergente Vazques)<br />
USA 2007<br />
<a href="http://www.youtube.com/watch?v=CHXwieHhLEU" target="_blank">Trailer del film</a><br />
<a href="http://www.redactedmovie.com/" target="_blank">Sito del film</a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2009/08/redacted.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2981" title="redacted" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2009/08/redacted-203x300.jpg" alt="redacted" width="203" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In occasione delle presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007, Natalia Aspesi così sintetizzava la vicenda che ha ispirato il film: «quel giorno del marzo 2006 quando a Mahmoudiyah, a 30 km da Bagdad, cinque soldati americani ubriachi irruppero in una poverissima casa e stuprarono a turno una ragazzina di 14 anni, poi le spararono in faccia e le diedero fuoco, dopo aver sterminato tutta la sua famiglia compresa una sorellina di 6 anni». Un episodio, tra i tanti di questa guerra, intorno al quale De Palma costruisce un film unico. Si tratta di una fiction che sembra un documentario costruito con filmati amatoriali girati dagli stessi soldati, spezzoni di telegiornali, video da siti islamici, conversazioni in chat tra i militari e i loro familiari a casa, l&#8217;inchiesta di una televisione francese. E tutto è insensatezza, noia, sadismo, crimini efferati contro le persone più indifese perpetrati in nome dei Diritti dell&#8217;Uomo e di «Grimilde, statua della Libertà» (De André). Esplicito l&#8217;omaggio a Kubrick, con lo «Yes, Sir!» dei soldati, la funebre Sarabanda di Haendel che intesse<em> Barry Lindon</em>, il profondo disincanto sulla ferocia umana.</p>
<p style="text-align: justify;">A due anni di distanza, il “rinnovatore” che oggi siede alla casa bianca fa molte chiacchiere ma sull&#8217;Iraq i fatti sono gli stessi della precedente amministrazione. In Italia, intanto, per questo film nessuna distribuzione nelle sale, nessuna recensione nei liberi telegiornali, nessuna indignazione dei moralisti democratici; solo la propaganda dei terroristi statunitensi e dei loro accoliti, solo la verità stuprata. E nessuna lapide, nessuna retorica, nessuna “Giornata della memoria” ricorderà le migliaia di vittime civili massacrate nei checkpoint, violentate nelle proprie case, bombardate nella loro terra. Lo farà -se sarà visto- questo film asciutto, coraggioso e terribile, che si chiude proprio con una sequenza di foto intitolata <em>Collateral Damage</em>. Gli effetti collaterali della <em>hybris</em> statunitense, della tracotanza del potere.</p>
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